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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 32,7-11. 13-14)

Mosè è alla presenza del Signore, sul monte Sinai, per stabilire l’Alleanza dopo la liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto. Con il popolo è in cammino verso la terra promessa nella quale, secondo i termini dell’Alleanza, dovrà instaurare un nuovo ordine sociale di pace e armonia, condizioni indispensabili per la realizzazione personale e sociale di ognuno e di tutti. È in tale processo che si manifesta l’avvento del Regno di Dio, o meglio, l’accoglienza della Sua sovranità.

Il prolungarsi dell’assenza fa sì che la debole e inconsistente fede del popolo dia spazio e concretezza allo sconcerto, alla sfiducia nei riguardi di Dio e al dubbio sulla fedeltà di questi alla promessa. Il comportamento conseguente è rilevato con amarezza da Dio che afferma: “Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato!” e si rivolge a Mosè: “Va, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito”.

Di conseguenza il popolo opta per dare a Dio sembianze e caratteristiche in sintonia con il modo di pensare. “Si sono fatti un vitello di metallo fuso”, attribuendo all’immagine la forza e il potere del Dio che li liberò dall’Egitto, nella convinzione che rendendogli il culto appropriato risponda nei tempi e nei modi ritenuti convenienti e opportuni.

È l’intento di avere dalle loro parte il Dio d’Israele esecutore della loro volontà. La visibilità dell’immagine dà loro maggiore certezza e sicurezza di essere esauditi. Non si tratta, quindi, di sostituire Dio liberatore con un altro dio; è lo stesso Dio, ma “modellato” sui propri criteri.

L’idolo, prima di concretizzarsi nell’immagine del vitello di metallo fuso, è prodotto nel loro intimo, incapace e impossibilitato a mantenere la fiducia nella promessa a causa delle difficoltà e dei rovesci lungo il cammino verso la terra promessa. Fiducia che viene meno nel ritenere che Dio, davanti al quale Mosè sta inaspettatamente prolungando la sua presenza, eluda il rapporto di reciprocità per il quale "Lui è il nostro Dio e noi il suo popolo eletto” e, di conseguenza, venga meno quel tipo di rapporto che si aspettano.

Quanto successo allora accade anche oggi, nel senso di modellare nella propria mente un’immagine di Dio secondo le proprie attese e convinzioni. Come allora il vero idolo è elaborato nell’intimo della persona stessa. In tal caso è particolarmente difficile da individuare e distruggere, perché modella e sostiene il proprio punto di vista che blinda ogni alternativa. E il Signore constata: “Ho osservato questo popolo: ecco è un popolo di dura cervice”.

L’elaborazione di un’idea di Dio è inevitabile e necessaria ma occorre evitare di trasformarla in un idolo. Le circostanze della vita, la pluralità e la singolarità degli avvenimenti, spingono a rielaborare l’idea di Dio, tenendo presente il significato ultimo dell’alleanza, i presupposti basilari del regno, la qualità di vita per tutti, il rispetto delle circostanze e delle diversità, in modo da personalizzare l’evento della conversione nell’orizzonte della comunione fraterna, espressione del mistero dell’amore che proviene da Dio e a Lui conduce.

Dio, nella sua bontà, suscita avvenimenti o persone che distruggono l’idolo, ben sapendo che la costruzione di un altro nuovo può ripetersi in altri modi e con nuovi contenuti. Quest’ultimo aspetto è un pericolo costante che esige, da parte del credente, di non abbassare la guardia e sostenere la creatività e l’audacia nel processo di conversione, in attenzione al momento e alla circostanza.

La vita in Dio è una costante lotta per abbattere gli idoli che costruiamo nel nostro intimo, avvicinandoci o addentrandoci sempre più nell’amore in Lui, a Lui stesso. La conversione permanente prima di essere un evento di carattere etico è di ordine teologico riguardo l’idea di Dio che non può essere “imprigionata” in nessuno schema o sintesi operata dal credente.

Dio dice a Mosè: “Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione”. Solo una persona che ama molto reagisce con tanta determinazione nel sentirsi defraudato e deluso dalla persona amata. Tuttavia, la promessa rimane valida, per cui Egli manifesta l’intenzione di costituire un altro popolo che corrisponda a ciò che gli è dovuto.

Mosè intercede efficacemente: “Ricordati di Abramo di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto (…)”. 

Ricordare è attualizzare la promessa di fedeltà anche nella circostanza così sconcertante e sofferta. È la testimonianza della gratuità dell’amore misericordioso, vittorioso sulla profonda amarezza. In tal modo Mosè rende evidente l’essenza di Dio, la sua identità che la collera del momento sembra appannare, ma che in realtà è, dal punto di vista umano, lo sfogo di un amore deluso e defraudato.

“Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo”. Dio non può non essere sé stesso e il carattere distintivo è la fedeltà alla promessa. Tale identità e fedeltà è donata anche al credente come sostegno nelle difficoltà.

È l’argomento di Paolo nella seconda lettura.

 

2a lettura (1Tm 1,12-17)

Paolo fa riferimento alla sua conversione ed a quello che ne è seguito: “Mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede”. Con l’evento pasquale Dio si è chinato sul di lui manifestando il suo amore per mezzo di Gesù Cristo. Con esso Paolo prende coscienza della sua ignoranza, dovuta alla sfiducia nella persona e nell’insegnamento di Gesù. È noto che egli è un uomo eticamente corretto quale fariseo osservante. Probabilmente è questa condizione etica che ha giocato un ruolo significativo e aperto in lui la breccia alla conversione.

L‘evento alla porta di Damasco è il punto di partenza del processo per il quale “la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù”. Si è sentito avvolto e partecipe della fede e della carità di Cristo per la causa del regno. Fra l’altro la conversione non è solo un evento momentaneo – puntuale – ma un processo continuo, in attenzione allo svolgimento della missione. Probabilmente essa è vissuta come qualcosa di smisurato, esorbitante, che porta con sé la crescita nella fede e l’approfondimento dell’amore in Gesù Cristo.

Ne è prova il suo grande impegno e le molte sofferenze che testimoniano l’alto grado d’identificazione in Cristo, per cui può affermare a cuore aperto: “rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Gesù Cristo Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento”. Lo ringrazia perché si è fidato di lui nonostante i trascorsi, e lo ha reso capace per la missione.

Paolo, guardando in retrospettiva il proprio cammino, afferma che il suo comportamento prima della conversione fu “per ignoranza, lontano dalla fede”, e come la grazia del Signore abbia aperto la sua comprensione e il suo cuore alla misericordia di Dio.

In tal modo Dio l’ha reso capace di testimoniare quello che Gesù Cristo ha operato in lui e di argomentare con intelligenza e chiarezza la plausibilità, la convenienza e gli effetti della fiducia Lui. Condizione per la quale il Signore gli ha affidato il servizio di evangelizzare tutte le genti; incarico che ha assunto con responsabilità segnata dall’audacia, dalla creatività e dal coraggio dentro e fuori la comunità, come testimoniano gli scritti del nuovo testamento.

Ecco, allora, la solidità dell’esperienza e dell’impegno nell’affermare: “Questa Parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io”. È l’indicazione del cammino e dell’azione salvifica per tutta l’umanità, per la salvezza che lui stesso ha ricevuto e per la quale è cominciata, in lui,  una nuova vita che offre come esperienza e patrimonio a favore di tutti.

L’esperienza non è fine a sé stessa ma è un passo nel cammino di crescita verso la pienezza nella gloria di Dio, con il ritorno del Risorto. Il cammino per consolidarsi deve coinvolgere e rivolgersi a tutti: "appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto in me, per primo dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere vita eterna”. La salvezza ha il suo inizio nell’atto di riceverla gratuitamente, e il suo termine nel trasmetterla altrettanto gratuitamente. È un processo che non finisce mai.

Paolo incontra il senso vero e pieno della sua esistenza, della quale dà lode a Dio con la seguente preghiera: “Al re dei secoli, immutabile, invisibile e unico, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen”.

In che cosa consista la grandezza, la forza e la salvezza dell’amore viene indicato dal vangelo.

 

Vangelo (Lc 15,1-32)

Il rapporto fra Gesù, i farisei e i loro scribi – i teologi – è molto teso. Frequentemente Gesù è interpellato riguardo al suo comportamento e alla pretesa messianica che non corrisponde a quella che loro aspettavano. Mentre “tutti i pubblicani e i peccatori” si avvicinavano per ascoltarlo, al contrario i farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”.

Secondo la mentalità di questi, il Messia doveva separare i peccatori dai giusti, condannare i primi al fuoco eterno e accogliere i secondi nell’avvento del regno di Dio. Mai e poi mai pensarono che il Messia sedesse a tavola con i peccatori. Fra l’altro si riteneva che condividere la tavola era come dichiarare di appartenere allo stesso gruppo e vivere nello stesso modo. Pertanto era impensabile che Gesù, in quanto Messia, potesse pretendere che credessero in lui come instauratore del Regno e, allo stesso tempo,  si comportasse in quel modo.

Tutto il vangelo testimonia che Gesù deve difendersi riguardo al suo comportamento. Nel testo Gesù lo fa con queste notissime parabole. Le prime due, quelle della pecora perduta e della moneta smarrita, mettono in risalto la gioia del Signore per aver ritrovato l’uomo peccatore (la pecora smarrita), e l’allegria della donna – che è poi l’allegria del cielo e degli angeli – che, con tenacia e determinazione, ha trovato la moneta persa.

Le due parabole descrivono la sollecitudine e l’attenzione di Dio per la conversione di chi si è allontanato da Lui. Manifestano il sentimento di compassione e l’azione misericordiosa propria di chi ha a cuore la miserabile condizione di chi si è perso, con l’intento di riscattarlo dal pericolo e dalla tristezza in cui si trova.

È importante rilevare, e soprattutto credere, che ogni singola persona, nonostante l’allontanamento e la caduta ai livelli morali infimi, non è lontano dallo sguardo e dall’attenzione di Dio. Anzi, è importante sapere che Dio gli rivolge lo sguardo, gli va incontro, in modo da riammetterlo e ristabilirlo nella comunione con Lui.

La persona allontanata, una volta percepito l’errore, capisce il motivo della chiusura in sé stessa e dell’isolamento dagli altri. Non gli è difficile comprendere e pensare cosa significhi la certezza che qualcuno ti cerca per darti animo, speranza, accoglierti come amico, più ancora se questi è Dio. È come una risurrezione.

La conosciutissima parabola del figlio prodigo rivela la condizione di padre di Dio stesso. Come autentico Padre, Dio non vuole la morte del figlio peccatore ma la conversione, affinché viva nella pienezza della gioia che solo lui può donare, gioia rappresentata dal banchetto e dalla festa.

Percepire la portata e la profondità di Dio come Padre richiede la conversione sia da parte del figlio minore che ha lasciato volontariamente la casa, sia del fratello maggiore che vi è rimasto. Sono due conversioni a livelli diversi, ma indicano e fanno comprendere il perché del sorprendente, sconcertante e inaspettato comportamento di Dio.

L’accoglienza di Dio come Padre, nei termini della parabola, è vita per il discepolo, nel quale si rivela la vera condizione di figlio. Più ancora, il desiderio, l’aspirazione ad essere "come Dio” (Gen 3,5) – abilmente usata dal serpente per sviare i progenitori dal cammino di Dio – propria della vocazione di ogni persona, incontra la sua realizzazione nella pratica dell’amore misericordioso del Padre nei suoi confronti. In tal modo, il discepolo si divinizza e, allo stesso tempo, Dio si umanizza nella persona del discepolo.

Raggiungere tale livello di spiritualità presuppone lasciarsi coinvolgere dall’amore di Dio, che Paolo sperimentò alla porta di Damasco in virtù dell’evento della morte e risurrezione di Gesù. Accogliere la manifestazione di tale amore, oltre ogni umana attesa, è distruggere la tentazione di costruire un’immagine falsa di Dio – l’idolo – che, pazientemente e costantemente, Lui corregge con infinito amore paterno.

 

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