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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (Is 66,10-14c)

 

Il brano è una raccolta di oracoli composta dopo il ritorno dei giudei dall’esilio babilonese. E sono ripresi per annunziare l’inizio di un’era di pace, in cui tutti avranno lunga vita e abbondanza di beni materiali, unitamente al favore divino.

“La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi”. Il tempo futuro (La mano….. si farà conoscere)  segnala che essa ora è inattiva per la vita del popolo, come quando lo era in esilio, in terra straniera, con la deportazione dalla terra promessa e la distruzione del tempio di Gerusalemme. Allora fu come un fulmine a ciel sereno, un grande trauma per Israele, uno sconcerto totale. La certezza della fedeltà di Dio all’Alleanza, e la condizione di popolo eletto, furono dissolti nel nulla ed il popolo fu privato della ragione del proprio essere, come respinto e dimenticato da Dio.

La causa fu il non aver rispettato le esigenze dell’Alleanza. Constatando come la terra promessa era divenuta il contrario di quello che Dio si aspettava, nonostante i profeti ripetutamente avessero messo in guardia il popolo e le autorità sulle conseguenze nefaste. Ma i capi del popolo ritennero che la condizione di “popolo eletto” avrebbe, in ogni caso, assicurato l’incolumità e la protezione da ogni invasione straniera e non considerarono seriamente che potesse avvenire l’invasione e la deportazione in terra pagana.

Ebbene, nell’attualità dei nostri giorni, si ripetono le condizioni di allora; ed ecco il mancato rispetto delle più elementari norme etiche di convivenza e dignità fra persone, culture e nazioni, in nome dell’avidità per il denaro facile, il potere, il dominio e la sottomissione a condizioni disumane, impensabili per chi ha buon senso e dignità. La triste condizione è percepita come “l’assenza della mano del Signore”, e le conseguenze ricadono non solo sulle persone, ma sulle risorse e sull'ambiente necessario alla vita umana e alla bellezza del creato, affidato dal Signore alla cura degli uomini.

Il Signore è privato di ciò che gli appartiene e del rispetto che merita. Lui stesso è come esiliato dalla sua creazione: la sofferenza e il lutto lo accompagnano costantemente. Nel lutto, l’umanità degradata e il Signore sono uniti dalla stessa sofferenza. Ma il Signore è fedele nell’amore per la sua creazione, opera delle sue mani, fra le quali il popolo eletto – Israele – che ama Gerusalemme: “voi che l’amate”. Nell’attualità, l’amore del Signore coinvolge tutti i popoli e l'intero creato.

È in virtù dell’amore che “la mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi”, sperando che Israele e l’umanità, rassicurati dalla promessa, si comportino eticamente e stabiliscano rapporti interpersonali e sociali nello stesso amore con cui sono amati, e ricostruiscano un mondo nuovo nei dettami dell’Alleanza, con l’avvento del regno di Dio.

Una nuova epoca – una rinnovata creazione – ha inizio con l’intervento del Signore. Questi è “come una madre che consola il figlio”, con tale affetto e intensità che “Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come erba”. Egli da' inizio a un futuro pieno di speranza, che si apre davanti a loro per la rinnovata fiducia nella promessa,  percependo l’azione del Signore e, con essa, l’attualizzazione della condizione del nuovo popolo di Dio.

Il Signore non abbandona il suo popolo, nonostante l’infedeltà di questi, né si dimentica della sua promessa ma, per l’amore fedele, lo reintegra nel piano divino quale umanità rinnovata e trasformata con l’accoglienza della sua sovranità. Per Israele e l’umanità sarà un’esperienza indimenticabile. Annuncia il profeta: “Esultate (…) sfavillate con essa – Gerusalemme – di gioia (…) sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni; succhierete e vi sazierete al petto della sua gloria”.

“Il petto” si riferisce alla gloria di Dio, alla sua giustizia e al suo amore per il popolo, alimento gioioso e conveniente che sosterrà la fedele osservanza all’Alleanza, in modo che i cittadini delle nazioni manifestino la fraternità, la giustizia e il diritto che Dio trasmette loro.

Tale alimento sarà sorprendente per abbondanza ed efficacia: “Ecco io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace: come un torrente in piena, la gloria delle genti”.

L’umanità deve dare attenzione a che la missione affidatagli da Dio, riguardo al regno, abbraccia tutti i popoli della terra e la cura del creato.

Il Signore affida la grande responsabilità, coinvolgendo i suoi servi fedeli nel piano divino,  a favore di tutte le nazioni, nella testimonianza della pace e dell’armonia piena, in attenzione all’Alleanza, in termini di fraternità e solidarietà, espressione della santità di Dio.

