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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ml 3,19-20a)

Nell’approssimarsi della fine dell’anno liturgico, i testi indicano la meta del creato, della storia, dell’umanità e di ogni persona, con un evento umanamente sconcertante: “Ecco: sta per venire il giorno rovente come un forno”. È importante porre attenzione all’evento finale: conoscere la meta è condizione necessaria per individuare il cammino, sul come e cosa investire in modo soddisfacente.

Gesù dirà di sé: “Io sono il cammino” (Gv 10,6), non la meta, il regno di Dio, che va oltre la sua persona. Assumendo il cammino si entra nella dinamica del regno ultimo e definitivo e, con esso, nella comunione con Lui. Procedendo nel cammino si ridisegna la storia, o meglio la nuova storia (non si tratta di un’altra storia, ma la stessa storia trasformata per la gloria di Dio) che non avrà fine, per la partecipazione all’inesauribile dinamica del Suo amore.

Il profeta annuncia che “sta per venire il giorno”. È noto che il fine ultimo è sempre il primo nell’intenzione e l’ultimo nell’esecuzione. Quello che motiva e sostiene l’azione è il fine, senza il quale si procede barcollando, senza sapere dove si va, vagando un passo dopo l’altro nell’incertezza, nel timore e nel disagio proprio di chi cammina nella fitta nebbia.

Dal punto di vista di Dio la storia comincia dal finale, dalla meta, alla cui luce la persona e l’umanità determinano il corretto rapporto con Dio nell’accogliere l’avvento del Regno oggi – il dono della sua sovranità – nella condizione penultima, perché circostanziale ma in tensione verso l’ultimo e definitivo. Tale cammino e processo qualifica ogni attimo del presente, che racchiude in sé la verità della promessa di Dio trasmessa, di generazione in generazione, e il futuro di pienezza di vita con la partecipazione nella Sua gloria.

Quel giorno del compimento atteso sarà “rovente come un forno”. Immagine spaventosa e  motivo di sconcerto, al punto che la persona preferisce rimuoverlo. Cosicché ogni catastrofe naturale suscita l’interrogativo se non sia un segno premonitore della fine.

Tuttavia, l’immagine “rovente come un forno” può evocare altri scenari: il roveto ardente di Mosè; la colonna di fuoco che accompagna e guida il popolo d’Israele, liberato dal male e dalla schiavitù dell’Egitto, verso la terra promessa; la fornace dove il profeta Daniele e i suoi compagni furono gettati per ordine del re e da cui uscirono incolumi.

Oltre all’immagine spaventosa, quindi, c’è anche quella dell’amore liberatore, della purificazione e della glorificazione. È l’esperienza del Gesù storico – dalla nascita alla risurrezione – in virtù della quale è costituito Gesù Cristo, lo Spirito che dà vita.

Il “giorno rovente come un forno” è il giorno di tutti i giorni, acceso dall’evento Gesù Cristo. Il “forno” rimane acceso e attivo nella persona per la fede, tuttavia, la cenere dell’incredulità lo smorza e ne impedisce l’efficacia rigenerativa.

Perciò può diventare il giorno della disgrazia per “tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizie” e attecchirà le loro opere, paragonate alla paglia, riducendole a un mucchio di cenere che non lascerà “né radice né germoglio”, metafora dello smarrimento dell’identità e del senso dell’esistenza.

La profezia, più che una minaccia, costituisce uno stimolo alla conversione, a prendere coscienza che l’atteggiamento superbo non porta a niente di buono e la sua unica meta è l’umiliante fallimento generale. Pertanto è l’opportuno ripensare e riformulare la propria filosofia e condotta di vita.

Diametralmente opposta è la condizione dei giusti: “Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia”. Questi, nel sincero rapporto con il Signore, accolgono l’avvento del Regno per la pratica della carità, agiscono in sintonia con il dono della liberazione dal male, dalla schiavitù del peccato e sintonizzano con le esigenze dell’Alleanza nella crescita del dono ricevuto. Ora “il giorno rovente come un forno” conferma la pienezza di vita in cui credono e sperano.

Il dono della liberazione si manifesta in modi diversi e concreti. Uno di essi è indicato nella seconda lettura.

 

2a lettura (2Ts 3,7-12)

Nella parte finale della lettera ai Tessalonicesi l’apostolo Paolo richiama la comunità su un aspetto del suo comportamento che devono imitare: “Sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi”. La raccomandazione è importante, perché l’autore è preoccupato che la comunità si lasci coinvolgere da comportamenti deplorevoli: “Sentiamo, infatti, che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione”.

Paolo presenta il modello da imitare: “sapete in che modo dovete prenderci a modello”, ossia seguire il suo esempio riguardo al lavoro che ha sempre esercitato, parallelamente alla sua attività evangelizzatrice, per non essere di peso alla comunità.

