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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1Re 19,16b. 19-21)

 

Elia riceve da Dio l’incarico di ungere Eliseo come profeta e suo successore. Per lui è arrivato il momento di dare le consegne. Che cosa abbia provato nel suo animo il brano non lo dice, ma l’esperienza insegna che la fine di una tappa o di una missione è un momento di crisi, di giudizio, di valutazione del compito svolto e di apprensione per il nuovo, il futuro prossimo.

Semplicemente il redattore del testo riferisce la prontezza nel compiere l’ordine di Dio. È un segnale positivo di docilità alla volontà divina: “Partito da lì, Elia trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi”. 

Con sorpresa Elia irrompe nella vita di Eliseo; infatti “passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello” senza alcuna conversazione previa, più ancora, senza chiedere un esplicito consenso. Tuttavia Eliseo accoglie l’investitura giacché il mantello è simbolo della personalità e dei diritti di chi lo indossa; con il gesto di Elia gli è trasmessa la condizione di profeta per continuare la missione.

Elia compie l’ordine del Signore: “Ungerai Eliseo (…) come profeta al tuo posto”, ed Eliseo, probabilmente molto sorpreso e sconcertato, di punto in bianco è coinvolto nella missione che cambia la sua vita radicalmente.

Questo modo libero e sovrano dell’agire di Dio sorprende e sconvolge qualsiasi persona. È ben lontano dal modo di procedere umano fra persone, in dialogo e discernimento di ciò che è giusto e conveniente riguardo l’idoneità, la convenienza, la verifica delle attitudini e il grado di convinzione e determinazione per il corretto svolgimento del compito.

Nel caso specifico, la riconosciuta competenza e fama del profeta probabilmente ha attutito gli effetti sconcertanti dell’investitura, e facilitato Eliseo a disporsi alla volontà divina. Il testo registra semplicemente che “lasciò i buoi e corse dietro a Elia”, senza specificarne lo stato d’animo o aggiungere altro commento.

Il fatto rivela la sicurezza e la determinazione di Elia nel trasmettere la missione profetica,  senza attendere risposta alcuna di assenso o dissenso. Alla fermezza Eliseo risponde prontamente: “lasciò i buoi e corse dietro a Elia”.

Questi, cosciente delle conseguenze nei riguardi della famiglia, chiede ad Elia il consenso per il commiato: “Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò”.

Normalmente, in casi simili, la separazione, l’uscire da casa è un colpo molto forte, probabilmente lo è stato anche per Eliseo. Elia percepisce lo stato d’animo e la difficoltà, e risponde prontamente: “Và e torna, perché sai che cosa ho fatto per te”. È come se mettesse Eliseo in guardia dal non lasciarsi sopraffare dal sentimento verso i genitori o dal timore del futuro nei loro riguardi o verso di sé. La coscienza dell’investitura – “cosa ho fatto per te” – è anche appello al coraggio, e trova sostegno nella fiducia nel Signore che lo chiama alla missione.

Pertanto Elia acconsente: “Và e torna”.

Eliseo “prese un paio di buoi e li uccise, con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne a la diede al popolo perché mangiasse”. Con la distruzione degli attrezzi di lavoro e il banchetto di commiato, manifesta la determinazione di fare un passo senza ritorno; assume il nuovo cammino e la missione, rinuncia al proprio mestiere ed esce della casa paterna.

Prevalgono il coraggio e la fiducia nel Signore, la fede propria dell’uomo di Dio: “Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio”. Comincia la nuova vita, un cammino inedito, la missione. Elia sarà il suo maestro, la guida che lo introdurrà nell’esercizio profetico.

Una persona in tale condizione esercita la propria missione con libertà e rispetto verso tutto e tutti. È la caratteristica dell’attività di ogni cristiano che fa, della libertà donatagli dagli effetti dell’evento pasquale, il perno del proprio essere e agire a favore del bene comune e, conseguentemente, di sé stesso.

È il tema della seconda lettura.

 

2a lettura (Gal 5,1.13-18)

 

Rivolgendosi ai membri della comunità, Paolo afferma: “Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! (…)Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà”. Il vissuto autenticamente umano non sopporta alcuna forma d’imposizione né di obbligo estraneo alla propria determinazione. Così come non accetta norme dettate da chicchessia o che non siano in sintonia con il proprio mondo interiore e l’identità che conforma al proprio essere. La libertà è un valore imprescindibile per ogni essere umano, e inderogabile in ogni circostanza. 

