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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Sam 5,1-3)

Con poche frasi è narrato uno degli avvenimenti più importanti della storia d’Israele. Si tratta dell’elezione e l’unzione di Davide come re del popolo. Il fatto avviene per la necessità di stabilizzare l’unione nazionale fra il regno del Nord e quello di Giuda, recentemente uniti dallo stesso Davide il quale, molto opportunamente, per manifestare l’equidistanza tra loro scelse come capitale Gerusalemme, città situata sul confine dei due regni.

A Davide, nato a Betlemme nella Giudea, “vennero tutte le tribù d’Israele” e dissero: “Ecco noi siamo tue ossa e tua carne”. Non si tratta solo di un’indicazione antropologica, ma è l’attestato della partecipazione attiva della vita d’Israele. Il popolo riconosce in lui un autentico rappresentate dei sentimenti, delle attese e del sogno che costituiscono l’identità nazionale e la tradizione del popolo: “Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele”.

Ora constatano che il Signore gli ha detto: “Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele” e gli riconoscono autorevolezza e l’autorità per governare. Pascere significa orientare e guidare il popolo nel cammino e nelle scelte appropriate, quali la protezione, il soccorso nei momenti difficili e nel pericolo. Sono tutte virtù e atteggiamenti propri del re nello svolgimento della missione, in sintonia con il mandato ricevuto.

La missione del re – rappresentante di Dio – è la salvezza del popolo e, particolarmente, il  proteggere gli indifesi, i poveri, le vedove, gli stranieri, ossia le persone più esposte allo sfruttamento e al sopruso dei ricchi, dei potenti e alle loro prevaricazioni.

Al re il Signore affida la missione di vigilare, incoraggiare e procurare il necessario per la fedeltà all’Alleanza, in modo che la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto si consolidi sempre più nelle persone e nella coscienza del popolo, con la pratica corrispondente. Egli è il garante, come rappresentante del Signore dell’Alleanza e, con essa, del conformarsi del popolo eletto, appartenente a Dio, e viceversa. L’obiettivo è che Israele sia modello per tutte le nazioni quale espressione della gloria di Dio.

Davide è riconosciuto come tale da Dio e dal popolo e “concluse con loro un’alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re d’Israele”. L’unzione, segno di consacrazione, separa il consacrato per la causa specifica affidatagli. È suo dovere dedicarsi con determinazione e generosità per il raggiungimento degli obiettivi. Il regno di Davide e del figlio Salomone saranno ricordati come il periodo d’oro della storia d’Israele,  nonostante compimento della missione sia stato solo parziale.

La storia presenta, sin da Salomone e figli, la successione di re fedeli e infedeli all’Alleanza, con prevalenza dei secondi.

Questi deviano il popolo dal cammino corretto nonostante il forte richiamo dei profeti. L’Antico Testamento ritratta la costante tensione fra le autorità, i governanti e la missione dei profeti.

La disastrosa condotta dei re e dei governanti riguardo al rispetto dell’Alleanza avrà conseguenze molto dolorose per loro stessi e per tutto il popolo; basti pensare ai rovesci politici e alle deportazioni in terra straniera per misurarne la portata. Nella lettura profetica essi sono ritenuti come frutto del peccato e dell’allontanamento dalla volontà del Signore.

Allo stesso tempo si formerà la convinzione che Dio stesso interverrà, con l’invio del Messia – l’unto – che dovrà restaurare una volta per sempre il regno di Dio in maniera stabile e duratura, separando i malvagi dai giusti, purificando il popolo dai loro peccati e impiantando una nuova società fedele all’Alleanza.

È la missione che compirà Gesù Cristo, i cui tratti fondamentali sono descritti nella seconda lettura.

 

2a lettura (Col 1,12-20)

 

Il brano è un inno di ringraziamento di Paolo per l’iniziativa del Padre a suo favore e alla  comunità credente. Con esso afferma: “vi ha resi capaci di partecipare della sorte dei santi nella luce”, liberandovi dalle tenebre per mezzo del Figlio e dallo Spirito Santo, le due mani di Dio secondo la felice intuizione di S. Ireneo.

Non solo. Ma con la liberazione “ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati”. Il trasferimento si deve all’azione redentrice dal peccato e liberatrice dalla seduzione del male di Gesù Cristo, con il coinvolgimento nell’amore di Dio.

Accogliere la sua persona, il suo insegnamento e la sua pratica è accogliere la sovranità di Dio nella propria vita; è entrare nell’ambito del regno di Dio con la responsabilità di elaborare e stabilire rapporti interpersonali e sociali in sintonia con l’avvento del regno, per trasmettere vita in abbondanza, per conformare e solidificare la speranza escatologica dell’evento ultimo e definito con il “ritorno” del Risorto, quando Dio si manifesterà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

L’iniziativa del Padre, l’azione del Figlio e dello Spirito Santo in ordine alla salvezza di ogni persona e del popolo intero, evidenziano la regalità di Dio, al quale tutto è sottomesso. Sottomesso nel senso che, liberamente accolto il dono, si va configurando un modello di convivenza interpersonale fraterna e responsabile e di organizzazione sociale che si contrappone a quella di tipo rigorosamente piramidale – dall’alto verso il basso – propria della società di allora. Questo spiega l’inevitabile e drammatico conflitto fra Gesù e le autorità del tempo.

Nell’attualità la società organizzata sul modello democratico esercita la politica con soluzioni e iniziative frutto del compromesso di interessi opposti per il bene della collettività. Indubbiamente è un passo positivo rispetto al passato, anche se non mancano interessi particolari da parte di lobby a vantaggio di pochi e a danno di molti.

Ma quello che Gesù pone come condizione per fare della società l’ambito del Regno e appartenervi è molto di più. Si tratta di instaurare e solidificare la politica di fraternità, il cui soddisfacente risultato richiede l’identificazione con la sua filosofia di vita, l’assimilazione delle sue virtù, l’etica derivante dall’orizzonte escatologico e la declinazione di essa nelle norme morali.

È tutto un insieme sinteticamente espresso dalle parole dal cantico di Maria: “Ha disperso i superbi nel loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. A tal fine “ha spiegato la potenza del suo braccio”, per la magnanimità del suo amore che “ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia” (Lc 1,51,54)

Incentiva il progetto l’asserzione che “Egli è l’immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione” e, quindi, nel constatare che il Dio invisibile si è fatto visibile in Gesù Cristo. Questi, con la sua filosofia, lo stile di vita, l’azione pastorale e la consegna alla causa del regno, inizia la nuova era di trasformazione e rigenerazione di una nuova società, di un nuovo mondo.

La singolarità dell’evento porta Paolo ad affermare che “in Lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili” e, ancora, “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui”, così come “Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono”. Sono espressioni del permanente coinvolgimento del Figlio con tutto e con tutti riguardo l’origine, la sussistenza e il destino finale. Niente e nessuno sono estranei alla sua presenza e azione.

La centralità di Cristo nel creato, nella storia, nel cammino dell’umanità constata che “Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose”. In tale veste egli è il rifermento centrale e ineludibile del processo nel quale ognuno – persona e gruppo sociale – determina di mantenere e coltivare la comunione con Dio, in modo che l’amante e l’amato si uniscano nell’amore e cresca in loro la vita piena, la gloria di Dio. In caso contrario l’orizzonte è la loro dinamica autoreferenziale.

In ogni caso la dinamica del Figlio per la causa del regno oggi – la salvezza – attualizza gli effetti della sua morte e risurrezione in chi, per la fede, si percepisce libero dal peccato,  dall’autosufficienza e dall’isolamento, ed è partecipe pienamente dell’alleanza e della vita eterna in Dio.

Perché “è piaciuto infatti a Dio che abiti in lui – Gesù Cristo – tutta la pienezza”. L’affermazione rimanda alla filosofia della complessità di Edgar Morin, per la quale da un lato la parte è nel tutto e dall’altro il tutto è nella parte. E la lettera ai Colossesi aggiunge “e voi partecipate alla pienezza di lui” (2,9). Nella persona umana di Gesù c’è la pienezza del divino.

Con esso la dignità della persona raggiunge l’apice nella quale sintonizza con il fatto “che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli”. Nel lasciarsi coinvolgere dalla dinamica trinitaria la persona e la comunità collaborano con Cristo nella nuova creazione. Pertanto, Gesù Cristo è percepito Signore e re dell’Universo, l’inizio e la fine, l’alfa e l’omega che fa nuove tutte le cose.

Paradossalmente la regalità ha il suo trono sulla croce, con la consegna di sé per la causa del regno.

 

Vangelo (Lc 23,35-43)

Sul capo Gesù appeso sulla croce c'è anche la scritta che motiva la condanna: “Costui è il re dei Giudei”. Si tratta di burla e ironia. La croce è quello che la legge romana stabiliva per chi aveva l’ardire di pretese regali, considerate una minaccia, un oltraggio all’imperatore.

