Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Ottobre: 2019
L M M G V S D
« Set    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

Login

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Re 5,14-17)

Il generale dell’esercito siro Naamàn, contagiato dalla lebbra e su consiglio di una schiava ebrea al servizio della moglie, si reca nel paese nemico – Samaria, Israele – per incontrare il profeta Eliseo. L’incontro rischia di fallire a causa di probabili complicazioni politiche e, se ciò accadesse, il generale si sentirebbe umiliato, non accolto all’altezza del suo rango.

Il profeta gli dice semplicemente di immergersi sette volte nel fiume, richiesta che irrita molto il generale, che aspettava ben altre indicazioni e prescrizioni rispetto al semplice bagno nelle acque del fiume. Solo il buon senso della schiava riesce a curare l’orgoglio ferito del generale, tanto che egli che “scese e s’immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Eliseo, uomo di Dio, e il suo corpo divenne come il corpo di un ragazzo, egli era purificato dalla sua lebbra”.

L’evento trasforma l’orgoglio in umiltà. Il generale ritorna da Eliseo, che aveva trattato grossolanamente e “stette in piedi davanti a lui”, in segno di rispetto e considerazione, come se volesse chiedere scusa. L’aver dominato e sottomesso l’orgoglio ha permesso di recuperare la salute, altrimenti inevitabilmente compromessa. È una lezione che va ben oltre la circostanza specifica.

Più ancora, il generale afferma: “Ecco, ora so che non c'è Dio sulla terra se non in Israele”. Un evento di tale portata apre la mente e il cuore a Dio, in nome del quale esso è avvenuto. Ecco la ragione dell’impegnativa affermazione del generale.

Molte persone, in circostanze simili, direbbero le stesse parole. Riconoscere Dio come Signore della propria vita, dopo il miracolo, è proprio del senso comune. È vero anche il caso di persone che, per un male o una circostanza irrimediabile, promettono mare e monti se graziate, per poi dimenticare tutto e tornare alla vita di prima, “dimenticando” le promesse.

Che cosa fa la differenza? L’inconsistenza e la superficialità del rapporto con Dio fa sì che la persona riduca la rivelazione solo all’avvicinamento strumentale e interessato. Ottenuta la grazia tutto rimane un bel ricordo per circostanze future, ma non motiva il coinvolgimento nella comunione e, meno ancora, l’identificazione fondante per un solido e costante rapporto.

Non è il caso di Naamàn che rivolgendosi al profeta aggiunge: “Adesso accetta un dono dal tuo servo”. Eliseo risponde con fermezza: “Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò”. La vita del Signore è amore gratuito, disinteressato e non ha altra finalità che l’amore stesso. L'accettazione del dono da parte di Eliseo avrebbe trasformato  l’evento in scambio, realtà lontana dalla presenza e dalla comunione con il Signore e avrebbe comportato il rapportarsi con un Dio che non è quello d’Israele.

Naamàn chiede il permesso di caricare la terra e portarla a casa e, inoltre, afferma che “non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi ma solo al Signore”. 

L’evento l’ha coinvolto nel profondo e seriamente. La richiesta di portare a casa la terra è una professione di appartenenza ad essa, pur non essendo membro del popolo d’Israele.

Il silenzio di Eliseo al riguardo suona come approvazione: in tal caso l’appartenenza va ben oltre alla purezza genealogica. Si appartiene a Lui, per l’apertura della mente e del cuore, nell’accogliere il suo insegnamento e la sua pratica quale opera di salvezza. È un passo grande che, nella circostanza, rompe uno schema molto consolidato. Ma esso resisterà a lungo, anche al tempo di Gesù.

Naamàn avalla la serietà della propria decisione, intende prestare culto al solo Signore d’Israele che, rettamente inteso, si traduce nella pratica del diritto e della giustizia, il corretto modo di servirlo fedelmente. L’agire del profeta ha ottenuto un pieno successo nel doppio aspetto di mantenersi radicalmente fedele al Signore, non accettando dono alcuno,  e nel condurre un pagano all’incontro con il Signore.

Anche oggi è doveroso e imprescindibile interiorizzare gli effetti dell’evento pasquale e declinarlo nella pratica dell’amore, come indica la seconda lettura.

