Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Gennaio: 2020
L M M G V S D
« Dic    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

Login

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 42,1-4.6-7)

Con il ritorno del “resto” d’Israele – fedele nel timore di Dio e desideroso di tornare nella terra promessa – dopo l’umiliante esilio a Babilonia causata dal peccato per aver abbandonato l’Alleanza – il Signore interviene indicando un soggetto, non meglio identificato, con il termine di servo: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio”, col proposito di ricostruire la nazione.

Ebbene, di lui dice il Signore: “Ti ho chiamato (…) ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni”. Il servo si avvale dello speciale rapporto con il Signore, al punto da rappresentare davanti a Lui il popolo eletto e tutte le nazioni. È incaricato di stabilire, di espandere e coinvolgere tutte le nazioni nell’Alleanza stabilita nel Sinai, con l’uscita di Israele dalla schiavitù dell’Egitto.

Per lo svolgimento del compito il Signore afferma: “ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni”. Lo spirito è la forza, la dinamica di Dio per l’esecuzione della missione. Solo così il servo raggiungerà l’obiettivo, sempre che i destinatari ne comprendano il progetto, la portata, l’importanza, e abbiano fiducia nel compimento della promessa, nella sovranità del Signore accogliendo e praticando i termini dell’Alleanza. Il servo indicherà loro cosa e, soprattutto, come fare per impiantare la giustizia, la responsabilità e la fraternità, nel rispetto delle diversità di ogni singolo popolo e nazione,  per l’avvento del regno di Dio.

Per raggiungere lo scopo il Signore lo istruisce sul come procedere: “Non griderà né alzerà la voce”. Il servo instaurerà il dialogo, la conversazione fraterna, come si fa con le persone che si pongono sullo stesso livello e sono interessate a capire la proposta in tutti i suoi aspetti, in modo da aderire per convinzione e non per costrizione.

Alzare il tono, gridare e usare la piazza è proprio di chi non ha rispetto e fiducia nella capacità di ascolto e comprensione degli uditori. Per di più, costui presume di avere autorità e potere in nome di una “superiorità” che deve essere riconosciuta e accettata da parte degli ascoltatori, senza alcuna obiezione o domanda.

Di maggiore importanza è che il servo “non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta, proclamerà il diritto con verità”. In primo luogo sarà attento a chi, agli estremi della fragilità umana o al limite della speranza, sta per cadere nell’irrimediabile. La sensibilità, la compassione per il disagio e la sofferenza lo muoverà nella prospettiva di aiuto, sostegno e stimolo per ristabilire la vita nelle sue diverse espressioni, in modo degno e soddisfacente. È proclamare non solo a parole ma con opere “il diritto con verità”.

Il Signore indirizza la finalità della missione del servo: “ti ho chiamato per la giustizia (…); ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni”. Verità e giustizia camminano assieme nell’offrire i requisiti affinché le persone, e la società tutta, dispongano delle condizioni per rinvigorirsi, rinfrancarsi, riaccendere ed approfondire la speranza e il senso della vita in ordine alla sovranità di Dio, riconosciuta nel vissuto giornaliero e nei diversi ambiti. È la finalità del diritto.

Al riguardo il Signore segnala gli effetti del corretto svolgimento della missione: “perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”. In senso metaforico questi termini indicano il successo della reintegrazione nei rapporti interpersonali e nell’ambito sociale dell’escluso, del marginalizzato, del peccatore ritenuto, erroneamente, castigato per le sue colpe e privato di futuro, di soddisfazione e di gioia.

Con la missione del servo si manifesta la gloria di Dio nel dare vita in abbondanza a ogni uomo, nel farsi dell’avvento del regno di Dio, finalità e senso ultimo dell’esistenza.

Tale progetto – l’avvento del Regno – incontrerà ostacoli e avversioni tenaci e persistenti, al punto da mettere a rischio non solo l’attività pastorale, ma la vita, il coraggio del servo e la missione. È quello che si percepisce dalle parole del Signore che, però, rassicura che “Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento”.

Il Signore lo rende edotto su realtà distanti, lontane e isolate che “attendono il suo insegnamento”, bisognose di riscatto dalla loro condizione insoddisfacente, se non peggio. Con l’aiuto del Signore il servo è cosciente di offrire la risposta, il cammino ed i rifermenti opportuni, perché non ignora il bene e l’efficacia di cui è portatore.

L’adeguata competenza fa prevalere, nel servo, la determinazione per la missione. E pur cosciente del pericolo che incombe sulla propria vita, è fiducioso del corretto svolgimento di essa per il fatto che il Signore lo “ha preso per mano”. Qualunque cosa accada sa che il Signore non lo abbandonerà ma lo sorreggerà e, infine, sarà consolidata la giustizia, l’efficacia dell’amore del Signore nei destinatari.

Nella missione del servo si rispecchia quella di Gesù e di tutti i discepoli. Ogni cristiano è chiamato a tale missione. Lo Spirito donato per la fede, e sigillato nell’intimo dal battesimo,  è la presenza di Gesù Cristo che cammina con il discepolo per la causa del regno a favore di tutti gli uomini, come testimonia la seconda lettura.

