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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 11,22-12,2)

 

Il testo è l’orazione dell’autore riguardo la compassione, la misericordia, la bontà, la tenerezza e il perdono di Dio verso chi si rapporta al Signore con cuore sincero, nonostante il peccato. Per l’autore il mondo è poco più di niente, una realtà fragile, inconsistente e debole – “è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra” –, vulnerabile al peccato.

Tuttavia, afferma che Dio esercita il suo infinito amore motivato dalla compassione – “Hai compassione di tutti, perché tutto puoi” – in virtù della quale partecipa della sofferenza, della condizione disumana in cui giace l’umanità per causa propria. Nella sua misericordia “chiude gli occhi sui peccati degli uomini” e, “aspettando il loro pentimento”, esercita la pazienza e la speranza nella fiduciosa attesa che emerga in loro il pentimento.

Dato che tutto procede da Dio e a lui ritorna, l’autore afferma che egli “non prova disgusto per nessuna delle cose che hai creato”, e rafforza la convinzione che “se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza?”. L’amore, quale atto creativo, è proprio della sua essenza ed esistenza.

La creazione, più che un momento puntuale nel quale le cose appaiono dal nulla, è un atto permanente della volontà di Dio che chiama alla comunione con Lui, nella quale crea e ricrea costantemente ogni essere vivente. È la dinamica proiettata alla realizzazione piena della vita di ogni persona e dell’umanità intera, la cui meta è l’evento ultimo e definitivo alla fine dei tempi, quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28).

La creatura è chiamata a farsi coinvolgere con l’azione creatrice di Dio, evento di salvezza nel presente. L’amore donato si declina immediatamente nella responsabilità del ricevente, non solo verso sé stesso ma ineludibilmente verso altri e l’umanità. La corretta comprensione e adesione al dono vince il peccato, ovvero, la sfiducia, l’indifferenza o il rifiuto nelle sue diverse espressioni.

Lo Spirito è la linfa del processo vitale. Egli è incorruttibile nel trascorrere del tempo e integro nella sua essenza e azione. È presente nella persona e nella creazione – “il tuo spirito incorruttibile è presente in tutte le cose” – perché tutto appartiene a Dio. Il mondo da Lui creato a Lui tende nella comunione di vita, perché amante della pienezza di vita di tutto ciò che esiste.

Ecco perché egli esercita la sua misericordia con indulgenza verso la debolezza e il peccato degli uomini: “Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita”.

L’indulgente sa pazientare nel soffrire la delusione, sentirsi defraudato o addirittura tradito, e rinnova la sua azione in modo che, nella mente e nel cuore del destinatario, si faccia spazio all’accoglienza del dono.

Lo Spazio è lo Spirito; è lo Spazio dall’amore. Di conseguenza, nel prendere coscienza del proprio peccato, il destinatario accoglie con fiducia nel profondo dell’animo ciò che l’amore gli fa comprendere: “Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore”.

La correzione non avviene una volta per sempre perché progressiva e costante. Rispetta la struttura, la costituzione della persona per la quale ogni reale progresso, soggetto alla gradualità, richiede attenzione e vigilanza affinché ostacoli, che si ritenevano superati, non prendano di nuovo il sopravvento. L’umiltà gioca un ruolo imprescindibile per accogliere lo Spirito nella mente, nel cuore e ricominciare con determinazione e con gratitudine.

Il Signore “amante della vita” fa di tutto affinché ogni persona l’abbia in abbondanza in questa terra, come anticipo della pienezza della gloria futura. Il cammino e il processo hanno come riferimento la persona di Gesù Cristo, come indica la seconda lettura.

 

2a lettura (2Ts 1,11-2,2) 

 

San Paolo prega per i cristiani della comunità “perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata”. Rivolgere e mantenere la mente e il cuore a Cristo; lasciarsi trasformare interiormente per la fede negli effetti della sua morte e risurrezione e, di conseguenza,  percepirsi rinnovati, trasformati e giustificati davanti a Dio Padre come nuove creature partecipi della vita divina, è accogliere il dono di figli di Dio e acquisire le condizioni per svolgere la missione.

Il potere ri-creativo di cui sopra, trasmesso al credente per la fiducia nella parola del Signore e la pratica corrispondente, rende possibile il compimento di “ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede” in sintonia con la causa del regno di Dio.

