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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 17,8-13)

Dopo la liberazione dal male e dalla schiavitù dell’Egitto, Israele è in cammino verso la terra promessa. Nel percorso deve affrontare l’ostilità: “Amalèk venne a combattere Israele a Refidìm”. Non è possibile evitare o aggirare il confronto né fuggire o tornare indietro, sarebbe rinnegare il dono della liberazione operata dal Signore, perdere fiducia nella sua presenza e nella promessa riguardo alla nuova terra, meta della liberazione definitiva e luogo dell’avvento del regno aperto a tutte le nazioni. Pertanto Mosè disse a Giosuè: “Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amelèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio”.

Il vissuto odierno, nel mondo globalizzato, ripropone circostanze simili. Coloro che per la fede negli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo sono liberi dalla forza del male, della schiavitù del peccato e in cammino verso nuovi orizzonti di giustizia, diritto e pace – il tesoro del regno di Dio, perla preziosa per la quale vale la pena vendere tutto – si imbattono in numerosi “amaleciti” nella comunità credente e nella società, che si frappongono come ostacoli e deviazione verso altri progetti.

È doveroso non soccombere e affrontare con determinazione il conflitto, sulla scia di Giosuè che "eseguì quanto aveva ordinato Mosè per combattere Amelèk”. È fondamentale, per mantenersi liberi dal male, crescere nel dono della libertà e consolidarla in vista di ostacoli che richiederanno maggiore impegno, immergendosi nell’amore e nella libertà sostenuti dallo Spirito di Dio.

Nel cammino e nel conflitto non si è soli. Come avvenne per il popolo d’Israele, si può contare ogni giorno sulla presenza, sull’aiuto e la forza del Signore, implorata nella preghiera di intercessione.

Mentre Giosuè combatteva, “Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle”. Il colle è il luogo dell’incontro con Dio, lo spazio dove percepire la familiarità con Lui che sostiene e motiva la pratica della giustizia e del diritto in ordine all’avvento del regno. Oggi, questo luogo è il cuore della persona – il suo pensiero, il progetto, l’assimilazione e l’adesione alle condizioni dell’avvento del Regno – lo spazio di accoglienza, dell’azione e forza dello Spirito.

La necessità e il potere dell’intercessione sono simbolizzate dal fatto che “Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amelèk”. L’orazione è l’anello di comunione fra Dio e il popolo: con essa Dio è riconosciuto e invocato come Signore che, guida sicura, cammina con il suo popolo.

La causa di Dio e quella del popolo sono la stessa realtà che sostiene lo stretto rapporto nel quale Dio e il popolo crescono nella qualità di vita per la comunione nell’amore che si stabilisce.

Metaforicamente, l’orazione è come la manifestazione del soddisfacente rapporto fra due sposi che, donandosi reciprocamente nell’amore, crescono nel pieno rispetto delle proprie caratteristiche individuali.

Al contrario, la mancanza di comunicazione nella preghiera genera l’allontanamento che porta alla rottura del rapporto, o per lo meno all’indifferenza, che svilisce il patrimonio nel quale la persona è immersa. Il danno di quest’ultima non deriva solo per il prevalere della seduzione per altri progetti e la forza del male con tutte le sue conseguenze. Esso investe anche Dio, che vede le persone e il popolo eletto sconfitto nelle loro attese ed umiliato nella propria dignità. Come Padre, il Signore è scosso, turbato e addolorato quando il figlio soffre l’umiliazione del male, del degrado e della schiavitù.

È necessaria l’insistenza e la determinazione nel coltivare la preghiera, oltre il limite delle proprie forze, avvalendosi dell’aiuto di altri e dei mezzi opportuni a disposizione, quando la pratica di essa si fa particolarmente pesante, sull’esempio di Mosè che “sentiva pesare le mani, presero una pietra (…) una da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani”.

È esperienza comune vivere momenti in cui è necessaria l’umiltà di chiedere e lasciarsi aiutare. La coscienza di tale evenienza è testimoniata da Paolo nel rapporto con Timoteo.

 

2a lettura (2Tm 3,14-4,2)

Paolo esorta Timoteo a rimanere “saldo in quello che hai imparato e credi fermamente” per uscire dallo stato di sconcerto e insicurezza in cui si trova a causa delle impreviste difficoltà e ostacoli che affiorano nella missione che sta svolgendo.

Gli ricorda i motivi che giustificano la fermezza nella fede. In primo luogo, le fonti, più che affidabili, del suo insegnamento: “conosci coloro da cui hai appreso, conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia”. Evidentemente citando le Scritture si riferisce a quelle dell’Antico Testamento, in quanto quando era piccolo il Nuovo ancora non esisteva.

