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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 35,15b-17. 20-22a)

 

“Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone”, perché assume criteri oggettivi, validi per tutti indistintamente al di là della condizione sociale, culturale, famigliare o altro che possa sostenere preferenze o privilegi. Quale giudice discerne il bene e il male, quello che è corretto da quello che non lo è.

Pertanto, “Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né della vedova, quando si sfoga nel lamento”. Il povero, la vedova e lo straniero sono le persone più vulnerabili, senza difesa alcuna e più esposte a ogni tipo di sfruttamento, sopruso e oppressione da parte dei ricchi e delle autorità. La loro voce, il loro lamento e la richiesta di giustizia non è presa in considerazione dai giudici corrotti, favorevoli agli interessi della gente potente, se accompagnata, per di più, da un adeguato compenso.

Il Signore “Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento”. Essi invocano il Signore affinché non tardi a provvedere del necessario e si affretti a farlo nel minor tempo possibile. Nessuno di loro è in condizione di trovare risposte o risolvere le cause della propria sofferenza e disagio.

L’esperienza dell’autore lo porta ad affermare che “La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità”.

L’indigente, cui si riferisce l'autore, non è solo chi è privo dei beni materiali di prima necessità, né solo la vittima dell’ingiustizia e del sopruso o l’emarginato dal convivio sociale; è anche chi pone la sua fiducia nell’Altissimo, l’umile che confida pienamente nel Signore coltivando nel suo cuore il corretto timore di Dio.

Il timore di Dio non è paura, imbarazzo, insicurezza dell’inferiore, del debole davanti all’infinitamente superiore e potente, ma l'atteggiamento fiducioso di attenzione, rispetto e devozione di chi mantiene correttamente il rapporto sincero con il Signore. Egli è motivato e sorretto dall’amore che non vuole far torto alla persona amata, con attenzione al minimo dettaglio, ben conoscendo i propri limiti e le proprie debolezze. In questo senso, l’umiltà conforma il suo essere ed è la porta d’entrata nella comunione con il Signore.

Questa condizione rende il povero “giusto” davanti al Signore. In virtù della fiducia, la sua preghiera, oltre ad esprimere il desiderio di sintonizzare con la presenza del Signore, è insistente e perseverante, “finché l’Altissimo non sia intervenuto”. Egli ritiene che il ritardo nella risposta corrisponda all’intento del Signore di perfezionare e favorire la sua crescita nella fiducia e nell’amore vicendevole. Con esso rafforza la sua fede in vista di eventuali momenti di debolezza o di scoraggiamento al limite della sopportazione, facendo sì che la gioiosa comunione diventi sempre più solida.

Quando il Signore darà "soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità”, nel diritto e nella giustizia personale e sociale, sarà evidente l’efficacia della sua giustizia.

Di conseguenza il Signore agirà a favore di altri per mezzo loro ed essi veicoleranno la stessa giustizia e lo stesso amore di cui sono beneficiati: saranno collaboratori e testimoni dell’azione del Signore nel mondo ingiusto e corrotto.

Chi la soccorre – la vedova, l’indigente in generale, il povero, l’orfano, lo straniero – è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi”.

Chi serve Dio, pratica Dio. In altre parole, fa proprio il suo modo di pensare e di agire, vede la realtà con gli stessi occhi di Dio e assume lo stesso comportamento con i poveri, gli oppressi e le vedove. La pratica della giustizia, senza discriminazione, realizza le esigenze dell’Alleanza e testimonia l’avvento della realtà sognata da Dio per l’umanità: il suo regno.

È evidente che la stessa situazione d’ingiustizia di allora la si riscontra anche oggi; pertanto il sogno di Dio è ancora attuale e suscita, nell’intimo degli umili, la disposizione a renderlo presente. San Paolo è uno di questi, come testimonia la seconda lettura.

 

2a lettura (2Tm 4,6-8. 17-18)

Questo commovente testo è considerato il testamento di Paolo il quale, prigioniero in Roma, percepisce che gli eventi stanno precipitando e scrive: “sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita”. Dopo pochi mesi, sarà decapitato alla periferia di Roma.

Com’è normale in tale circostanza, anche Paolo, oltre ad esprimere il proprio sentimento davanti alla morte ormai prossima, guarda in retrospettiva il suo cammino di discepolo sintetizzando alcuni punti decisivi della sua vita di apostolo:

Ho combattuto la buona battaglia”. Tutta la sua vita, prima e dopo la conversione, fu una battaglia per la causa del regno di Dio. Evidentemente il brano si riferisce al periodo dopo la sua conversione e evidenzia l’amore per il Signore e la determinazione per la causa di Gesù Cristo che sempre l’ha accompagnato.

Ha combattuto dentro e fuori le comunità. Non si lamenta dei rovesci e, meno ancora, si pente delle tribolazioni e sofferenze che ha incontrato. Al contrario, parla di “buona battaglia”, per la causa così nobile e importante e per il soddisfacente risultato nella diffusione del vangelo con l’avvio delle comunità cristiane.

“Ho terminato la corsa”. Non si riferisce solo alla morte imminente, ma alla coscienza di aver fatto tutto quello che era nelle sue condizioni e possibilità di fare. Nel fare è sostenuto dalla certezza che la vita è una corsa verso la meta che sta sempre davanti, la quale ispira le risposte adeguate e le determinazioni convenienti alle circostanze, elaborando sintesi audaci, coraggiose e innovative rispetto a quello che si riteneva abituale e consolidato.

Le risposte e determinazioni, pur essendo circostanziali – quindi provvisorie e suscettibili di evoluzioni – hanno il merito di mantenere il rapporto e la tensione con l’ultimo e definitivo che accadrà alla fine dei tempi, quando Dio manifesterà l’ultimo e definitivo del suo regno e sarà “tutto in tutti” (1Cor 15,28). Ciò dà senso e valore all’audacia nel dedicarsi alla missione e la percezione di averla svolta in maniera adeguata, così da ritenere d’aver compiuto quello che doveva fare.

“ho conservato la fede”, in virtù dell’audacia, del coraggio e della creatività nell’elaborare indicazioni adeguate e opportune, atte alla sintesi tra la situazione concreta del destinatario e gli effetti del mistero pasquale. Si tratta di un "conservare" sorprendente e innovatore, in virtù del quale ha incontrato molta resistenza e opposizione dentro e fuori le comunità, instaurando il combattimento al quale non è venuto meno, anzi al contrario, ha continuato con perseveranza ogni qual volta fosse necessario. È un conservare la fede molto dinamico.

Paolo, dalle considerazioni sul passato, passa al momento presente: “Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno”. Egli intravede gli effetti del dono, per il quale è giustificato al cospetto di Dio e in virtù del quale ha svolto l’attività evangelizzatrice diretta a tutti indistintamente, con intraprendenza, coraggio e determinazione nel coinvolgere i destinatari nella stessa giustizia. Di conseguenza percepisce la dignità e il valore del dono come “corona di giustizia”.

L’attesa, afferma Paolo, riguarda “non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione”, ossia tutti coloro che, come lui, abbracciano sinceramente, e con profonda convinzione, il dono e rispondono positivamente a favore della causa del Signore.

Nel presente, imprigionato e in parte bloccato nella sua attività missionaria, vive lo sconforto dell’abbandono: “tutti mi hanno abbandonato” ma, nello stesso tempo, si ravviva in lui la memoria che “Il Signore, però, mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone”.

La metafora del “leone” indica la tentazione di fuggire dal combattimento, di desistere nella corsa, di annacquare o, addirittura, abbandonare la fede nella promessa di Dio, quest’ultima realizzata in Gesù con la sua entrata nella gloria, con il corpo martirizzato per amore. È il “leone” che, anche oggi, mette alla prova l’autenticità del discepolato.

Sull’esperienza del passato fonda la speranza nel futuro dopo la morte: “Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli”. Questa certezza prende consistenza nel mondo interiore di chi si dedica, con determinazione e umiltà, alla causa del Regno, mantenendo gli occhi fissi su di Lui.

È il frutto maturo di un processo e di una pratica di vita alimentata dalla linfa del dono costante della giustificazione, che è offerto incessantemente nella santa messa, per le ripetute debolezze e mancanze del discepolo e della comunità.

L’esperienza di giustificazione di Paolo è simile a quella del pubblicano della parabola odierna.

 

Vangelo (Lc 18,9-14) – adattamento dal commento di Alberto Maggi

“Gesù disse questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”. Le persone alle quali Gesù si rivolge sono i farisei, che affronta con determinazione. Fariseo significa separato; erano laici che si impegnavano ad osservare nella vita quotidiana tutti i precetti, le norme e le osservanze prescritte nella legge e, pertanto, erano ritenuti i santi per eccellenza, i più vicini a Dio. Essi si ritengono completamente a posto con Dio in base alla loro pratica religiosa, alla loro situazione, e per questo motivo disprezzano gli altri.