La causa del regno, l’avvento di esso nella persona e nella comunità credente costituisce la glorificazione di Dio. Quest’ultima ha la sua manifestazione nella vita in abbondanza degli uomini e, solo così, è “glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo”. In altre parole, essi partecipano nel presente della vita trinitaria.

Il cuore dell’apostolo è rivolto a questo fine: si può pensare che lo stesso cuore di Dio batta in lui. Quest’aspetto configura il rapporto della persona con il Signore – “Gesù in voi, e voi in lui” – motiva e sostiene gli stessi sentimenti e comportamenti.

È quello che S. Teresa d’Avila ricevette in una delle rivelazioni dal Signore: “Cercati in Me, Cercami in te”. Come Gesù si fa carico della persona, delle fragilità e dei peccati di essa per liberarla dalla vergogna, dal peso della colpa e dalle varie forme di dipendenza che non le permettono di essere libera per amare, così il discepolo si fa carico del suo amore rigeneratore e purificatore che lo introduce nel regno di Dio.

L’apostolo passa a un altro argomento. In quel tempo la “venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui” era ritenuta vicina e creava un’attesa molto viva dell’evento. Paolo sente il dovere di avvisare del pericolo di “lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare” da ispirazioni, discorsi e da scritti attribuiti a lui, “quasi che il giorno del Signore sia già presente”.

È certo che il coinvolgimento sincero e determinato nella missione ha la contropartita nel sorgere, nel profondo dell’animo, la certezza dell’evento escatologico con il ritorno del Risorto, come Gesù Cristo aveva promesso prima di salire al cielo, riferendosi all’evento finale della piena partecipazione nel mistero di Dio, nel quale si manifesterà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

La certezza è una forma di anticipo nel presente del destino ultimo e definitivo, verso cui tutti sono attratti. Stabilire il legame tra presente e futuro ha una grande e imprescindibile portata spirituale nel sostenere e motivare la tensione fra il penultimo – il presente – e l’ultimo e, allo stesso tempo, conformare la realtà e l’efficacia dell’azione e della forza dello Spirito Santo.

Tuttavia non è dato conoscere il momento del ritorno di Gesù Cristo. Nemmeno lo stesso Gesù dichiara di saperlo perché compete solo al Padre. E ciò fa sì che ogni attimo possa essere la circostanza, il che conferisce al presente una carica umana e teologica di grande importanza, che immerge nella realtà del Regno, nell’esperienza della vita eterna.

Vivere nell’umile provvisorietà dello scorrere dei giorni non è così semplice come potrebbe sembrare. A chi pretende di vincere la difficoltà con l’intento di dominare l’incognito, per voler sapere in anticipo quando e come sarà “il giorno del Signore”, Paolo risponde con l’ammonizione di cui sopra.

La stessa fiducia in Gesù Cristo, che motiva a seguirlo, nel presente, nelle vicende giornaliere, è la stessa che riguarda anche il futuro, la meta verso la quale tutta l’umanità e la creazione sono attratte. Il mistero di Dio, operante nel presente, richiede quell’esercizio e apprendimento nella fede il cui inizio si è dato in maniera anche sorprendente e inaspettata, come insegna il vangelo.

 

Vangelo (Lc 19,1-10)

 

Il brano è molto conosciuto. Riguarda la conversione di Zacchèo, “capo dei pubblicani e ricco”, l’atteggiamento di Gesù nei suoi confronti e le critiche della gente. Zacchèo è ritenuto un peccatore da tutti per il fatto di riscuotere le tasse per conto dei romani.

È “capo dei pubblicani”. A lui devono rivolgersi i dipendenti che hanno ricevuto in subappalto una parte della zona a lui affidata dall’autorità superiore, una volta stabilita la quantità di denaro da consegnare. Quello che raccoglieva in più dello stabilito rimaneva al dipendente. Non è difficile immaginare cosa significasse in termini di sfruttamento e di peso finanziario sulle spalle del popolo. I pubblicani erano considerati una sorta di ladri legalizzati, al servizio dell’odiato straniero che dominava sul territorio.

Zacchèo “cercava di vedere chi fosse Gesù”. Considerato che il termine “vedere” nei vangeli è usato per indicare un incontro che trasforma la persona nell’amore, esso indica anche che Zaccheo era già incamminato in un percorso di conversione e cerca l’incontro con Gesù, nella speranza di trovare una risposta adeguata all’inquietudine.

“ma non gli riusciva perché era piccolo di statura”. Alberto Maggi specifica che l’evangelista non vuole darci una indicazione sull’altezza o meno di Zacchèo. Il termine “piccolo”, cioè micros, significa che non è all’altezza di Gesù per l’attività che fa, un’attività che lo porta ad ingannare e derubare gli altri, quindi a fare del male e, soprattutto,  accumulare la ricchezza. I ricchi non sono all’altezza di Gesù.

Allora corse avanti. Ecco il primo dei cambiamenti che c’è in questa persona. È un capo dei pubblicani, una persona che sebbene venisse disprezzata sarebbe temuta e riverita. E lui si mette a correre, cosa che in quella cultura rappresenta qualcosa di disonorevole, perché non si corre mai. E, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.

Il sicomoro è una pianta tipica della zona, una grande pianta. Ebbene Zaccheo pensa che per vedere Gesù deve salire, invece Gesù lo inviterà a scendere. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zacchèo, scendi subito”. Lui pensava, secondo la mentalità religiosa del tempo, che per avvicinarsi a Dio bisognasse salire, invece Gesù lo invita a scendere. “Perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Il verbo “dovere”, adoperato da Luca, è un verbo con il quale gli evangelisti affermano la volontà divina. Quindi questo doversi fermare a casa di Zacchèo fa parte della volontà di Dio, del piano di salvezza di questo Dio che, a tutti, è venuto a proporre il suo amore.

L’invito e le parole di Gesù lo sorprendono: “Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia”. La gioia manifesta la sintonia con la persona e l’insegnamento di Gesù. Che cosa lo abbia portato alla gioia è quello che sta per fare. Gesù, in un’espressione contenuta negli Atti degli apostoli dirà: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”. Inoltre aveva proclamato beati quelli che fanno la scelta della povertà, della condivisione. E di fatto Zacchèo, alzatosi in segno di rispetto e considerazione, disse al Signore: “se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”.

Ma la circostanza provoca l’immediata reazione di tutti i presenti: “è entrato in casa di un peccatore!”. Non c’è da meravigliarsi della reazione. Per tutti è sconcertante mettersi a tavola con un peccatore, significa ammettere di condividere la sua vita. Come poteva Gesù, con la pretesa messianica, sedere a tavola con Zacchèo e compagni?

I peccatori come loro non avevano possibilità di redimersi. Secondo l’insegnamento corrente dovevano restituire quello che avevano riscosso in più, aumentato del 25%, secondo i precetti della Legge (quattro volte tanto sembra essere un errore di trascrizione) per ottenere la redenzione. Ma sapere a chi e quanto avevano rubato era impossibile. Perciò la redenzione era impossibile, anche se l’avessero desiderata.

Generalmente, per la persona attaccata alla ricchezza non è facile staccarsi dal potere e dalle sicurezze che essa offre. In Zacchèo si è aperta una breccia nel suo mondo interiore, accogliendo il Signore, avendo prevalso la forza di persuasione della Sua parola e personalità, e sconfitto le resistenze.

Gesù, con il suo atteggiamento verso i già condannati secondo la teologia corrente,  afferma: “Oggi per questa casa è venuta la salvezza”; e risalta l’evento della redenzione disponibile qui, e ora, per tutti indistintamente, come manifestazione dell’arrivo del regno di Dio e dell’amore gratuito e incessante del Padre.

Questo “oggi” ricorda quello pronunciato nella sinagoga del suo paese, all’inizio della sua missione (Lc 4,21), e l’importanza di vivere il presente come persona redenta e giustificata dalla fede. È proprio la fede che fa sorgere nell’animo la coscienza della giustificazione.

Gesù, davanti ai presenti giustifica il suo operato dicendo: “perché anch’egli è figlio di Abramo”. E in virtù della fedeltà di Dio alla promessa aggiunge: “Il figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto”, indicando la finalità ultima e il senso della sua missione nell’amore misericordioso del Padre, che si offre in ogni circostanza a favore di ogni persona.

 

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