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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ab 1,2-3; 2,2-4)

È un momento di grande tensione per Abacuc: "Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti”; si sente abbandonato e defraudato da Colui che lo ha chiamato alla missione profetica. Tutto ha un limite di sopportazione e di pazienza, oltre il quale subentra uno stato di esasperazione e di sconforto, proprio di chi è in un vicolo cieco, senza uscita. Lo sconcerto è totale per la mancanza di risposta. E rinnova la supplica chiedendo: “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”.

Il profeta descrive la condizione in cui si trova: “…Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese”, nella certezza che tutto passa sotto gli occhi del Signore e non muove un dito! Com’è possibile che ciò accada? Perché non fa niente? Angosciato e al limite della sopportazione il profeta sfoga la sua amarezza: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, e a te alzerò il grido: ‘Violenza!’?”, nella speranza di ottenere la risposta.

Il popolo e le autorità non rispettano l’Alleanza stabilita con l’uscita dalla schiavitù dell’Egitto. La liberazione, dono del Signore, non è assunta e vissuta come radice e linfa dei rapporti interpersonali, dell’organizzazione sociale sui binari del diritto e della giustizia, in modo che la terra promessa sia l’ambito di fraternità responsabile e luce per le altre nazioni.

La liberazione finalizzata a fare delle persone soggetti liberi, capaci di coltivare in sé stessi il dono della libertà, per coinvolgere e attrarre nell’avvento del regno i popoli stranieri si sta rivelando un fallimento. Non solo, ma quello che emerge è proprio il contrario: la terra promessa sta configurandosi come un nuovo Egitto – sinonimo di schiavitù e impero del male – tradendo la finalità dell’Alleanza.

Il profeta, chiamato dal Signore a rappresentarlo presso il popolo, avendo rilevato l’allontanamento di esso da Lui e dall’alleanza, si trova in una condizione di particolare disagio e sofferenza, a causa della consistenza e della radicalità della situazione che perdurerà indefinitamente. È il senso della domanda: “Fino a quando?” che, fra l’altro,  manifesta la stanchezza, il peso insopportabile dell’impotenza, della solitudine, la mancanza di percezione di una via d’uscita.

Nell’attualità, situazioni sociali incancrenite, interminabili guerre e conflitti, avvilenti esperienze personali di sofferenza, rovesci professionali, mancanza di lavoro, insuccessi affettivi, solitudini interminabili e altro portano alla stessa domanda: fino a quando? Se Dio esiste perché ciò accade? Perché non interviene? E molti si chiedono: ma allora davvero esiste?

Entra in crisi la fede nella bontà paterna di Dio, tanto è il peso dello sconcerto. Ci sono situazioni nelle quali è difficile trovare la risposta adeguata. Il mistero profondo di Dio si presenta come oscurità, nebbia, perdita di riferimento nel quale risalta tutta la sua incomprensibilità.

Tuttavia, arriva il momento in cui il Signore si fa sentire e si schiera: “Scrivi la visione, incidila bene su tavolette perché si legga speditamente”. Le parole offrono la certezza che, pur nel silenzio, Dio non è assente né ignora quello che sta succedendo. Più ancora, si compromette personalmente nell’intervenire con determinazione e chiarezza. Non stabilisce il momento esatto, perché il quando resta indeterminato: “È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà”.

L’esperienza assicura che il Signore è fedele alla promessa, a quello che dice.

L’attesa non è per indurre allo scoraggiamento ma per rendersi conto dello spessore e della consistenza della speranza, che si manifesta, forte e solida, in virtù della memoria, che interiorizza l’agire del Signore riguardo agli eventi che hanno segnato momenti decisivi della storia del popolo.

Perciò, “Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la fede”. L’animo retto è di chi ha fiducia nella promessa del Signore che non verrà mai meno al contenuto della memoria. Essa è sostegno indispensabile alla fedeltà e alle esigenze dell’Alleanza. L’animo retto e la fedeltà alla causa del regno, nella pratica pastorale, si uniscono nella speranza che acquista forza e consistenza. È tutto il contrario di quello che il profeta ha davanti a sé.

Ciò che è retto, in primo luogo, è la disposizione di fiducia e di speranza coltivata opportunamente nel costante dialogo con la realtà e le esigenze dell’Alleanza. La mancanza di fiducia attenua o, addirittura, spegne la speranza e rende impossibile la comunione, l’intimità e la familiarità con il Signore. La persona rimane nella sua auto-(in)sufficienza, lontana e isolata dal Signore. In tale condizione non c’è futuro, è destinata a soccombere.

Il “giusto” è reso tale agli occhi del Signore per la fiducia nella sua promessa e il compimento di essa con l’avvento della sua sovranità. È quello che il Signore sollecita al profeta nel momento della prova. Fiducia in continua evoluzione e consolidamento, come lascia intendere la seconda lettura.

 

2a lettura (2Tm 1,6-8.13-14)

Il testo, includendo i versetti 9-12, è una lunga esortazione di Paolo a Timoteo, affinché lotti per rimanere coraggiosamente fedele al vangelo ricevuto: “Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui”.

Non meraviglia che susciti imbarazzo e vergogna predicare la salvezza personale – la vita eterna – e comunitaria – il regno di Dio nell’oggi in sintonia e anticipo dell’evento futuro con il ritorno del Risorto – facendo riferimento a un uomo che, attribuendosi condizione divina, fu crocefisso.

Umanamente è una stoltezza investire in una causa persa. Credere alla testimonianza di alcuni seguaci che lo dicono risorto dai morti, fra i quali Paolo in prigione, uno dei maggiori divulgatori, significa esporsi al ridicolo, come accadde allo stesso apostolo nell’areopago di Atene.

Di conseguenza Paolo raccomanda a Timoteo di “ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani”. Il gesto d’imporre le mani sul capo significa trasmissione di potere e del dono che configura il ricevente a Cristo e conferisce la capacità, l’autorevolezza di operare e agire in suo nome. Il dono, cui Paolo si riferisce, è l’immersione nel mistero della morte e risurrezione di Gesù Cristo, che trasforma l’intimo della persona e la costituisce nuova creatura.

Per ravvivarlo è necessario seguire l’indicazione di Paolo a fare riferimento ai “sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Gesù Cristo”. Conoscendo l’origine e la vicenda di Gesù, che ha messo come tra parentesi la sua condizione divina per essere uomo tra gli uomini, si deduce dal suo insegnamento, dalle sue scelte e determinazione alla causa del Regno fino alla consegna sulla croce, la sua fiducia e fedeltà al Padre che l’ha inviato nel mondo e l’amore che lo motiva e sostiene per la salvezza di ogni persona e dell’umanità intera.

Il dono si ravviva in chi, nella mente e nel cuore, dà spazio all’evento Gesù Cristo. Tale spazio è lo Spirito Santo al quale Paolo fa riferimento: “Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato”. È lo svuotamento di sé, nel quale percepire l’insegnamento e la pratica di Gesù nell’accogliere la sovranità di Dio nella circostanza e nel contesto specifico. In esso emerge l’etica e il contenuto dell’azione che esprime l’agire dello Spirito Santo, la manifestazione dell’amore di Dio “come bene prezioso che ti è stato affidato”.

In virtù di tale spazio – partecipazione nel mistero di Dio – cresce con esso la santità e la saggezza del discepolo, arricchendo l’autentica tradizione della Chiesa che viene tramandata da una generazione all’altra. E si manifesta la portata del dono che Gesù, rappresentate di ogni singolo uomo e dell’umanità intera davanti a Dio, ha guadagnato per ognuno e per tutti, ravvivando l’efficacia della fede nell’accogliere il dono dell’amore che rende simili a Lui.

Di conseguenza, continua Paolo, “Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo”. L’adesione sincera a Gesù Cristo rende il discepolo partecipe della verità di Dio e consolida, sempre più fortemente, l’identità con Lui e in sé stesso quale vero uomo, nel porre basi solide di serenità nelle avversità, qualunque esse siano e da qualunque parte vengano.

In tal modo egli partecipa della stessa esperienza di Paolo, quando afferma di essere crocifisso con Cristo (Gal 2,19) e in comunione con Lui nella sofferenza per la causa del Vangelo e per il farsi del regno di Dio nell’oggi, come anticipo del regno ultimo e definitivo che si realizzerà, per l’azione di Dio Padre alla fine dei tempi.

È necessario vigilare e coltivare la fede affinché sia sempre più consistente. È quello che insegna il vangelo.

