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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Mac 7,1-2.9-14)

Il brano narra il tragico racconto del martirio di sette fratelli e della madre per opera di Antioco Epifane che, nel II secolo prima di Cristo, invase Israele e volle sottomettere la popolazione ai costumi e alla religione dei greci. A tutti i costi – anche con la tortura fino alla morte – gli Israeliti dovevano rinnegare la religione dei padri. Di conseguenza sorge la reazione guidata dai Maccabei e il brano mostra le conseguenze estreme dei resistenti.

Le risposte dei martiri al torturatore offrono delle considerazioni che meritano rilievo: “Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri”. Il coraggio e la determinazione di opporsi alla trasgressione dei precetti manifestano la fermezza e la consistenza dell’identità, della filosofia di vita e dell’osservanza della Legge.

Essa è ritenuta un dono, più importante della stessa vita. Dirà il salmo 63: “la tua grazia vale più della vita”, e si riferisce al dono della Legge. Come abbiano acquisito tale identità non è detto, ma si può ben intuire che proviene dall’educazione familiare, dal vissuto sociale cui appartengono e, soprattutto, dalla pratica stessa della Legge.

Infatti essa non è intesa come un dovere o un obbligo da compiere, perché proviene da Dio e manifesta la sua volontà. Il motivo della fedeltà non consiste nell'evitare la condanna e il castigo, ma, in positivo, nella certezza della vita eterna – “dopo che saremo morti per le sue leggi – di Dio – ci risusciterà a vita nuova ed eterna” -. La fedeltà all’Alleanza, con l’intelligente e audace pratica di essa in ordine all’avvento del Regno di Dio, è la finalità della missione d’Israele.

La risurrezione, nell’Antico Testamento, ha una portata e un significato diverso da quella cui siamo abituati a pensare riguardo a Gesù Cristo. Essa ha come sfondo la certezza che nessuno potrà sottrarsi al compimento della Legge, neanche dopo la morte. Se qualcuno dovesse pensare che la Legge vale per questa vita e gabbarla, perché dopo la morte non ha più senso, è in errore. Sarà risorto, giudicato secondo la Legge e non potrà sfuggire al giudizio di condanna eterna. La risurrezione è il trionfo della Legge.

D’altro lato è doveroso affermare che, non solo la prospettiva del merito, ma soprattutto il misterioso rapporto d’amore con il Signore, sostiene la forza e la determinazione di sopportare il martirio e conformare la certezza della speranza. Il merito fine a sé stesso non ha la forza necessaria per sostenere la fedeltà in circostanze del genere.

Perciò, “È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere di nuovo risuscitati”. Cosicché, “Dal cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero riaverle di nuovo”.

La speranza nella risurrezione si fonda e prende consistenza nell’osservanza della Legge che, con il passare del tempo, sarà ritenuta il mezzo per acquisire meriti, come se il Signore non potesse esimersi dal concedere la risurrezione in virtù della scrupolosa e fedele osservanza.

Rimanere nell’orizzonte del merito fa sì che la preoccupazione del credente sia accumularne quanto più possibile, con osservanza sempre più rigorosa.

Praticamente il merito instaura il processo di auto-salvezza che porta a perdere di vista la missione riguardo all’avvento del Regno per tutti i popoli, nella pratica dell’accoglienza, del diritto e della giustizia. Si riduce l’avvento al solo popolo d’Israele e, più ancora, ai soli meritevoli. È il programma e il cammino dei farisei, ed è motivo di scontro con la predicazione e la pratica di Gesù.

In ogni caso, nel testo risalta la consistenza e la convinzione della fede, tale da consentire ai sette fratelli, in mezzo ai tormenti, di apostrofare come “Scellerato” il torturatore e affermare che, nella vita dopo la morte, “per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita” ma la condanna eterna.

La nostra fede si consolida attorno alla persona di Gesù e alla causa del Regno – due aspetti inscindibili -, in modo da scoprire il tesoro o la perla preziosa nel vivere quotidiano. Ciò è proprio delle persone che, al di là della propria religione, etnia, lingua, preferenza affettiva, partecipano della tensione – posta dallo Spirito Santo nella creazione con l’evento di Pentecoste – verso l’evento ultimo e definitivo nel quale Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Centrale, in questo processo, è la persona di Gesù, come testimonia la seconda lettura.

