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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 66,18b-21)

Il brano testimonia come il Signore va oltre l’indignazione e l’ira per l’infedeltà del popolo all’Alleanza, e si propone non solo di riscattarlo dalla condizione ignobile in cui si è posto, ma di ricondurlo sul cammino della fedeltà, in modo da compiere la finalità per la quale è stato eletto, “collaborando” con il Signore per la salvezza universale dei popoli.

“Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria”. È il progetto del Signore di coinvolgere persone di ogni razza e lingua, che suscita grande sconcerto in Israele perché la purezza della discendenza – la cui origine risale ad Abramo e all’Alleanza testimoniata dalla circoncisione – era ritenuta imprescindibile per entrare, a pieno diritto, nel regno di Dio con la venuta del Messia.

Annunciare che tutte le genti “verranno e vedranno la mia gloria” aumenta lo sconcerto e la confusione nel popolo, che riteneva la partecipazione alla gloria di Dio, ricezione della sua santità, fonte di vita piena. E allora che differenza c’è fra il popolo eletto e tutte le genti? Verrà meno l’esclusività, il privilegio di Israele come popolo eletto?

Per di più costoro saranno costituiti missionari, e trasmetteranno il dono per coinvolgere altri che ancora non lo conoscono o sono lontani, in modo che nessuno sia escluso. Dice il Signore al riguardo: “Io in essi porrò un segno”, il segno della fraternità, della solidarietà, della giustizia, della pace e della concordia; in altre parole, la fratellanza e la solidarietà universale.

In tal modo “essi annunceranno la mia gloria alle genti”, suscitando ammirazione, stupore e desiderio di aderirvi per instaurare un nuovo ordine personale e sociale, manifestazione della forza, del potere e della santità di Dio. Essi saranno come una calamita che attrae e “Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Signore su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari al mio santo monte di Gerusalemme”. L’impatto sarà così forte e sorprendente da muovere, con qualsiasi mezzo a disposizione, un gran numero di persone provenienti da tutte le parti.

Notevole rilevare come la missione di ricondurre al Signore tutte le genti costituisce “l’offerta al Signore”, dello stesso valore di “come i figli d’Israele portano l’offerta in vasi puri nel tempio del Signore”. Pertanto la purezza dell’offerta è costituita dalla comunione fraterna fra le genti di ogni razza e nazione, e non più nella qualità pregiata degli oggetti di culto.

Ancora più sconcertante è l’affermazione: “Anche tra loro mi prenderò sacerdoti leviti, dice il Signore”, considerati dal Signore alla stessa stregua dei membri d’Israele, il popolo eletto, formando l’unica famiglia di Dio.

La loro integrazione, allo stesso livello degli israeliti di pura origine, ha sorpreso non poco gli uditori. Basta considerare che ai tempi di Gesù, per essere eletto sacerdote, oltre ad appartenere alla tribù di Levi, si doveva verificare negli archivi del tempio, in Gerusalemme, la purezza razziale fino alla quinta generazione da parte del padre e della madre, senza nessuna mescolanza con altre etnie.

Il fatto che addirittura stranieri, anche se convertiti al giudaismo, saranno “sacerdoti leviti” è il massimo dello sconcerto.

Nella mente del Signore l’esclusivismo del popolo d’Israele è superato, ancora prima della venuta di Gesù.

L’azione di Dio, con l’adesione e la collaborazione del popolo, è rivolta a tutta l’umanità per formare la famiglia umana nella quale sia evidente che Dio regna; in altre parole, l’avvento del regno di Dio nella pratica del diritto e della giustizia quale lode al Signore, al Dio della vita.

Tale condizione non è acquisita una volta per sempre, come se fosse un possesso o un diritto, ma è il dono di Dio da accogliere in attenzione alle nuove circostanze che si presentano. Dono che richiede audacia, coraggio, creatività e magnanimità, per raggiungere la finalità per cui è trasmesso.

Tuttavia, di fatto Israele manifesterà profonde e grandi lacune al riguardo, e il Signore ricorrerà con frequenza ad azioni correttive. Ciò riguarda anche la chiesa e le prime comunità cristiane che stavano sorgendo ed espandendosi nel mondo avverso come testimonia la seconda lettura.

 

2a lettura (Eb 12,5-7.11-13)

Paolo compara l’azione di Dio a quella di un padre di famiglia: “Dio vi tratta come figli: e qual è il figlio che non viene corretto dal padre?”. La correzione è ritenuta necessaria e insostituibile per rinfrancare “le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminare diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire”.

Molteplici fattori personali e sociali, all’interno e al di fuori della famiglia, della comunità e proprie dell’ambiente sociale, costituiscono un insieme particolarmente complesso. L’analisi e il discernimento riguardo agli aspetti, in sintonia o meno con il regno di Dio, sono da un lato particolarmente impegnativi e, dall’altro, indicano possibili cammini di audacia, coraggio e creatività che sfidano la persona e la comunità, alla ricerca di risposte adeguate sul progetto e l’attuazione di esso. Da qui le “debolezze” di cui sopra e la necessità del supporto come pura dell’azione correttiva.

In alcune circostanze la correzione può essere tale da indurre allo scoraggiamento. E l’autore fornisce le indicazioni per leggere l’intervento in ben altra luce: “È per la vostra correzione che voi soffrite! (…) Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza”. Lo scoraggiamento può essere sorretto dall’eccessiva autostima, dall’orgoglio ferito che, in molti casi, suscita sentimenti di spoliazione, demotivazione, senso d’inutilità o d’incapacità.

Questi stati d’animo sono superabili solo se si riconosce l’autorevolezza di chi riprende. Nel caso specifico è fuori discussione la paternità amorosa del Signore, “perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio”.

L’azione del Signore è sempre positiva, nonostante “sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza”. Essa è finalizzata ad estrarre dal profondo della persona il positivo, il buono che c’è. Sembra strano e lascia perplessi che l’azione correttiva passi per la sofferenza del rimprovero ma, paradossalmente, in determinate circostanze e condizioni, raggiunge l’obiettivo quando la correzione porta con sé la sapienza pedagogica motivata dall’amore; la conoscenza dei mezzi opportuni da impiegare; la corretta scelta del momento e della circostanza per giungere al buon fine.

Con essa "dopo, però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono addestrati”. Perciò l’autore esorta, all’inizio del brano, a ragionare nel modo seguente: “Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui”.

Fra l’altro merita attenzione il rapporto amore-sofferenza. Comunemente l’amore è inteso come affetto, sentimento, attenzione alla persona, soddisfacimento dei bisogni, ecc. Perciò, da un lato, riprendere e castigare chi si ama, ben sapendo che ciò comporta sofferenza sia in chi corregge che nel destinatario, presuppone la coscienza del corretto modo di procedere nel determinare il momento opportuno, le parole appropriate e il tono conveniente.

Dall’altro lato, solo nel rapporto gratuito e disinteressato, sorretto unicamente ed esclusivamente dal bene dell’amato, percepito anche come bene per sé stesso, è possibile l’autentica fraternità nella comunione, la cui dinamica riflette la vita Trinitaria.

L’amore produce felicità e allegria. Il rapporto d’amore vero e profondo è l’aspirazione e il desiderio di ogni essere umano. I frutti rivelano la qualità della vita, la felicità e l’allegria, la consistenza e la verità dell’autentico e corretto rapporto umano.

Fra l’altro, una riflessione più attenta mostra che il contrario della felicità non è la sofferenza ma la tristezza; il contrario dell’allegria non è la solitudine, ma il vuoto interiore, il non senso. Tristezza e vuoto interiore dominano il cuore di chi non coltiva il corretto rapporto con Dio, con le persone, con la società e il creato.

Molte volte tristezza e sofferenza non permettono di percepire la portata dell’errore. Ecco, quindi, la necessità dell’azione correttiva, anche se dolorosa: “Perciò rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire”. È l’esortazione a far tesoro della correzione che proviene da chi ama sinceramente.

È anche quello che indica il vangelo.

