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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 3,3-7.14-7a)

Nel brano il rilievo del padre è di gran lunga superiore a quello della madre. In effetti la donna era semplicemente ritenuta un contenitore per mettere al mondo dei figli; questo era il suo compito fondamentale e la sterilità un’umiliazione. L’idea che presiede l’istituzione della coppia è quella della fecondità, che garantisce la sopravvivenza e lo sviluppo del popolo di Dio.

La benedizione di Dio è la famiglia numerosa e felice. Nella disparità il marito poteva divorziare dalla propria moglie, se così decideva, ma la moglie non poteva divorziare dal marito senza il suo consenso. Tuttavia, l’autore onora il padre e la madre anche se non allo stesso livello.

La famiglia è il mezzo che trasmette le tradizioni religiose. E il rapporto coniugale è segnalato, dai profeti e dal Cantico dei Cantici, come realtà di grande portata umana e spirituale nell’orizzonte dell’amore di Dio per il suo popolo.

Gesù ricondurrà il rapporto coniugale alla realtà originale, quale volontà di Dio riguardante la tenacia e la consistenza della fedeltà nell’amore vicendevole, a immagine del Suo amore. La verifica della qualità e bontà del rapporto consiste nel non chiudere il rapporto in sé stesso ma declinarlo nel rapporto con ogni persona e con l’umanità, bisognosi di fraternità, responsabilità e giustizia interpersonale e sociale.

In tal modo emerge la testimonianza di accoglienza della sovranità di Dio, l’avvento del Suo regno, e con esso l’esperienza di armonia e di pace, estensiva a tutti i livelli del vivere profondamente umano, incluso il rapporto con il creato, il giardino che Dio ha posto nelle mani dell’uomo.

Il brano indica comportamenti di grande umanità: “Chi onora il padre espia i peccati”. Non solo, ma acquisisce anche le condizioni per evitali, il che fa della persona un soggetto libero per amare. Con esso “otterrà il perdono dei peccati”, nel saper gestire correttamente la fragilità del padre, “anche se perde il senno”,

Gli effetti faranno di lui un soggetto la cui intelligenza lo rende capace di “rinnovare la casa”, la propria famiglia, riguardo alla qualità dei comportamenti interpersonali e sociali, praticando il soccorso, il rispetto e l’indulgenza cui fa riferimento il brano.

Sono rilievi che hanno la loro importanza anche nella società attuale. È nota la crisi del rapporto coniugale, dell’unità e dell’armonia familiare nel presente. Nel mondo occidentale la famiglia e la Chiesa non reggono; le cause sono molteplici e interconnesse, in gran parte dovute alle costanti trasformazioni in atto suscitate dalle ricerche nei diversi settori della vita sociale a livello locale e globale, quali la tecnologia, la robotica, l’intelligenza artificiale, la comunicazione in tempo reale e altro…

Questo insieme di fattori genera una complessità sconcertante, causa di incertezza, timore e insicurezza, con il conseguente ripiegarsi sul passato. Tuttavia, la corretta gestione della complessità, assunta come opportunità di crescita in attenzione al Dio della Vita, richiede la capacità di elaborare tali fattori con l’audacia, il coraggio e la creatività che la Chiesa non possiede o che stenta ad assumere, imparando dalla scienza che, a diversi livelli, offre indicazioni molto pertinenti.

La conseguenza è l’autoreferenzialità ancorata al passato, con l’imbarazzo del presente e lo sconcerto del futuro prossimo.

È questo uno dei fattori della preoccupante crisi in atto, che ricade sulla famiglia nello sbando, perché priva dell’istruzione e della formazione su come elaborare il processo di rottura con il passato e porre in essere la continuità nel riassumere i criteri evangelici fondamentali che assicurino l’identità dinamica della fede.

È indispensabile, al riguardo, la formazione al discernimento soggettivo e responsabile delle persone coinvolte, sostenute e incoraggiate da persone autorevoli con le quali confrontarsi nel discernere cosa assumere o lasciare del nuovo che porta con sé. Si tratta di rendere adulti nella fede le persone, e in particolare i coniugi che assumono il sacramento del matrimonio.

La seconda lettura offre dei criteri al riguardo.

 

2a lettura (Col 3,12-21)

L’apostolo si rivolge ai membri della comunità – quali esponenti “scelti da Dio” in stretto rapporto con Lui – di rivestirsi “di sentimenti di tenerezza, bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità”, imprescindibili per far fronte positivamente alle fragilità, ai limiti umani, che creano difficoltà nei rapporti fraterni e responsabili per l’edificazione della comunità e lo svolgimento della missione.

Interiorizzare ed assumere tali sentimenti è indispensabile per sopportarsi a vicenda e perdonarsi gli uni e gli altri: “se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro”, in modo da attivare nell’intimo il dono del perdono ricevuto dal Signore. “Così come il Signore vi ha perdonato, cosi fate anche voi” verso chi ha causato danno o offese.

Queste indicazioni, esortazioni, valgono ancor più nel rapporto coniugale e nella vita domestica, in considerazione del singolare rapporto di vita giornaliera, di ricerca di senso dell’agire e dell’attività di ogni membro, di progresso e qualità di vita individuale e familiare.

L’apostolo sintetizza quanto sopra con l’invito: “Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce – le virtù di cui sopra – in modo perfetto”. L’inno alla carità (cap. 13 della prima lettera ai Corinzi) è il testo base da meditare e interiorizzare per rendersi conto della profondità e ampiezza che è in gioco per il bene individuale e collettivo, sia della famiglia che della convivio sociale.

D conseguenza, afferma l’apostolo, “la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo”; la realtà nella quale ogni singolo membro svolge la sua funzione per il bene di tutti declina immediatamente il bene per sé stesso e rende spontanea l’esortazione dell’apostolo: “rendete grazie!” a Dio e a tutti coloro che lo seguono imitandolo nell’amore.

Raggiungere tale obiettivo richiede l’impegno per fare in modo che “La parola di Cristo abiti in voi nella sua ricchezza”. In che modo procedere? E Paolo afferma: “con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda, con salmi, inni e cantici ispirati”.

Il punto debole dei credenti odierni è l’istruzione. Non investono in essa, pur riconoscendone la carenza non si motivano a compiere ulteriori passi, ma si adagiano sulle conoscenze generali e sommarie del catechismo imparato da ragazzi, sulla pratica di alcune devozioni e, in generale, sulla messa domenicale, sul comportamento che tutto sommato è corretto e anche benevolo verso alcune necessità e bisogni del prossimo.

Non c’è la passione e lo stimolo interiore sostenuti dal fascino all’approfondimento, motivando la mancanza di tempo per il ritmo di vita e i molteplici impegni cui attendere. Ma come è noto dal buon senso, la mancanza di tempo è questione di preferenze…

L’approfondimento è necessario anche per la necessità di discernere cosa fare, come comportarsi, come agire in attenzione alle nuove situazioni, agli imprevisti, e qualificare il modo di essere, di parlare e di agire cosicché, come afferma l’apostolo “qualunque cosa facciate, in parole e opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù – declinando l’amore con cui ci ama – rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre”.

In questo quadro d’insieme il comportamento dei membri della famiglia trova la sintonia con l’avvento della sovranità di Dio in essa: “Voi mogli (…). Voi mariti (…). Voi figli (…) voi padri (…)”.

Il corretto e fiducioso rapporto con Dio, dei genitori e dei figli, permette di gestire situazioni complicate e difficili come lo è stato per la singolare famiglia di Gesù, unica nel suo genere, come mostra il vangelo odierno.

 

Vangelo (Mt 2, 13-15.19-23) – Commento di Alberto Maggi

La terra promessa si è trasformata in una terra di schiavitù e di morte, dalla quale bisogna scappare. L’evangelista anticipa, negli episodi dell’infanzia di Gesù, quei tragici avvenimenti che poi si svilupperanno durante tutta l’esistenza di Gesù. Ma vediamo il testo.

“Essi erano appena partiti”, sta parlando dei magi, “quando l’angelo del Signore”, ecco tornare questa formula, cioè Dio stesso. Dio, quando interviene presso gli uomini, non viene mai presentato come realtà divina, come se stesso, come il Signore, ma sempre con questa formula ‘angelo del Signore’, ma è sempre il Signore quando entra in contatto con l’umanità.

Questo angelo del Signore interviene tre volte in questo vangelo per annunziare la vita di Gesù a Giuseppe, per proteggerla, come in questo caso, dalle mire omicide di Erode, e poi per confermarlo al momento della risurrezione.

“Apparve in sogno”, il Signore appare in sogno ai profeti, quindi Giuseppe viene in qualche modo qualificato come un profeta, “E gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto»”. Ecco la terra promessa si è trasformata in una terra di schiavitù. Il popolo era scappato dall’Egitto per entrare nella terra promessa, ma adesso deve scappare dalla terra promessa per andare a trovare rifugio proprio in Egitto.

“E resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”. La notizia è verosimile. Sappiamo che Erode, il re legittimo, sospettoso di chiunque potesse togliergli in qualche maniera la corona, non esitò ad eliminare una decina di suoi familiari, e, addirittura, uccise tre figli, l’ultimo appena qualche giorno prima di morire. Quindi la notizia è verosimile.

Ma è la risposta del potere al dono di Dio: come il faraone tentò di uccidere Mosè, così Erode tenta di uccidere Gesù. E l’evangelista descrive la fuga di Giuseppe come la fuga del popolo ebraico dall’Egitto nella notte di Pasqua. Infatti “Egli si alzò nella notte”, come la notte della liberazione, “prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio»”.

Quindi l’evangelista adopera questa profezia di Osea per mostrare come l’azione del Signore protegge sempre il suo popolo quando si trova in situazioni di pericolo. “Morto Erode …”, ecco di nuovo l’angelo del Signore che torna di nuovo in azione, “…. Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre …»”, e ci saremmo aspettati che l’angelo dicesse a Giuseppe “Torna nella terra di Israele”.

E invece gli dice “«Va nella terra d’Israele»”, e vedremo il perché. “«Sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino»”. L’evangelista prende quest’ultima espressione dal libro dell’Esodo, dove si legge che “il Signore disse a Mosè: «Alzati e torna in Egitto: sono morti quelli che attentavano alla tua vita»”

Quindi l’evangelista presenta Gesù come il nuovo Mosè, il nuovo liberatore del suo popolo. Ma perché l’evangelista qui, oltre alla citazione del libro dell’Esodo, dice che sono morti quelli che cercavano di uccidere il bambino quando in realtà è uno solo, Erode, quello che cerca di uccidere il bambino? Perché l’evangelista vuole anticipare quella che sarà l’azione dell’istituzione religiosa contro Gesù. Quindi, con il termine ‘quelli’ vengono compresi i farisei, i sommi sacerdoti, gli anziani e tutta l’élite religiosa che si scatenerà contro Gesù.

“Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra di Israele”. Ecco anche qui di nuovo ci saremmo aspettati ‘tornò nella terra di Israele’; invece l’evangelista scrive che Giuseppe, con il bambino e la moglie, non torna nella terra di Israele, ma entra, ossia fa l’ingresso come il popolo quando entrò nella terra promessa. Quindi c’è già l’anticipo di quello che sarà il processo di liberazione, il nuovo esodo che Gesù compirà.

“Ma quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao, al posto di suo padre Erode”. Alla morte di Erode il regno venne diviso fra i tre figli. Ad Archelao andò la Giudea con la Samaria, e l’Idumea, a Erode Antipa la Galilea con la Perea, e a Filippo tutto il nord a oriente del lago di Tiberiade. Bene questo Archelao era un sanguinario ed iniziò con un massacro di ben tremila cittadini. “Ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno”, ecco di nuovo l’azione del Signore che, come sempre, guida Giuseppe, “si ritirò nella Galilea”, la regione più malfamata di Israele, una regione talmente malfamata che non ha nome.

Mentre la Giudea prende il nome da Giuda, uno dei patriarchi delle dodici tribù che hanno composto Israele, l’espressione Galilea viene dal disprezzo con il quale Isaia, nel capitolo 8 indica la regione dei pagani. In ebraico Isaia scrive Gelil, che significa ‘distretto, territorio’ dei pagani. Da Gelil viene il nome Galilea, quindi indica una zona semi-pagana, una zona lontana dal centro religioso.

E non solo; “E andò ad abitare in una città chiamata Nazaret”, una città malfamata. Sappiamo, nel vangelo di Giovanni, la meraviglia di Natanaele quando gli dicono che Gesù viene da Nazaret, e lui sorpreso dice “Da Nazaret può uscire qualcosa di buono?”

“Perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato…»”, e l’evangelista non scrive ‘Nazareno’, quindi abitante di Nazaret, ma scrive ‘Nazoreo’. È importante questo termine, perché in esso l’evangelista racchiude tre significati:

– Nezer, che significa virgulto, dalla profezia di Isaia al cap. 11: “Un virgulto spunterà dalle sue radici, dalla casa di Davide”, Iesse è il padre di Davide.

– Nazir, che significa consacrato.

– E, naturalmente, Nazaret, che indica la provenienza di Gesù.

 

 

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