Per la fede negli effetti della morte e risurrezione di Cristo la libertà è costitutiva della vocazione, della chiamata di Cristo al suo seguito e condizione per manifestarsi come autentico discepolo. In altre parole essa libera da tutto ciò che impedisce di essere sé stessi e rimanere in sintonia con l’autenticità del proprio essere. È condizione per agire con pieno rispetto e incentivo alle diversità di ogni cultura, necessariamente non riconducibile a una formula o ad un modello unico, con attenzione, benevolenza e discernimento della complessità riguardo a quello da ritenere e quello da abbandonare.

La libertà permette di sintetizzare la Legge in un solo precetto – “Amerai il tuo prossimo come te stesso” – nel compierla con audacia e creativitàEssa, la libertà, cui Paolo si riferisce, non è tanto quella di scegliere (scelgo di stare in piedi o di rimanere seduto, ecc.) quanto quella per amare, di agire a favore del prossimo – specialmente quello bisognoso di aiuto – imitando l’amore di Dio nel quale il credente è coinvolto, servendo il fratello affinché sia autenticamente sé stesso e non manchi del necessario per una vita dignitosa.

Partendo da questo sfondo l’apostolo sottolinea comportamenti di grande rilevanza per l’autentica vita spirituale:

  1. “non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù”. Perché la tentazione e il pericolo di tornare indietro sono sempre in agguato. Il pericolo, per esempio, consiste nel compiere la Legge per soddisfare un obbligo, o per acquisire meriti,  nell’accrescere il rigore con nuove prescrizioni non per l’amore sincero e fraterno per la causa del regno ma per autogiustificarsi. È nota l’affermazione riguardo alla Legge che uccide se presa alla lettera. Invece essa va interpretata e attualizzata per raggiungere il fine per la quale fu promulgata. In mancanza di ciò, viene meno la compassione, la misericordia, l’audacia e la creatività dello Spirito Santo, proprio di chi sintonizza con gli effetti della morte e risurrezione di Gesù.
  2. “Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne”. È comune appellarsi alla libertà di scelta per giustificare comportamenti auto referenziali, egocentrici o antietici, che svuotano la persona, danneggiano il convivio sociale, diminuiscono la dignità personale, la fraternità e la solidarietà. È quello che l’apostolo intende con il termine “carne”.
  3. Al contrario, “mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri”. Si tratta del servizio, sostenuto e motivato dal sincero proposito di aiuto vicendevole, per non tornare sotto la schiavitù della Legge e di tutto quello che impedisce di vivere la libertà.

 

L‘apostolo, fine conoscitore della forza e del potere del male e della seduzione del peccato, cosciente del limite e della debolezza umana, aggiunge: “Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri”.

Paolo esorta a premunirsi: “Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne”. Egli non ignora la grande opposizione fra lo Spirito e la carne, e la lotta interiore corrispondente, al punto che la carne vince e prevale “sicché voi non fate quello che vorreste". Si riferisce alla propria esperienza personale – vedo e desidero il bene ma faccio il male – descritta con lucidità e grande umiltà nella lettera ai Romani (7,14-25).

“Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge”. La guida dello Spirito,  riguardo al compimento della Legge, autorizza la libertà a determinare, nel contesto e nella circostanza specifica, la fedeltà allo spirito di essa nel discernere, e fino a che punto e in che modo interpretarla, procedendo per cammini e soluzioni inedite con l’audacia, la creatività e il coraggio dello Spirito, nell’orizzonte dell’avvento del regno nell’ambito individuale e sociale.

Chi è guidato dallo Spirito non solo non ruba, non mente, non uccide ecc. ma opera per il bene comune in espansione, crescita e atto a integrare il nuovo che sorge, ovviamente, previo discernimento nel riscontrare il dono dell’avvento del regno.

L’esperienza costituisce il patrimonio personale e sociale irrinunciabile quale espressione e testimonianza dell’amore di Dio, nel quale lo Spirito immerge il discepolo.

È tale sintonia che sostiene la consistenza vocazionale del discepolo di Gesù, nei parametri indicati dal vangelo.

 

Vangelo (Lc 9,51-62)

Il brano segue immediatamente quello della trasfigurazione, evento nel quale Gesù percepisce dalla voce del Padre, con la presenza dello Spirito, l’approvazione del suo agire e il destino tragico di ogni profeta, in sintonia con la figura del Servo dei quattro cantici del profeta Isaia.

