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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 35,1-6a.8a.10)

La profezia non specifica a chi è indirizzata; essa è la predizione di un destino paurosamente oscuro, il che caratterizza l’insieme apocalittico del testo. Tuttavia, diversamente da quello che si intende comunemente con il termine apocalittico – lo sconvolgente stravolgimento sociale e cosmico – indica lo svelamento dell’azione di Dio nella crisi.

La profezia è portatrice del messaggio di salvezza di Dio, che motiva e sostiene i destinatari alla resistenza, a non cedere allo sconforto, alla depressione o alla sfiducia. Allo stesso tempo suscita la speranza di un futuro radioso, frutto della fedeltà di Dio alla promessa. Il destinatario, nell’accoglierlo, sintonizza e declina lo stile di vita, le scelte personali e sociali con le indicazioni ivi contenute.

La crisi è segnata dall’aridità di vita, dalle carenze e dalle sofferenze della persona e del popolo, come lo è camminare nel deserto, nella steppa. Ecco, allora, l’annuncio della trasformazione del deserto inospitale in una sorgente di acqua e, riguardo alla steppa,  il sorgere di fiori inaspettati: “Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. (…) Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio”. È il passaggio dall’aridità alla magnificenza della terra fertile che manifesta la gloria di Dio, la vita in abbondanza e la gioia.

La trasformazione coinvolgerà le persone e il popolo. Il dono di Dio vince e sconfigge lo stato di insicurezza e di smarrimento generalizzato: “mani fiacche (…) ginocchia vacillanti (…) smarriti di cuore”) generati dalla certezza che Dio non avrebbe mai permesso che sprofondassero in tale situazione.

Ma di fatto il rapporto con Dio è andato perdendo consistenza, e con esso anche la fiducia in Lui, nonostante la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e le indicazioni dell’Alleanza, sul come procedere nel coinvolgere anche altri popoli nella libertà donata con l’uscita dall’Egitto. Invece sono prevalsi altri riferimenti nell’affrontare gli eventi politici, sociali e individuali.

Il dono è accompagnato dall’esortazione: “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio (…) la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi”. Si tratta di accogliere la pienezza della felicità e la salvezza, con la sconfitta e l’annientamento del male. Cesseranno le infermità attribuite alle conseguenze del peccato, e “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto”.

Nella condizione odierna è lo schiudersi di orizzonti di senso, del cammino e di vita piena inaspettato. È quello che assicura l’affermazione: “Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa”; Gesù dirà: “Io sono il cammino” (Gv 14,6) la via santa nella quale procedere – coinvolgendosi sempre più profondamente nella dinamica, creativa e audace, dell’Avvento del Regno di Dio. Tutto il popolo determinato in tal senso riacquisirà la santità – nel senso di separato da ogni proposito e cammino contrario – ponendosi al servizio di Dio e percorrendo la strada sicura.

È la strada dei redenti, di coloro che Dio ha liberato, memori delle meraviglie operate da Lui, quando ha salvato il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto. Rispetto al passato c’è di più. L’attuale ritorno è il nuovo ingresso nell’amata terra: i riscattati dal Signore “verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto”. È il senso della metafora riguardo la trasformazione del deserto e della steppa.

Allora sarà manifesto il dono di Dio e il compimento della promessa. L’esilio sarà bandito per sempre, e la “felicità perenne” riempirà la terra senza afflizione e gemito. Dal punto di vista odierno è anticipazione della condizione escatologica, ultima e definitiva, che Dio realizzerà alla fine dei tempi, tracciata nei due ultimi capitoli dell’Apocalisse. 

La felicità perenne consiste nel vivere e crescere nella libertà, con la pratica del diritto, della giustizia e con particolare attenzione alle condizioni degli ultimi, i più deboli, l’orfano, la vedova e lo straniero, i più esposti al sopruso e allo sfruttamento.

Oggi non è difficile specchiarsi nell’esperienza personale e sociale del popolo d’Israele. Il peccato – il mistero dell’iniquità – è molto presente nella vita di tutti i giorni e a tutti i livelli, caratterizzato e sostenuto dall’atteggiamento di sfiducia, superficialità, indifferenza e disinteresse per l’avvento del regno di Dio, quale accoglienza della sua sovranità a livello personale e sociale per la pratica dell’amore declinato nella giustizia e nel diritto.

Oggi la celebrazione della Messa attualizza la redenzione nella persona e nella comunità, nel senso che coinvolge tutti nella dinamica dell’amore trinitario.