 

Vangelo (Lc 17,5-10)

Il brano s’inserisce nelle affermazioni di Gesù che sorprendono gli apostoli e scalzano quello che la tradizione abitualmente e comunemente ha loro trasmesso. Essi, riguardo all’imminenza dell’avvento del regno, sono in grado di capire e accettare l’insegnamento di Giovanni Battista, in sintonia con la tradizione consolidata nel senso comune della gente istruita dagli scribi, i teologi di allora.

Con Gesù è tutto molto diverso, perché stravolge l’impianto di allora con la pretesa di agire in nome di Dio, quale Figlio dell’uomo. Di fatto essi sono combattuti tra lo sconcerto e la fiducia e chiedono al Signore: “Accresci la nostra fede!”.

Com’è abituale in Gesù, egli non spiega né argomenta riguardo alla difficoltà di comprensione delle sue affermazioni. Solo chiede la fiducia nella sua persona e nel suo insegnamento riguardo all’avvento del regno di Dio, in virtù dell’efficacia della sua parola e  della pratica che instaura. Egli offre “oggi” (Lc 4,21), nel presente, per la fede in Lui, la redenzione di tutti con l’avvento della sovranità dell’amore di Dio, per ognuno e l’umanità intera.

Sorprendentemente risponde: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: 'Sradicati e vai a piantarti nel mare’, ed esso vi obbedirebbe”. Il paradosso è riferito non tanto al fatto in sé – Gesù sa bene che mai si potrà impiantare nell’acqua il gelso sradicato – ma nell’affermare la forza e l’efficacia della fede.

Gesù stesso, per la sua fede nel portare avanti la causa del regno di Dio in mezzo a opposizioni di ogni genere, fino alla consegna di sé stesso, si lascerà vedere come il Risorto, testimoniando l’efficacia del compimento di essa.

La potenza della fede è associata all’umiltà del servizio per amore. Fede che assume la condizione del servo, di colui che è pronto al bisogno di vita di chi è provato, sfiduciato e oppresso in vari modi. Gesù ricorda loro le funzioni e l’atteggiamento del servo nei confronti del suo Signore, nell’orizzonte della totale gratuità, senza aspettarsi alcun ritorno: “Chi di voi se ha un servo (…) non gli dirà piuttosto ‘Prepara da mangiare, stringiti i fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu?”. Nella gratuità si manifesta la portata e la consistenza dell’amore che è, propriamente, l’aspetto salvifico in azione.

In conformità alle esigenze che derivano dalla decisione di seguire il Signore, il discepolo si comporta nella stessa maniera. Evidentemente la sua condizione di servo non viene da imposizione ma da scelta libera e consapevole, in sintonia alla verità e all’amore in cui è coinvolto, per quello che il Signore ha fatto e continua a fare per/e in lui.

È un servizio che nasce dall’amore e si mantiene autenticamente tale se è donato nell’amore. Il discepolo non dovrebbe sorprendersi né aspettare alcuna forma di gratitudine. Perciò Gesù aggiunge: “Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?”. L’autentica fede, necessariamente legata all’amore, fa del servizio l’attività che impegna tutta la persona, per sempre, nell’orizzonte della gratuità.

Nei discepoli, probabilmente, è proprio la mancanza di questa condizione che indebolisce la loro fede, al punto da renderla inconsistente e priva del necessario per manifestare la potenza della sua efficacia. Si capisce, allora, la supplica che gli apostoli rivolgono al Signore. La risposta è un invito a confrontarsi e valutare se la libera scelta di porsi al servizio della causa del regno di Dio è realmente sostenuta e motivata dalla gratuità, ovvero dall’amore.

“Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare’”. Il “dovevamo fare” non indica un obbligo, ma la forza, l’impulso dell’amore per la salvezza delle persone e della società. Quando la motivazione dell’agire è l’amore, perché immersi in esso come il pesce nell’oceano, si valuta il proprio impegno e lo sforzo come qualcosa di irrilevante.

Più ancora, l’espressione “siamo servi inutili” manifesta la coscienza che tutto si deve al dono ricevuto che attiva la dinamica dell’amore verso gli altri – persona, società, creato – in un processo di espansione e crescita senza fine, che neanche la morte interromperà.

 

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