 

Vangelo (Lc 13,22-30)

“Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme”, sapendo cosa lo aspettava. Con coraggio e determinazione va verso la città, perseverando nell’insegnamento ritenuto eretico e sconvolgente. Quest’ultimo riguarda l’avvento del regno oggi e quello che gli sarebbe successo in Gerusalemme. Con esso Gesù manifesta una fortezza d’animo eccezionale e una determinazione sostenuta e motivata solo dal sincero amore e la certezza della bontà della causa.

In questo quadro generale, un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”, probabilmente sconcertato dall’insegnamento contrario alla radicata convinzione della teologia e della prassi che la salvezza fosse un privilegio riservato al popolo di Israele, l’unico a salvarsi, i pagani no.

Alla domanda Gesù non risponde direttamente, e indica non quanti ma chi si salva. Per non essere esclusi dalla salvezza afferma: “Sforzatevi per entrare per la porta stretta”. L’imperativo “sforzatevi” è il processo di conversione e fedeltà al suo insegnamento, alla sua pratica nell’accogliere la sovranità di Dio, l’avvento del suo regno.

Abbandonare la pratica consolidata, assumere la nuova proposta richiede la fiducia nella persona di Gesù e nel progetto dell’avvento del regno. È “porta stretta” per le difficoltà personali e sociali di ogni genere, per il fatto che molti non hanno la convinzione e,  quindi, la forza di affrontare: “molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno".

Costoro ritengono corretta loro pratica religiosa e Gesù prevede la loro reazione: “Comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Sono persone che hanno una comunione con Gesù, lo chiamano Signore. “Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”, cioè non vi conosco. E anticipa la loro replica. “Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza…”.

L’evangelista ha di mira i credenti, perché si rivolgono con il termine “Signore” alludendo all’eucaristia, quindi costoro hanno celebrato l’eucaristia del Signore. “E tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Quindi si sono nutriti della sua parola; eppure Gesù dirà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia”.

Operare la giustizia è quello che Gesù sta insegnando e praticando, sconvolgendo quello che abitualmente era ritenuto certo e immutabile. Essa riguarda il rapporto verso i fratelli, con azioni di amore, di misericordia, di compassione, di perdono, di condivisione generosa. È questo l’elemento di comunione con Dio, il quale non chiederà se hanno creduto in Lui, ma se hanno amato come Lui.

Per questo la risposta di Gesù è molto dura: “non vi conosco”. Non importa che relazione hanno con Dio: a Gesù interessa la relazione che hanno con gli altri. Gli interlocutori hanno partecipato all’eucaristia, ma poi non sono stati capaci di farsi pane, di fare della loro vita pane, alimento di vita per gli altri.

Hanno ascoltato il suo insegnamento, ma questo insegnamento non ha trasformato la loro esistenza. Trovare la porta chiusa è l’immagine del fallimento della loro vita. “Là ci sarà pianto e stridore di denti”; in altre parole: “si metteranno le mani nei capelli”.

“Quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe (i grandi patriarchi) e tutti i profeti (ossia  coloro che hanno denunciato il culto verso Dio e il disinteresse verso i poveri) nel regno di Dio., voi invece cacciati fuori”. Il popolo di Israele credeva di avere il diritto di far parte del regno di Dio. Invece, per Gesù, se non trasforma questa conoscenza di Dio in amore verso gli altri, ne rimane escluso.

Ma non solo! Rimane escluso, e il suo posto viene preso proprio da quei popoli che ritenevano esclusi perché pagani. “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno (dal mondo pagano) e siederanno a mensa nel regno di Dio.” Gesù li invita a fare molta attenzione perché quelli che ritenevano esclusi, rifiutati, invece prenderanno loro il loro posto nel regno dei cieli.

Per questo motivo le parole finali suonano come un campanello d’allarme: “Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi”. Gesù non dice che tutti i primi saranno ultimi e viceversa, ma quelli che si ritengono primi, senza entrare nel processo di conversione proposto da Gesù, saranno esposti alla sconcertante delusione. Invece quelli che operano in sintonia con la causa del regno saranno primi, perché la fedeltà li fa partecipi già “oggi” (Lc 4,21), percependo la “potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16), atta a vincere ogni tipo di morte, compresa quella fisica.

 

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