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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 18,20-32)

Il Signore disse: “Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave”. Egli si presenta sotto forma di una persona che vuole rendersi conto di quel che realmente sta succedendo nelle due città e verificare la portata del peccato nel quale sono immerse. E così entrano in scena i tre misteriosi uomini che Abramo accolse alle Querce di Mamre, i quali “partirono di là e andarono verso Sòdoma (vedi la prima lettura della scorsa domenica).

È come se il Signore e l’umanità dovessero prendere coscienza della forza del male e delle conseguenze del peccato.

Le due città sono sinonimo del potere e della forza del peccato, al punto da scambiare il male per il bene. La loro condizione si presenta irreversibile alla comprensione e allo sforzo umano di conversione, tanto grande è il dominio del male su tutti gli abitanti. Di fatto, quando ci si abitua al male, si diventa insensibili al bene e al danno che porta con sé e, anche volendone uscire, non ci sono le forze e le condizioni per farlo. Dirà il profeta Geremia: “Può un etiope cambiare la pelle o un leopardo le sue macchie? Allo stesso modo: potete fare il bene voi, abituati a fare il male?” (Ger 13,23).

In che consiste il grande e molto grave peccato? Per molti secoli è stato identificato con le pratiche omosessuali, basato sulla richiesta degli abitanti Lot: “dove sono gli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi perché possiamo abusarne!” (Gen 19,5). Secondo l’opinione degli studiosi il grave peccato di cui si sono macchiati non è riconducibile alle pratiche omosessuali; l’interpretazione più plausibile consiste nella mancanza di rispetto dei diritti dell’ospite, dello straniero, esattamente il contrario di quella di Abramo verso i tre sconosciuti che accolse alle Querce di Marme.

Abramo percepisce che il destino di Sòdoma e Gomorra è segnato. Chi si allontana da Dio si autodistrugge; chi fa il male diventa vittima dello stesso. Mosso dalla compassione Abramo dice al Signore: “Davvero sterminerai il giusto con l’empio? (…) E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?”. Per la sua compassione e misericordia, Dio ascolta Abramo ed entra in “gioco” con Abramo con un tira e molla sul numero di giusti per i quali intende risparmiare le città dal castigo imminente.

Suscita simpatia e ammirazione il racconto di come i due cercano una via di uscita a favore del trionfo della vita, e la cercano insieme: basterebbe trovare un numero di giusti, sempre più ridotto, addirittura fino al numero dieci, oltre il quale Abramo non osa spingersi,  ormai convinto della risposta negativa.

Al riguardo è opportuno ricordare il bellissimo brano della Sapienza: “Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza? Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita” (Sap11,23-26).

Nonostante l’intercessione di Abramo e la buona disposizione del Signore, non c'è niente da fare e, sconsolato, Abramo lascia la città al suo destino.

È impressionante come la forza del male e il potere di autodistruzione del peccato rendono la persona cieca, insensibile e incapace di percepire la disgrazia conseguente. L’assuefazione al male muta la verità per la menzogna e conduce alla conseguente tragica filosofia di vita e al comportamento devastante. Quando il popolo ne è intriso è difficile il processo di conversione, come ricorda il profeta Geremia.

Il Signore è grande amico e amante della sua creazione – l’opera delle sue mani – al di sopra dalla condizione etica delle persone e della società, perché amante della vita. Il fatto è che lui stesso è la sorgente della vita, manifestazione della sua gloria. Dirà Sant’Ireneo che la gloria di Dio è la vita degli uomini e la vita degli uomini è la lode a Dio nella pratica della giustizia, del diritto, della fraternità e della pace.

L’intercessione di Abramo – e di tutti i credenti – mostra l’importanza di sintonizzare l’intelligenza e il cuore con i termini dell’alleanza, condizione di salvezza per ogni persona e per l’umanità, alla quale si associa la testimonianza responsabile per una nuova umanità.

Ogni persona è responsabile dell’umanità, in ognuna c'è tutta l’umanità e non esiste umanità escludendo la singola persona, per il fatto che il rapporto di responsabilità e solidarietà è inscindibile. Al contrario. l’individualismo e l’indifferenza mettono le basi per il dominio del male e del peccato.

Per la responsabilità solidale, Dio Padre – amico della vita – non ha esitato a inviare il Figlio per evitare la catastrofe irrimediabile. Lo ha fatto nei termini indicati dalla seconda lettura.

 

2a lettura (Col 2,12-14)

Paolo ricorda ai destinatari “che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisone della vostra carne”. Non si riferisce alla morte fisica, ma alla disumanità prodotta dall’insensibilità verso il sofferente e il bisognoso; al vuoto interiore e al non senso della vita rivolta su sé stesso; al disprezzo ed esclusione sociale di chi è diverso per origine, cultura o religione; di chi è dominato dalla condotta malvagia e antitetica; infine di colui che non presta attenzione né ascolta, nel proprio intimo, la voce dello Spirito e non pratica il senso vero e profondo della Legge.

In quest’ottica sono coinvolti nella morte anche quelli che non hanno interesse e alcun rapporto con la Legge, gli incirconcisi. Pertanto, sia gli appartenenti al popolo eletto che i pagani non hanno condizione di riscattarsi. C’è analogia con la condizione di Sòdoma e Gomorra della prima lettura.

Ebbene, per la fede nella persona di Gesù Cristo, Dio "ha dato vita anche a voi (…) perdonando tutte le colpe”. Si tratta di accogliere il dono immeritato, gratuito, motivato dall’amore di rigenerare a nuova vita e trasformare il progetto della propria esistenza nei canoni dell’amore nel quale la persona è coinvolta.

Il battesimo è il sigillo dell’avvenuta rigenerazione e trasformazione. E Paolo afferma: “con Cristo sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti”. Lo “stare con Cristo” nella condizione indicata è risorgere a nuova vita, è partecipare della realtà del Regno di Dio che declina la testimonianza e l’insegnamento al riguardo.

È il punto alto e determinate del processo di conoscenza, approfondimento, interiorizzazione e coinvolgimento nell’amore di Cristo, in quanto rappresentante davanti al Padre di ogni persona. Al riguardo Paolo dice di sé stesso: “E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me” (Gal 2,20).

L’evento nel credente è così radicale che Paolo afferma: “Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche voi possiate camminare in una nuova vita (…) così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Gesù Cristo” (Rm 6,4).

La morte di Gesù è riscatto dalla condanna alla morte eterna – la seconda morte di cui parla l’Apocalisse – dalla quale l’umanità e la persona non hanno condizione di liberarsi perché, riferendosi alla giurisdizione di allora, la sentenza di condanna era come già scritta nel documento che ne stabiliva le prescrizioni: “il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario”. Orbene, quella morte ha annullato tale documento: “lo ha tolto di mezzo inchiodandolo sulla croce”.

Con questa sorprendente e suggestiva immagine, Paolo afferma che il documento di condanna è la stessa persona di Gesù, che porta su di sé tutte le conseguenze dell’incredulità, dell’opposizione e del rigetto degli uomini al suo insegnamento, alla sua filosofia di vita, al suo comportamento e, di conseguenza, al Padre che lo ha inviato.

Gesù, sottoposto a ogni tipo di pressione, argomenta sconfessando la teologia dei Maestri riconosciuti autorevoli, dalle autorità del popolo, nell’interpretare la Legge. Questi lo ritengono maledetto da Dio e la croce conferma il loro giudizio. Ecco dunque l’affermazione di Paolo: Gesù si è fatto “lui stesso maledizione per noi” (Gal 3,13). Il Crocifisso si fa carico delle conseguenze della loro caparbietà e disobbedienza e la sua persona è il “documento”, la prova, che attesta l’incredulità del popolo agli occhi del Padre.

Ebbene, questo documento “inchiodato sulla croce” è lettera morta per la fede, la speranza e l’amore del Crocifisso nel compiere l’opera del Padre, l’avvento del Regno. Tali virtù sostengono in lui la certezza che, in ogni caso, lo stesso Padre avrebbe portato a termine l’opera per cui è stato inviato. Tale certezza sorge e accompagna il Gesù storico nella sua umanità, che esprime la “potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16).

In tal modo inchioda nella sua carne l’incredulità degli oppositori, perché Gesù non è solo un singolo individuo ma rappresenta, davanti al Padre, l’umanità incredula di tutti i tempi. Sulla croce porta su di sé l’incredulità di tutti, il “documento scritto contro di noi” – la maledizione di Dio -.

Gesù non si piega alle esigenze dell’incredulità degli uomini – scendi dalla croce! -, né all’oscurità dell’evento per il quale grida: “perché mi hai abbandonato?”. Tuttavia, sorretto dall’amore alla causa, e fiducioso nel compimento della promessa del Padre, consegna sé stesso e termina la sua esistenza umana con l’affermazione: “è compiuto!” (Gv 19,36). E muore.

Con la risurrezione, il Gesù storico prende possesso della nuova realtà – Gesù Cristo – per entrare nella gloria, distruggendo la causa dell’incredulità da un lato – il peccato – e il documento di condanna dall’altro.

In virtù di tutto ciò la lettera agli Ebrei segnala Gesù come colui che “dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 13,2). Può sembrare facile e ovvio perché Figlio di Dio, ma è doveroso non trascurare che, facendosi uomo, ha messo come tra parentesi la sua condizione divina, si è svuotato di essa, (Fil 2,7), si è fatto povero come uno di noi, per insegnare a ogni uomo, e all’umanità intera, il cammino dell’avvento del Regno. Senza tale processo verrebbe meno la sua autorevolezza. Come potrebbe insegnare autorevolmente quello di cui non ha esperienza?

Come continuare la missione per la causa del Regno è insegnato da Gesù secondo i topici indicati nel vangelo.

 

Vangelo (Lc 11,1-13)

“Gesù si trovava in un luogo a pregare”. I vangeli testimoniano la significativa frequenza di questi momenti. Forse, per questo motivo, uno dei discepoli, motivato anche dall’esempio del Battista, gli chiede: “Signore insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. E Gesù risponde con le conosciute parole del Padre Nostro.

Ritengo che Gesù trasmetta quello che lui stesso ha appena vissuto, altrimenti come potrebbe insegnare? La parte finale del brano mostra il punto alto del suo approccio alla preghiera, ed esorta i discepoli a fare altrettanto: “quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!”, non solo nella certezza che saranno esauditi, ma anche coscienti che lo Spirito Santo è la linfa e l’ispiratore della preghiera.

È risaputo che Gesù è concepito, battezzato, portato nel deserto per essere tentato e trasfigurato dallo Spirito sul monte Tabor. Ma lo Spirito non gli appartiene come possesso, in modo da disporre di lui quando e come lo ritiene opportuno; è il compagno di viaggio che lo rapporta con il Padre e viceversa, cosicché i tre costituiscono la realtà di amore che denominiamo Dio. Perciò è necessario che i discepoli facciano lo stesso, soprattutto in momenti decisivi.

Probabilmente Gesù non vuole trasmettere una formula da ripetere abitudinariamente e “meccanicamente”, come succede normalmente con formule conosciute e condivise. Ma piuttosto indicare dei punti di riferimento attrattori dell’intelligenza e del cuore, collegati fra loro in un quadro escatologico di riferimento in ordine all’avvento del regno di Dio nel presente, e in tensione verso l’ultimo e definitivo alla fine dei tempi.

Tale impianto e il suo dinamismo offrono la risposta adeguata nelle molteplici circostanze e diversità delle persone e della collettività a favore del fine dell’evangelizzazione. Le risposte, ovviamente, saranno diverse una dall’altra e impossibili da catalogare in alcun codice esaustivo.

C’è da considerare il fatto, molto comune, che nella preghiera il credente non ponga come asse portante, oltre la persona di Gesù, la causa del regno nella quale tutta la Trinità e impegnata. Infatti, da un lato nell’azione pastorale il secondo aspetto è relegato al margine della storia, dopo la morte, e dall’altro, spinto dalle difficoltà, prove e necessità della vita, si rivolge a Gesù come sostegno e aiuto per risolvere le difficoltà.

In tal caso la preghiera diventa uno scambio, del tipo “io ti do, tu mi dai”, oppure un mezzo per evitare eventuali castighi o, al contrario, per acquisire meriti o, ancora, un obbligo che l'inferiore compie nei riguardi del superiore, al quale renderà conto alla fine della vita. Tali aspetti scardinano il senso profondo e vero della preghiera, quale la gratuità, sostenuta e motivata dall’amore, fondamento dell’amicizia e dell’avvento del Regno.

La preghiera è il rapporto di amicizia al quale Gesù fa riferimento: “Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte (…)". L’esperienza umana insegna che l’insistenza raggiunge l’obiettivo, anche se coglie di malavoglia il destinatario che, in ogni caso, non fa venir meno l’amicizia. Pertanto il Padre, con solerzia e attenzione amorosa, non farà mancare al figlio, al richiedente, lo Spirito Santo per discernere e testimoniare “l’oggi” (Lc 4,21) del regno, la salvezza.

Magari l’orante non lo percepisce immediatamente, perché aspetta altre risposte. Ecco, allora, la necessità di non demordere e insistere nella preghiera: “chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”.

Il cammino di fede di Gesù e il suo compimento è anche quello del credente, che testimonia la causa dell’avvento del Regno di Dio nella sua persona e nei rapporti interpersonali e sociali.

 

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