 

2a lettura (At 10,34-38)

Pietro si trova nella casa di Cornelio, il centurione pagano. Già questo fatto desta stupore nei rigorosi osservanti della Legge, ben attenti a mantenere le distanze dai pagani per conservare la purezza rituale. Pietro è chiamato da Cornelio per una rivelazione singolare di cui non riesce a comprendere il significato e chiede l’intervento dell’apostolo ritenendo che egli possa correttamente interpretarla.

Ebbene, con il racconto di Cornelio a Pietro si apre un nuovo orizzonte di comprensione: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”. Pietro pensava che la salvezza fosse per il solo popolo d’Israele, quale erede della promessa di Dio. Per i pagani – Cornelio è uno di loro – l’unica possibilità era convertirsi al giudaismo, osservare la Legge e farsi circoncidere.

Il significato della rivelazione va ben oltre il caso specifico perché la salvezza – la comunione con Dio – è dono di Dio per tutta l’umanità, e indistintamente per ogni popolo, nazione e cultura. La salvezza è accessibile a chi lo “teme e pratica la giustizia”, a qualunque popolo appartenga. Per quanto esposto Pietro percepisce in Cornelio il timore di Dio e la pratica della giustizia. Sono questi due aspetti che veicolano e attualizzano il dono della salvezza e Pietro, probabilmente, trova nella pratica di Gesù il riferimento e l’avallo.

Viene alla mente come Gesù stesso si meravigliò di trovare più fede in un pagano che tra i figli d’Israele. Che si meravigli, può anche voler dire come la sua predicazione e la chiamata alla conversione per la causa del regno, tocchi l’autenticità della persona e riveli le caratteristiche del DNA della stessa. In altre parole, la predicazione rigenera la persona nell’autenticità dell’adozione di figlio di Dio e la riscatta per entrare nel cammino dell’avvento del regno.

La risposta di Pietro apre l’evangelizzatore al dialogo, non solo con chi pratica altre religioni ma anche con chi, pur non professandone alcuna, pratica e desidera la giustizia, con riferimento alla dignità di ogni persona, alla preoccupazione per il suo benessere in sintonia con la propria cultura, perché responsabile e integrato nella vita di tutti e nella cura del creato.

Pietro motiva il suo intervento e afferma: “Questa è la Parola che egli – Dio – ha inviato ai figli d’Israele, annunziando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti”. Pertanto, quelli che s’impegnano per la pace stabiliscono un rapporto con il Signore che va al di là delle loro condizioni etniche, religiose e culturali. Basta ricordare che Gesù, nel discorso della montagna, li ha indicati come “beati i costruttori di pace”.

Inoltre, Pietro ricorda “come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui”. L’uomo Gesù di Nazareth, in virtù dello Spirito Santo, fa sì che la buona notizia – il Vangelo – non resti solo informazione e speranza nel futuro, ma realtà già oggi e, nel vissuto giornaliero, diventi buona realtà.

Nell’evidenziare che Gesù passò beneficando chi era sotto il potere del diavolo, prigioniero di una realtà che separa la persona da se stessa, dagli altri e, di conseguenza, da Dio, rileva che l’azione liberatrice di Dio in Gesù distrugge ogni barriera della persona con se stessa, con gli altri e, più in generale, con la società, rendendola un soggetto libero per amare e per collaborare all’edificazione della nuova società, in sintonia con il regno di Dio.

La dinamica della liberazione, che Gesù insegnerà, ha inizio con il suo battesimo nel Giordano. È un evento di grande importanza, come testimonia il testo del vangelo.

 

Vangelo (Mt 3, 13-17) – Commento di Alberto Maggi

L'attività di Gesù si apre all'insegna del battesimo. Con il battesimo Gesù diventa la manifestazione visibile del Padre. Le ultime Sue parole saranno l'invito ai discepoli di andare a battezzare, per diventare essi stessi manifestazione visibile del Padre.

Allora “Gesù dalla Galilea venne”, e qui l'evangelista adopera lo stesso verbo che ha usato per indicare l'attività di Giovanni Battista, per dire che Gesù porta a compimento e realizza l'attività del Battista. “Venne al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui”.

 “Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: ‘Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?’”. Per comprendere la reazione di Giovanni, e tutto il brano, occorre cogliere il significato del battesimo, che per noi ormai ha assunto quello di un rito liturgico, di un sacramento. Il verbo battezzare non significa altro che immergere ed era un rituale ben conosciuto, che indicava la morte a quello che si era precedentemente.

Allora Giovanni Battista aveva invitato la popolazione ad andarsi a farsi battezzare in segno di conversione; ciò significava immergersi, lasciando morire l'uomo che era stato prima, per far emergere una persona completamente nuova. Era un rito che veniva adoperato, per esempio, per dare la libertà agli schiavi: moriva lo schiavo ed emergeva la persona nuova, libera.

Quindi il battesimo dà un segno di morte. Allora qual è il significato del battesimo? Se per il popolo significava morire a un passato ingiusto di peccato che avevano, per Gesù non è così. Per Gesù il battesimo, quest'immersione, significherà l'accettazione, nel futuro, della morte, alla quale andrà incontro per essere fedele, appunto, alla missione di testimoniare l'amore del Padre.