L’autore specifica che, pur avendo diritto al sostentamento, non ne fa uso – “per non essere di peso” – e fa riferimento a quanto Paolo stesso scrisse circa il suo lavoro nella prima lettera alla stessa comunità (1Ts 2,9-11), nella quale risalta il suo amore disinteressato per la causa del Vangelo e il comportamento coerente, lontano dalla vanagloria di presentarsi come esempio.

Pertanto l’autore della lettera, pur riferendosi oggettivamente a Paolo, cambia la motivazione ricavando l’ammonimento per coloro che si trovano in una situazione diversa da quella cui si riferiva l’Apostolo. Anche loro devono comportarsi come ha fatto Paolo, al fine di non essere di peso per nessuno.

Questo perché alcuni cristiani vivono senza far nulla, immischiandosi in ogni cosa: “Sentiamo, infatti che alcuni di voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione”. È possibile che il loro comportamento sia determinato dal clima di smobilitazione per il fatto che il Signore tarda a tornare in terra. Il dubbio, e la sfiducia conseguente, alimentano la tentazione di pensare che ciò non avverrà mai.

Perciò non si tratta di un semplice fenomeno ordinario di ozio e di assenteismo parassitario dal lavoro, ma di un atteggiamento fondato su una motivazione religiosa ben precisa. A coloro che hanno ceduto a questa tentazione egli ordina, esortandoli nel Signore, di vivere “guadagnandosi il pane lavorando con tranquillità”.

L’esempio di Paolo e la sua parola autorevole sono fatti valere per affermare che nessuno deve farsi mantenere a spese della comunità, per cui rammenta loro: “quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi”.

“Noi non siamo rimasti oziosi in mezzo di voi”. L’ozio, motivato dall’attesa passiva del Risorto, diventa pretesto e falsa giustificazione per il comportamento riprovevole di sfruttamento, ingiustizia e pratica anti-etica, che fa ricadere il peso di tutto sulle spalle delle persone oneste.

Per altro verso, se sintonizzassero e comprendessero la portata della missione di Gesù riguardo al Regno, testimonierebbero maggiore sensibilità, prontezza e generosità nella condivisione responsabile, solidale e fraterna, aspetti indispensabili nella vita giornaliera che sostengono la speranza.

L’autore si preoccupa che l’eredità di Paolo sia conservata e tutelata, ma al tempo stesso la adattata alle nuove situazioni. La laboriosità di Paolo diventa un esempio di come i cristiani devono comportarsi in un momento di forte crisi. In quel periodo l’abbandono del lavoro poteva essere dovuto all’attesa impaziente della venuta del Signore, ma la caduta della tensione escatologica, a causa del ritardo di questo evento, ha suscitato la convinzione che se il Signore non viene è inutile fare il bene e impegnarsi nella vita sociale e comunitaria.

Forse, già allora esisteva il pericolo che la comunità cristiana fosse ridotta a un ente assistenziale, al servizio non solo dei veri bisognosi ma anche di una schiera di parassiti, che vivevano senza un lavoro stabile e socialmente utile.

Se da una parte non è corretto che la comunità assuma questo ruolo, dall’altra i credenti non devono gravare sulla comunità ma riscoprire il significato del lavoro. Questo è visto come l’unico mezzo per guadagnarsi da vivere in modo decoroso.

Ma, più in profondità, il lavoro serve a tutelare la dignità della propria persona e a collaborare al progresso, sia materiale che spirituale, dell’umanità. Nel lavoro infatti si esercitano i valori tipicamente cristiani della solidarietà e dell’amore vicendevole, stabilendo così una forte piattaforma per la diffusione del vangelo.

Il vangelo mette in guardia i credenti dai possibili inganni dei predicatori riguardo al momento del ritorno del Signore.

 

Vangelo (Lc 21,5-19)

Alcune persone, probabilmente i discepoli, commentano con orgoglio e soddisfazione la bellezza e grandiosità del tempio, luogo dove, secondo la tradizione religiosa, Dio appoggia i suoi piedi, cordone ombelicale fra la terra e il cielo, centro dell’attività religiosa e politica della Nazione. Gesù coglie l’opportunità e profetizza: “Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”.

Perché questo? L’episodio precedente è stato quello della vedova che si dissanguava e  offriva tutta la sua vita per mantenere in piedi questa istituzione. Era l’istituzione che, con i proventi, doveva mantenere i deboli della società ma l’istituzione religiosa aveva stravolto tutto questo ed erano i deboli che la mantenevano. Allora, per Gesù, un’istituzione religiosa che, anziché aiutare gli ultimi, i deboli, li sfrutta per il proprio mantenimento, non ha ragione di esistere.

