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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 3,19-21.30-31)

“Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso”. Riguardo alla mitezza, erroneamente si ritiene che ad essa si riconduca la difficoltà di interloquire, la tendenza a sottostare al giudizio altrui, a non ribattere e non replicare, a restare sottomessi e, soprattutto, il timore alla propria affermazione. È come mettersi in un angolo rendendosi inesistenti e diventando una nullità.

Ma la mitezza è ben altro. Consiste nell’intelligenza di comunicare con dolcezza, con calma, con pazienza e serenità. Ma, soprattutto, comprendere che quelle parole, profferite in modo diverso, verrebbero prese come affronti o rimproveri. È sinonimo, quindi, di mansuetudine paziente e benevola.

È altresì la capacità di unire la fermezza alla delicatezza. In altre parole, manifestare il pensiero con garbo, senza far trapelare la propria superiorità, anche quando c’è. Essa sostiene rapporti interpersonali armoniosi; un insieme di attenzione e di sincera accoglienza che crea l'incontro, nel quale emergono sentimenti di benessere, di soddisfazione e di comunione fraterna.

Condizione previa è coltivare nel proprio intimo la chiara identità di sé stesso, la consapevolezza della qualità del rapporto interpersonale e sociale, la finalità e il destino ultimo della vita, e l’accettazione dei propri difetti e pregi, così come delle attitudini e delle incapacità.

Il mite è un soggetto piuttosto completo, sempre perfettibile – com’è proprio della condizione umana – e in pace e serenità con sé stesso. Ascolta tutti e cerca la comunione fraterna, non dipende da nessuno e possiede una buona autonomia di gestione di sé. Il vangelo afferma che i miti “avranno in eredità la terra” (Mt 5,5), e si capisce bene in che senso, non certamente per spadroneggiare e dominare.

La generosità dona il necessario, soprattutto nel momento del bisogno, ma anche come segno di amicizia e di stima. È una dimensione importante che manifesta l’attenzione verso persone disagiate moralmente, fisicamente o economicamente, ossia in situazioni di sofferenza. Essa è frutto del sentimento di condivisione e di solidarietà insito nella mitezza.

C’è un modo di esercitare la generosità, che coinvolge profondamente il donante e il ricevente quando la mitezza e l’umiltà procedono di pari passo: “Quanto più sei grande, tanto più fatti umile”. Il mite è anche umile perché sa che non sa… L’umiltà non è negare o diminuire le proprie virtù e capacità, ma assumerle con gratitudine e intelligenza come dono del Signore. E, pur essendo frutto del proprio sforzo e merito, lo trasmette, lo condivide per il bene altrui e della collettività.

Per l’esercizio dell’umiltà “troverai grazia davanti al Signore”. Ai miti “Dio rivela i suoi segreti”, nell’intimità e familiarità con Lui. Essi ne condividono la vita, la gioia e la pratica dell’amore vicendevole, quali testimoni e segno della manifestazione della sua presenza, “perché grande è la potenza del Signore (…)”. In tal modo accolgono l’avvento della sovranità di Dio – il regno -, motivano e favoriscono la crescita di un mondo più giusto, più umano, fraterno e solidale.

Pertanto, “(…) dagli umili egli è glorificato”. L’autore riconosce la grandezza e il potere di Dio, testimoniato dall’umiltà del mite con parole e atteggiamenti opportuni, in virtù della Sua gloria e santità, presente in lui per quello che la condizione umana consente. All’umile si addice la celebre espressione di S. Ireneo (II secolo d.C.): “l’uomo vivente è gloria di Dio e la vita dell’uomo è la lode a Dio”, vivente per l’amore ricevuto e trasmesso, fonte di vita in abbondanza.

Il contrario dell’umile è l’orgoglioso: “Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi (…) per la misera condizione del superbo non c’è rimedio, perché in lui è radicata la pianta del male”. L’orgoglio è la caratteristica della persona che fa del proprio sapere, della propria attività, un riferimento irrinunciabile e indiscutibile della propria competenza e professionalità. Ne fa questione di dignità, d’onore, nel presumere che nessuno e niente la possa intaccare. Diventa impermeabile a ogni osservazione o contributo che non rientri nei propri parametri. L’amor proprio è così grande da sentirsi ferito e infastidito da ogni contrarietà.

Generalmente è così sicuro di sé stesso che guarda gli altri dall’alto verso il basso. Di conseguenza il seme del male va crescendo sempre più, sostenendo l’impossibilità di comunicare e crescere nel rapporto fraterno, sincero e trasparente, in modo da  qualificare l’autenticità di sé stesso. Si involve su sé stesso nell’isolarsi da tutti e da tutto, vittima del proprio inganno.

Perciò il testo esorta: “Il cuore del sapiente medita le parabole, un orecchio attento è quanto desidera il saggio”. 

Per quanto profonda sia la conoscenza e ampia l’esperienza della propria vita, l’umiltà del saggio permette di sapere che molto ancora c'è da imparare. E molte volte, quando e dove meno se l’aspetta, arriva una luce, un’intuizione che mai avrebbe immaginato.

Il desiderio di crescere in sapienza è così intenso da dare senso e sapore alla vita giornaliera e in ogni circostanza. Punto di riferimento importante del processo è l’immersione nel mistero di Dio, che apre orizzonti inediti, come afferma la seconda lettura.

 

2a lettura (Eb 12,18-19. 22-24a)

L’autore allude all’esperienza di Mosè, alla teofania sul monte Sinai accompagnata da fenomeni spaventosi. Evento impressionante e sconvolgente non solo per Mosè ma anche per coloro che non sono erano presenti ma si trovavano ai piedi del Sinai. Questi sono così colpiti e impressionati che “scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola”.

L’autore prende lo spunto dall’avvenimento per evidenziare ai destinatari le debite differenze con la nuova teofania: “Non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba o suono di parole". Allora Dio si manifestò come il “tre volte santo” (Is 6,3), l’assolutamente “altro”, trascendente, intangibile e inaccessibile.

Ora invece è tutt’altra realtà. La manifestazione di Dio è rivelata nella persona di Gesù che si fa prossimo, si avvicina come un uomo comune e assume il ruolo di “mediatore dell’alleanza nuova”. Questo perché rappresenta davanti al Padre ogni singola persona – di ogni tempo e luogo – e l’umanità intera.

In quanto rappresentante svolge il ruolo di mediatore, in virtù del quale la sua azione è come se fosse quella del rappresentato. È questo singolare rapporto da non perdere di vista in quanto esso è come il ponte che collega il divino con l’umano, e viceversa.

Nel rapporto, l’umano e il divino mantengono la propria identità e autonomia; tuttavia si instaura un rapporto simbiotico e di comunione per il quale l’umano si divinizza e il divino si umanizza. (Vale specificare che quest’ultimo aspetto riguarda la “natura conseguente” di Dio in virtù dell’incarnazione del Verbo, non quella “primordiale” trascendente e inaccessibile). In altre parole, Gesù media la nuova alleanza, sta nel mezzo fra Dio e l’umanità allontanatasi dal Padre.

La finalità è riscattare il rapporto di comunione con Dio, interrotto dal popolo per seguire altri cammini. Nel ripristinare il rapporto di familiarità, la gloria di Dio si manifesta nell’autenticità della comunione, verificata nel declinare la pratica della giustizia e dell’amore fraterno, in modo che ognuno, nella sua individualità, abbia la vita in abbondanza per assumere correttamente la causa dell’avvento del regno, di un nuovo mondo di armonia e pace.

La nuova alleanza si sostiene per quello che Gesù ha insegnato e praticato negli eventi giornalieri con il suo stile di vita, caratterizzato dal modo e dal contenuto dei suoi rapporti interpersonali, dall’audacia e dal coraggio di reinterpretare la tradizione scontrandosi con chi la riteneva intoccabile, dalla pazienza per l’incomprensione dei discepoli e l’opposizione di chi lo riteneva il contrario di quel che diceva di essere. E infine, per l’evento della sua morte e risurrezione.

La condizione del credente che accoglie l’insegnamento e assume la causa del regno, ridisegna radicalmente, una volta per sempre, il rapporto con il Padre nello Spirito Santo, in virtù della nuova alleanza stabilita dal rappresentante e fatta propria per la fede dal rappresentato. Questi, oltre a percepire un nuovo orizzonte di comprensione di sé stesso, prende coscienza del rapporto con Dio in modo ben diverso da quello precedente: “Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste” perché introdotti nell’ambito del regno di Dio.