La reale partecipazione al dono si manifesta nel coraggio, audacia e intelligenza nell’elaborare nuove risposte a situazioni e circostanze inedite, in modo da far risorgere la vita, la speranza e il senso dell’esistenza in chi è come morto dal punto di vista umano, psicologico, sociale e morale ed è sulla soglia della disperazione, percependosi arido, vuoto, senza senso e isolato in un immenso deserto. In altre parole, attualizza in loro l’efficacia dell’avvento del Regno di Dio.

Tale condizione si afferma per procedere nella via santa, anticipo del futuro di Dio e della sua gloria. È lasciarsi attrarre come la limatura di ferro dalla calamita. Il procedere richiede fiducia, tenacia, costanza, pazienza e la solidarietà comunitaria esortata dalla seconda lettura.

 

2a lettura (Gc 5,7-10)

Il ritorno del Signore si fa attendere, va oltre l'imminenza annunciata. Per di più le prove e le difficoltà della vita, dentro e fuori la comunità, inducono allo scoraggiamento e a chiedersi se non sia stata un’illusione accogliere la predicazione degli apostoli. L’attesa si fa pesante, la fiducia nell’avvento si indebolisce e la forza di volontà sembra venir meno.

In questo stato di crisi l’apostolo Giacomo esorta la comunità alla perseveranza: “Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore”, e fa riferimento a quella dell’agricoltore che, in virtù di essa, raccoglierà il frutto sperato.

Nell’attesa è doveroso “rinfrancare i vostri cuori”, avendo il “modello di sopportazione e di costanza -dei- profeti che hanno parlato in nome del Signore”. Anche loro furono provati allo stesso modo, e la loro costanza non fu vana riguardo alla promessa di cui erano araldi e portatori. 

Il prolungarsi dell’attesa è motivo per riappropriarsi, nel profondo del proprio animo, della fiducia in Gesù Cristo al quale hanno aderito; riappropriarsi, per la fede, della sua presenza e dell’azione dello Spirito. È l’opportunità di crescere nella fede, essendo questa un modo di già possedere ciò che si spera (Eb 1,11). Rinfrancare il cuore ha la sua inevitabile ricaduta nella carità vicendevole che ricompone le difficoltà e le asprezze.

Ad essa fa rifermento l’apostolo con l’esortazione: “Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri”. Infatti, nel disagio, nella crisi, è facile lasciarsi andare con atteggiamenti inadeguati e affermazioni improprie – a volte calunniose – alla ricerca di uno o più capri espiatori sui quali scaricare la responsabilità di ciò che non va. Ma la carità fa sì che la pazienza – capacità di soffrire i limiti, i difetti e la mediocrità della condizione umana – si traduca in magnanimità nel sentirsi già partecipi del regno di Dio, quale dono della comunione con il Padre.

Probabilmente, per questo motivo, l’apostolo aggiunge: "per non essere giudicati: ecco il giudice è alle porte” perché, con l’avvento del Risorto, tutti saranno giudicati sulla carità come condizione di inserimento nell’evento ultimo e definitivo del Regno di Dio, quale inesauribile dinamica dell’amore trinitario.

Si tratta di rafforzare la fiducia non solo nella persona di Gesù ma, allo stesso tempo, nell’avvento del Regno di Dio – le due realtà inscindibili -. È quello che è sullo sfondo del dialogo a distanza con Giovanni Battista, riportato dal vangelo odierno.

 

Vangelo (Mt 11,2-11)

“In quel tempo, Giovanni era in carcere”, per le note vicende della sua predicazione fedele alla causa del regno di Dio. Non è escluso che Giovanni senta un profondo sconcerto interiore per il suo arresto e, forse, anche per il fatto che Gesù non faccia niente per liberarlo.

Lo sconcerto e lo stupore si aggravano per il comportamento e l’azione di Gesù che,  nell’impiantare il regno di Dio, invece di separare il grano dalla paglia, che sarà bruciata nel fuoco eterno, fa tutto il contrario: non osserva i canoni della Legge ritenuti imprescindibili, mangia con i peccatori, annuncia la salvezza per i pagani, si circonda e attende persone ritenute indegne quali prostitute, pubblicani, e altri. Fa quello che nessuno oserebbe nemmeno immaginare da parte di chi si attribuisce pretese messianiche.

La crisi è profonda e lo sconcerto totale, al punto che manda dei discepoli a dirgli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. Che un uomo inviato da Dio si trovi in una situazione del genere la dice lunga riguardo l’imprevedibilità della missione alla quale è inviato.

