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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 9,13-18)

“I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le sue riflessioni (…) A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano”. Il testo è una riflessione sulla condizione umana riguardo alla limitata capacità delle persone di comprendere, in modo esauriente, le cose a portata di mano, nonostante gli sforzi. È il riconoscimento del limite umano, della verità della condizione di ogni di persona nell’orizzonte della fondamentale virtù dell’umiltà, cammino di vita verso risultati soddisfacenti.

È proprio della persona chiedersi e indagare sul senso, il mistero della vita nella quale è immersa, e trovare risposte alle legittime domande del perché e della finalità di ciò che accade in lei, nella società e nella creazione. Nella maggioranza dei casi essa fa riferimento a persone che hanno speciale competenza nel settore da loro indagato e assumono con fiducia i risultati attendibili e le azioni corrispondenti.

È vero che ogni grande ricercatore percepisce il limite del proprio lavoro, della provvisoria e parziale conoscenza dell’oggetto indagato, ed è cosciente che il risultato va considerato  come punto di partenza per altri approfondimenti che possono confermare, accrescere o modificare quello già ottenuto. La scienza è aconfessionale e ha un metodo di indagare proprio, le cui conclusioni si avvalgono della razionalità, dell’esperienza e della verifica.

Pertanto molti ricercatori, dopo una chiara professione di ateismo o agnosticismo, nell’incomprensibilità del mistero nel quale è coinvolto l’esistente e il fenomeno, non escludono l’esistenza di chi per la fede religiosa crede in Dio. Strutturalmente, ogni grande uomo è profondamente umile e percepisce la portata dell’affermazione: “ma chi ha investigato le cose del cielo?”; in altre parole, della verità completa che sfugge, si occulta alla comprensione umana.

Tuttavia il senso e la volontà di potere e di dominio, trasmesso dai positivi risultati delle ricerche, genera ottimismo sul risultato di successivi traguardi riguardo al mistero che coinvolge l’origine della vita, l’esistente, il progresso nel migliorarne la qualità. Il fascino che attrae la ricerca suscita e stimola la tenacia e la perseveranza affinché, giorno dopo giorno, si vada oltre le barriere ritenute invalicabili.

Ma la persona che crede in Dio – dal quale tutto proviene, perché presente nella storia e nel cammino degli uomini – arrivata sulla soglia del mistero e al limite del conoscibile, è interpellata e sfidata dalle domande: “Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?”.

L’umiltà che ne consegue non mortifica, non scoraggia né sottomette passivamente a un sapere superiore, ma apre l’intelligenza e il cuore alla sapienza di Dio: “Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?”.

Umiltà imprescindibile perché, prendendo spunto dalla cultura greca, il “corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni”. È noto che Dio sfugge a ogni prova scientifica. Tuttavia si fa esperienza di Lui per la fiducia nella sua auto-rivelazione nella storia, registrata dalla scrittura, dal vissuto individuale e comunitario dei discepoli e dei testimoni.

La comunione con Dio immerge nel suo mistero, come il pesce è immerso nell’oceano. Essa è propria di chi si dispone, nell’umiltà, alla “sapienza che viene dall’alto”, per mezzo del Suo “santo spirito”. La persona creata a immagine e somiglianza di Dio è chiamata a sintonizzare con la sua presenza, con la sua azione, valicando i criteri razionali dell’umano.

La sapienza di Dio non nega questi criteri: semplicemente non si esaurisce in essi ma va ben oltre.

E attraversandoli, come la luce fa con il diamante o il fuoco con il ferro, li illumina, li purifica dell’ambiguità in cui sono avvolti, e offre la giusta comprensione per il bene personale e della società.

È l’opera dello Spirito Santo che agisce nell’umile, quale spazio per la nuova comprensione: “Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra”. La sapienza collabora con l’uomo nel raddrizzare ciò che è storto o sghembo, vince l’autosufficienza, l’orgoglio, l’ebbrezza del potere e del dominio, che offuscano l’intelligenza, bloccano la volontà sui propri punti di vista e rendono il cuore insensibile e restio al cambiamento.

In tal modo “gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito e furono salvati per mezzo della sapienza”. La finalità della sapienza è la salvezza dell’uomo. Essa indica il cammino, il farsi, giorno dopo giorno, dell’amore del Signore nel creato, a favore degli uomini chiamati a essere come Lui nel trasformare e perfezionare la vita personale e i rapporti sociali  nell’ambito dell’avvento del regno di Dio. In altre parole, il raggiungimento della finalità dell’alleanza del Sinai.

La sapienza prende forma umana nella persona di Cristo, nel quale ha mostrato tutta la sua sorprendente dinamica e forza nell’evento pasquale. Paolo, trasformato da essa, ne mostra, nella seconda lettura, l’applicazione.

 

2a lettura (Fm 9b-10. 12-17)

È il testo più breve di Paolo, un biglietto scritto a Filèmone e riguarda un fatto circostanziale. Lo schiavo Onèsimo, fuggito dalla casa di Filèmone, incontra Paolo agli arresti domiciliari. Questi lo accoglie e in seguito si va formando il rapporto di figliolanza non solo per il battesimo – “figlio mio, che ho generato nella catene” – ma per la sintonia e il coinvolgimento affettivo.

Paolo fa leva sulla sua condizione di vecchio, di prigioniero, e rivolge un’accorata esortazione a Filemone affinché lo accolga non "come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo”. L’esortazione manifesta una possibile sintesi della vita e della spiritualità di Paolo nella fraternità, e in considerazione della comune fede nel Cristo.

La sintesi stabilisce il legame tra la fede e la vita concreta, e ridisegna rapporti umani che svuotano dall’interno lo stato giuridico della schiavitù, avallato e consolidato dal vissuto sociale. Essa è una rivelazione dell’avvento del regno di Dio nella circostanza concreta. È il seme, il germoglio nel cammino indicato da Gesù Cristo, in crescita e tensione verso l’avvento definitivo. È entrare nel processo per il quale l’imperfetto umano, che ogni situazione o circostanza storica porta con sé, tende al suo punto finale, con l’intervento per il quale Dio sarà tutto in tutti. Allora il germoglio sarà l’albero pieno di buoni frutti che Dio aveva pensato.

Ebbene, Paolo manifesta il suo sentimento verso Onèsimo e il desiderio che rimanga con lui perché “mi sta molto a cuore (…) avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il vangelo”. Tuttavia, sente l’imperioso moto interiore di perorare l'attenzione di Filèmone per la stima e la fiducia nell’amico: "non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario”.

È veramente ammirevole il distacco dal proprio tornaconto personale in considerazione del bene dei due. Questo denota l’identificazione con il Signore e non desta meraviglia che affermi: “non sono io che vivo ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

Paolo rispetta radicalmente la condizione giuridica del padrone sullo schiavo ma, allo stesso tempo, confida nella forza del bene per la comune condivisione della fede, e anche perché il bene che ne deriva è autentico se non è forzato ma volontario.

La forza del distacco è sostenuta e motivata anche dal bene per Filèmone. Lo stesso, riflettendo sulle parole e l’esempio di Paolo riguardo alla fuga dello schiavo, che nella normalità dei casi una volta ripreso soffriva un severo castigo o, addirittura, la morte, ristabilisce il rapporto a ben altro livello: “Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre”.

Il “per sempre” non è sorretto dalla costrizione o dalla diminuzione della propria autorità e potere, ma dalla nuova condizione: “non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello del Signore”. È lo stravolgimento di ordine antropologico e sociale. Una nuova realtà, allo stesso tempo umana e divina, si configura nella circostanza, anticipo di quello che sarà con il ritorno di Cristo per tutta l’umanità.

La comune fede nella persona di Gesù, e nell’evento pasquale, permette a Paolo di affermare: “Se dunque mi sei amico, accoglilo come me stesso”. È la conclusione propria dell’autentico vincolo d’amicizia, non sorretto da legami familiari, di etnia o per la sintonia su alcuni punti d’interesse comune, ma dalla fraternità e solidarietà generata dall’identità con Gesù Cristo e la fede negli effetti della sua morte e risurrezione. Ma, soprattutto, dalla promessa del destino nella vita terrena, in rapporto al dopo di essa nell’avvento finale del Regno.

Per raggiungere tale obiettivo Gesù, nel vangelo odierno, ne mostra il cammino sconcertante, e a prima vista paradossale.

 

Vangelo (Lc 14,25-33)

Gesù sta andando verso Gerusalemme ed è seguito da "una folla numerosa…”. Non deve ingannare l’apparente adesione, perché la folla pensa che Gesù sia il glorioso messia, il figlio di Davide, che va a restaurare il defunto regno di Israele. Non ha compreso che è il figlio di Dio che va a scontrarsi con le autorità in Gerusalemme per la causa del regno di Dio.

“Egli si voltò”, come per rendersi conto della quantità di gente che lo seguiva. Gesù percependo l’equivoco della gente rivolge loro parole di grande impatto, con chiarezza, senza mezzi termini e in modo da non lasciare dubbi. E pone tre condizioni a chi sceglie di seguirlo.

La prima è: “se uno non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. Si tratta del distacco da tutti loro e, cosa ancora più dura, dalla propria vita. In altre parole, è la liberazione del cuore dalle schiavitù affettive verso altri, e anche con sé stesso. Solo la comprensione dell’insegnamento, della pratica di Gesù, del coinvolgimento affettivo per la sua persona e per la causa genera una carica interiore capace di motivare e sostenere il distacco.

Si tratta di riconoscere l’evento dell’Amore, per il quale l’amato sperimenta in sé stesso il fascino, l’attrazione di seguire Gesù e determina di staccarsi dagli affetti familiari e da se stesso, constatando che la propria vera identità non è in se stesso, ma in Lui.

Non si tratta d’ignorare o non dare la dovuta attenzione al padre, alla madre, alla famiglia, ai congiunti, soprattutto se sono nel bisogno, ma di chiara identità e adesione alla causa per la quale ridisegna i rapporti secondo le circostanze, volta per volta.

Gesù sa, perché lo sperimenta su sé stesso, che non solo questa condizione non avrà buona accoglienza come sarà anche per la causa del regno. E aggiunge la seconda condizione: “Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”. Specificamente fa riferimento alla crocifissione, al momento di maggior disprezzo della gente, quando il condannato carica sulle spalle la traversa sulla quale sarà crocifisso e cammina verso il luogo dell’esecuzione, circondato da ali di folla per le quali era un dovere religioso insultarlo e malmenarlo.

Tuttavia, nella maggioranza dei casi, la croce è la sofferenza generata dalla sfiducia, dall’incomprensione e dal rigetto, dall’isolamento addirittura da parte delle persone più care e, tuttavia, bisogna continuare, perseverare nel cammino fino a dire come san Paolo: "sono stato crocifisso con Cristo” (Gal 2,19).

Le prove e le difficoltà possono essere così grandi e intense che inducono a riflettere e valutare le condizioni e le capacità di far fronte ad esse, senza retrocedere o sviare, altrimenti il discepolo si espone al fallimento, oltre che alla derisione, alla critica tagliente e distruttiva: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.

La seconda parabola del re, che “siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila”, spinge a non fare scelte insensate e buttarsi allo sbaraglio, magari confidando che qualsiasi cosa accada Dio interverrà secondo le proprie attese, per poi rimanere delusi. Per seguire Gesù è necessario sintonizzare,  nell’intimo, con il dono della vita, affrontando il maggiore disprezzo e la radicale solitudine. E credere, come lo è stato per Gesù, che l’amore che motiva la consegna è lo stesso che risuscita alla vita indistruttibile.

Ecco, allora, la terza condizione che non può essere accolta dalla solo volontà o da un momento di entusiasmo interiore, ma dall’accogliere il dono del rappresentante quale effetto della sua morte e risurrezione, associato alla coscienza delle proprie condizioni umane valutate, purificate e sostenute dallo Spirito del Risorto, in modo da rendere efficace l’avvertenza: "chiunque di voi non rinunci a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.

 

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