La gioia sarà immensa, paragonata a quella della madre che allatta il figlio cullato sulle sue ginocchia e accarezzato: “Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati”. È il compimento della promessa, prossima a realizzarsi per l’azione amorosa del Signore. Allora, “Come una madre consola un figlio – tutta l’umanità, non solo Israele -, così io vi consolerò".

Tuttavia il popolo eletto persisterà nell’infedeltà, e Dio invierà il Figlio per la nuova alleanza, evento decisivo e definitivo del suo progetto.

È ciò a cui fa riferimento Paolo nella seconda lettura.

 

2a lettura (Gal 6,14-18)

 

La Pasqua, nella quale Gesù si consegna, è l’apice della missione riguardo l’avvento del Regno di Dio. Con essa la persona di Gesù instaura l’orizzonte del Regno, il dono per l’umanità di tutti i tempi, perché sue rappresentate. L’umanità e la singola persona avranno accesso ad esso per la fede. L’accoglienza e la sintonia con il dono testimonierà l’efficacia del dono, con la rigenerazione del credente e il farsi di una nuova umanità, fraterna e responsabile del bene di tutti.

Ebbene, con la conversione Paolo percepisce la sconcertate e profonda novità dell’evento Gesù Cristo e la ricaduta sull’umanità intera. Ben sapendo cosa significhi, in termini di disprezzo sociale, la crocifissione – ritenuta maledizione di Dio – Paolo afferma con grande coraggio: “quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo”, sconvolgendo l’abituale e consolidato significato sociale e religioso dell’evento.

Il vanto cui fa riferimento è l’aver inteso, interiorizzato e fatto proprio il perdono di Dio riguardo alla propria incredulità nella persona, predicazione e missione di Gesù per la causa del Regno. Gesù Cristo, manifestandosi alla porta di Damasco come l’unto del Padre nella condizione di risorto dai morti, fa sì che Paolo percepisca il significato della crocifissione, per la quale “mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me” (Gal 2,20).

Egli si è percepito come rappresentato da Gesù Cristo davanti a Dio, nel senso che gli effetti dell’agire di Gesù – segnalato quale Cristo per la risurrezione – sono il dono che lo configura nuova persona, resa giusta agli occhi del Padre, trasformata e rigenerata a nuova vita e partecipe della promessa del Regno. Un capovolgimento totale rispetto alla sua fede di fariseo scrupoloso e osservante.

Egli sintonizza con la persona e la missione di Gesù, “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,2). L’origine è nell’aver accolto l’invio del Padre per la causa del Regno; il compimento è per essere passato attraverso molte prove e tentazioni che, considerata l’opposizione e il rigetto del popolo, senza la fede nella Promessa dell’avvento del Regno lo avrebbero portato a desistere o a deviare dal cammino corretto.

Il compimento è motivato dalla magnanimità dell’amore che sostiene la fede,  particolarmente nell’evento della croce, vissuto nella solitudine radicale, nel rigetto del popolo, nell’ “abbandono” del Padre – che l’ha inviato -, avendo interiormente la certezza che, tuttavia, il Padre stesso porterà a compimento la promessa di instaurare il Regno in virtù della “potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16), propria della purezza dell’amore che sorregge il suo essere e agire.

Per Paolo il coinvolgimento negli effetti della morte e risurrezione motiva e sostiene la stessa fede di Gesù. In virtù di essa resiste, e non cede, a tutto ciò che è contrario, ostacolo o impedimento all’avvento del Regno, a tutto ciò che è denominato come “mondo”. Di conseguenza afferma perentoriamente: “per mezzo della quale – la croce – il mondo per me è stato crocefisso, come io per il mondo”.

Al dono di Gesù – la partecipazione alla resistenza e vittoria sul “mondo” – Paolo risponde con la stessa lotta, lo stesso impegno, fino a lasciarsi crocefiggere pur di non cedere alle lusinghe e tentazioni del mondo. La determinazione è tale da portarlo ad affermare: “D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo”.

Probabilmente il fastidio si riferisce al perdersi in discussioni e argomentazioni che nulla hanno a che vedere con il proposito: sarebbe una perdita di tempo per l’opportunità di crescere nella fede. D’altro lato, sarebbe come pungere un cadavere, ovviamente insensibile allo stimolo. Le stigmate cui si riferisce sono i segni lasciati dalle sofferenze e testimoniano la fedeltà, la determinazione alla causa.

