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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Qo 1,2; 2,21-23)

“Vanità delle vanità, tutto è vanità”. Gli studiosi, interpretando il senso di queste parole, portano alla conclusione che la vita “è una bolla di sapone”. La morte conferisce all’interpretazione verità e comprensione e, in aggiunta, l’autore ironizza con pungente oggettività: “Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato”.

Una bolla di sapone è anche qualcosa di bello, che attrae l’attenzione per i colori, per la leggerezza e per la libertà di muoversi nell’aria; inoltre ispira sentimenti di delicatezza, tenerezza e soavità. Ma è fragile e inconsistente, al punto che una semplice puntura d’ago la fa sparire. E tutto ritorna alla realtà che prima occultava o dalla quale si era distratti.

Intelligenza, professionalità, impegno al limite delle possibilità, caratteristiche della serietà e dedicazione della vocazione all’attività sembrano svalorizzati, per non dire addirittura annullati. L’autore si chiede: “Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole?”; e traspare in esso un sentimento di delusione, di frustrazione e spoliazione per la perdita di ciò in cui si è investito fruttuosamente, aggravato dall’ironia che lo sforzo profuso andrà a beneficiare “un altro che per nulla vi ha faticato”.

Ma allora è meglio far niente? La verità del brano è stimolo di passività? Meglio ritornare su sé stessi in maniera egocentrica, come indica il libro della Sapienza: “La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio quando l’uomo muore (…) Venite dunque e godiamo dei beni presenti, gustiamo delle creature come nel tempo della giovinezza! Lasciamo dappertutto i segni del nostro piacere. Spadroneggiamo nel giusto, che è povero, (…) La nostra forza sia legge della giustizia, perché la debolezza risulta inutile”? (Sap 2-14). Evidentemente no, la stessa Sapienza condanna tale pensiero e la condotta corrispondente.

Quello che nel brano è messo in discussione è il tempo cronologico, il suo susseguirsi in passato, presente e futuro, scandito dalle lancette dell’orologio. Non è considerata la qualità del tempo, il presente, il momento vitale. Di fatto il passato già non esiste, rimane nel passato e la memoria trattiene qualcosa di esso, soprattutto nel caso di un evento importante e decisivo per la vita. Il futuro anch’esso non esiste se non come una possibilità, una speranza o un timore che, pur nella possibilità che si avveri, nella grande maggioranza dei casi non si realizza, e molte volte sorprende.

Quello che appartiene pienamente è il presente: l’attimo fuggente. Il presente merita tutta l’attenzione e polarizza l’impegno affinché sia gratificante, pieno di contenuto e di senso. Si tratta del momento favorevole e, per essere tale, richiede attenzione all’aspetto qualitativo, esistenziale, poiché porta con sé l’opportunità del dono di immergersi in effetti positivi e soddisfacenti, pieni di senso e di vita, o di evitare, sminuire, il danno e la delusione.

Generalmente l’attività, le preoccupazioni e le responsabilità fanno sì che l’unica dimensione del tempo presa in considerazione è quella cronologica.

Per fare una comparazione, è come correre ad alta velocità su un’autostrada, senza poter ammirare e stupirsi delle bellezze che il percorso offre, tanto preoccupati di arrivare nel minor tempo possibile alla meta.

L’urgenza del vivere qualitativo del tempo non è sola estetica – ammirare e sorprendersi del bello – ma è necessaria per consolidare la propria identità, l’appartenenza al convivio sociale e il fruire dei rapporti interpersonali, sociali e la bellezza del creato.

Si tratta di attenzione agli elementi del sistema vitale, di un insieme di necessari riferimenti che, organicamente strutturati e collegati fra di loro, offrono soddisfazione e senso della vita.

Nell’aprirsi all’incontro con altre situazioni – o sistemi – il filo conduttore che catalizza nell’amore, quale fine e senso della vita, permette di chiudere la nuova complessità, più ampia delle precedenti, senza che le singole diversità si dissolvano o perdano la propria identità. Anzi, al contrario, esse si consolidano e acquistano maggiore autonomia, per la capacità di contemplare e di vivere il ritmo del tempo in modo adeguato alla circostanza, col beneficio di quello che costituisce il contesto di tutti e di sé stesso.

Se è relativizzato il tempo cronologico, le attività svolte in tale prospettiva valorizzano il tempo qualitativo, la qualità di ogni secondo del tempo cronologico, chiamato a divenire un momento favorevole.

E lo diviene realmente per l’incontro con l’evento Gesù Cristo e per gli effetti della sua morte e risurrezione, come indica la seconda lettura.

 

2a lettura (Col 3,1-5.9-11)

Paolo esorta i membri della comunità con queste parole: “cercate le cose di lassù (…) rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra”. A scanso di equivoci, è bene chiarire che non esistono due categorie di “cose”, quelle di lassù e quelle di quaggiù,  della terra. Dal punto di vista dell’esperienza personale le cose esistono nel modo in cui le percepiamo ma, oggettivamente, non esiste un altro mondo in alternativa o opposizione a questo, ma due modi diversi di approssimarsi a quest’unico mondo, modi indicati genericamente con il termine “cose di lassù” o “quelle della terra”.

Nella vita attuale, l’inclinazione predominante sostenuta dal criterio comune è fondamentalmente egocentrica e limitatamente aperta ad altre persone, circostanze e culture per cui, usando la terminologia di Paolo, il pensiero e la preoccupazione è rivolta  alle cose della terra.

L’accesso “alle cose di lassù” si dà in questo mondo, in questa storia, previa liberazione dei rapporti con sé stesso, con gli altri e con il creato dalla dimensione egocentrica di cui sopra. Ciò significa far morire quello che nei rapporti appartiene alla terra: “Impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria”, giacché la condizione egocentrica e l’egoismo si nutrono e si sostengono con tali atteggiamenti e particolarmente con la cupidigia.

Quest’ultima, segnalata come idolatria, scalza il discorso dell’adorare immagini ritenute divine e fatte dalle mani d’uomo. Ora l’idolatria è in rapporto ai beni necessari alla vita umana, che la cupidigia nega alle persone che ne hanno bisogno. In effetti essa – la cupidigia idolatrica – ignora la condivisione fraterna, pratica la “giustizia” del possesso, stabilisce la forzata sottomissione di chi è nel bisogno e favorisce l’insensibilità riguardo alle precarie condizioni di vita di chi non possiede nulla o è spogliato dei beni. Oggi la sua legge fondamentale è la speculazione finanziaria e la logica di accumulare beni e poteri. È la cupidigia, che adora il dio denaro, non frutto del lavoro onesto e lecito ma dell’avidità.

“Le cose di lassù” non sono altro che le cose di quaggiù – della terra -, poste al servizio di ogni persona, del bisogno della collettività, inquadrate nel rispetto delle risorse del creato, in modo da costituire il tessuto di vita personale e sociale che manifesta l’avvento della sovranità di Dio Amore, del suo Esserci e della sua presenza, alla quale rendere lode con sincera gratitudine.

Il credente sposa la causa dell’avvento del regno di Dio, previa una condizione: “se siete risorti in Cristo (…) Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!”. Perentoriamente Paolo esorta a non perdere di vista questa condizione agli occhi di Dio, dovuta agli effetti della morte e risurrezione di Cristo, dei quali prenderne atto per la fede. Ciò che coinvolge il credente nella sua realtà intima e profonda è, simultaneamente,  la liberazione dal peccato e dalla schiavitù del male, che Gesù ha inchiodato con il suo corpo sulla croce, vincendo la seduzione e il potere di questi.

Al riguardo Paolo afferma: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocefisso, come io per il mondo” (Gal 6,14). Non solo, ma la nuova condizione è come protetta, assicurata e in continua crescita giacché “la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio (…) vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato”. La crescita consiste nell’imitare sempre più perfettamente l’amore di Dio nella vita quotidiana e nelle diverse circostanze personali, familiari e sociali, secondo l’insegnamento e la pratica di Gesù.

La crescita nell’amore è asintotica, si avvicina sempre più a Dio, al punto da non sorprendersi di percepirsi “come Dio”, entrando nell’ambito del desiderio profondo, o meglio, della vocazione che Adamo ed Eva non seppero gestire correttamente.

Nel processo di crescita il credente da un lato fa “morire ciò che appartiene alla terra” , soprattutto la menzogna e, dall’altro, verifica la bontà del processo nell’evitare discriminazioni di alcun genere, perché davanti a Dio “non vi è Greco o Giudeo, circonciso o incirconciso, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto in tutti”.

Cresce nella persona il senso di appartenenza, di solidarietà, di giustizia e di fraternità alla famiglia umana con la percezione che “Cristo è tutto in tutti”. Con esso la fede e la speranza nell’avvento, ultimo e definitivo, dell’umanità e del creato – “quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, …apparirete con lui nella gloria”; e allora “anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,28) – partecipa all’eredità della promessa, il regno di Dio nella sua forma completa, stabile, come una spirale che, nella dinamica dell’amore, si espande senza fine.

Eredità per la quale vale la pena investire vita e beni, come insegna il vangelo.

 

Vangelo (Lc 12,13-21)

Durante la predicazione, uno della folla chiese: “Maestro, dì a mio fratello che divida con me l’eredità”. Gesù si sorprende della richiesta, pur sapendo di essere riconosciuto come maestro, e autorevolmente investito di dare la risposta replica: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. Eppure, chi avrebbe potuto giudicare meglio di lui!

Pur rifiutando il ruolo di giudice e mediatore, Gesù mette in guardia l’interlocutore riguardo al pericolo della cupidigia affinché non cada nella trappola. Il maestro ritiene fondamentale, nell’ambito della sua missione, non dare semplici risposte ma offrire criteri di giudizio per favorire nel destinatario il corretto processo di discernimento, valorizzando l’intelligenza e capacità di questi, preservandolo da ogni dipendenza, compresa la Sua, pur essendo un soggetto autorevole.

Lo farà anche in altri momenti, e in particolare rivolgendosi alla folla in modo ancora più energico e di rimprovero, quando si tratterà di discernere nella complessa situazione sociale i segni dei tempi dell’avvento del regno di Dio: “Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12,56).

Nel brano odierno Gesù offre una pista che gli interlocutori erano ben lontani da immaginare: “Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni forma di cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”. Li mette in guardia dall’enorme forza seduttrice e ingannatrice del denaro e particolarmente della cupidigia. Più ancora, stabilirà un’opposizione inconciliabile fra Lui e la cupidigia del denaro: “Non potete servire Dio e la ricchezza” (Mt 6,24).

Nella parabola richiama l’attenzione sulla fugacità del tempo e sulla precarietà della vita umana. Non tenerne conto è manifestazione della stoltezza, della vanità e dell’inutilità del bene che la persona coinvolta pretende di raggiungere con tanto sforzo e impegno: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita, e quello che hai preparato di chi sarà?”.

Gesù non si limita ad indicare la stoltezza, la stupidità umana, ma, in positivo, offre come orizzonte di saggezza la sua filosofia di vita, scelte e comportamenti per apprendere come usare i beni, in modo da evitare l’accumulo per sé e non arricchirsi presso Dio.

Diventare ricco presso Dio presuppone lasciarsi immergere, per la fiducia in Gesù, nella compassione e nella misericordia a favore dei poveri, di coloro che sono in condizioni disumane per la mancanza del minimo necessario per una vita degna.

È l’esortazione affinché i sentimenti di compassione e di misericordia siano accolti e metabolizzati, profondamente, nel cuore e nella mente aperta all’insegnamento e alla pratica pastorale di Gesù, per l’azione dello Spirito Santo.

La conseguente ricchezza del mondo interiore costituisce la griglia di discernimento riguardo alla base e fondamento per ogni esistenza umana, per la comunità, per l’umanità, nel pieno rispetto dell’autonomia e autenticità delle diversità che la compongono.

A tal fine occorre fare spazio nella mente e nel cuore a ogni tipo di diversità, e ciò corrisponde alla realtà dello Spirito presente nel profondo di ogni persona. Lo Spirito è spazio della mente e del cuore che permette di comprendere i punti nevralgici e irrinunciabili della complessità, e di leggerli alla luce del sistema offerto dalla Parola.

Ecco, allora, che l’agire corrispondente contribuisce ad accumulare i tesori presso Dio, fondando il nuovo sistema sullo stesso presupposto per il quale è stato aperto all’accoglienza: la carità di Gesù. È una dinamica che non avrà mai fine in questa vita e nell’altra.

 

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