 

2a lettura (2Ts 2,16-3,5)

La comunità cristiana, numericamente poco rilevante, si trova in mezzo a una società dove predominano “uomini corrotti e malvagi”. In essa Paolo constata che “la fede non è di tutti”, alludendo probabilmente ai molti che dopo una prima adesione sono rimasti indifferenti o disinteressati all’annuncio evangelizzatore dei discepoli e dello stesso Paolo.

L’adesione al Vangelo coinvolge persone umili, di basso livello sociale e con poca istruzione. L’annuncio del Vangelo non è compreso dalla classe intellettuale e osteggiato dalle autorità governative anche per l’influenza degli oppositori Giudei, molto vicini alla classe dirigente.

Mantenersi saldi nella fede e nell’impegno di testimoniare Gesù Cristo non è semplice né facile per la comunità nascente. Ecco, allora, l’esortazione, l’incoraggiamento, i consigli di Paolo per non lasciarsi prendere dello sconforto e continuare, saldi e tenaci, nel proposito di assimilare e approfondire la conoscenza di Cristo, strettamente legata alla causa del Regno.

In primo luogo, Paolo ricorda loro che “Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, … ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza". La coscienza forgiata dall’esperienza coinvolgente dell’amore di Dio – che motiva Gesù Cristo alla consegna di se stesso per la giustificazione davanti al Padre – permette di percepire una consolazione senza fine, di grande intensità e, con essa il sorgere, nell’intimo, della speranza di partecipare della gloria del Regno già ora, come anticipo dell’evento definitivo, infinitamente maggiore, con il ritorno del Risorto.

L’evento proviene dall’azione trinitaria che conforta “i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene”. Paolo insiste affinché non cessino di fare il bene, con parole e opere, in modo che le prove e le difficoltà non scoraggino, al punto tale da far prevalere la passività e la sfiducia in quello che il Signore ha operato in loro. E, di conseguenza, venga meno la volontà ferma e tenace di coinvolgere i destinatari, pur nelle condizioni socio-politiche sfavorevoli.

Nella pratica del bene c’è il conforto della presenza e della comunione con il Signore, in modo che “la parola del Signore, corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, e veniate liberati dagli uomini corrotti e malvagi”. Non si tratta, evidentemente, solo dell’istruzione su quello che Gesù ha detto e fatto, ma di quello che hanno appreso, assimilato e, soprattutto, conformato al proprio pensiero, motivando l’azione corrispondente.

È noto che la Parola e l’annuncio fa del bene a sé stessi, ai membri della comunità, a chi è attento, con la mente aperta e il cuore sensibile, a ciò che va emergendo positivamente riguardo all’avvento del Regno e all’accoglienza della sovranità di Dio, declinata nella filosofia di vita, scelte, stili e comportamenti di Gesù.

In tali circostanze il Signore “vi confermerà e vi custodirà dal Maligno”. In ogni opera e parola di bene il discepolo può percepire la fedeltà del Signore alla sua promessa di custodirlo, guidarlo e orientarlo verso la pienezza di vita: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). In tal modo non solo saranno confermati nella bontà e nella verità, ma anche liberati dal potere e dalla forza del male (dal Maligno) che non cessa di tentarli per sviarli su altri cammini.

Rivolgendosi esplicitamente ai membri della comunità, Paolo esprime la sua fiducia nel fatto che il Signore non mancherà di far sì “che quanto noi vi ordiniamo già lo facciate e continuate a farlo”, in modo che non desistano a causa delle prove e delle difficoltà, ma siano perseveranti e decisi nel cammino.

È la condizione necessaria affinché “Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pienezza di Cristo”. L’azione del Signore si manifesta, e continua la sua operatività ed efficacia nell’intimo del discepolo, immergendolo sempre più nella dinamica dell’amore che cresce continuamente, in estensione, profondità e qualità.

Questa crescita permette di percepire e sostenere la speranza nella potenza di una vita indistruttibile, che va oltre a ogni criterio umano, come mostra il vangelo.

 

Vangelo (Lc 20,27-38)

I sadducei non credono nella risurrezione e pongono a Gesù un quesito – costruito di proposito, una trappola per farlo cadere quale aspirante messia – che per logica non ha soluzione. Nello specifico pongono il caso di una donna sposa di sette fratelli che, per la Legge, una volta rimasta vedova e senza figli, deve risposarsi con un fratello del defunto per la discendenza. A quei tempi era importante e doveroso che il nome del marito continuasse a perpetuare il proprio nome: ogni figlio portava il nome del padre.

Alla fine, morta anche la donna, la domanda: “La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta come moglie”. Gesù risponde: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito”. L’esperienza giornaliera è innegabile, ma non racchiude in sé tutta la portata e il senso dell’esistenza; c’è dell’altro, e non di secondaria importanza, alla quale Gesù fa riferimento nell’affermare: “quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dei morti”.

Di primo acchito si è portati a pensare e circoscrivere l’ambito della risposta alla vita dopo la morte, ma ritengo che l’essere degni della vita futura si riferisca anche alla vita in questo mondo, di chi comprende e assume la causa del regno.

Gesù mostra che l’esistenza terrena è l’ambito nel quale scoprire, nelle vicende personali e sociali, l’avvento (o la negazione) del regno di Dio, la sua Sovranità, come tesoro nascosto, perla preziosa per la quale vale la pena di investire tutto. Coloro che si coinvolgono con Lui per la causa del Regno, e vivono in sintonia con esso, sperimentano un anticipo dell’evento ultimo e definitivo, quando la storia dell’umanità sarà ricapitolata in Cristo e questi la consegnerà al Padre affinché Dio sia “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Essi sono giudicati degni della vita futura per la fede nella promessa di Dio, per la sintonia con l’amore di Gesù per l’umanità e per aver fatto sorgere, nel proprio intimo, la speranza, quale garanzia e partecipazione nella risurrezione dei morti. Le persone continuamente muoiono, ma partecipano già ora della nuova vita che sfugge alle coordinate spazio-tempo.

Costoro, dice Gesù, “non prendono né moglie né marito: infatti, non possono più morire, perché sono come angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio”. In essi la morte è già sconfitta, pur dovendo passare per essa e attraversarla. Ma la morte non è l’ultima parola sull’esistenza del credente, perché configura nell’intimo la speranza nell’evento ultimo e definitivo, percepito non come costruzione mentale – un’illusione per esorcizzare la paura e che attutisca la durezza del mistero, né l’aggrapparsi a un’eventualità che potrebbe accadere per l’informazione trasmessa dalla formazione religiosa – ma come l’avvento del Regno ultimo e definitivo.

Con questa risposta Gesù si distanzia dall’interpretazione popolare della risurrezione, intesa come un ritorno alla vita fisica dei morti, perché la vita dei risorti non dipende dalla procreazione, dal rapporto tra marito e moglie, ma proviene direttamente dalla potenza di Dio. E Gesù cita gli angeli perché i sadducei non credevano all’esistenza degli angeli, i quali ricevono la vita non certo dal padre e dalla madre ma direttamente da Dio. Così, con la risurrezione, la vita rimane eterna perché proviene da Dio.

La risurrezione ha le sue radici e consistenza nella pratica della carità, che motiva la sincera adesione e l’impegno per la causa del Regno. La carità e l’impegno sono la risposta del discepolo al sentirsi amato, redento e introdotto nella realtà del regno di Dio già in questo mondo, in questa vita.

Egli sperimenta la vita in abbondanza (Gv 10,10) nello svuotamento e il distacco da sé stesso, e l'assunzione dello stile di vita e pratica di Gesù a favore della fraternità universale, dell’accoglienza incondizionata, senza “ma” e senza “se”, come risposta all’amore in cui è coinvolto e trasformato.

Gesù, nella sinagoga di Nazareth, disse: “oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato” (Lc 4,21). Il discepolo sente l’“oggi” della salvezza, il presente eterno che nessuno può togliere, né la morte cancellare. Perché “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”, ovvero il Dio che protegge Abramo, Isacco e Giacobbe con la sua vita, tenendoli lontano dalla morte.

Essere sotto la protezione di Dio significa avere la sua stessa vita, e il Dio fedele non permette che muoiano quelli che lui ha amato. E il perché lo dice la frase più importante di tutto questo brano, che getta nuova luce sull’immagine della vita, della morte e della risurrezione: “Dio non è il Dio dei morti, ma dei viventi, perché vivono tutti per lui”. Il Dio di Gesù non risuscita i morti ma comunica ai vivi, ai viventi, la sua stessa vita, una vita di una qualità tale che è capace di superare la morte.

Dio presente nella storia determina eventi decisivi, orienta il suo corso verso la pienezza di senso e di vita e l’accompagna per ricrearla costantemente, facendosi prossimo di ogni persona con il perdono e la misericordia, come risposta alla fragilità umana. Lui è la fonte della vita: “Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita” (Sap 11,26), e solo in Lui, con Lui e attraverso Lui, tutte le cose vivono e lo glorificano, lasciandosi coinvolgere, costantemente, nella dinamica dell’amore senza fine.

 

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