L’evangelista annota, riferendosi all’evento pasquale ormai prossimo, che “stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato al cielo” e Gesù, con determinazione e coraggio, “prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme”. Altre traduzioni affermano “Indurì il suo volto verso Gerusalemme”, indicando che Gesù va contro Gerusalemme, va per contestare questa città che pretendeva rappresentare Dio ma, in realtà, era l’assassina di tutti i profeti inviati da Dio.

Ma i discepoli non lo capiscono, lo accompagnano ma non lo seguono. Tuttavia Gesù li manda davanti a sé come messaggeri. Questi si incamminano ed entrano in un villaggio di Samaritani (la cui rivalità è ben nota) per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, “perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme”.

Non lo vogliono ricevere perché i discepoli, che non hanno capito l’intenzione di Gesù, non dicono che Gesù va contro Gerusalemme, ma dicono che Gesù va a Gerusalemme e i Samaritani pensano che, essendo Gesù ritenuto il messia, vada a Gerusalemme per prendere il potere e, poi, sottomettere i popoli pagani, loro compresi.

Che i discepoli non abbiano capito e non comprendano l’intenzione di Gesù lo dimostra la reazione di due discepoli, i più fanatici, Giacomo e Giovanni, che Marco nel suo vangelo chiama “i figli del tuono”, per il loro carattere autoritario. Essi chiedono: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Il riferimento è al profeta Elia che, in un episodio localizzato proprio nella Samaria, brucia cinquanta alla volta degli emissari, dei soldati che erano andati da lui (2Re 1, 9-14). Quindi credono che Gesù sia una sorta di Elia, un uomo che, con la violenza, faccia rispettare la legge di Dio, la volontà di Dio. Ma Gesù si voltò e li rimproverò, esattamente come avrebbe fatto con i demoni.

“E si misero in cammino verso un altro villaggio”, e Gesù specifica le condizioni per seguirlo come discepolo. L’occasione è posta da tre circostanze nelle quali dà precise indicazioni.

1) A un tale che afferma: “Ti seguirò dovunque tu vada” Gesù risponde: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. Lo informa di non pensare a onore, carriera o successo. Ma, peggio degli animali più inutili e insignificanti, Lui non ha neanche una casa dove posare il capo. Anche perché sta continuamente in cammino, passando da una situazione all’altra, da un problema all’altro, in attenzione al bisogno dei destinatari e alle loro situazioni che richiedono, da parte sua, un crescendo di audacia, di coraggio e creatività nel rispondere e orientarli nel cammino del regno di Dio.

2) Un’altra persona alla quale dice espressamente: “Seguimi”, gli chiede: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Gesù risponde: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece và e annuncia il regno di Dio”.

Seppellire il padre era considerato un sacro dovere ed era impensabile che un figlio si esimesse. Le parole di Gesù suonano particolarmente sconcertanti anche ai giorni nostri. Può sembrare disumana la risposta ma essa si riferisce al padre come custode della tradizione, del passato. Allora, seppellire il padre significa tenere ancora in grande onore e rispetto il passato. Gesù chiede una rottura radicale con il passato. Il vino nuovo non può essere messo dentro gli otri vecchi, quindi “Lascia che la gente che vive nel passato – i morti – seppellisca i suoi morti. Tu va e annuncia la novità”.

3) Una terza persona decide di seguirlo e chiede di congedarsi “da quelli di casa mia”. Elia acconsentì a Eliseo di andare a congedarsi dai propri familiari, Gesù invece no. L’urgenza del regno di Dio non permette nostalgie per il passato, ma bisogna distaccarsene radicalmente. E, infatti, Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”.

Questa frase di Gesù non significa avere un rapporto distaccato o disumano con la propria famiglia, nulla di tutto questo, ma che l’urgenza di annunziare la buona notizia, il regno di Dio, è talmente importante che non si può avere nessuna nostalgia per quello che appare soltanto come il passato.

Il cammino di Gesù mette a dura prova la determinazione del discepolo. Non è esclusa la delusione, il sentirsi defraudato e lo scoraggiamento tale da provocare il pentimento per averlo seguito, certificando il fallimento. Tuttavia il cammino è senza ritorno: chi entra in esso dove guardare sempre in avanti, con la fiducia nella promessa e l’aiuto del Signore.

 

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