Lo stare in Cristo, vivere con Lui – camminare con Lui nelle diverse circostanze, come maestro e compagno di viaggio – e agire per la causa del regno, oltre alla familiarità e alla comunione, permette di percepire il destino ultimo della città terrena (dell’umanità), purificata dalle ambiguità e trasformata nella casa di Dio, la città del Dio vivente.

Il credente in essa sarà in comunione con “migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nome sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti”. Queste ultime parole, riguardo al giusto reso perfetto, tracciano il cammino di costante crescita che sarà completato dall’azione di Dio in considerazione delle inevitabili debolezze e limiti umani.

Il giusto non è tale in questa terra per la perfezione, ma per la costante e permanente accettazione degli effetti del mistero pasquale, che lo stimola alla crescita nella perfezione. Quest’ultima si manifesterà alla fine, nella gloria della Gerusalemme celeste, come indica il vangelo.

 

Vangelo (Lc 14,1.7-14)

“Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capo dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo”. Il giorno e l’invito non sono casuali perché dopo la celebrazione nella sinagoga, secondo i farisei, era motivo di merito invitare a pranzo il predicatore. Probabilmente Gesù deve aver detto qualcosa riguardo al regno – il suo tema fisso! – che li ha lasciati per lo meno perplessi se non sconcertati. Fin dall’inizio della missione Gesù è sotto la loro attenta osservazione.

Gesù prende lo spunto da ciò che sta accadendo riguardo all’accaparramento dei posti,  "notando come sceglievano i primi posti”. Ha di mira espressamente i farisei, molto impegnati e preoccupati per i primi posti nel regno, in virtù dell’accumulo di meriti acquisiti con le proprie azioni e la condotta conforme con la Legge, specchio delle esigenze dell’Alleanza. Essi erano molto rigorosi nel compiere tutte le prescrizioni della Legge e della tradizione, in modo da rafforzare il diritto di occupare i primi posti.

Il loro affanno di acquisire meriti, con attitudini e opere in sé stesse valide, li ha tratti in inganno perché spinti dalla prospettiva di auto-giustificazione, in modo da ritenersi i primi destinati al regno. La certezza di compiere fedelmente le esigenze dell’alleanza e dei comandamenti li rende sicuri di acquisire tale diritto. Ma così facendo, in realtà, trascurano lo spirito e la finalità della Legge, ovvero la pratica del diritto e della giustizia a favore dei poveri, dei deboli, degli emarginati, nella prospettiva di una società fraterna e solidale.

Gesù vuole liberarli dall’inganno, ma i farisei sono lontani dall’accettare quello che non entra nei loro schemi. Li mette in guardia per cambiare il loro criterio di valutazione, passando dal metro del merito a quello dell’amore, come Lui stesso insegna e pratica. E si rivolge loro affermando: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia in contraccambio. Al contrario, quando (…)”.

La motivazione di queste parole è la radicale gratuità, il cui sostegno è l’amore sincero e disinteressato. Perché partecipare al banchetto del Regno non è questione di maggiore o minore merito, ma della gratuità, prima e fondamentale caratteristica dell’amore. Le opere inique che il Signore condanna sono, appunto, quelle sostenute dalla furbizia, dalla capacità di raggirare, dalla disonestà e dalla menzogna per il vantaggio personale o di alcuni gruppi specifici, e non per la dignità, il rispetto, il bisogno di umanità del destinatario.

La gratuità è la porta d’entrata nel Regno. La maggiore o minore intensità della pratica di essa determina, da parte del Signore, l’indicazione del posto di chi sarà considerato giusto. In ogni caso la gratuità è gestibile in proporzione da chi l’ha ricevuta e assaporata,  quale giustificazione davanti al Padre, in virtù dell’evento pasquale di Cristo.

Per mezzo di essa il regno è già alla portata. E afferma Gesù: "sarai beato perché non hanno da ricambiarti”. Nella gratuità dell’amore si esprime il divino, il senso alla vita e si  gratifica il donante e il ricevete.

È la prospettiva che pochi accolgono e comprendono, cosicché nell’evento finale della manifestazione, alla fine dei tempi con la risurrezione dei giusti, i primi saranno ultimi e gli ultimi i primi. E Gesù si premura di assicurare che nel regno “Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”, la pienezza del dono, nell’evento per il quale Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

 

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