La distruzione del tempio avvenne nell'anno settanta dopo Cristo. L’espressione “non sarà lasciata pietra su pietra” evidenzia che la distruzione sarà radicale, al punto da separare una pietra dall’altra e rendere impossibile ricongiungerle per un’eventuale ricostruzione.

Quello che Gesù sta realizzando è l’inizio di una nuova era, un nuovo cielo e una nuova terra – non un altro cielo e un’altra terra, ma questo cielo e questa terra rinnovati e trasformati – ossia l’avvento del Regno, e un impossibile ritorno al passato.

In altri brani, riguardo alla distruzione e ricostruzione dopo tre giorni del tempio, Gesù si riferisce alla propria morte e risurrezione. E il tempio ricostruito non sarà costituito da pietre, ma dalla nuova comunità che, per la fede nella persona e nella causa per il Regno di Gesù, intraprenderà il cammino nel quale l’eternità di Dio si fa presente nel modo dell’avvento del Regno, nell’accogliere tutte le nazioni e le culture, nell’orizzonte escatologico del bene comune e nella pratica del comandamento dell’amore (Gv 15,12).

Tornando al brano odierno i presenti domandano: “Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?”. Essi non solo non si spaventano ma mostrano interesse perché la tradizione garantiva che, nel momento di massimo pericolo, Dio sarebbe intervenuto in modo da impedire la catastrofe.

Gesù si premura metterli di in guardia da possibili inganni: “Badate a non lasciarvi ingannare”, perché ci saranno persone che si attribuiranno il ruolo di messia e di profeta dicendo: “Sono io” oppure “il tempo è vicino”. L’ordine è perentorio: “Non andate dietro loro!". Li invita a non porre nessuna speranza in un intervento straordinario da parte di Dio che impedisca la catastrofe.

E li avverte di non lasciarsi terrorizzare “da guerre, rivoluzioni, (…) catastrofi naturali quali terremoti, carestie e pestilenze (…) fatti terrificanti e segni grandiosi nei cieli”, considerandoli segnali premonitori. Questi fatti accadranno, ma “prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine”, perché essi appartengono al normale svolgersi degli eventi nella storia personale, sociale e della natura. Essi non indicano alcunché riguardo alla fine che avverrà dopo questi accadimenti. Gesù dice di non eccitarsi in questa attesa ritenendo che sia il momento per inaugurare il regno di Israele. Dice loro che non sarà così.

“Poi diceva loro…” E qui per comprendere queste espressioni bisogna rifarsi al linguaggio dei profeti, con il quale descrivono grandi sconvolgimenti sociali: “Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze…”. Sono le immagini che i profeti usano per indicare i grandi cambiamenti sociali.

“Vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.” Tutto questo è un’immagine per atterrire ma questo sconvolgimento, cambiamento, purtroppo non sarà indolore per i suoi discepoli. Tuttavia (vedi la conclusione), il messaggio è un incoraggiamento alle comunità cristiane perseguitate, emarginate.

Ora Gesù sposta la loro attenzione sul presente: “Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome”. Li pone, quindi, in una prospettiva sconcertante e paurosa, non meno destabilizzante dei fatti appena descritti. Perciò, a livello individuale,  accadranno fatti di forte impatto e sconvolgimento nel processo di consolidamento della fede in Gesù e nella causa del Regno, ovvero un cammino pedagogico di anticipo e, allo stesso tempo, preparazione all’evento futuro, ultimo e definitivo.

Saranno sconvolti anche i rapporti con familiari e amici: “Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, uccideranno alcuni di voi; sarete odiati a causa del mio nome”. Tali circostanze saranno opportunità per testimoniare la consistenza della loro identità con Gesù Cristo, la fiducia nella sua persona, nel suo insegnamento e nella causa del regno: “Avrete allora occasione di dare testimonianza”.

Nell'eventualità di dover testimoniare “davanti a re e governatori” potranno contare sull'indicazione di Gesù: “mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere”, in virtù dell’intima partecipazione alla vita di Dio, nella certezza che “nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”. La metafora significa che, nonostante i dolorosi trattamenti giudiziari dell’epoca, massacranti e addirittura mortali, niente del loro essere autenticamente se stessi, della loro pienezza di vita, verrà meno, né andrà perso.

La conclusione è: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita” ossia con la fermezza, l’atto della volontà e la determinazione proveniente dall’intimo, trasformato e rigenerato dagli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo, salverete la vostra vita. “E quando cominceranno ad accadere queste cose alzatevi e levate il capo perché la vostra liberazione è vicina”. Quindi si tratta di un messaggio non incute paura, ma di rassicurazione.

Gesù assicura che la liberazione è vicina. Certo non sarà indolore; ci sarà da soffrire, ma Gesù sta sempre dalla parte dei perseguitati, mai da quella di chi perseguita, anche se chi perseguita pretende di farlo in nome suo.

 

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