In secondo luogo gli effetti di esse e, in particolare, quelle riferite a Gesù Cristo per aver portato a termine il cammino della salvezza, il compimento dell'avvento del Regno nella sua persona e, di conseguenza, in ogni essere umano, quale rappresentante dell’umanità di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Lui stesso è la Parola nel quale si sintetizza tutto il passato d’Israele.

Questo ha fatto sì che in Timoteo – e in ogni persona che si dispone all’ascolto con le adeguate disposizioni – lo Spirito del Risorto apra la mente e il cuore all’istruzione e all’ evangelizzazione, al cammino della salvezza “che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù” , assumendo con Lui la causa dell’avvento del regno di Dio, della sovranità di Dio.

La vita ha il suo valido e solido fondamento nella verità che gli è trasmessa. Il “conosci”, cui Paolo fa riferimento, non è semplicemente l’apprendimento per lo studio; e la verità non è solo la corrispondenza della parola con l’oggetto o la sintonia con il principio di non contraddizione, ma il coinvolgimento nell’esistenza rinnovata, trasformata e protesa verso maggiori traguardi di pienezza, di senso e di vita, che coinvolgono sempre più tutti e tutto  nell’armonia dei rapporti umani e del creato.

Si tratta di rimanere nel cammino verso la salvezza definitiva, per la quale il credente si avvale della Scrittura – incluso per noi il Nuovo Testamento -, ispirata da Dio, “utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia”, in modo da trasmettere e fare partecipi di essa le persone a cui si rivolge.

La giustizia è accolta come dono di Dio nel momento in cui, per la fede, il credente si percepisce giusto – purificato, rigenerato, nuova creatura – davanti a Dio Padre, per gli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo. Tutto ciò non è un avvenimento spontaneo o meccanico, ma risultato della riflessione e assimilazione del dono nel proprio mondo interiore.

E ciò affinché “l’uomo di Dio – Timoteo – sia completo e ben preparato per ogni creatura”. È completo per l’amore in cui è coinvolto, e preparato alla missione di coinvolgere altre persone, in modo che il dono del regno di Dio raggiunga non solo loro ma anche l’umanità intera e tutto il creato.

In Gesù Cristo, Dio ha rivelato il suo progetto d’amore – il Regno – per ogni persona e per tutta l’umanità già oggi, quale anticipo e caparra dell’evento alla fine di tempi. Pertanto  Paolo, cosciente dell’importanza, dell’estensione e della portata dell'evento, afferma: “Ti scongiuro (…) annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento”.

L'apostolo si riferisce all’annuncio pubblico e solenne dell’insegnamento, dello stile e filosofia di vita di Cristo, dello svolgimento della sua missione e, soprattutto, dell’evento pasquale, del suo significato e coinvolgimento per chi crede in Lui. Paolo lo ritiene importante e decisivo per la persona e per l’umanità, e scongiura Timoteo di non venir meno, qualunque sia la circostanza, favorevole o meno, che si presenta dentro e fuori della comunità.

Allo stesso tempo esige due atteggiamenti fondamentali. Il primo è l’adeguata preparazione. L’insegnamento non deve essere improvvisato ma ben strutturato e argomentato, in modo da suscitare interesse e la convinzione di ascoltare qualcosa che merita attenzione e adesione, data l’autorevolezza dell’esposizione.

Il secondo è la magnanimità nel mostrare un cuore grande, che sappia comprendere le difficoltà del destinatario, le obiezioni e l’opposizione, mantenendo il controllo di sé stesso, la calma per rispondere con serenità e non perdere l’equilibrio nello svolgimento della missione.

Evangelizzare efficacemente è il prodotto della conoscenza e dell'adesione alla causa del regno di Dio, sostenuti dalla solida fede e dalla convinzione, frutto della perseveranza nella preghiera, intesa come tenacia per la causa della giustizia, come esorta il vangelo.

 

Vangelo (Lc 18,1-8) – Commento a cura di Alberto Maggi.

Il versetto iniziale di questo brano “Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulle necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai” può ingannare e sviare l’attenzione del lettore: non si tratta dell’insegnamento sulla preghiera – o sulla preghiera insistente – tema che Gesù ha già trattato – ma sulla realizzazione del Regno di Dio.

L’insegnamento di Gesù sulla preghiera, al capitolo 12 di questo vangelo, è molto chiaro. È l’invito a non preoccuparsi, come fanno i pagani, ma ad essere sempre pienamente fiduciosi nell’azione d’amore del Padre. Gesù aveva detto: “E voi non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete, e non state in ansia. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani di questo mondo, ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno”.

