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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Am 6,1a-4-7)

“Guai agli spensierati di Sion”. Il profeta si riferisce ai ricchi, alle loro condizioni di vita e alla spensieratezza di cui godono, in contrasto con la povera gente che non ha di che mangiare e vive nella più grande precarietà, insicurezza e sofferenza. Non solo, ma in quelle condizioni, i ricchi “si considerano sicuri sulla montagna di Samaria!”

Il profeta è profondamente sconcertato e annuncia l’imminente castigo del Signore ai ricchi la cui condizione di vita scandalosa è in radicale contrasto con le esigenze dell’Alleanza e l’avvento del regno di Dio. L’indignazione del Signore è che loro, “della rovina di Giacobbe – il popolo d’Israele – non si preoccupano”, ma vivono spensierati, sicuri, anche se la loro vita offende la dignità dei poveri, privandoli del necessario per vivere degnamente.

Il riferimento a Sion e alla montagna di Samaria fa pensare al luogo del culto che, celebrato con devozione e correttamente, si declina nella sicurezza di stare con Dio, di averlo dalla propria parte. Fra l’altro la ricchezza era ritenuta come benedizione e protezione divina. Ebbene, il profeta ammonisce che il loro vivere nell’ingiustizia rende insignificante la celebrazione religiosa e illusorio l’incontro con Dio, perché la loro vita svuota il senso del culto e priva del coinvolgimento nella causa del diritto e della giustizia per tutti.

Il lusso e la corruzione rende il ricco insensibile alle condizioni di chi soffre la povertà e l’indigenza disumana. Non si preoccupano della sofferenza e meno ancora dell’infelicità dei poveri, degli esclusi e degli oppressi. Sono preoccupati solamente di sé stessi e pensano a godere la vita fra di loro: “Distesi su letti d’avorio (…), mangiano gli agnelli del gregge (…) canterellano (…) bevono vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati”.

La ricchezza, accompagnata dall’avarizia, chiude il cuore, uccide la sensibilità umana, distrugge i sentimenti di solidarietà e cancella i rapporti di fraternità. In altre parole,  allontana e sconvolge non solo dal rapporto umano ma anche dal rapporto con Dio.

I ricchi vivono in un mondo chiuso in sé stesso, schiavizzati dai propri beni, come lo è il dipendente dalla droga. Essi sono come in una gabbia d’oro ma, nonostante il fascino della ricchezza ed i vantaggi corrispondenti, è pur sempre la gabbia della solitudine, del vuoto e della povertà interiore, da colmare attraverso l’apparenza esterna che il lusso e il denaro sostiene.

Il profeta annuncia il castigo imminente di Dio: “Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti”. La storia registra che ciò accadrà con l’occupazione del territorio da parte dell’Assiria e la conseguente deportazione. Il profeta vede nell’evento il compimento della profezia, l’irrompere di una grande rovina e lo sconcerto di tutti loro.

L‘evento è indicativo della disgrazia che tocca le persone nelle loro stesse condizioni e con gli stessi atteggiamenti. Non si tratta di fatti storici analoghi, ma della condizione di “esilio” e disfacimento dovuto al vuoto interiore, alla condizione d’insipienza, superficialità e fragilità del rapporto fra loro. Essi vivono di apparenza, che costituisce l’esilio da sé stessi, dalla gioia duratura che si genera e rigenera nel profondo del cuore.

Mi diceva una persona, conoscitore dell’ambiente dei ricchi, che nei rapporti fra loro fingono di essere felici. Nell’“l’orgia dei dissoluti” non ha spessore né consistenza la vita e  appena manca il denaro, o alle prime difficoltà, mancano loro le condizioni per sostenere l’apparenza e il rapporto di amicizia viene meno.

È quello che tutti sanno: quando c'è denaro sono tutti amici ma, nel momento del bisogno, sorgono mille scuse o motivi per girare le spalle. È l’esilio personale e l’isolamento sociale.

Il rispetto dell’Alleanza, e la conseguente pratica del diritto e della giustizia, sostiene un livello di vita sociale e personale per il quale il povero è nelle condizioni di donare o condividere qualcosa in fraternità e il ricco di rispondere, con cuore generoso e grato a Dio, al bisogno dell’umile, del povero. È sintonizzare con i termini dell’Alleanza nel sostenere rapporti sinceramente umani e fraterni, in attenzione alle condizioni di vita personali e sociali specifiche di ogni caso.

Tuttavia, la ricchezza continua a esercitare seduzione e fascino. Cosa fare per non cadere in questa tentazione? È quello che indica la seconda lettura.

 

2a lettura (1Tm 6,11-16)

Nei versetti precedenti Paolo espone a Timoteo vari aspetti di quello che deturpa e devia l’azione pastorale del discepolo. Fra essi menziona l’avidità del denaro come radice di tutti i mali. Perciò raccomanda: “Tu, uomo di Dio, evita queste cose”. Egli parte dal presupposto che Timoteo abbia assimilato un buon grado di identificazione con l’evento Gesù Cristo e indica due comportamenti da assumere.

Il primo riguarda la cura del proprio mondo interiore, nel coltivare il necessario per rafforzarlo e consolidarlo in virtù dell’identità con Cristo: “tendi invece alla giustizia, alla pietà alla fede, alla carità, alla pazienza e alla mitezza”. Ognuna di queste indicazioni ha un contenuto importante e conseguenze molto rilevanti per se stesso, per la qualità dei rapporti interpersonali e la causa del regno.

Quanta letteratura è stata, e sarà, elaborata su ognuna di esse! Nel loro insieme le caratteristiche offrono un quadro articolato e organico del vissuto cristiano che, in una parola, si riassume in “amore”, o meglio, nella “carità”. La virtù della mitezza – un insieme di fermezza delle proprie convinzioni e docilità nell’esporle e sostenerle – catalizza tutte le altre nello svolgimento dell’azione pastorale, anche nelle consistenti difficoltà della circostanza.

Il secondo riguarda il fine dell’evangelizzazione: “Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato”. Le difficoltà personali e sociali, dentro e fuori della comunità, sono tali da richiedere l’atteggiamento di combattente, il che significa non demordere, non lasciarsi andare ma, in virtù del coinvolgimento nell’amore per Gesù Cristo e la Sua causa, incontrare in esso la necessaria tenacia e perseveranza.

Paolo raccomanda a Timoteo attenzione e impegno alla vita eterna nel presente per la qualità del coinvolgimento nella causa del vangelo, dell’avvento del regno. Con esso è sempre più profonda e cosciente la crescita nella comunione con Dio in virtù della fede in Gesù Cristo e, particolarmente, negli effetti dell’evento pasquale.

La vita eterna è frutto della fede operosa che motiva e sostiene la buona battaglia. È l’esercizio dell’attività per la quale la testimonianza, accompagnata dall’argomentazione di vita, morte e risurrezione, è comparabile alla battaglia affrontata con lo stesso metodo insegnato da Gesù, con le caratteristiche e gli atteggiamenti di cui sopra.

Per incoraggiarlo ricorda a Timoteo quel che egli è, e quello che la gente si aspetta da lui come responsabile della comunità, davanti alla quale “e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni”. Pertanto Paolo, che conosce per esperienza da dove provengono la forza e il motivo per trovare in sé stesso le virtù di cui si necessita, afferma: “ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento”.

Penso si riferisca a quello di amare come Gesù ha amato, o meglio, con lo stesso amore con cui ti ama, nel donare sé stesso per fare di te stesso una nuova creaturaLa coscienza di tale dono è la condizione che sprigiona le energie e l’intelligenza per crescere nella tradizione creativa e innovativa della comunità. In tal modo essa costituisce il bagaglio personale e della comunità, e viene continuamente arricchito.

Tale processo continuerà “fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio (…) che nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo”. In quel tempo l’attesa del ritorno del Risorto era ritenuta prossima. L’integrità e la fede di Paolo sono motivo dell’inno di lode: “A lui onore e potenza per sempre”, manifestazione della gratitudine per la causa del regno e per la persona di Cristo, del quale ricorderà costantemente che “mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me” (Gal 2,20).

Fu proprio per l’apertura del cuore e della mente alla Parola che la sua vita si è trasformata da persecutore in apostolo. Non si è trattato solo di un colpo di fulmine ma dell’evento specifico in cui l’integrità e perseveranza nella Parola, pur coltivata costantemente nel cammino opposto a quello di Cristo, ha fatto sì che in lui si manifestasse la portata del mistero di Dio alla porta di Damasco.