Per il senso comune del popolo, delle autorità e della teologia consolidata, la crocifissione è la negazione delle pretese messianiche di Gesù e la prova della maledizione di Dio nei suoi riguardi. Il Messia era atteso la notte di Pasqua nel tempio, per dare inizio al processo di purificazione del popolo, all’espulsione dalla terra promessa degli invasori romani e all’instaurazione del tanto atteso regno di Dio. Il Messia crocefisso è un assurdo, perché non poteva morire.

Tuttavia, alla burla e al disprezzo si associa l’ulteriore verifica: “Ha salvato altri! Salvi sé stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”; lo stesso anche da parte dei soldati romani: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. Per Gesù è l’ultima tentazione, quella cui si riferiva l’evangelista dopo la vittoria di Gesù sul diavolo nel deserto: “Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato” (Lc 4,13).

Se Gesù fosse sceso dalla croce il demonio avrebbe raggiunto l’obiettivo che non ottenne nel deserto, il fallimento della missione di Gesù. È impressionante constatare come la tentazione più radicale e decisiva si presenti negli ultimi e più drammatici momenti, nelle condizioni meno favorevoli e di maggiore vulnerabilità, provato e debilitato dalla sofferenza fisica e dall’abbandono perfino dal Padre.

È probabile che Gesù sia sorretto dalla percezione, nel suo mondo interiore, “della potenza di una vita indistruttibile” (Eb7,16), frutto della fedeltà alla causa del regno per lo stile e filosofia di vita, le scelte coerenti, la tenacia e la perseveranza pur nell’incomprensione dei discepoli, il rigetto degli scribi e delle autorità. La fedeltà nella consegna è il frutto maturo di tante fedeltà alla dinamica di morte e risurrezione lungo la sua attività pastorale, cominciando dalle le tentazioni nel deserto.

La condizione di re, di Signore, lo accompagna fin dall’inizio dell’attività pastorale e ha il suo punto d’onore nell’evento pasquale. Essa è sostenuta e alimentata dall’amore fedele per la causa del regno, che include la salvezza della persona, dell’umanità e del creato.

Sulla croce Gesù entra in rapporto con due malfattori, colpevoli di atti meritevoli di condanna. “Uno dei malfattori appeso alla croce lo insultava:’Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!’”. Se Gesù è il Messia atteso egli non capisce perché non salvi sé stesso e anche loro.

L’altro lo rimprovera perché non considera che “noi riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”. Questi pur essendo un malfattore come l’altro, ha un riferimento etico ben diverso nel riconoscere la condizione di sé stesso e quella di Gesù.

Il primo vuole approfittare dell’occasione. Il diverso riferimento all’etica fra i due rileva l’assenza di “alcun timore di Dio” nel primo, a differenza del secondo. Probabilmente la condizione etica del secondo lo spinge a chiedere: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”, del quale riconosce che “non ha fatto nulla di male”.

La risposta di Gesù è più che mai sorprendente: “In verità io ti dico: oggi sarai con me in paradiso” – non nel senso che lo trasferisce in un altro mondo, ma gli assicura che entrerà in quella realtà dalla quale furono esclusi i primogenitori – Adamo ed Eva – dal giardino, luogo in attesa della risurrezione – e oggi stesso se ne renderà conto pur nella condizione di malfattore.

Notare che costui non esprime alcun pentimento per i crimini che ha commesso, non sta chiedendo perdono o assoluzione ma manifesta soltanto la sua fede nella persona di Gesù del quale riconosce il bene che ha fatto. La struttura del mondo interiore eticamente corretta è un’ancora di salvezza e certamente non è facile mantenerla sempre.

Paradossalmente, sulla croce, in quella terribile situazione, i due s’incontrano. E insieme – Gesù e il malfattore – entrano nella realtà ultima e definita del regno, la risurrezione, della quale Gesù darà testimonianza il “terzo giorno”, secondo le Scritture. Gesù entra nel regno, assume la sua condizione di re dell’universo, con un compagno al suo fianco … e che compagno!

L’ingresso e l’uscita di Gesù dal mondo avviene attraverso due accadimenti sorprendenti: entra accolto dai pastori – persone ritenute inaffidabili e sicuramente ladri, per i quali è impossibile la conversione – ed esce in compagnia di un malfattore. Una parabola di vita davvero sconcertante per un Re.

 

 

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