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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Am 8,4-7)

Il Signore disse: “Certo non dimenticherò mai le loro opere”. Il profeta trasmette la grande sofferenza e lo sconvolgimento interiore del Signore per lo sfruttamento e la sorte riservata ai poveri e agli indigenti. Il Signore è così profondamente turbato da esprimersi con parole che risuonano come un giuramento, tanta è la determinazione nel procedere a loro favore.

Il brano indica le forme di sfruttamento e di corruzione, comuni in ogni tempo e luogo, motivate dell’avarizia, dall’accumulo del denaro e dalla ricchezza a tutti i costi, senza alcun riguardo per chi ne soffre le conseguenze o affonda ancor più nella precaria situazione in cui si trova. La corruzione è tale che il povero e l’umile, sperando nella sentenza corretta dei giudici, sono defraudati.

Da parte dei ricchi e delle autorità non ci sono né misericordia né compassione e, meno ancora, il rispetto del diritto e della giustizia. Le condizioni dell’Alleanza, stabilita da Mosè sul Sinai, sono stravolte. Altro che terra promessa e “popolo eletto”! Agli occhi del Signore la terra è diventata il nuovo Egitto e, di “eletto”, non è rimasto niente, perché costoro e i detentori del potere economico acconsentono a che ciò accada, qualificandosi come oppressori e nuovi aguzzini. È sotto gli occhi di tutti, e sulla pelle di tante persone, che oggi con la globalizzazione dell’economia non è cambiato molto rispetto ad allora, anzi!

Il Signore aveva liberato il popolo dalla schiavitù e condotto nella terra promessa affinché,  nella pratica dell’Alleanza, che malauguratamente stavano stravolgendo, impiantassero e consolidassero la liberazione attraverso lo sviluppo e la crescita della libertà per amare, quella che il Signore aveva donato. Si trattava di fare della liberazione, offerta da Dio, l’impulso della pratica di libertà per amare allo stesso modo di come Dio li aveva amati e insegnato loro il cammino della giustizia e del diritto.

L’esercizio dell’amore, a livello interpersonale e sociale, configura l’azione liturgica e il culto che il Signore si aspetta dalla singola persona e dal suo popolo. Ma le autorità hanno fatto sì che il culto nel tempio sostituisse l'esercizio del corretto rapporto con il Signore, slegando le esigenze dell’alleanza – la pratica del diritto e della giustizia – a favore dell’interpretazione della Legge, con complicate regole di purezza legale e comandamenti.

Il profeta, con le durissime parole del brano, li richiama a prendere atto dell’equivoco e, allo stesso tempo, avverte il popolo che la corruzione e lo sfruttamento sono sotto gli occhi del Signore e suscitano la sua intensa e immensa indignazione.

Oggigiorno molti cristiani vivono la scissione, il distacco, fra il dovere religioso delle celebrazioni – la messa domenicale, il battesimo dei figli, la prima comunione e cresima, le abituali pratiche devozionali – e la pratica dell’onestà individuale, della responsabilità sociale a livello locale, nazionale, mondiale e della solidarietà nella giustizia per gli esclusi da una vita umanamente degna. Molti si autogiustificano, ritenendo sufficiente la tradizione consolidata, il costume sociale, un sentimento generico di appartenenza a Dio trasmessa dal battesimo e dalla devozione religiosa.

Comportarsi diversamente è come camminare contromano, dovendo pagare un “prezzo” ritenuto eccessivo.

Ci si autogiustifica con affermazioni tipo: la vita è così, il mondo non cambierà, non si può essere radicali se si vuole vivere in pace senza troppi grattacapi, ecc. Di conseguenza, in contrasto con la volontà del Signore, subentra una specie di paralisi che blocca la crescita umana e spirituale, individuale e sociale.

Il profeta Amos legge, nel comportamento corrotto dei giudici, nello sfruttamento dei commercianti, nella pratica dell’ingiustizia personale e sociale, un motivo di vanto, tanto è diventato un’abitudine generalizzata, fa parte della loro cultura! Ma egli rinfaccia direttamente questo comportamento: “Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe …”.

La seduzione della ricchezza, normalmente associata al potere e alla vita lussuosa, l’elogio del successo e della vita ben realizzata, non bada molto al modo di come si è raggiunto tale risultato, ma incoraggia il vanto, l’orgoglio e la soddisfazione personale, anche se il tutto costituisce una specie di gabbia d’oro. È il fascino dovuto all’attrazione esercitata dal luccichio dell’oro, ma in fondo è sempre una gabbia. E la stessa libertà è solo apparenza, come una bella scatola vuota, una bolla di sapone inconsistente.

Tutto converge nel fare della ricchezza un bene irrinunciabile, in altre parole un idolo. San Paolo affermerà esplicitamente che l’avarizia è idolatria. Dio si manifesta nell’azione profetica di Gesù Cristo per la conversione di tutti, come indica la seconda lettura.

 

2a lettura (1Tm 2,1-8)

Paolo esorta Timoteo e la comunità alla preghiera a favore di tutti e, in particolare, “per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio”. Sarà possibile raggiungere l’obiettivo se gli uomini al potere eviteranno l’avidità del denaro, lo sfruttamento delle classi inferiori, l’arroganza e la prepotenza del potere.

Il desiderio di vita dignitosa nei termini indicati, e la sua realizzazione, è gradita a Dio quale espressione della sua volontà e dell’azione salvifica propria dei termini dell’alleanza:  “Dio, nostro salvatore, vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”.

La salvezza riguarda l’oggi, il presente, nell’ambito e nella circostanza concreta. Essa riguarda la qualità della vita, dei rapporti interpersonali e sociali nel quadro generale dell’armonia e della fraternità, quale avvento della sovranità di Dio accolta con gratitudine, soddisfazione e gioia.

In Dio tutto è presente, è oggi, e per il credente è anticipo della realtà ultima e definitiva alla fine dei tempi, per lo scorrere di esso e degli eventi della storia. È determinante che nella sinagoga di Nazareth Gesù presenta il “programma” della sua azione pastorale e dice che oggi si compie la parola appena ascoltata. L’annuncio suscita stupore, sconcerto e rigetto. Se si fosse riferito all’altra vita, o alla fine del mondo, non sarebbe accaduto niente, e nessuno si sarebbe scandalizzato.

La salvezza – la liberazione dal male e dal peccato – inizia con l’abbandono della condotta e degli atteggiamenti indicati nella prima lettura, per fare propria la pratica della giustizia e della solidarietà con i poveri e i meno favoriti, in modo da garantire l’equità e l’instaurazione di condizioni di uguali opportunità, senza favoritismi o vantaggi per alcuno.

Acquisire la “conoscenza della verità” non è un atto intellettuale, la formulazione del pensiero razionale e metafisico sul mistero di Dio e dell’esistenza umana, ma la declinazione di esso nella pratica dell’accoglienza, della dinamica per la quale si crea l’unione nelle diversità, la valorizzazione piena della soggettività nella comunione.

Essa ha inizio con il depotenziamento di sé stesso (“svuotò sé stesso” (Fil 2,7)) nel senso del distacco, o meglio, dal depotenziamento del proprio punto di vista, dei propri riferimenti e della propria vita. Con altre parole, fare la scelta per la quale Gesù, pur essendo ricco si è fatto povero (2Cor 8,9), e camminare sulla stessa via per arricchire della sua povertà la pratica dell’amore inclusivo di tutti, quale conversione alla causa del regno.

La verità si fa. È azione e riflessione sul processo e il fine del cammino giornaliero, in modo da andare oltre al noto assioma della filosofia: “penso, dunque esisto”, per assumerne un altro: “amo, dunque esisto”. È quello che Gesù ha fatto e insegnato come legge fondamentale per chi lo segue: “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv 15,12).

Centrale è la comparazione: il “come”. È proprio in virtù dell’amore che Gesù è il ponte che ricollega gli uomini allontanati e separati fra di loro e da Dio. In tal modo svolge il ruolo a lui affidato con l’entrata nel mondo quale “mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Gesù Cristo, che ha dato sé stesso in riscatto per tutti”.

La mediazione non è imposta, ma offerta a tutti indistintamente. Chi crede in essa si appropria degli effetti della morte e risurrezione, che stabilisce la riconciliazione di Dio e con gli uomini. Costui è costituito figlio di Dio e capace di amare com’è amato. La mediazione e testimonianza “egli l’ha data nei tempi stabiliti”, con la sua vita e, soprattutto, con l’evento pasquale, ma i suoi effetti sono attualizzati in ogni luogo e tempo per la fede, in virtù della quale dice Paolo: “io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità non mentisco – maestro dei pagani nella fede e nella verità”.

La fede riproduce, nell’ambito e nella situazione specifica, caso per caso, quello che Paolo ha sperimentato su sé stesso alla porta di Damasco, coinvolto nel dirompente evento che trasformò il suo mondo interiore in modo così radicale, al punto da lasciare perplessi i cristiani riguardo all’autenticità della sua conversione.

Per questa ragione Paolo rafforza il suo argomentare nel sottolineare che quel che sta dicendo è vero e non c’è inganno nascosto, per cui i destinatari dello scritto possono confidare pienamente nella verità del suo insegnamento e della sua efficacia.

L’evento è portatore della bontà e della verità riguardo alla causa di Gesù, così come l’inizio del cammino e del processo di costante conversione.

Il vangelo indica come mantenersi fedele alla persona di Gesù e alla causa del regno di Dio, e quali doti sono necessarie.

 

Vangelo (Lc 16,1-13)

Davanti all’inevitabile licenziamento per aver sperperato gli averi dell’uomo ricco, l’amministratore infedele riflette sul futuro immediato e a lungo termine che dovrà affrontare. Non è specificato bene per quale condotta: se fu disonesto o incompetente, sbadato o superficiale, o se l’accaduto si deve a collaboratori disonesti. Non è nemmeno indicato se dovrà risarcire il danno ma, semplicemente, che dovrà andarsene: “non potrai più amministrare”.

Tutto indica che lo scopo della parabola non è incentrato sulla mancata responsabilità o sulla condotta morale dell’amministratore, ma sulla sua reazione all’inaspettata e difficile situazione in cui si trova. Questi riflette tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie dall’amministrazione?”.

Il testo riporta la lucida e reale valutazione delle possibilità che gli si prospettano, pur nel comprensibile trambusto e sconvolgimento personale: “Zappare, non ne ho la forza; mendicare mi vergogno”. E immediatamente decide il da fare: farsi amici i debitori del padrone dimezzando o riducendo il debito.

E “Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza”. Di primo acchito sembra che Gesù lodi il comportamento inaccettabile, ma le parole che seguono – “I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce” – evidenziano la contrapposizione che riguarda la scaltrezza e la prontezza dei primi nel risolvere a proprio favore una situazione difficile. I figli di questo mondo sono gente che agisce per interesse e per la convenienza ne inventa tante pur di raggiungere l’obiettivo.

I figli della luce dovrebbero procedere nello stesso modo ma, evidentemente, a favore della causa dell’avvento del regno di Dio. Se costoro fossero in possesso di una ricchezza disonesta ecco l’esortazione a liberarsi di essa in modo intelligente: “Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché quando questa viene a mancare, essi vi accolgano nelle loro dimore”. Si tratta di impiegare il denaro a favore degli altri in modo da essere accolti nel momento del bisogno.

Per Gesù la ricchezza è sempre disonesta. Se non lo è per disonestà è per mancanza di generosità, di gratuità, di amore verso i bisognosi; se non avesse agito in tal guisa non si sarebbe arricchito. E afferma: “Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti”.

E allora, “Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta…”, liberandovi da essa a favore di chi ha bisogno di aiuto e di sostegno, “… chi vi affiderà quella vera?”,  propria dell’avvento del regno di Dio, del fruire della comunione fraterna, della vita piena nella comunione con Lui. “E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?”, la ricchezza della comunione fraterna e responsabile. Come potrete ricevere quel patrimonio insito nella realtà del regno di Dio?

E poi la sentenza finale: “Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”. Non si possono mettere insieme le due cose.

 “Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera?”. La fedeltà nel dover amministrare la ricchezza disonesta è impossibile senza la conversione di cui sopraNe consegue che, "Se dunque non siete stati fedeli – alla causa del regno – nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra”, ovvero la partecipazione alla gloria di Dio.

La conclusione è: “Nessun servitore può servire a due padroni, perché odierà l’uno o amerà l’altro (…) non potete servire Dio e la ricchezza”.

 

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