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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 14,18-20)

“Melchìsedek, re di Salem”, di Gerusalemme, è un personaggio misterioso del quale il testo non dice nulla, eccetto che “era sacerdote del Dio altissimo”, identificato con lo stesso Dio di Abramo. La lettera agli Ebrei dirà che era “senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita” (Eb 7,3) e lo associa ad una prefigurazione di Gesù Cristo, anch’egli con le stesse caratteristiche.

Ebbene, “in quei giorni”, dopo che Abramo aveva sconfitto i nemici, liberato il fratello Lot, recuperato “tutti i beni…, i suoi beni, con le donne e il popolo” e ridato libertà e dignità al suo popolo riscattandolo da un futuro di tristezza, di schiavitù e di dolore, entra in scena Melchisedek che incontra Abramo, al quale offre “pane e vino” – cibo che alimenta il corpo e bevanda che rallegra il cuore -, simboli augurali di bene e felicità.

Questi, quale “sacerdote del Dio altissimo”, esercita il suo servizio di mediazione benedicendolo: “Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra”. Con queste parole Dio onora e mostra il suo compiacimento per l’opera compiuta da Abramo. Dio, creatore del cielo e della terra, è principio di ogni opera buona e approva la liberazione e il riscatto del fratello, non tollera la caduta nelle mani degli oppressori e la destinazione a un futuro di schiavitù e di morte.

La benedizione è parola “efficace” e irrevocabile. Pronunziata anche da un uomo, realizza il suo contenuto poiché è Dio stesso che benedice. L’effetto è rivolto alla fraternità, alla solidarietà e all’unione esercitata fruttuosamente nella libertà; la schiavitù, il dominio e l’oppressione sono abominio agli occhi di Dio. Ciò vale non solo nel rapporto con gli altri popoli o nazioni, ma anche all’interno della stessa comunità. Dio elegge Abramo quale capostipite del nuovo popolo che gli appartiene, e completa l’opera delle sue mani avvalendosi della sua collaborazione obbediente.

Più ancora, Melchìsedek onora, loda e dà gloria al “Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici”. Egli attribuisce la vittoria di Abramo in primo luogo a Dio, del quale essa manifesta la sua presenza attiva nell’accompagnare, con la sua forza, il procedere di Abramo.

L’efficacia della presenza di Dio, quale fedeltà alla promessa, si manifesta nella vittoria sui nemici. Essa per Abramo sarà motivo di fiducia, serenità e fermezza, per continuare il cammino che Dio gli va indicando e far sì che gli eventi si svolgano in obbedienza e in sintonia alla Sua volontà.

Come per Abramo, così ogni creatura sperimenta la potenza e la fedeltà di Dio nel corso della propria vita, nelle circostanze in cui è coinvolta. Essa sostiene la determinazione nella battaglia di liberazione a favore della dignità della persona e del popolo, nel rispetto del creato che Dio ha posto nelle sue mani a favore dell’umanità. Il credente non è solo,  quando agisce in sintonia con la volontà di Dio, giacché nella comunione con Lui risiede la forza e la speranza della vittoria sul male.

Come risposta alla benedizione, Abramo “diede a lui la decima di tutto”, ossia ritorna al Dio altissimo una parte consistente di quello che possiede, quale espressione di gratitudine e riconoscimento che tutto proviene dall’opera delle sue mani, dalla sua provvidenza per il bene degli uomini. È un atto di adorazione alla santità di Dio, alla sua gloria che si manifesta e accompagna la persona e l’attività di Abramo.

Non si sa per quale finalità, e come, Melchìsedek disporrà della copiosità dei beni ricevuti. Quale re e sacerdote dell’Altissimo fa supporre che saranno destinati al bene dei poveri e al necessario per lo svolgimento dei suoi compiti.

La pratica di offrire la decima – assunta con coscienza e fermezza dai fratelli evangelici e recentemente posta in atto nella chiesa cattolica latino-americana, in sostituzione alle offerte per i servizi religiosi, trova qui il fondamento biblico.

Ritornando alla battaglia vittoriosa sul male, nell’esperienza di Gesù essa assume il processo e la caratteristica che va molto oltre l’attesa comune, come testimonia l’evento pasquale di cui fa memoria la seconda lettura.

 

2a lettura (1Cor 11,23-26)

Paolo trasmette ai destinatari quello che ha ricevuto. Gli studiosi affermano che usa termini per lui non abituali, segno che non gli appartengono. Questa particolarità indica la scrupolosa fedeltà e la preoccupazione di trasmettere un messaggio di grande importanza in modo integro e completo.

Il testo fa riferimento all’ultima cena di Gesù con gli apostoli, la “notte in cui fu tradito”, durante la quale Gesù ordina ai discepoli di ripetere quello che sta facendo: “in memoria di me”. Sul pane e poi sul terzo (dei quattro) calice di vino, tra lo stupore e lo sconcerto di tutti, rompe la tradizione per cui il pane spezzato e la coppa di vino erano distribuiti in silenzio, pronunzia le note parole: “questo è il mio corpo (…) questo calice è la Nuova alleanza nel mio sangue”, alludendo all’imminenza del giorno dopo, al suo corpo sacrificato ed al suo sangue versato che conformeranno il farsi della Nuova Alleanza.

Più tardi, con l’evento della Pentecoste e l’invio dello Spirito Santo, i discepoli comprenderanno la portata, il significato e la finalità di quella cena, e del singolare e sorprendente modo di procedere: la trasformazione dell’antica in nuova Pasqua.

La riflessione odierna della Chiesa riassume in tre parole la grandezza di quell’ultima cena: Transustanziazionetransignificazione e transfinalizzazione, indicando che esse riguardano la sostanza, il significato e la finalità, che vanno oltre – trans – il senso e la semplice percezione umana dell’evento.

Ritengo che Gesù, conoscendo perfettamente la potenza che scaturisce dall’amore nella consegna di sé o alla morte per la causa dell’avvento del Regno, scopra nell’evento che lo coinvolgerà in modo così drammatico (vedi il racconto dell’agonia nei vangeli e la lettera agli Ebrei) riferimenti che gli permettono di percepire la transustanziazione della sua natura umana, la transignificazione delle sue scelte e delle opere, la transfinalizzazione del suo destino umano. In fondo, non ha senso che Gesù proponga ai discepoli qualcosa di cui Lui stesso non abbia vissuto e fatto esperienza.

La transustanziazione riguarda la sua natura umana. Essa consiste nel fatto che senza perdere la sua specifica identità entra nella comunione con la natura divina e si instaura la dinamica per la quale diventa sempre più umana. Vale anche il contrario. La natura divina, in attenzione alla natura umana di Gesù e all’amore trinitario nella quale è coinvolta, diventa sempre più divina. È doveroso precisare che la crescita riguarda la “natura conseguente” dovuta all’incarnazione del Figlio, non “quella primordiale” propria del mistero di Dio che rimane intatta e inaccessibile. Paradossalmente la crescita dell’una e dell’altra aumenta la differenza e la distanza allo stesso tempo che cresce e si consolida la loro comunione.

Nel quadro di fondo di tale evento, l’insegnamento e la pratica di Gesù acquistano un significato che va molto oltre quello che la percezione umana comprende. Si tratta della transignificazione per cui l’autenticità della vita personale e sociale accoglie “la potenza del braccio di Dio” (Lc 2,51) per la quale la persona “lava i piedi” come Gesù ai discepoli, e la società si modella sui criteri del Magnificat, quali “ha rovesciato ( …) ha innalzato (…) ha ricolmato (…) ha soccorso (…) ricordandosi della sua misericordia” (Lc 2, 52-55), nel compiere il progetto del Padre e con la fiducia in Lui, per la quale “dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb12,2).

La finalità della missione è riconciliare l’umanità intera con Dio e partecipare del regno della gloria alla fine dei tempi. Essa va ben oltre ai risultati riguardo l’avvento del regno nel presente, anticipo e caparra del futuro regno della gloria che già si manifesta in Lui con la risurrezione. La transfinalizzazione consiste nel testimoniare la salvezza e il regno già presenti nella sua persona.

Ciò che accompagna Gesù nell’evento è la “potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16), propria della dinamica dell’amore trinitario in virtù del quale, per l’azione dello Spirito Santo, la Sua persona prende possesso della risurrezione.

La partecipazione del credente all’Eucarestia lo coinvolge nella stessa realtà e dinamica che ha coinvolto Gesù. Perciò, cibarsi di quella transustanziazione è, contemporaneamente, percepirsi una nuova realtà – transustanziato – per il perdono dei peccati; entrare nella Nuova Alleanza, partecipare della vita divina, e fare propria la transignificazione e la transfinalizzazione di Gesù nei termini sopra accennati, nel modellare l’azione pastorale su di essi la propria filosofia di vita, le scelte personali, l’impegno sociale.

Ecco, allora, il senso specifico di “fate questo in memoria di me”. La memoria attualizza, nel mondo interiore del credente, quello che l’evento della Pasqua ha operato in Gesù, immergendolo nella forza e nel potere redentore di quell’amore nel quale, una volta coinvolto, trasforma la percezione di se stesso, del fine della sua esistenza e consolida la speranza nel destino ultimo e definitivo.

Paolo esorta i destinatari della lettera a far sì che “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga”. Annunciare, per l’apostolo, è far sapere in modo solenne e testimoniare, nella propria vita, gli effetti di quella morte, strettamente legata a quanto detto precedentemente.