 

2a lettura (2Tm 2,8-13)

Continua (vedi il testo di domenica scorsa) l’esortazione di Paolo a Timoteo, che si trova in difficoltà, puntando direttamente sull’evento pasquale: “Figlio mio, ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio vangelo”. Queste parole qualificano la profonda identità del credente. L’evento pasquale costituisce il contenuto precipuo del vangelo da lui predicato e divulgato come “mio vangelo”.

Con la singolare espressione “come io annuncio nel mio vangelo” fa intendere che non si tratta semplicemente di trasmettere le parole, i fatti, la pratica pastorale di Gesù, ma di rileggere tutto ciò nel contesto e nella circostanza nuova in cui si trova il discepolo, in modo da declinare adeguatamente e creativamente la finalità di evidenziare il raggiungimento del fine di quell’insegnamento e di quella pratica.

A tal fine è importante prendere atto che “ricordare” non riguarda semplicemente il fatto, l’avvenimento di allora che resta nel passato, ma è far sì, per la fede negli effetti di quell’evento, che si attualizzino nel discepolo, in modo che la buona notizia diventi buona realtà nel percepire sé stesso rinnovato, trasformato, nella condizione di “figlio di Dio”, ovvero colui che assomiglia a Dio nella pratica dell’amore. Quest’ultima condizione è atta a sostenere le prove e le difficoltà in cui si trova ed è ciò che lo stesso Paolo percepisce nel suo intimo: “E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me” (Gal 2,20b).

Vale richiamare alla mente che, nella celebrazione dell’Eucaristia, la memoria dell’evento pasquale oltre a trasformare il pane e il vino in Corpo e Sangue di Cristo, immerge il credente nell’Amore – lo stesso che ha motivato e sostenuto l’attività e la consegna di Gesù – e fa sì che Dio lo consideri giustificato, trasformato e rinnovato nella condizione di nuova creatura. Guardando sé stesso, come Dio lo vede, percepisce l’effetto della memoria, del “ricordati”.

All’amore si risponde con amore, se esso ha conformato nella coscienza del discepolo la nuova e irrinunciabile identità con l’amato. Perciò Paolo, in virtù della causa di Cristo – il regno – afferma: “soffro fino a portare le catene come un malfattore”. Il fatto di soffrire la prigione e il disprezzo è motivo più che sufficiente per cadere nell’abbattimento e nella demotivazione, ma il suo cuore e la sua mente sono rivolti continuamente a Gesù Cristo – Parola di Dio – nel constatare la grande libertà che essa porta con sé, al punto da poter affermare: “Ma la parola di Dio non è incatenata!”.

In Paolo si rileva il distacco da sé stesso, dalla sua condizione di prigioniero e dalle tribolazioni connesse alla missione, per aver interiorizzato la Parola e il conseguente desiderio che sia conosciuta e amata dal maggior numero di persone, qualsiasi sia la loro condizione sociale, etnica e religiosa: “Perciò io sopporto ogni cosa per la quale Dio mi ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna”. È una passione invidiabile per ogni autentico cristiano e segno d’identità e di sano orgoglio. Essa conforma la personalità di Paolo, che si manifesta nelle quattro affermazioni che seguono la frase “Questa parola è degna di fede”:

  1. “Se moriamo con lui, con lui anche vivremo”. È il paradosso del mistero pasquale testimoniato dall’esperienza di Gesù con gli eventi della Settimana Santa. L’autentico discepolo, nell’assumere l’insegnamento e la pratica del maestro, è associato alla persona di Gesù Cristo, in modo che quello che è successo a Cristo si ripeterà in lui.
  2. “se perseveriamo, con lui anche regneremo”. Si tratta di non retrocedere né sviare o desistere dalla causa del regno di Dio, nonostante le prove, gli insuccessi, le persecuzioni o altre difficoltà. La perseveranza, sostenuta dalla tenacia e dalla determinazione, è il modo di regnare e affermare la bontà dell’insegnamento di Cristo nel fare la verità con l’audacia e la creatività di chi, identificato con il mistero pasquale, elabora risposte adeguate alle nuove situazioni affinché i destinatari scoprano, come un tesoro, la vita in abbondanza.
  3. “se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà”. Rinnegare è cancellare il rapporto, negarsi nel continuare il cammino con Lui per il venir meno della fiducia e, quindi, la comunione e la familiarità con chi, come dice Paolo, “mi ha amato e si è consegnato per me” (Gal2,20). Uscire dall’ambito dell’amore con cui il discepolo è amato ha conseguenze tali da pregiudicare la salvezza.
  4. “se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare sé stesso”. In contrapposizione alla logica dei punti precedenti, all’infedeltà degli uomini Gesù Cristo risponde con la fedeltà. Con essa è in gioco la propria identità, dato che la fedeltà è costitutiva dall’essenza dell’amore. È molto importante questa affermazione: la fedeltà costituisce l’essenza di Dio e, con essa, la certezza del compimento della promessa e quindi di Gesù Cristo stesso.