E afferma con molta audacia e coraggio: “Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura”, ossia vivere la stessa fede del Maestro. (NOTA: la circoncisione equivale, oggi, al nostro battesimo).

Vivere la fede del Maestro è fare propria la causa del Regno, ragion per la quale già durante la missione Gesù invia i suoi discepoli, come racconta il vangelo.

 

Vangelo (Lc 10,1-12.17-20)

 

“il Signore designò altri Settantadue e li inviò a due a due”. Settantadue perché sono le nazioni pagane, secondo il computo del libro della Genesi. La missione coinvolge tutte le nazioni, è universale, e Gesù manda i Samaritani, cioè quelli che non provengono da Israele, “a due a due”, numero indispensabile per essere accolti come testimoni.

E poi afferma ed esorta: “sono pochi gli operai! Pregate il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe!”. L’esortazione non riguarda soltanto le categorie – come a volte si pensa – dei preti e suore, ma è un invito rivolto a tutti quanti, affinché ognuno prenda coscienza dell’urgenza e aderisca alla missione.

Poi Gesù dà delle indicazioni molto chiare: non si può smentire con il proprio comportamento il messaggio che si va ad annunziare. Per cui dice: “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”, riferendosi allo sconvolgimento della società minacciata nelle sue basi e la cui reazione sarà tremenda. La forza e la determinazione della missione è dono dello Spirito, quale magnanimità dell’amore in sintonia con quello di Gesù e la causa del regno.

E aggiunge: “Non portate borsa, né sacca, né sandali”; occorre non pensare al sostentamento, non preoccuparsi di quello che si mangerà o berrà, nella certezza che il Signore provvederà; e “Non fermatevi a salutare”, dato che il saluto orientale era interminabile.

In qualunque casa entriate prima dite: ‘Pace a questa casa”, quale invito alla pienezza della felicità. “Se vi sarà un figlio della pace”, cioè se ci sarà qualcuno che ha dentro di sé questo desiderio di pienezza di vita, “la pace scenderà su di lui”.

Poi prosegue: “Restate in quella casa mangiando e bevendo di quello che hanno”. Nel mondo ebraico si stava attenti a non mangiare nulla, a non toccare nulla che fosse classificato come ‘impuro’; per questo non si andava nelle case dei pagani che erano impure. Gesù dice di non avere scrupoli del genere: già aveva detto altrove che non è quello che entra, ma quello che esce dal cuore dell’uomo che rende impuro l’uomo. E insiste sul tema percependo la resistenza da parte degli inviati: “Mangiate quello che vi sarà offerto”.

E “Curate i malati che vi si trovano, e dite loro: ‘E’ vicino a voi il Regno di Dio’”. Il regno di Dio si prende cura dei bisogni e dei mali dell’umanità; il regno di Dio è venuto ad alleviare i mali e le sofferenze degli uomini, e questi vanno curati.

Ebbene, il risultato è che “I Settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: ‘Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome’”. Grazie al messaggio di Gesù gli uomini sono liberati da quelle false ideologie che li rendevano refrattari, ostili a questa buona notizia. Ma, naturalmente, solo chi è libero può liberare, ecco perché gli apostoli non ci sono riusciti.

Importantissima è questa affermazione di Gesù: “Vedevo satana cadere dal cielo come una folgore”. Nella concezione dell’epoca, Satana stava nei cieli, era un funzionario della corte divina, un ministro di Dio. Basta leggere il libro di Giobbe. Era l’ispettore generale di Dio, colui che curava i suoi interessi e il suo compito era sorvegliare gli uomini e, poi,  accusarli presso Dio per infliggere loro la pena per i loro peccati.

Ebbene, con l’annunzio dei Settantadue, la Buona Notizia ha avuto successo. La Buona Notizia è che Dio non è buono, ma è esclusivamente buono. Il Dio di Gesù non è il Dio della religione che premia i buoni e castiga i malvagi, ma a tutti comunica amore. Allora il ruolo del Satana è finito: è inutile che accusi presso Dio perché Egli a tutti quanti, indipendentemente dal loro comportamento, comunica il suo amore.

Satana è cacciato dal cielo, il suo ruolo è terminato. E nell’Apocalisse è importante la definizione che viene data di questo episodio: “E’ stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte” (Ap 12,10).

L’assicurazione finale è: “Nulla potrà danneggiarvi”; le forze ostili non potranno farvi male perché la luce è più forte delle tenebre e la vita è più forte della morte. Rallegratevi, non tanto per i vostri successi, ma “piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”, per l’esperienza di sentirsi amati da Dio.

 

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