In questo senso l’Eucaristia diventa il pane di vita eterna cui fa riferimento il Vangelo.

 

Vangelo (Lc 9,11b-17)

“Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure”. Il pubblico, particolarmente numeroso, “circa cinquemila uomini”, è attratto dall’argomento del regno; lo aspettava con interesse e lo considerava ormai prossimo per la predicazione dei profeti, particolarmente di Giovanni Battista e di Gesù stesso. La guarigione degli ammalati è percepita come segno della sua imminenza.

L’ora, il luogo deserto e la distanza dei centri abitati fanno scattare la preoccupazione degli apostoli riguardo al cibo, l’alloggio e la necessità di congedare la folla. A questi timori Gesù risponde provocatoriamente: “Voi stessi date loro da mangiare”. È una richiesta impossibile da soddisfare, sia perché non hanno a loro disposizione che “cinque pani e due pesci” sia per l’impossibilità di provvedere altrimenti come “comprare viveri per tutta questa gente”.

Richiama l’attenzione la sottolineatura del dettaglio in merito all’ordine di Gesù: "Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa”, quindi circa cento gruppi. Dà l’immagine di un enorme banchetto nel quale la folla, riunita per un’unica finalità, è suddivisa in gruppi, aggregata in dimensione “umana”, né grande né troppo piccola, e unita dalla comune aspettativa. Infatti, stando sedute, le persone possono comunicare e stabilire più facilmente un rapporto interpersonale fra di loro.

Se la preoccupazione fosse sola quella di ricevere del cibo, sarebbe superfluo l’ordine impartito. Si può ritenere un’immagine, la raffigurazione del regno di Dio nella formazione di nuovi rapporti interpersonali, di una nuova società di condivisione e di fraternità.

Successivamente, Gesù “prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla”. L’effetto è dirompente e strepitoso: “Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi avanzati: dodici ceste”.

L’azione di Gesù, con il senno di poi e per la natura dei gesti e delle parole, richiama alla mente la celebrazione eucaristica. Si passa, quindi, dalla moltiplicazione del pane comune a quello eucaristico: quest’ultimo distribuito abbondantemente in ogni celebrazione.

Oggi la celebrazione dell’eucaristia è fortemente sottovalutata. È ridotta al rapporto personale in odine alla salvezza individuale, alla devozione della presenza di Gesù Cristo e in molti (ma in continua diminuzione) al compimento di un dovere settimanale della domenica.

La celebrazione e il pane eucaristico – non ricevuto da tutti perché alcuni si ritengono indegni – sono alieni alla causa dell’avvento del regno di Dio in loro e, di conseguenza,  impossibilitati a testimoniarlo nelle aggregazioni a misura d’uomo, nel coinvolgimento di rapporti fraterni e solidali per una società multietnica, multireligiosa, responsabile nella giustizia e nel diritto e attenta agli eventi planetari che coinvolgono l’intera umanità, il creato, l’ecologia e la qualità della politica nel campo economico – sociale.

Agganciandoci alla seconda lettura, la partecipazione alla celebrazione e la comunione con il pane eucaristico non incidono, nella pastorale ordinaria, in ordine alla transustanziazione, alla transignificazione e alla transfinalizzazione della vita personale e sociale con la ricaduta nell’ambito ecologico, all’avvento della sovranità di Dio, del suo regno nella persona e nei rapporti sociali.

“Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure”. Se la pastorale ordinaria istruisse le persona e i gruppi nel praticare il suo insegnamento riguardo all’avvento del regno di Dio nel presente con il dono dell’Eucaristia, e motivare il coinvolgimento nell’accogliere la sovranità di Dio nelle circostanze individuali e sociali, quali soggetti responsabili e autonomi nel testimoniare la propria fede,  guarirebbero “quanti hanno bisogno di cure” liberandosi, con i destinatari,  dall’individualismo, dall’egocentrismo e dalle sofferenze causate dalla disumanità, dall’ingiustizia, dall’oppressione e altro.

Il pane eucaristico diverrebbe un formidabile aiuto, un sostegno affinché il pane comune – i bisogni primari di ogni persona per una vita degna di questo nome – arrivi su tutte le mense e in tutte le case, e si scoprirebbe la presenza, la bontà di Dio al quale rivolgere lode e ringraziamento.

I due “pani” sono perfettamente rapportabili uno all’altro, e la loro integrazione vicendevole rende visibile il regno di Dio già oggi, nelle concrete vicende giornaliere, per la dinamica di transustanziazione, transignificazione e transfinalizzazione, atta a migliorare, approfondire e integrare, sempre più, coloro che per i loro limiti e imperfezioni sono involontariamente, o colpevolmente, penalizzati. Con esso è rafforzata la speranza della partecipazione al regno definitivo, alla fine dei tempi.

 

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