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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gn 18,1-10a)

Abramo, motivato dalla fiducia in Dio, esce dalla sua terra verso una meta sconosciuta che il Signore indicherà a mano a mano. La fiducia è riposta nella promessa di paternità di un popolo numeroso, come il numero delle stelle del cielo e dei grani di sabbia della spiaggia del mare, nonostante l’età avanzata e la sterilità della moglie Sara.

Gli anni passano e il figlio non arriva. Tuttavia, una notte, osservando nel deserto le innumerevoli stelle del firmamento, Dio gli appare e rinnova la promessa e Abramo, “sperando contro ogni speranza” (Rm 4,18), rinnova la sua fiducia. Il che piacque molto al Signore.

Le fede e la speranza caratterizzano i due eventi. Il brano odierno è il terzo segnato dalla carità, in virtù dell’accoglienza di tre misteriosi personaggi. “Il Signore apparve ad Abramo (…) Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui”. E Abramo si rivolge loro come se fossero un solo soggetto, dicendo loro: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo”. E ordina l’attenzione verso di loro propria dell’accoglienza, nel portare l’acqua in modo che, lavati i piedi, si accomodino sotto l’alberoNella tradizione teologica i tre sono ritenuti come se fossero un’anticipazione di quella che poi si rivelerà come la Trinità, ma studi recenti lo escludono. (A essa fa riferimento la famosa icona di Rubliev).

D’altro lato si ritiene che i tre uomini rappresentino tutti i popoli, e in essi si configura la misteriosa presenza del Signore. Accoglierli, offrire loro tutto ciò di cui hanno bisogno per proseguire il viaggio, è il momento culminante della comunione con il Signore.

Ogni giorno è necessario elaborare e offrire all’umanità quello di cui ha bisogno per continuare il cammino verso la pienezza dell’avvento della sovranità di Dio, l’avvento del suo regno, della comunione in e con Lui.

Abramo, appena li vide, “corse loro incontro e si prostrò fino a terra dicendo: ‘Mio signore (…) dopo potete proseguire, perché è ben per questo che siete passati dal vostro servo’”. All’accoglienza essi aderiscono positivamente: “Fa pure come hai detto”.

Abramo attiva una cura considerevole preparando il meglio di cui dispone e un rispetto singolare, come se fosse il loro servo: “Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono”. Non fa nessuna domanda, semplicemente li accoglie con grande disponibilità, attento ai loro bisogni.

L’evento configura la personalità di Abramo nel trascorrere degli anni. Tuttavia, già passarono ventiquattro anni dal giorno della chiamata, rimanendo fiducioso nella promessa umanamente impossibile. Mantenne la fiducia, rinnovando in modo sorprendente la speranza nella promessa e, infine, accoglie in modo così singolare – la carità – degli sconosciuti nei quali percepisce la presenza del suo Signore.

In virtù di cosa avviene ciò? La fiducia e la speranza declinano la carità. È la triade che apre l’evento della presenza e comunione con il Signore nella vita ordinaria.

I tre chiesero della moglie e, alla risposta di Abramo che stava nella tenda, ripresero: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”.

E così accadrà. Si deduce quindi che il figlio della promessa non è semplicemente frutto di un atto biologico, il cui effetto va oltre la legge dei limiti della natura, ma è dono di Dio, come risposta alla fede, speranza e carità di Abramo.

Abramo, nel suo peregrinare, percepisce nel suo intimo l’amicizia di Dio, per la quale ha riconosciuto la sua presenza nelle misteriose tre persone. Il figlio e il compimento della promessa sono frutto di un’umanità vissuta teologicamente.

L’esperienza di Abramo insegna come accogliere la volontà e il disegno di Dio. Abramo, distanziandosi dal proprio progetto di vita e dalle sue legittime attese, fa sì che la missione si eserciti nella fiducia, nella speranza del compimento della promessa e nella carità nei rapporti interpersonali, e con l’umanità nell’orizzonte escatologico nel quale si fa sempre più viva e profonda l’amicizia con Dio, con ogni persona e con l’umanità stessa.

In tal senso Abramo è segnalato come padre della fede. Egli testimonia l’ingresso nella dinamica della gratuità dell’amore nella sua espressione più pura, sublime e coinvolgente, come il testo pone in rilievo.

Solo in tale orizzonte è possibile crescere in una spirale senza fine che si allarga continuamente, com’è l’esperienza personale di Paolo, tema della seconda lettura.

 

2a lettura (Col 1,24-28)

Dalle parole del testo si percepisce il significato della conversione di Paolo, alla porta di Damasco, per aver compreso il “mistero nascosto nei secoli e da generazioni”. Essa ha reso possibile e determinato il suo passaggio da persecutore ad apostolo, per coinvolgere la sua persona negli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo.

Non si è trattato solo del dirompere che ha trasformato il suo mondo interiore, il suo modo di pensare, di valutare, di giudicare l’opera di Gesù. Né solo acquisire la pienezza di senso, la meraviglia e lo stupore per quello che il Cristo ha operato a suo favore. Nell’evento ha percepito la “missione affidatami da Dio”, per la salvezza di chi aderisce come lui a Cristo, e alla causa del regno, a favore dell’umanità intera. Si è sentito responsabile, con Cristo, della salvezza di tutti e di tutto, per la quale Gesù Cristo ha consegnato sé stesso per amore.

Al riguardo avverte nell’intimo una responsabilità così profonda e permanente da affermare, nella lettera ai Galati, che non sono io che vivo ma Cristo vive in me. Al punto che, per lui,  vivere è Cristo in complicità sorprendente anche nella sofferenza, quando afferma: “sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa”.

La sua testimonianza rende comprensibile e attuabile in ogni credente la conversione secondo l’insegnamento e la pratica di Cristo nelle molteplici e differenti circostanze. La conversione suscita e modella lo stravolgimento di criteri, di filosofia di vita, di audacia e coraggio che non esclude sofferenze umane e psicologiche.

È fuori della comprensione comune unire la letizia con la sofferenza, perché essere “lieto nelle sofferenze” è inteso come un’assurdità, in quanto esse sono ritenute vicendevolmente escludenti: o una o l’altra. Tuttavia è certo che il contrario della letizia non è la sofferenza ma la tristezza che nasce dall’infedeltà a sé stesso, alla propria identità e missione. Pertanto c'è un tipo di sofferenza che sintonizza con la letizia quando l’azione è per il bene della persona, della comunità, dell’umanità, dato che in essa c’è la vita vera che introduce nella pienezza di senso.

Per Paolo le sue sofferenze sono le stesse di Cristo. In questo senso afferma di completare le sofferenze di Cristo, non perché a quest’ultimo manchi qualcosa cui bisogna sopperire, ma perché Cristo condivide le sofferenze dell'apostolo in virtù della solidarietà inscindibile di vita e di destino.

L’apostolo svolge la missione “verso di voi per portare a compimento la parola di Dio, il mistero nascosto nei secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi”. Con essa si rivolge non a perfetti o immacolati eticamente, ma a persone che decidono di seguire il Signore prendendo atto dei propri limiti e peccati. E, tuttavia sperimentano, come lui, la presenza di Cristo nel loro intimo per la magnanimità della sua misericordia e del perdono: “Cristo in voi, speranza della gloria”, nell’acquisire la certezza del destino di gloria.

Portare a compimento la parola di Dio attraverso l’insegnamento e la pratica di essa nell’orizzonte della carità è l’evento per il quale si conosce “la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti”. Non si tratta solo di sostenere e far crescere le persone e la comunità – la chiesa – ma di coinvolgere tutte le genti attraverso l’annuncio di Cristo e la pratica della carità: “È lui infatti che annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere perfetto ogni uomo in Cristo”.

La perfezione consiste nel raggiungere la comunione con Lui e in Lui, per mezzo della fede nella sua parola e l’attualizzazione degli effetti del mistero pasquale. Essa non si riferisce tanto alla perfezione etica, pur non escludendola, perché, insidiati costantemente dalle tentazioni e dal male, i credenti cedono a debolezze sconfortanti delle quali Paolo darà testimonianza di sé stesso. Egli farà appello alla grazia che, costantemente, rinnova la comunione, rigenera e rende perfetti gratuitamente e immeritevolmente in Cristo.

Per ottenere dei risultati soddisfacenti è doverosa la disposizione del cuore e della mente nel coltivare l’ascolto, come insegna il vangelo.

 

Vangelo (Lc 10,38-42)

Con i discepoli, “mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò”. Il vangelo di Luca spesso presenta Gesù in cammino, per indicare sia la meta – Gerusalemme dove si compirà, nella Pasqua, l’evento decisivo – ma anche le nuove situazioni che si presentano e richiedono un andare oltre – cammino, appunto – alle leggi e alle consuetudini, con audacia e coraggio appropriati.

Gesù “entrò in un villaggio”. Nei Vangeli il termine ‘villaggio’ è usato sempre in senso negativo; è il luogo della tradizione, il luogo del passato, il luogo dove le novità vengono viste con sospetto; il villaggio è sempre un ambiente ricco di ostilità o incomprensione verso il messaggio di Gesù. Gesù entra da solo perché i discepoli non sono ancora in grado di comprendere la lezione che ora impartirà.

“E una donna di nome Marta lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria”. La quale “seduta ai piedi del Signore ascoltava la sua parola”. L’atteggiamento di Maria è quella della discepola nei confronti del maestro: accoglie Gesù e ascolta il suo insegnamento, mentre Marta è “distolta per i molti servizi”.

È normale, nella tradizione ebraica, che la donna sia confinata in cucina e l’uomo faccia gli onori di casa. La donna no, è invisibile e fa molti servizi. Maria è stata capace di trasgredire il tabù della religione e della morale e fa il ruolo proprio del maschio, e questo Marta non lo sopporta. “Allora si fece avanti e disse: Signore, non t’importa nulla …”. Marta rimprovera Gesù per la libertà che si è presa la sorella e lo incolpa direttamente.

Gesù, a sua volta, rimprovera Marta. “Ma il Signore rispose: Marta, Marta tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una sola c’è bisogno”, Quello di cui c’è bisogno lo dice Gesù stesso: “Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta”. È un messaggio sorprendente perché avalla le donne come discepole.

Come ogni discepolo, il primo e fondamentale atteggiamento è l’ascolto, la parte migliore che mai le sarà tolta. La fiducia procede dall’ascolto – ben diverso dall’udire – che coinvolge tutte le facoltà e il mondo interiore della persona. Maria ascolta secondo l’usanza del tempo “seduta ai piedi del Signore”.

Accogliere Gesù nella propria casa come Marta è mantenere un rapporto formale, poco attento a quello desiderato da Gesù. Ecco, allora, il richiamo: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma …”.

Il corretto rapporto con Gesù sempre inizia con l’ascolto, più che mai necessario nel frenetico ritmo della vita odierna, per rispondere correttamente alla complessità dei contesti e delle circostanze in ordina al fine della missione. Con esso si acquisiscono i criteri di discernimento riguardo alle priorità e ai momenti opportuni per servire adeguatamente la causa.

Non si tratta di confrontare il comportamento di Marta e Maria e stabilire quale sia il migliore e,  una volta per sempre, stabilire l’ordine prioritario, perché entrambi lo sono. Certamente Maria,  con coraggio, trasgredisce le regole e le norme di comportamento, acquista una libertà, la parte migliore di essa, “che non le sarà tolta”.

È irrinunciabile per diventare discepolo/a riservare un tempo e uno spazio per ascoltare la Parola e lasciarsi coinvolgere fiduciosamente, acquisendo la libertà per amare che va oltre a ogni consuetudine formulata da leggi e decreti.

A tal fine ci sono momenti e opportunità in cui la formazione, la celebrazione, lo studio e la preghiera sono inderogabili, a pena di un vissuto inconsistente, come sale insipido o lievito senza forza.

 

 

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