Quindi non c’è neanche da chiedere al Signore, perché il Signore non viene incontro ai nostri bisogni ma li precede addirittura. Ma quello che Gesù ha a cuore è “Cercate piuttosto il suo Regno e queste cose vi saranno date in aggiunta”.

Questo sta a cuore a Gesù, ed è questo il tema: la realizzazione del Regno di Dio. Perché? Liberati quindi da ogni preoccupazione questi discepoli sono invitati a lavorare per realizzare il Regno di Dio, cioè la società alternativa dove anziché accumulare si condivide, dove anziché comandare ci si mette a servizio degli altri, e per questo non c’è bisogno di salire in alto sopra alle altre persone, bensì di scendere. Questo è il Regno di Dio, la società alternativa che fa parte del progetto di Dio sull’umanità.

Per questo Gesù l’ha posto nell’unica preghiera che ha insegnato, il Padre Nostro, dicendo “venga il tuo regno”, che non si riferisce alla venuta di qualcosa che ancora non c’è, ma qualcosa che si allarga e si estende. Infatti, dal momento che c’è una comunità di uomini, di discepoli, di donne, che accolgono le beatitudini, il Regno c’è già.

Gesù aveva detto “Beati voi poveri”, quelli che hanno fatto questa scelta della società alternativa, “perché vostro è il Regno di Dio”. Non dice che il Regno sarà, il Regno c’è.

Quindi si tratta di ampliare, di estendere ancora gli effetti di questo Regno. Ebbene, questo Regno si deve allargare grazie all’impegno dei credenti che operano per il progetto di Dio sull’umanità, che è quello – come ha cantato Maria nel Magnificat – di disperdere i superbi, di rovesciare i potenti dai troni e di rimandare i ricchi a mani vuote.

Questo è quello che Gesù vuole e che i discepoli realizzino. Questo è il Regno di Dio. Per questa ragione Gesù ai farisei che gli chiedono beffardi: “Quando verrà questo Regno?”,  perché pensano che sia un’utopia irrealizzabile, ha risposto: “Il Regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, non è qualcosa di clamoroso, di sensazionale, che scende dall’alto. E nessuno dirà: ‘Eccolo lì’ oppure ‘Eccolo là’. Ecco il Regno di Dio è in mezzo a voi”.

Sono piccole comunità di credenti che hanno accolto il messaggio di Gesù e iniziano quest’opera di liberazione dell’umanità. Pertanto il brano di oggi rappresenta un incoraggiamento alle comunità cristiane, le comunità del Regno, che possono scoraggiarsi, avvilirsi vedendosi sole, fragili di fronte all’enormità dell’ingiustizia della società che le circonda, che è il loro stile.

E la preghiera è finalizzata alla realizzazione della giustizia del Regno di Dio. In questo è il significato dell’insistenza della preghiera. Gesù rassicura: Il Regno di Dio e la sua giustizia (il termine giustizia in questo brano appare quattro volte, è questo il tema centrale) si realizzeranno.

Ma, perché questo diventi realtà, occorre da parte dei discepoli la rottura con i falsi valori della società, rottura che i discepoli ancora non hanno praticato. Per questo il brano si conclude con lo scetticismo di Gesù: “Ma il Figlio dell’Uomo quando verrà troverà la fede sulla terra?”

Gesù aveva parlato della venuta del Figlio dell’Uomo in coincidenza con la distruzione di Gerusalemme. Egli l’aveva detto: Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’Uomo si manifesterà, nella rovina di Gerusalemme; nella distruzione del tempio Dio viene come liberato e, quindi, gli si permette di andare verso tutta l’umanità.

Ebbene i discepoli, quando Gesù si manifesterà, saranno ancora impegnati nella realizzazione del Regno di Dio? La parte finale del vangelo di Luca fa sorgere il dubbio. I discepoli non hanno ancora rotto con i valori della società, frequentano il tempio – così finisce il vangelo di Luca -, quel tempio che Gesù aveva definito un covo di ladri ed i discepoli di Emmaus riconoscono ancora come “nostre autorità” gli assassini di Gesù.

Quindi tutto il brano è un invito a non scoraggiarsi per seguire colui che ha detto, in un altro vangelo, quello di Giovanni, “Coraggio io ho vinto il mondo!” Chi si impegna a favore della vita sarà sempre più forte della morte. Chi si impegna a favore della luce vincerà sulle tenebre.

 

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