In ogni caso l’esperienza di Giovanni è modello per ogni discepolo. La domanda di Giovanni rivela il suo mondo interiore, paragonabile a quello che i mistici definiscono come la “notte oscura”, riferendosi alla circostanza e al momento in cui la persona ritiene che Dio stia agendo in modo contrario alla promessa, alle attese enunciate nella missione.

In Giovanni sorge il dubbio se veramente Gesù sia colui che deve venire, il Messia tanto atteso. Che un uomo come lui, che ha dedicato tutto sé stesso con tenacia, coraggio e determinazione, a preparare il popolo all’avvento del Messia non è cosa di poco conto, come ben si intuisce.

Gesù risponde agli inviati: “Andate a riferire a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”.

È come se dicesse: “Non vedi che la vita rifiorisce negli abbattuti e umiliati, che la speranza di un futuro migliore riempie il cuore degli sfiduciati, degli scoraggiati e demotivati dalla vita? Che la buona notizia del regno diventa buona realtà, vita nuova e opportunità d’integrazione nel convivio sociale per loro, esclusi, marginalizzati e disprezzati? L’avvento del regno non è per condannare ma per accogliere, per la compassione e misericordia di Dio, per il suo immenso amore. In questo senso è salvezza, soprattutto per chi ritiene di non avere alcuna speranza al riguardo”.

E Gesù aggiunge un messaggio per Giovanni: “E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo”. Lo motiva a riconsiderare le caratteristiche dell’avvento del Regno, superando lo scandalo. L’esortazione di Giovanni al popolo, riguardo alla conversione per il Regno, gli ritorna da parte di Gesù in forma di beatitudine, come se dicesse: Complimenti per colui che comprende in che consiste realmente l’avvento del regno!

Non si sa la risposta di Giovanni, quello che segue fa pensare che gli è concesso il dono della conversione, ma è certo che l’esperienza presenta un momento molto sconcertante.

Partiti i messaggeri, Gesù elogia Giovanni davanti alle folle: “Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più di un profeta”. Le sollecita a prendere in seria considerazione la persona e la missione di Giovanni: “Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinnanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.

Gesù apprezza la determinazione, l’impegno e la fedeltà di Giovanni per la causa del Regno, nonostante i limiti che Lui stesso è chiamato a correggere. In ogni caso, ogni discepolo di Gesù, per entrare e permanere nel regno nelle circostanze e nello specifico della vita individuale e sociale di ogni giorno, necessariamente è chiamato alla conversione che può presentarsi con le caratteristiche di quella del Battista.

La grandezza di Giovanni porta Gesù ad affermare: “Fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni Battista”. Sorprende il seguito: “ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”.

Perché dice questo? Come comprendere che il più piccolo nel regno è più grande di lui?

Stare nel regno è proprio di chi, seguendo gli insegnamenti e il cammino di Gesù, elabora con creatività, coraggio e audacia rapporti con sé stesso, con gli altri, con la società e con il creato, che rigenerano la vita dei destinatari e, allo stesso tempo, la propria.

Il piccolo è chi, per la fiducia nella pratica di Gesù, si lascia istruire e guidare dalla sua parola ed esempio. È indicato come “piccolo” non perché bambino ma per l’insignificanza, la derisione, l’ingenuità nel perseguire il cammino indicato e la meta tracciata da Gesù,  ritenuta dalla società di nessun valore.

Le virtù di Giovanni, elogiate da Gesù, sono necessarie e propedeutiche per il passo decisivo. Gesù stesso invita Giovanni a fare ciò attraverso la risposta fornita ai suoi inviati. In questo senso, anche Giovanni è invitato a farsi piccolo e c’è motivo di credere che il Battista lo abbia fatto.

Anche oggi Gesù mette a disposizione un patrimonio che molti non percepiscono o non sono in grado di apprezzare, perché non sufficientemente aiutati riguardo alla consapevolezza, la conoscenza del processo di graduale adesione ai suoi insegnamenti.

L’efficacia del cammino introduce il discepolo nella realtà del regno già oggi, lo rende partecipe e cosciente della gestazione e crescita del nuovo e lo conduce verso il vero Natale della sua persona, che si rivelerà in tutta la sua ampiezza e profondità con l’ultimo e definitivo intervento di Dio. Di fatto Dio fa crescere costantemente, in ogni credente, l’immagine del Figlio risorto, il cui riscontro è l’impegno gioioso e pieno di vita per approfondire e abbracciare la causa del regno.

In tal senso il Natale è la realtà più profonda di ogni giorno, che conduce ogni credente nell’eternità della gloria di Dio.

 

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