Questo il significato del battesimo di Gesù, tanto è vero che, in altri vangeli, Gesù adopererà proprio l'immagine del battesimo per indicare la sua morte; infatti dirà: “potete ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?”.

Ecco allora l'impedimento da parte di Giovanni Battista. Egli, che ha predicato un messia vincitore, un messia giudice, un messia che viene a castigare, non può immaginare, né tollerare l'immagine di un messia sconfitto, di un messia che vada incontro alla morte. “Ma Gesù gli rispose: ‘Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia’”.

Il termine giustizia, nella Bibbia, indica la fedeltà all'alleanza. Nel libro del Deuteronomio si legge quest'espressione: “la giustizia consisterà per noi nel mettere in pratica questi comandi, davanti al Signore nostro Dio, come ci ha comandato”. Quindi la giustizia significa essere fedeli all'alleanza, e pertanto, alla volontà di Dio.

E qui l'evangelista inserisce una frase dal significato ambiguo: “Allora egli lo lasciò”. I traduttori completano questa espressione di Matteo con questa espressione “Allora egli lo lasciò fare”; come se acconsentisse, ma l'evangelista non dice questo, dice: “allora egli lo lasciò”. Perché? Questa espressione ritornerà poi nel capitolo quarto, quando il diavolo tenterà Gesù. Allora l'evangelista, attraverso questa indicazione, vuol dire che, già dal momento in cui Gesù entra in scena, incominciano le difficoltà e incomincia la tentazione.

Qual è la tentazione? Tutti vogliono impedire che Gesù vada incontro alla morte, perché il messia non può morire, il messia non può finire. La prova che Gesù non è stato il messia è dimostrata dal fatto che è morto, quindi questa possiamo chiamarla la prima tentazione, una tentazione che, naturalmente, non gli viene dai nemici, ma proprio dalle persone che gli sono più vicine.

“Appena battezzato”, appena Gesù s'immerge nell'acqua, “Gesù”, e qui l'evangelista scrive che “uscì immediatamente”. È importante quest'espressione che adopera l'evangelista: l'acqua è il simbolo di morte, ma la morte non può trattenere colui che è pieno di vita. È tipico degli evangelisti che, ogni qualvolta accennano alla morte di Gesù, immediatamente subito danno un'immagine della sua risurrezione. Quindi appena Gesù s'immerge nell'acqua, immediatamente esce.

“Ed ecco si aprirono per lui i cieli”; i cieli si credevano chiusi perché Dio ero offeso, arrabbiato con il suo popolo. Dal momento che Gesù, con il battesimo, accetta di manifestarne visibilmente il Suo amore, la misericordia per tutta l'umanità, i cieli, cioè Dio, si aprono: la comunicazione tra Dio e gli uomini, attraverso Gesù, sarà continua.

“Ed egli vide” – è un'esperienza di Gesù – “lo Spirito di Dio”; qui l'evangelista evita di usare l’espressione "Spirito Santo". L'azione dello Spirito è di santificare, cioè di separare le persone dal peccato, e Gesù, con le ultime parole che pronunzierà, dirà ai suoi discepoli di andare a battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito, s'intende questo Spirito Santo che santifica le persone.

Su Gesù no, su Gesù scende lo Spirito di Dio: l'articolo determinativo indica la totalità; lo Spirito è la forza, è l'energia di Dio. In Gesù c'è tutto quello che c'è di Dio: la completezza, la pienezza del Suo amore.

“Discendere come una colomba”; perché l'immagine della colomba? L'evangelista si richiama al libro del Genesi. Già Matteo ha presentato Gesù come la nuova creazione, dove lo Spirito aleggia sulle acque e, nei commenti dei rabbini, questo Spirito che aleggia sulle acque veniva immaginato come una sorta di colomba. Gesù è il nido dello Spirito di Dio, e il nido dove questa colomba dello Spirito scende e rimane.

“Ed ecco una voce dal cielo”; naturalmente voce dal cielo significa un'esperienza divina, è Dio stesso, il cielo indica Dio, “che diceva”, e qui l'evangelista, probabilmente un abile scriba, fonde insieme ben tre testi dell'antico testamento: fonde il Salmo 2, il libro del Genesi, e il profeta Isaia, tre testi importantissimi.

“questo è il figlio mio”, è il salmo che indica la consacrazione del re come messia, quindi Dio in Gesù vede il figlio. Figlio non si intende soltanto colui che viene generato, ma colui che gli assomiglia nel comportamento, quindi l'evangelista sta dicendo: chi vede Gesù vede Dio.

Vedendo e comprendendo chi è Gesù, si capisce chi è Dio, “l'amato”, e qui c'è il riferimento al libro del Genesi: Isacco era il figlio amato di Abramo.

“in lui ho posto il mio compiacimento”; nel messia che è Gesù, che ha deciso di manifestare visibilmente la tenerezza, l'amore del Padre per tutta l'umanità, proprio su Lui c'è l'approvazione, la benedizione da parte del Signore.

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento