Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Settembre: 2019
L M M G V S D
« Ago    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30  

Login

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dt 30,10-14)

Mosè, dopo aver stabilito l’Alleanza con Dio in nome del popolo liberato dalla schiavitù in terra d’Egitto (Egitto è sinonimo del male e del peccato), e in cammino verso la terra promessa, trasmette e indica loro la Legge come patto dell’Alleanza, affinché esso viva, cresca e consolidi la propria identità e i rapporti interpersonali e sociali nella libertà donata da Dio.

Alla trasmissione segue l’esortazione: “«Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge, e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima»”, affinché il popolo sia fedele all’alleanza nel discernere il cammino e, in esso, la corretta pratica di vita, frutto dell’indispensabile conversione.

La conversione che il Signore si aspetta è la pratica dell’amore che ha realizzato nei loro riguardi, liberandoli dalla schiavitù dell’Egitto. La finalità è che si mantengano liberi dal dominio del male e del peccato.

Più che la Legge in sé – i precetti di cui è composta – è lo spirito di essa, o meglio il motivo e la finalità per cui è promulgata, che costituisce il permanente riferimento per il suo compimento, quale griglia di discernimento quotidiano nelle diverse e nuove circostanze,  per vivere e crescere nel dono della libertà.

Rimanere nella pratica dell’amore e crescere in esso è garanzia del compimento della promessa di Dio nel condurre il popolo verso la nuova terra, punto finale del cammino nel deserto. Con esso si instaurerà la nazione come “popolo eletto”, nel testimoniare agli altri popoli l’eccellenza della loro esperienza, affinché vi aderiscano.

La Legge, a prima vista, sembra impossibile da rispettare. Essa proviene da Dio e il popolo ha l’impressione che soddisfarne il compimento richieda l'adozione di comportamenti impossibili per la persona e per il popolo, avendo sperimentato nella traversata del deserto ogni sorta di limiti, paure e difficoltà che, nell’insorgere,  deluderebbero le attese del Signore.

Nell’affrontare nuove situazioni, nell’iniziare un cammino sconosciuto e nel trovarsi in circostanze di pericolo e angustianti, come già era successo nel deserto, compiere la Legge esige una fede più consistente e tenace di quella che già ha fatto cilecca varie volte – prova della fragilità del popolo – al punto da ritenere la presenza e la promessa del Signore non rispondente alle loro attese.

Mosè li rassicura e li esorta a non spaventarsi, né tirarsi indietro: “Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto da te, né troppo lontano da te”. Non è impossibile compierlo come se esso fosse in alto nel cielo o nella profondità del mare e, perciò,  irraggiungibile al punto che il popolo si domanda: “Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farlo udire, affinché possiamo eseguirlo?”.

Mosè li rassicura: non è così; anzi, “questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”. 

Il popolo la incontra se pone fiducia in essa e nella promessa, sostenuta dalla presenza del Signore che accompagna il cammino e la vita dello stesso, ed è presente in ogni credente. Il condizionale “se” apre la porta al necessario processo di conversione, al distanziarsi dai propri criteri, dai limiti della propria comprensione e abbandonarsi, con fiducia amorosa, all’insegnamento e al sostegno del Signore.

Avvolto e immerso nella fiducia al Signore, il credente scoprirà che quello da Lui proposto e richiesto fa parte dell’autenticità e profondità della sua persona e, come il corretto compimento della Legge, sintonizza con il DNA dell’esistenza di ognuno nella comunione con Lui, fonte della pienezza di vita. In tale circostanza la Legge è come un giogo soave e un peso leggero, tutto il contrario di quello che il popolo teme.

Pertanto non si tratta semplicemente di udire, di argomentare con intelligenza e ampiezza di vedute, ma di ascoltare con cuore e mente aperta o, meglio, di intraprendere un progetto di vita per aderire all’effetto della parola e del comandamento, fondando su di essa – la Parola – la propria sicurezza, serenità e fiducia, agendo con spontaneità audace e coraggiosa.

In effetti l’insicurezza e la solitudine rendono difficile accogliere l’indicazione di Mosè. Lo sconforto, il timore e gli sbagli sono un serio ostacolo al proposito e alla volontà ben disposta. La fiducia nell’indicazione di Mosè ristabilisce la condizione per non bloccarsi e agire di conseguenza.

L’intelligenza e la volontà, sostenute dalla memoria delle azioni del Signore a loro favore, devono appropriarsi di quello che il Signore ha già posto nell’intimo. Esso costituisce l’asse conduttore della propria vita, quale riferimento permanente della continua conversione. In tal modo la comunità, e ogni singola persona, elaborano nuove risposte, in sintonia con il significato profondo della Legge, nello svolgimento del diritto, della giustizia e della fraternità solidale.

Così la Legge diviene patrimonio del popolo e dell’umanità. Per le circostanze che seguiranno, Dio invierà il Figlio per dare alla Legge l’adeguato compimento. È quello cui fa riferimento la seconda lettura.

 

2a lettura (Col 1,15-20)

“Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile”: affermazione importante riguardo al profilo della persona di Gesù Cristo nel quale “è piaciuto a Dio che abiti in lui la pienezza” o,  meglio ancora, “è in lui – Gesù Cristo – che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Con la risurrezione il corpo del Gesù storico manifesta la pienezza della divinità. Con essa Gesù è diventato Gesù Cristo, la nuova realtà che comunica la gloria di Dio, la pienezza dell’amore che ha guidato la sua vita, la consegna e la risurrezione.

Anche noi, creati a “immagine e somiglianza” di Dio, siamo chiamati a fare un percorso imitando Gesù, “immagine invisibile di Dio”, affinché l’immagine, perfezionandosi, assomigli sempre più a Dio e ogni persona diventi il Suo modo di manifestarsi nel mondo.

A Gesù Cristo Paolo attribuisce alcune caratteristiche che mostrano l’ampiezza e la profondità della condizione del Risorto. Esse motivano la nostra attenzione e riconoscimento, perché “primogenito di tutta la creazione, in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra. (…) Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono”.

La creazione può essere intesa non solo, né principalmente, come l’atto per il quale il mondo e l’uomo sorgono all’esistenza, ma soprattutto come il punto di arrivo del processo di pienezza di vita che trova in Gesù Cristo, il Risorto, il suo compimento.

Di fatto, l’inizio di essa è volontà del Padre e “delle sue due mani” – la Parola che prende la forma umana di Gesù e lo Spirito Santo -. Con la risurrezione il Gesù storico, la sua persona, quale creazione del suo amore raggiunge il punto più alto, il suo destino. Essendo Gesù rappresentante di tutte le persone di ogni tempo e luogo e del creato, divenuto Gesù Cristo, si manifesta quale principio attuante dell’atto creatore, la sua fine e la sua piena realizzazione.

Riguardo al presente “Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa”. È l’efficace metafora dell’unione del capo con il corpo, per indicare la qualità e necessità del vincolo che si realizza formando un tutt’uno, e che rende possibile il compiersi della missione riguardo all’avvento del regno. Credere impegna e motiva a non perdere tale unione, affinché le opere delle membra del corpo siano in sintonia con la volontà e la sorgente dell’amore che provengono dal capo.

La comunità credente, intensificando il rapporto fra i suoi membri, diventa sempre più cosciente di essere “Corpo di Cristo”. L’unione con la testa gli permetterà di rendere la realtà complessa del mondo, e di ogni singola persona, il luogo dell’avvento del regno di Dio, nel rispetto delle diversità di nazioni, cultura, religione, ateismo e agnosticismo, per essere fermento e sale della terra. L’unione, pur non visibile agli occhi umani, dona sapore e pienezza a ogni diversità, in virtù dell’amore che Gesù ha insegnato e praticato nelle declinazioni dettate dalla circostanza; amore che costituisce l’attrattore e il necessario punto di percezione e lettura dell’avvento del regno di Dio.

In tale contesto “Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti”. Il risorgere “dai morti”, realizzato per la prima volta nella sua persona quale “primogenito”, indica che gli uomini continuano ad essere mortali, ma partecipano già della sua risurrezione, anche se non è percepibile all’esperienza umana, in attesa della risurrezione “dei morti”. Pertanto, coloro che muoiono in comunione con Cristo,  testimoniando l’impegno per la causa del regno, uniti come testa e corpo, partecipano della sua stessa vita che sconfigge la morte.

È la risposta alla volontà di Dio Padre che “per mezzo di lui e in vista di lui – si riferisce a Gesù Cristo – siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nel cielo”. Gli effetti dell’amore trinitario, avendo per mezzo del Figlio riconciliato e pacificato sulla croce tutto e tutti, sono trasmessi a ogni credente e pongono ognuno di loro, e la comunità credente, in condizione di amare come lui ha amato.

Manifestazione del sincero amore è il propagarsi e la crescita dell’avvento del regno nelle diverse condizioni umane. Un esempio è il vangelo di oggi.

 

Vangelo (Lc 10,25-37)

È la nota parabola del buon samaritano. Ecco alcune considerazioni possibili, fra le molte.

Il dottore della Legge, con l’intento di mettere alla prova Gesù gli domanda: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù lo rimanda alla Legge e il dottore risponde correttamente: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. (Fra parentesi, in altri scritti, ho commentato risvolti interessanti della traduzione ebraica “Amerai il Signore tuo Dio (…) per il tuo prossimo come per te stesso”). Gesù incalza: “Hai risposto bene; fa questo e vivrai”. Che un dottore della Legge si rivolga a un semplice laico chiamandolo Maestro è sorprendente! A meno che non sia ironia.

“Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù ‘E chi è il mio prossimo’?”. Giustificarsi non perché ritenesse la risposta banale e, meno ancora, ovvia, dato che nell’ambiente era discusso il limite di chi era realmente da considerare come “prossimo”. Non c’era chiarezza al riguardo. All’epoca c’era un grande dibattito tra le scuole rabbiniche su chi fosse il prossimo: si andava dalla concezione più ristretta, “il prossimo è soltanto colui che appartiene al mio clan familiare o alla mia tribù”, a quella più larga che includeva nel prossimo anche lo straniero che abitava dentro i confini di Israele. E quindi il fatto che voglia giustificarsi significa che questo dottore della legge è per l’interpretazione più restrittiva.

Di proposito Gesù, rompendo lo schema abituale delle parabole, con tre personaggi – sacerdote, levita e laico, tutti e tre giudei – sostituisce il terzo con un samaritano. All’epoca il rapporto fra giudei e samaritani era molto teso: oltre a scomunicarsi vicendevolmente, i samaritani avevano pochi anni prima sparso ossa umane nel tempio di Gerusalemme, rendendo impossibile ai giudei celebrare la Pasqua. La tensione tra loro era fortissima.

L’aver posto il samaritano come colui che compie la legge dell’amore irritò il dottore della Legge al punto da non pronunciare neanche il termine samaritano, tanto che rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”.

Con la parabola Gesù rovescia la domanda – “E chi è il mio prossimo?” – del dottore della Legge chiedendogli: “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Il dottore, intellettualmente onesto e retto risponde: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù cambia radicalmente il concetto di “prossimo”. Prossimo, nel mondo ebraico, era colui che era oggetto dell’amore. Ebbene, per Gesù, prossimo è colui che ama, quindi prossimo non è colui al quale rivolgo il mio amore, ma sono io. Quindi non colui che viene amato, ma colui che ama.

Con la parabola Gesù vuole specificare che il rapporto con il “prossimo” non si riferisce a una mera affermazione di principio, per la quale tutti indistintamente sono “prossimi”. Non è un concetto ma una scelta di vicinanza, addirittura nei confronti dell’odiato nemico, come nel caso del samaritano con il giudeo, destinatario della misericordia per salvare la vita e restituirgli la salute, pagando anche le spese di tasca propria.

È quello che Gesù realizzerà per amore sulla croce a favore dell’umanità, come indicato dalla seconda lettura: “per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose (…) con il sangue della sua croce”. Ecco allora la risposta conclusiva “Và e anche tu fa così”.

Gesù gli comanda di agire allo stesso modo, se vuole ereditare, o meglio, già partecipare della vita eterna, dell’avvento in lui della sovranità di Dio. È significativo che una persona così immedesimata nello studio e nella pratica della Legge senta l’insoddisfazione di non avere un rapporto sicuro con la vita eterna. Eppure la stessa Legge, ben compresa nella sua finalità, ha motivato e sostenuto l’eretico samaritano al raggiungimento di tale meta.

La stessa Legge è ulteriormente perfezionata da Gesù e, in essa, siamo coinvolti per amare come Lui ci ama. Egli attualizza costantemente il suo amore e lo rende accessibile per la fede nella sua Parola, nella celebrazione dei sacramenti, specialmente nella Messa.

Evidentemente, nella grande maggioranza dei cristiani c'è come un corto circuito che non permette di vedere, percepire e sentire la grandezza e la profondità del Suo amore. È come se il malcapitato della parabola non percepisse la portata del gesto del samaritano nei suoi confronti. Le cause del corto circuito sono molteplici, ed è importante che ognuno scopra i suoi, affinché la grazia del Signore riattivi la circolazione dell’amore pieno e definitivo, la vita eterna: proprio quella che il dottore della Legge cercava.

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento