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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 18,6-9)

Il testo è una riflessione sull’azione di Dio a favore d’Israele e il coinvolgimento di quest’ultimo. L’iniziativa parte da Dio, che annunciò l’intervento di liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto (sinonimo del male e del peccato): “La notte della liberazione fu preannunciata ai nostri padri”. In nessun modo il popolo si sarebbe liberato con le proprie forze, tanto era stringente e ferreo il dominio degli oppressori.

Al popolo umiliato, schiacciato dalla schiavitù e senza speranza, l’annuncio dell’intervento del Signore è finalizzato “perché avessero coraggio, sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà”. È il coraggio necessario per una nuova società che gestisce la libertà, che gli è donata con la liberazione, nella pratica del diritto e della giustizia, fondamento della dignità di ogni persona e ambito dell’adeguata convivenza sociale in pace, armonia e pienezza di vita.

“Il tuo popolo, infatti, era in attesa della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici”. Riguardo a questi ultimi, il riferimento è a coloro che imposero la schiavitù. Evidentemente, la liberazione dei giusti – non perché fossero perfetti, anzi, – è conseguenza, frutto dell’azione di Dio, che li rende tali rompendo il progetto e gli interessi degli oppressori, per i quali l’evento è una disgrazia che sfocerà nella vicenda del mar Rosso: “Difatti come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te”. 

La memoria d’Israele ricorderà sempre che il Signore agì in loro favore con mano forte e braccio potente. La liberazione è la nuova chiamata all’alleanza, all’osservanza fedele e fiduciosa del cammino indicato dalla Legge, stipulata da Mosè sul Sinai. L’evento della liberazione e del Sinai è ritenuto manifestazione della gloria di Dio al suo popolo: “così glorificaste noi”, in virtù del suo amore.

Resi liberi dal peccato – dalla dipendenza, dalla schiavitù – e costituiti "figli santi dei giusti,”, coloro che accolsero e perseverarono nel dono della liberazione “offrirono sacrifici in segreto” celebrando il culto, la memoria di quell’evento, con la finalità non solo di ricordare il passato ma di attualizzarne gli effetti, come se in quel momento si ripetesse l’evento della liberazione, perché cova sempre il misterioso impeto di cedere alla seduzione e tentazione del male.

Come antidoto, nella celebrazione “si imposero, concordi questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli”, e strinsero un patto di solidarietà valido sempre, nelle condizioni favorevoli come in quelle avverse. La solidarietà e la responsabilità hanno un’impronta divina che sostiene e motiva la pratica dell’amore, con cui il Signore ha amato il suo popolo e ogni persona agendo a loro favore, liberandoli dalla schiavitù e conducendoli alla terra promessa.

La solidarietà e responsabilità fraterna non sono altro che la declinazione della familiarità di Dio nei loro confronti, la manifestazione del loro legame di giustizia e rispetto della Legge, espressione della presenza del Signore come loro re.

Essi, intonano “… subito le sacre lodi dei padri”. Qualunque sia la circostanza, favorevole o avversa, intonare “subito” le lodi a Dio manifesta la solidità, consistenza e supremazia della fede, della loro fiducia nel Dio liberatore.

Tale fede è l’asse attorno al quale ruota tutta la vita individuale e sociale del popolo eletto.

La fede è autentica se accompagnata dall’amore e dal senso di gratitudine per la presenza del Signore, quello che ha fatto e continuerà a fare nella storia in ordine alla promessa. La lode a Dio – “le sacre lodi dei padri” – ha il potere di unire, nel presente, il passato e il futuro. La fede che chiede di capire e come agire affinché “sia fatta la tua volontà” unifica il cielo e la terra in Dio, nel quale tutto esiste e tutti si ritrovano nella fraternità amorosa.

Ecco, pertanto, l’immediatezza della lode che immerge nella comunione in Lui, assumendo il suo progetto a favore di tutti e di tutto. Questa stessa fede è il tema della seconda lettura.

 

2a lettura (Eb 11,1-2. 8-19)

“La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede”. Queste parole sono la migliore definizione della fede in tutta la bibbia. L’edizione pastorale brasiliana usa termini di particolare incisività: “La fede è un modo di già possedere quello che ancora si spera, la convinzione circa le realtà che non si vedono”.

Il contenuto della speranza è l’avvento del Regno nell’oggi, anticipo e caparra del futuro evento finale, quale realizzazione penultima in termini di vita in abbondanza, di armonia, pace e fraternità. La fede è il fondamento che accoglie e sintonizza con questo progetto, il sogno di Dio per l’umanità, per il creato e ogni persona. Esso si inquadra nel cammino nel quale si è attratti verso la meta, come la limatura di ferro dalla calamita.

Solo l’incommensurabile e l’inesauribile amore sostiene e conforma la speranza. Entrare nel gioco dell’amore è attivare le condizioni affinché il presente e il futuro siano saldamente uniti, attratti reciprocamente in modo indissolubile. Nella dinamica, e nel conseguente processo, si manifesta “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16) “prova di ciò che non si vede” o, secondo la traduzione brasiliana, “la convinzione circa le realtà che non si vedono”.