Paolo era ed è la persona profondamente coinvolta dalla Parola, al momento opportuno incontrata nella persona di Gesù e alla quale ha aderito con tutto sé stesso. Il vangelo riprende la necessità di tale adesione.

 

Vangelo (Lc 16, 19-31)

Gesù è burlato dai farisei per aver affermato l’incompatibilità di servire Dio e il denaro. E risponde con la parabola. “C’era un uomo ricco che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo”. È risaputo che la ricchezza si esprime e si riveste nel lusso esteriore. Ebbene non dice – come a volte si pensa – che questo ricco sia malvagio o cattivo. È un uomo ricco e, secondo la tradizione biblica ebraica, benedetto da Dio perché Egli premia i buoni con la ricchezza e maledice i cattivi con la povertà.

“Un povero, di nome Lazzaro” (il nome significa ‘Dio aiuta’) “stava alla sua porta, coperto di piaghe”. Le piaghe sono considerate un castigo inviato da Dio. Quindi è un uomo colpevole della sua miseria, delle sue piaghe. “Bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco". Allora si mangiava con le mani e si asciugavano le dita con la mollica del pane e poi si buttava. Di questa Lazzaro bramava sfamarsi.

I cani, considerati animali impuri, "venivano a leccare le sue piaghe”. Quindi Lazzaro è impuro che vive fra impuri. La concezione teologica di allora stabilisce l’insuperabile barriera fra il ricco e il povero e, di conseguenza, l’esclusione del povero dal regno con l’avvento del messia.

Sorprende gli ascoltatori che nell’altra vita Lazzaro stia accanto ad Abramo. Nella regione dei morti il punto più luminoso è stare con Abramo e, certamente, non poteva starci l’impuro Lazzaro che, al contrario, doveva trovarsi nel punto più oscuro.

Il ricco non è condannato per essere stato malvagio nei confronti del povero, per averlo maltrattato, ma semplicemente perché non si è accorto della sua esistenza. Solo adesso, quando è nel bisogno, finalmente se ne accorge.

Ebbene questi chiede ad Abramo “di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente”. La risposta è: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. Il ricco insiste, pensando di avere ottimi argomenti di replica: “No, Padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”.

La fede del ricco è fondata sulla forza dirompente del miracolo. Molti, e non solo i ricchi, pensano allo stesso modo e si sorprendono di non trovare riscontro alle loro richieste. Con un miracolo di tale portata come non credere? Nella grande maggioranza dei credenti la fede nell’autorevolezza divina della persona si fonda su atti come quello richiesto dal ricco, al punto che, nel caso in cui la richiesta non venga esaudita, si sentono defraudati e viene meno la fiducia.

La risposta costituisce la finalità della parabola: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”. La fede procede dalla Parola dei Profeti, che richiamano il popolo e le autorità alla fedeltà all’Alleanza, codificata nella pratica della legge di Mosè e poi sostituita da Gesù con la propria, e la nuova Alleanza.

Pertanto è ingannevole fondare la fede in Gesù sul miracolo, anche con l’evento sconcertante e ammirevole della risurrezione. Peraltro la risurrezione di Gesù non è un super-miracolo ma la manifestazione sorprendente, inaspettata e sconcertante della sua consegna, per amore, alla causa del regno di Dio. È la faccia nascosta della radicalità e fedeltà nell’amore, fino al punto da consegnare tutto sé stesso.

L’amore che lo porta alla consegna qui è la forza della risurrezione là, dopo la morte. Non è un miracolo nei termini comunemente inteso. Propriamente, il miracolo è la capacità di amare tutti indistintamente, anche il nemico, come Gesù ha amato.

È possibile credere nella risurrezione non per vedere rianimato un morto, ma per l’amore che Gesù ha avuto – ed ha – per ognuno di noi, lasciandoci coinvolgere da esso in modo da renderci capaci della sua stessa missione per la causa del Regno: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore “(Gv 15,9).

Quel che salva non è il miracolo, ma la fede che si fa dono di sé, amore per la causa dell’avvento del regno di Dio.

 

 

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