All’opposto, i pubblicani erano gli esattori del dazio, considerati ladri di professione, al servizio spesso dei dominatori pagani. Erano ritenuti trasgressori di tutti i comandamenti e avevano una sorta di marchio di impurità a causa del quale, per loro, non c’era speranza alcuna di salvezza. Anche se un domani un pubblicano si fosse convertito, non avrebbe più potuto cambiare mestiere e poi, per lui, non c’era nessuna speranza di salvezza.

Cos’è che fa sentire il fariseo tanto a posto con Dio, e cos’è che lo fa ritenere tanto santo, tanto giusto? Quello che Dio non richiede: le cose inutili. Egli, nell’indicare le sue doti – “digiuno due volte alla settimana, pago le decime di tutto quello che possiedo” – non elenca nessun atteggiamento benevolo e favorevole ai bisogni degli altri: è tutto rivolto a sé stesso e a Dio.

Egli “stando in piedi, pregava così tra sé…”, o meglio “pregava verso sé stesso”. La sua preghiera non è rivolta a Dio, ma lui ha fatto di sé stesso il proprio Dio, il proprio idolo. Il suo è un inutile sbrodolamento delle inutili virtù che Gesù non richiede: “O Dio, ti ringrazio perché…”

Il pubblicano, invece, si sente in colpa, sa che è un escluso da Dio: “Si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Mostra di avere fede in Lui e sa che è in una situazione disperata: per lui non c’è perdono, non c’è salvezza ma, nonostante tutto dice: “abbi misericordia”. È come se dicesse: “Tu vedi Signore che vita faccio; non posso cambiare, questa è la mia situazione, tu la conosci. Ebbene, nonostante questo, mostrami il tuo amore e la tua misericordia”.

Il disprezzo porta a escludere il rapporto umano, il convivio sociale, e condanna la persona all’isolamento. Nel caso specifico il disprezzo declina tre aspetti:

• È contrario alla finalità della Legge, perché ignora la misericordia, la compassione e l’impegno per l’integrazione nella comunione fraterna, in virtù dell’Alleanza e della causa del regno di Dio, “poiché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Os 6,6).

• Svalorizza sé stesso, la propria dignità, per il rifiuto di sintonizzare con il progetto e la volontà di Dio. Rinchiuso in sé stesso, nella presunzione di essere giusto, non solo giudica negativamente ma disprezza l’altro e si astiene di qualsiasi contatto, evitando di soccorrere l'altro nel momento del bisogno.

• Riduce la comunità a un gruppo di rigorosi esecutori delle norme e degli aggregati della tradizione, ritenuti necessari dalla convinzione di meritare l’entrata nel regno con l’avvento del messia.

L’inganno in cui è caduto il fariseo è fare del rigoroso compimento della Legge una questione di merito, come se Dio dovesse retribuire l’uomo proporzionalmente, secondo l’ineccepibile compimento di essa dal punto di vista formale. Pertanto la giustificazione davanti a Dio motiva il suo impegno di andare oltre la Legge, in termini di rigore che aumenta il merito e il diritto di sedere ai primi posti nel regno di Dio.

Il fariseo non percepisce che la giustificazione è dono di Dio, che libera dalla schiavitù e dal peccato. Ignora che Dio non guarda i meriti delle persone, ma i loro bisogni; che non è attratto dalle virtù di pochi, ma dalle necessità di redenzione e di liberazione di molti, come fu in occasione del suo intervento riguardo alla liberazione dalla schiavitù dell’Egitto.

La conclusione di Gesù è sconcertante: “Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato”. All’inizio l’evangelista ha presentato quelle persone che si ritenevano “giusti” e ora parla di “giustificato”, cioè a posto con Dio, in sintonia con Dio.

Ma che cosa ha fatto il pubblicano? Non si è pentito. Non ha detto che cambia il suo comportamento, non ha detto nulla di tutto questo, ma ha chiesto al Signore di mostrargli la sua misericordia.

E il Dio di Gesù rivolge il suo amore non a chi lo merita, ma a chi ne ha bisogno. “Perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”.

Quello che si riteneva più vicino a Dio per le sue pratiche religiose, per Gesù, è il più lontano perché non fa nulla per gli altri. Quello che conta è il bene fatto agli altri. E, soprattutto, Gesù ricorda che l’amore di Dio non è concesso come premio per i propri meriti, ma come un regalo per i propri bisogni.

 

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