 

Pertanto la fedeltà del discepolo alla causa di Dio, alla missione di Cristo, alle esigenze del Vangelo crea le condizioni per l’esperienza del risorto in questa vita. Fedeltà che sarà provata in molti modi e in diverse circostanze, e diverrà sempre più solida e forte ogni volta che uscirà vittoriosa dalla lotta.

Sostenere il corretto rapporto con Cristo è fondamentale per manifestare, già nell’oggi, l’efficacia della salvezza. È un aspetto importante del vangelo.

 

Vangelo (Lc 17,11-19)

Gesù è in “cammino verso Gerusalemme”; si dirige verso la meta che lo porterà agli eventi finali e al compimento della missione. Questa specificazione è la cornice dell’azione e dell’insegnamento di chi ha deciso di consegnare la propria vita. Egli è l’uomo segnato per portare a termine la causa del regno e, coscientemente, cammina verso l’evento conclusivo. Lo sostiene la promessa che, con quello che succederà, il Padre darà compimento alla causa.

Proseguire verso Gerusalemme è un continuo esercizio di fede nel Padre, nella certezza della presenza e forza dello Spirito: in tal modo testimonia di sé stesso come “colui che dà  origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,2).

È la stessa fede per la causa del Regno che motiva Gesù all’azione, dopo la supplica dei lebbrosi ad alta voce: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!”. Egli indica loro: “Andate a presentarvi dai sacerdoti”; essi, prontamente, si mettono in cammino, perché erano i sacerdoti che dovevano constatare la guarigione e reinserirli nella comunità dalla quale erano stati esclusi.

Di fatto, nell’andare, “furono purificati”. I lebbrosi si rivolgono a Gesù come salvatore e Lui li invita a compiere la Legge. Cosicché il Maestro e la Legge formano un tutt’uno, per cui Gesù è la Legge e viceversa. In quest’ottica si rivela il profondo significato della risposta di Gesù all’unico dei dieci che tornerà sui suoi passi per ringraziarlo: “la tua fede ti ha salvato”.

Tornare “lodando Dio a gran voce”, prostrandosi “davanti a Gesù, ai suoi piedi per ringraziarlo”, gli permette di ricevere la chiave interpretativa della guarigione. La lode a Dio manifesta l’aggancio fra la guarigione e la fiducia nella persona e nella parola di Gesù. Tale comprensione è indispensabile per la fede di chi, guarito, entra nel cammino seguendo Gesù, verso una meta che lo porterà alla consegna di sé stesso per la causa del regno, come fra poco lo sarà per Gesù stesso.

L’azione di Gesù non è quella di un taumaturgo che interviene esteriormente con potere soprannaturale, come se tutto possa trasformarsi con uno schiocco delle dita; è, invece, la forza che nasce nel profondo della persona, capace di credere nella promessa nel presente e nel futuro. Seguendo il cammino e l’esempio di Gesù nella dinamica di morte e risurrezione, s’immergerà nella nuova vita che vince non solo la lebbra ma la morte stessa.

“E gli disse – Gesù – ‘Alzati e và’”: lo rimette in piedi come risorto, nella nuova dignità di uomo trasformato e guarito, e gli ordina di camminare con la stessa fede, partecipando della gloria di Dio per l’evento in cui è stato coinvolto.

Gesù inoltre osserva: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono?”. Probabilmente non si tratta di una lamentela per l’ingratitudine umana ma è  espressione di tristezza per non aver potuto trasmettere loro la chiave interpretativa di quello che è accaduto. È possibile che costoro avessero ritenuto Gesù un guaritore, il che non corrisponde al suo insegnamento.

Colui che era tornato per ringraziarlo “Era un Samaritano”, oggi diremmo un eretico e uno scomunicato per i giudei. È una nota volutamente polemica, il massimo della provocazione, la cui finalità è scuotere gli uditori per il nuovo cammino, la nuova vita, purificata dai diversi tipi di lebbra che minacciano l’esistenza di ognuno.

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento