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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 38,4-6.8-10)

 

“Quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male”. Parole durissime, pesanti come un macigno che cade sulle spalle del profeta Geremia, con le quali i capi del popolo lo accusano davanti al re. Con l’assedio di Gerusalemme, da parte del re babilonese Nabucodonosor, i capi e le autorità del popolo esortano i cittadini a resistere, fiduciosi per la loro condizione di popolo eletto e nel tempio, quale pedana dove Dio poggia i suoi piedi e che è ritenuto l’ombelico del mondo che collega cielo e terra. Pertanto, nella concezione comune, mai Dio permetterebbe la profanazione né la vittoria dei nemici. Egli è a loro lato per liberare l’assedio.

Geremia invece predica il contrario: che la città che verrà invasa, il tempio distrutto, il popolo deportato in esilio a Babilonia a causa della infedeltà all’alleanza. Gli argomenti e le esortazioni dei capi sono ritenuti dal profeta un terribile e devastante inganno.

Come è ovvio in situazioni del genere, la tensione fra Geremia e le autorità giungono al culmine, al punto che i capi chiedono al re la sentenza di morte: “Si metta a morte Geremia, appunto perché scoraggia i guerrieri (…) e scoraggia tutto il popolo”, perché non vuole il bene del popolo ma il suo male. È l’accusa di tradimento.

Il re non ha la forza politica di opporsi, anche se interiormente non è d’accordo con la condanna. Egli aveva ascoltato Geremia in un incontro segreto e era rimasto  particolarmente impressionato. Tuttavia, non può opporsi agli accusatori e, di conseguenza, decide: “Ecco egli è nelle vostre mani; il re non ha poteri contro di voi "; e costoro lo gettano nella cisterna di fango, condannato a morire di stenti.

È il dramma dei profeti di ogni tempo. Chiamati da Dio, non si comportano da teologi di corte dicendo quel che le autorità e il potere si aspettano. Al contrario, smontano i loro piani e creano sconcerto nelle persone, nel popolo. La solitudine dei veri profeti è radicale, al punto che si domandano perché e che senso abbia la loro chiamata e l’affidamento della missione profetica.

Entra in scena Ebed-Mèlec, l’etiope, un eunuco che era nella reggia al servizio del re. Mosso a compassione e rattristato per quanto accaduto, si avvicina al re fuori della reggia, lontano dagli occhi e dalle orecchie indiscrete e supplica: “quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta (…) morirà di fame, perché non c’è più pane nella città”.

Per mezzo suo, uno straniero e per giunta eunuco (il tipo di persona più disprezzato dal popolo d’Israele), il Signore interviene a favore di Geremia strappandolo dall’inevitabile morte. È sorprendente e sconcertante che Dio agisca in tal modo, ma è proprio della libertà del Signore agire fuori da schemi o canoni ritenuti vincolanti e, pertanto, qualsiasi persona mossa dal senso di giustizia e di rettitudine media la volontà e l’azione del Signore, indipendentemente dalla nazione o dalla religione che professa.

Si profila l’apertura riguardo ai rapporti fra il Signore e le persone che appartengono alle più diverse origini e fedi. In essa si discerne l’azione di Dio nelle circostanze che sviliscono la giustizia e il diritto, in nome della dignità e sacralità della vita ingiustamente ferita o disprezzata. Il re, una volta liberato dalle precedenti pressioni, ordina d’intervenire immediatamente: “Prendi tre uomini di qui e tira su il profeta Geremia dalla cisterna prima che muoia”.

Normalmente l’attività profetica, che non si lascia corrompere da interessi di vario tipo (denaro, prestigio, incarichi di governo, benevolenza delle autorità costituite, ecc.), suscita divisioni, conflitti, tensioni con le istituzioni, i governanti e anche con le persone care legati da affetti sinceri.

Sono situazioni dolorose che non sempre trovano vie d’uscita nella riconciliazione, sopportazione o tolleranza; anzi, molte volte sanciscono l’allontanamento per il persistere del disagio, dell’opposizione e, in casi estremi, addirittura la perdita della vita.

Solo la fiducia nel Signore e l’amore per la causa del Regno sostengono la sintonia del profeta con il senso vero e profondo della sua missione. Questa costituisce, per il profeta,  l’asse della sua esistenza e della fiducia che lo sostiene negli inevitabili momenti di solitudine, con la quale sperimenta il singolare e sorprendente legame serenità-sofferenza, nell’orizzonte della comunione con il Signore.

Anche in questo Gesù, profeta per eccellenza, è maestro e guida, come indica la seconda lettura.

 

2a lettura (Eb 12,1-4)

 

L’autore della lettera si rivolge ai connazionali scrivendo: “anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni” – i grandi uomini della storia del capitolo precedente – abbiamo “deposto tutto ciò che è peso e peccato che ci assedia”, il peso degli errori commessi e del peccato di sfiducia, sottovalutazione, indifferenza, che allontana e separa da Gesù Cristo, dall’attualizzazione degli effetti del mistero pasquale a loro favore.

Cosicché liberati, rigenerati e trasformati in nuova creatura l’autore esorta: “corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù” per il fatto che, nel profondo di sé stessi, sorge lo slancio per proiettarsi in avanti, senza fermarsi, sorretti dalla testimonianza di Gesù, quale cammino, verità e vita, per raggiungere la stessa meta.

A tal fine è imprescindibile fissare lo sguardo su Gesù senza distoglierlo su altre proposte o in altre direzioni. Lo sguardo fisso su Gesù è su “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento”, nel mettere come tra parentesi la condizione divina (Fil 2,7) non volendo beneficiare della sue prerogative, e ancora più, si è fatto povero da ricco che era (2Cor 8,9), come uomo comune fra gli uomini.

Gesù accoglie la volontà del Padre e, condotto dallo Spirito come un uomo fra gli uomini, ha attivato e vissuto il processo di fede dall’inizio fino alla fine, con l’evento pasquale. Simile agli uomini nelle vicissitudini del cammino per la causa del regno non è mai venuto meno alla fiducia nella promessa del Padre, nel senso che, succeda quel che succeda, la missione raggiungerà il suo fine. Egli ha sostenuto la radicale fedeltà alla causa fino alla croce, e così porta la fede al suo compimento e con esso testimonia di essere “il cammino, perché verità e vita” (Gv 14.6).

L’amore trinitario che come umano accoglie, e nel quale è immerso, motiva il suo essere e operare. In tale condizione percepisce quello che gli sta dinanzi. Si tratta non solo del tragico, ma ancor più, della gioia nel riscattare l’umanità dal peccato e dalla schiavitù. E afferma l’autore: “Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinnanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore”.

Tale comportamento spiega perché, nel consegnarsi per la causa, sperimenta “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16); in altre parole, percepisce la potenza della risurrezione nel sedere “alla destra del trono di Dio”. È noto che la croce è il trono della gloria di Dio, il luogo del farsi del regno nell’amore, l’avvento dell’“oggi” (Lc 4,21) della salvezza.

Da qui l’esortazione: “Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, (…)” nel considerare gli effetti del suo insegnamento, della sua filosofia e pratica di vita, del suo amore – che è lo stesso del Padre e dello Spirito coinvolti nella vicenda – e, soprattutto, del destino dell’umanità di Cristo, rigenerata nella gloria di Dio. Il tutto “(…) perché non vi stanchiate perdendovi d’animo”.

Nell’approfondire, meditare e pregare l’evento Gesù Cristo i discepoli, coinvolti per la fede nel fascino e nello stupore della potenza dell’amore nei loro confronti e nell’umanità, sperimentano la forza interiore per non scoraggiarsi nelle difficoltà provenienti dagli oppositori, per superare la frustrazione di risultati legittimamente attesi e non raggiunti, per accettare la solitudine e incomprensione delle persone care, dei membri della stessa comunità o del potere sociopolitico.

L’autore riprende e minimizza le difficoltà incontrate: “Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato”, annunciando che ne verranno altre maggiori. La lotta sarà contro il peccato, contro ogni tipo di opposizione in sé stessi per non cadere nella sfiducia, nel senso di vuoto e abbandono da parte di Dio o d’inutilità del lavoro svolto. Il peccato si manifesta anche negli oppositori, addirittura con il versamento del sangue, a volte, in forma tragicamente ironica credendo di servire Dio.

La resistenza fino al sangue è possibile in chi ha interiorizzato l’amore di Gesù nei suoi riguardi, manifestazione della verità e della gloria di Dio, con l’assumere la causa del Regno, succeda quel che succeda, per l’amore con cui ci ha amato. È rivivere la stessa passione di Cristo.

Il vangelo testimonia gli effetti del coinvolgimento personale di Gesù per la causa del regno e la ricaduta a livello sociale e famigliare.

 

Vangelo (Lc 12,49-53)

Gesù, in cammino verso Gerusalemme, sa quello che lo attende. In modo perentorio si rivolge ai discepoli e afferma: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!”. Il fuoco e il battesimo si riferiscono all’evento della croce. Il fatto Che desideri ardentemente e con angoscia che tutto si compia crea grande sconcerto in ogni ascoltatore.

Con il senno di poi, dopo l’evento pasquale e l’invio dello Spirito Santo, si comprende che il "fuoco” e il “battesimo” sono metafore per indicare l’azione purificatrice dello Spirito, che apre la mente all’amore di Gesù nell’azione pastorale, fino alla consegna; amore per il quale è immerso nella circolarità della vita trinitaria, il battesimo.

Pertanto la sua persona, e l’umanità da lui rappresentata, “aumentano” Dio, non nella sua essenza ma per la consegna a favore di ogni persona e dell’umanità nel chiamarli,  costantemente, alla comunione con sé. Fra parentesi, la teologia riconosce in Dio due nature: la prima indicata come “natura primordiale”, per la quale Dio è il principio di tutto, il mistero che sempre rimarrà tale; la seconda come “natura conseguente”, per la quale Dio nella persona umana di Gesù è coinvolto nello sviluppo delle cose e le percepisce a modo suo, motivo della sua crescita.

Come potrebbe esserci amore tra i due se una delle due parti è perfetta e immutabile e non riceve nulla dall’altra, come si è abituati pensare Dio?”. La “natura conseguente” in Dio rende più comprensibile al credente il coinvolgente dialogo di amore della Trinità con ogni persona e nel creato, non solo nel presente ma anche nel futuro con l’avvento della sua sovranità, l’avvento del Regno di Dio

Il desiderio del fuoco già acceso e del battesimo già realizzato è l’impulso dell’amore che coinvolge tutto e tutti nel più breve tempo possibile, tanto grande è l’impegno di far sorgere e consolidare quello che Papa Paolo VI chiamava “la civiltà dell’amore”, in termini biblici il regno di Dio.

Parlare di amore e pace per molte persone è un binomio inseparabile. Nella maggioranza dei casi è così, ma non sempre. Come i genitori con i figli; come fra persone che stabiliscano una vera amicizia o anche fra gruppi sociali che perseguono il bene comune, sorgono situazioni che, per vari motivi, generano dissapori, tensioni, conflitti o addirittura allontanamento e rigetto violento; così accade anche riguardo al comportamento di Gesù.

Sono una stonatura e motivo di perplessità nel discepolo le parole di Gesù: “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione”. Esse sono in contrasto con altri testi dove, per esempio, lo stesso Gesù prega il Padre affinché tutti siano uno. Di primo acchito esse segnalano un ruolo che non si addice a Lui e alla sua missione.

Lo sconcerto dirompe con le parole che seguono: “D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre (…)”. Il messaggio è che, pur nel rispetto dovuto ai genitori, l’adesione alla causa del regno, può condurre il rapporto familiare a incomprensione, allontanamento e contrarietà.

Gesù rende edotti i discepoli della differenza, del salto qualitativo, tra la filosofia e il costume di vita consolidato dalla tradizione e quello del regno di Dio. Egli non si riferisce alla divisione di figlio contro figlio, di fratello contro fratello. I nemici di questa nuova realtà, di questa nuova relazione con il padre saranno quelli che non accettano la novità. Eppure, Gesù è quel Dio che è venuto a fare nuove tutte le cose. Chi si ferma al passato non potrà mai comprendere la novità che lo Spirito propone.

 

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