Pertanto, il fondamento e la prova non sono di ordine razionale né soggette a verifiche con metodo e mezzi a disposizione dell’intelligenza teorica e della pratica umana. Si tratta,  piuttosto, del patrimonio interiore di chi assume con determinazione l’ordine di Gesù: "amatevi gli uni e gli altri come io vi ho amato” (Gv 15,12).

La forza e la consistenza di tale esperienza fa percepire e intravedere come realtà quello che nessuna filosofia, sforzo o intelligenza umana può autoreferenzialmente offrire. Certamente, abbandonando l’autoreferenzialità si apre l’orizzonte immenso del mistero della vita. Entrando in esso si è accolti sulla soglia dalla coinvolgente dinamica dell’amore che, nel linguaggio teologico, è Dio.

La sapienza di Dio, nello stabilire questo cammino, lo rende accessibile a ogni persona, indistintamente. Cosicché ogni essere umano, non per alcun privilegio né per capacità fuori del comune, ma solo attraverso l'imitazione dell’amore di Dio, testimoniato da Gesù Cristo fino alla consegna di sé stesso, per l’azione dello Spirito entra in sintonia con la fede e la speranza di cui sopra.

Il testo indica alcuni esempi al riguardo. Abramo, Isacco, Giacobbe, Sara, mostrano la consistenza della loro fiducia nel Signore e nella promessa futura. Fede che non venne meno nella lunga attesa del compimento; infatti “Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi”. La promessa rimane tale nel trascorrere del tempo, ma essi non sono delusi né si sentono defraudati perché, sebbene non avessero ottenuto i beni promessi, “li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra”.

Costoro ebbero la lucida percezione del rapporto tra presente e futuro. Il futuro, in un certo senso, è già presente, al punto da vederlo e salutarlo da lontano, in modo che il presente anticipa il futuro nell’espandere gli effetti dell’amore, vincendo la barriera della morte.

Nel presente, in questa patria terrena, essi dichiarano di “essere stranieri e pellegrini sulla terra”. Sentono che non gli appartiene, coscienti di vivere in essa come di passaggio,  quale realtà provvisoria che, così com’è, non ha futuro.

“Essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste”. Non si tratta di un riferimento a un’altra terra, a un altro mondo, ma alla stessa realtà, colmata e trasformata dalla gloria di Dio per dall’avvento del suo Regno. Dio ha manifestato la sua gloria nell’avvento del Regno con la risurrezione del Figlio. Con essa Gesù Cristo accoglie il dono del Regno nella sua umanità, in virtù dell’amore della consegna sulla croce. In tal modo trasforma la realtà terrestre in celeste.

La fede e la speranza di Abramo, nel momento più alto della prova – il sacrificio del figlio – si manifesta nella certezza che il Signore, in ogni caso, compirà la promessa, al punto “che Dio è capace di far risorgere i morti”, evento umanamente impossibile.

Il tempo presente, nello scorrere cronologico fra passato e futuro, acquista spessore, consistenza e valore per la fiducia amorosa nel Signore della vita. Per viverlo è necessario seguire quel che indica il vangelo.

 

Vangelo (Lc 12, 32-48) – Commento di Alberto Maggi

Nel capitolo 12 del vangelo di Luca l’evangelista presenta la nuova realtà del regno. Se i discepoli si prendono cura dei loro fratelli permetteranno a Dio, come Padre, di prendersi cura del loro bene e del loro benessere.

Scrive Luca: “Non temere” … quindi Gesù toglie ogni ansia, ogni preoccupazione, “piccolo gregge”. È proprio minuscolo. Il termine piccolo è micron, quindi qualcosa proprio di inconsistente. “Perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.” L’evangelista contrappone la piccolezza, il piccolissimo – microscopico quasi – gregge, la comunità che segue Gesù, con la grandezza del Regno di Dio, del progetto di Dio sull’umanità.

Poi Gesù con tre imperativi passa a definire le caratteristiche che rendono possibile la realtà di questo Regno. La prima è “Vendete ciò che possedete”. Non è un invito, è un imperativo. Quindi vendere ciò che si possiede, “E datelo in elemosina”, cioè con quello che avete ricavato fate del bene a chi ne ha bisogno, e poi ecco il cambio, la nuova realtà del Regno, “Fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli”.

Sappiamo che il termine cieli, nel linguaggio del tempo significa “in Dio”. Cosa vuol dire Gesù? Gesù dice che, man mano che il credente sperimenta che dare non significa perdere, mette la sua fiducia nel Padre, li libera dalle preoccupazioni materiali e si riempie di una fiducia crescente nell’azione del Signore.

Quindi “fatevi un tesoro sicuro nei cieli”, cioè in Dio, “dove ladro non arriva e tarlo non consuma”. Quindi è al di fuori di ogni preoccupazione. E poi ecco l’affermazione chiara di Gesù. “Perché, dov’è il vostro tesoro (cioè dove mettete la vostra fiducia, ciò che vi dà sicurezza), là sarà anche il vostro cuore.”

Il cuore, nella cultura ebraica, non è come nella nostra occidentale la sede degli affetti; il cuore significa la mente, la coscienza, quindi dov’è il tuo pensiero – dice Gesù – là sarà anche la tua vita. Quindi dove hai diretto il tuo pensiero, là sarà tutta la tua vita, se invece pensi al bene degli altri questa sarà la tua ricchezza sicura.

Poi Gesù di nuovo con un imperativo – e qui è un’immagine molto importante che se compresa bene cambia il rapporto con Dio e conseguentemente il rapporto con i fratelli:  “Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi”. Perché quest’indicazione? L’abito comune degli uomini in Palestina era una tunica che arrivava fino alle caviglie. Quando ci si doveva mettere in cammino, e soprattutto quando si doveva lavorare, questa tunica era di impaccio, allora la si raccoglieva e si annodava alla vita.

Allora Gesù chiede che la caratteristica, quello che distingue la sua comunità di discepoli, il suo distintivo, sia quest’atteggiamento di servizio. Non un servizio abituale, ma un servizio che diventa il distintivo della persona e della comunità.

E poi Gesù aggiunge: “E le lampade accese”. Perché questo richiamo alle lampade accese? Il riferimento è al libro dell’Esodo dove, in una tenda, c’era la presenza del Signore e c’era la prescrizione che una lampada doveva essere sempre accesa. Con questa indicazione preziosa Gesù dice che l’individuo e la comunità che si manifestano nel servizio sono il vero santuario dove Dio manifesta la sua presenza.

“Siate simili a quelli che aspettano il loro padrone (letteralmente l’evangelista scrive signore) quando torna dalle nozze”. Come Dio era lo sposo del suo popolo, così Gesù è lo sposo della nuova comunità.

Gesù non si comporta come il padrone di casa che entra e spalanca la porta. Lui bussa. È un grande segno di rispetto e delicatezza verso gli altri. “Gli aprano subito.”

 E qui Gesù proclama qualcosa di inconcepibile per la cultura dell’epoca. Gesù proclama “beati”, cioè straordinariamente e pienamente felici, “Quei servi che il padrone (il signore) al suo ritorno troverà ancora svegli”. Quindi questo atteggiamento di servizio non è qualcosa che vale ogni tanto, è un atteggiamento che continuamente rende distinguibile la comunità.

“In verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi”. Quello che Gesù ha chiesto ai suoi discepoli di avere come distintivo, il servizio, è il suo distintivo. Gesù, nella sua comunità, è colui che serve. E qui c’è qualcosa di inaudito: Gesù si presenta come il Signore, il padrone della casa e, anziché mettersi a tavola e farsi servire dai servi, sarà lui a servire. Dice Gesù: “li farà mettere a tavola (letteralmente sdraiare a tavola) e passerà a servirli”. Questa è la novità di Gesù. Gesù, nel vangelo di Luca, nell’ultima cena, fa proprio questa affermazione: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve”.

Questa immagine dell’evangelista è un’allusione all’eucaristia. L’eucaristia non è un culto, ma è la comunità che, sempre continuamente in atteggiamento di servizio, viene fatta riposare da Gesù per farla ristorare, per farla rinfrancare con una nuova carica del suo amore.

Gesù stesso passa a servire, questa è l’immagine che l’evangelista ci presenta. Quindi non una comunità a servizio di Dio, ma Dio che si mette a servizio della comunità. Allora il culto della comunità cristiana non è diretto al Dio, al Padre, ma dal Padre, attraverso Gesù, passa agli uomini, perché continuamente si manifestino attraverso questo atteggiamento di servizio.

E Gesù continua con questo atteggiamento della disponibilità che rende riconoscibile la sua comunità dicendo: “Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo”.

Questa presenza di Gesù nella sua comunità, questo suo improvviso apparire non ha una scadenza, è improvvisa. Cosa significa all’improvviso? Ogni volta che ci sono situazioni di bisogno, di necessità degli altri, la comunità deve essere sempre pronta. Ma c’è anche il rovescio della medaglia. Dice Gesù che se nella comunità, anziché servirsi gli uni altri, se nella comunità non ci si tratta con amore e con rispetto ma, per l’arroganza, per la prepotenza, per il desiderio di potere si schiavizzano gli altri per i propri comodi, Gesù usa un’espressione tremenda; dice: “quando il padrone verrà” – l’espressione è molto forte – “lo dividerà in due”.

Essere divisi in due era la pena per i traditori. Quindi Gesù ammonisce che coloro che nella comunità anziché servire, mettersi al servizio degli altri, pretendono di comandare e dominare con prepotenza, per Gesù sono dei traditori che nulla hanno a che fare con la sua realtà.

 

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