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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 49,3.5-6)

 

Il testo – il secondo dei quattro cantici del Servo sofferente – presenta alcuni aspetti della singolare figura del Servo. Il Signore lo chiama Israele: “Mio servo sei tu, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria”; con lo stesso termine è chiamato il popolo di Israele, il che indica che non si riferisce solo ad un singolo soggetto singolo ma anche a tutto il popolo eletto.

La figura del Servo – persona singola o tutto il popolo eletto – rimanda l’attenzione sul rapporto rappresentante/rappresentato che costituisce il legame inscindibile riguardo la vita, il progetto, le azioni e il destino dei due soggetti.

È importante prendere atto che, con l’entrata nel mondo del Figlio di Dio, si stabilisce lo stesso rapporto in virtù del quale la morte e risurrezione di Gesù è anche la morte e risurrezione del credente che, per la fede, sintonizza e assume questo rapporto,  diventando figlio di Dio per adozione, dono dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Sia su Israele che sul Servo il Signore dice: “manifesterò la mia gloria”, la santità – il suo essere e agire – per la quale essi sono separati da ciò che non è in sintonia e conforme all’amore del Signore, che coinvolge e rigenera l’opera delle sue mani affinché tutti abbiano vita in abbondanza.

L’intervento del Signore, con il ritorno del resto del popolo eletto dell’esilio a Babilonia ( conseguenza del peccato per aver disatteso l’Alleanza),  è di “ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele” nell’orizzonte dell’avvento del regno di Dio. Israele avrà modo, seguendo il Servo, di rigenerare la propria identità e la condizione di “popolo eletto”.

Il Servo sa che può contare dell'aiuto del Signore, che “mi ha plasmato suo servo dal seno materno”, perché onorato dal Signore e Dio è la sua forza. Tuttavia la missione si rivela particolarmente ardua e fallimentare al punto che afferma: “Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio” (v.4).

L’esperienza del Servo è propria del credente di ogni tempo e luogo, seriamente impegnato per la causa dell’avvento del Regno di Dio in circostanze avverse, al punto da ritenere inutile o per lo meno infruttuoso il proprio servizio. Il sentirsi defraudato o deluso  suscita nel profondo dell’animo sconcerto per aver sprecato energie e tempo.

Tuttavia, la purezza del sentimento, la sincera e tenace dedicazione alla causa, senza seconde intenzioni o interesse personale, sostenuta dal fascino, dallo stupore e dalla pienezza di vita insita nell'incarico stesso, motiva la certezza della seconda parte del versetto, rapportabile a quello che Gesù sperimenterà nei momenti drammatici che lo coinvolgeranno: “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16).

Non meraviglia, quindi, che il Signore, invece di alleviare il carico, faccia il contrario: “È troppo poco ricondurre i superstiti d’Israele”. Egli rovescia la valutazione fatta dal Servo,  confermando la correttezza e la bontà dell’operato di quest'ultimo, esprimendogli gratificazione, sostegno e consolazione.

Logico sarebbe stato, invece, aspettarsi un alleggerimento dell’incarico; invece succede il contrario: lo attende un futuro ancora più impegnativo;

infatti, “Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”, una missione impossibile dal punto di vista di chi sente il peso dell’inutilità.

Il Signore lo conferma richiedendogli maggiore fiducia e ancor più coinvolgimento, in virtù della singolare comunione con lui e della dinamica propria dell’avvento del Regno che cresce, pur nelle condizioni avverse, per l’amore gratuito da un lato, e l’opposizione o il rifiuto dall’altro.

Egli chiede fiducia, in modo che divenga Servo secondo il Suo cuore – il progetto di salvezza – nell’orizzonte dell’ultimo e definitivo nel quale è immerso a favore di ogni persona e dell’umanità intera, rendendolo solidale e responsabile della costruzione del Regno oggi, nel contesto e nella circostanza specifica, come realtà penultima in tensione verso l’evento ultimo e definitivo, alla fine dei tempi. Nel riassumere la missione il Servo sperimenterà la comunione con Lui al massimo livello.

Si tratta, per il Servo, di svolgere la missione come fratello responsabile e solidale con tutta l’umanità. Sentirsi coinvolto con tanta responsabilità suscita apprensione, insicurezza, timore e momenti di forte tentazione di desistere, con la conseguenza di bloccare il processo di crescita altrui e propria, e ciò comporterebbe l'uscire dal cammino per il quale l’umano si divinizza, e il divino si umanizza.

San Paolo è un testimone della missione del Servo per eccellenza: Gesù Cristo.

 

2a lettura (1Cor 1,1-3)

Le prime parole della lettera sono di saluto alla comunità. Paolo si presenta come apostolo, testimone di Cristo “per volontà di Dio”, per il sorprendente processo di conversione a Cristo e alla causa del Regno, opera dello Spirito Santo. Nella circostanza sperimenta su se stesso l’effetto trasformatore e rigeneratore della morte e risurrezione del Signore, passando da persecutore ad apostolo, l’asse portante della nuova vita in lui e fondamento dell’attività missionaria, condotta con grande coraggio e determinazione.

Ebbene, egli si rivolge ai membri della comunità "santificati in Gesù Cristo” perché lui stesso è stato reso tale. Allo stesso tempo specifica che il singolare rapporto per il quale essi sono in Gesù Cristo deriva dall'aver accolto ciò che Cristo stesso ha realizzato nella loro vita con l’insegnamento e la pratica e, infine, con l’evento della morte e risurrezione quale rappresentante di ogni persona e dell’umanità intera davanti al Padre. Cosicché chi crede in Lui accoglie gli effetti dell’opera del rappresentante e fa sì che, quale rappresentato, divengano anche le proprie.

La santificazione – “santi per chiamata” – non è finalizzata alla nuova condizione del rappresentato ma alla responsabilità per l’avvento del Regno a favore di altri e dell’umanità. La trasformazione del mondo interiore è accompagnata dalla convinzione che la vera vita raggiunge la piena realizzazione nel trasmettere, e coinvolgere, i destinatari nella dinamica dell’amore di Gesù Cristo, a livello personale e sociale. Essa si manifesta nel comportamento etico e, per la dinamica di morte e risurrezione, nell’esperienza mistica per la fedeltà alla causa del regno di Dio.

I destinatari, nell’assumere la filosofia e lo stile di vita di Cristo, percepiscono se stessi come nuove creature, il che permette loro di agire nella storia – nel quotidiano e negli avvenimenti e circostanze che lo accompagnano – per ridisegnare i rapporti interpersonali e sociali nell’orizzonte dell’equità, delle pari opportunità, della giustizia, della fraternità e solidarietà con i più deboli e meno favoriti.

Si innesca l’avvento di un mondo nuovo, più umano e fraterno nel gestire correttamente i valori che costituiscono l’asse portante dell'umana convivenza, non per obbligo o per imposizione di leggi, con la minaccia del castigo in caso di disubbidienza o di rifiuto, ma per il fluire e fruire della dinamica della giustizia di Dio, nella quale chiunque è coinvolto e beneficiato, affinché nella trasmissione, dentro e fuori della comunità, ognuno abbia vita in abbondanza, e si consolidi l’armonia fra gli uomini e il rispetto del creato, giardino che Dio ha affidato all’umanità.

Nell’avvento del Regno sono coinvolti non solo i membri della comunità ma “tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro”. Paolo afferma che il “nome del Signore” – la sua essenza ed esistenza – non è patrimonio solamente dei membri della comunità ma dell’umanità redenta da Cristo, e coinvolta nell’evento della Pentecoste.

Per quale cammino e in che modo “quelli di ogni luogo” sintonizzano con il “nome”, al punto tale da invocarlo come “Signore nostro e loro” Paolo non lo spiega, ma lo ritiene un dato di fatto. È lecito pensare all’azione dello Spirito Santo nel corretto comportamento morale e nel dono di  se stessi in sintonia con lo stile di vita di Cristo. Pertanto, costoro, in virtù dell’amore, hanno accesso alla realtà della risurrezione come “potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16).

La dinamica della morte e risurrezione è patrimonio dell’umanità e non solo dei membri della comunità credente. Con essa Cristo ha svelato il DNA dell’esistenza umana che fa di lui il vero uomo, mediatore dell’avvento del Regno di Dio oltre la specifica appartenenza religiosa.

Il servizio al Vangelo della comunità è orientato al coinvolgimento dell’umanità intera. Esso permette, a tutti gli uomini, di partecipare e di immergersi nel dono della redenzione offerto da Cristo per tutti, e corrisponde alla missione del Servo (vedi la 1a lettura), “luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”. Si arriva, per un cammino o per un altro, alla centralità di Gesù Cristo nella storia e nella redenzione dell’umanità.

Centralità che è riconosciuta da Giovanni Battista nel vangelo odierno.

 

Vangelo (Gv 1, 29-34) – con adattamento del commento di Alberto Maggi

 

La figura di Giovanni Battista riportata nel vangelo di Giovanni è molto diversa da quella dei sinottici, gli altri tre vangeli. Questo brano è un’elaborazione teologica del legame fra il precursore e Gesù Cristo, il Risorto. Più che il racconto di eventi storici il vangelo di Giovanni è una grande riflessione teologica sulla persona e la missione di Gesù, elaborata molti anni dopo l’evento pasquale.

Il testo odierno traccia il rapporto fra il Battista e Gesù ed è diretto a persone già a conoscenza e coinvolte nell’evento pasquale. Tratta del profilo del Battista nell’attualità  dell’insegnamento e della testimonianza di chi si rivolge alle persone di oggi, nel mondo odierno.

Egli presenta Gesù come “L’Agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo”, con evidente riferimento al Servo descritto nel quarto cantico di Isaia: “era come un agnello condotto al macello (…) ha spogliato sé stesso fino alla morte (…) mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli” (Is 53,7.12).

Ma Gesù, quale Servo, è anche il nuovo agnello pasquale che sostituisce l’antico dell’Esodo, in occasione della liberazione dalla schiavitù in Egitto. La carne di quell'agnello dava la forza per iniziare il percorso di libertà, e il sangue, asperso sugli stipiti delle tende, delle porte, li ha salvati dall'angelo della morte.

Ora, Giovanni presenta Gesù come l'agnello pasquale la cui carne darà la capacità all'uomo di liberarsi dalle tenebre, per elevarsi verso la libertà. E il cui sangue lo libererà non tanto dalla morte fisica, ma dalla morte per sempre. L'agnello di Dio per il Battista è “colui che toglie il peccato del mondo”. Giovanni non dice che quest'agnello espia il peccato del mondo, e non si tratta dei peccati del mondo al plurale, che potrebbe dare la sensazione dei peccati degli uomini, ma è un peccato del mondo, un peccato che precede la venuta di Gesù.

Cos'è questo peccato? È la sfiducia nella persona di Gesù e nella causa del Regno; è il rifiuto della vita che Dio comunica per mezzo di Gesù a causa di false ideologie, anche religiose, che impediscono alla luce dell'amore di Dio di arrivare all’uomo. È la luce dell’amore di Gesù, dell’amore di Dio – Dio è come Gesù – che toglie, estirpa, elimina il peccato quale cappa di tenebre che opprime il mondo.

L’autore (o gli autori della comunità di Giovanni) esplicita il ruolo del Servo chiamato come il Battista a preparare i destinatari all’accoglienza della persona di Gesù e della causa del regno. Egli rielabora alcune affermazioni attribuite a Giovanni Battista in occasione del battesimo di Gesù nel Giordano. Una di esse è: “Ed io ho visto e ho testimoniato che questi è il figlio di Dio”, in modo che il nuovo precursore, il credente, svolga adeguatamente la missione.

Un’altra è: "Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché prima di me”, con evidente riferimento al Verbo del prologo contenuto nel primo capitolo del Vangelo. Poi “è lui che battezza nello Spirito Santo”, togliendo da essa l’affermazione del Battista “… e fuoco”, che si riferiva all’ira di Dio e all’esclusione dal Regno di coloro che non osservavano la Legge.

“Giovanni testimoniò dicendo: ‘Ho contemplato lo Spirito discendere’”; l'articolo determinativo richiama alla totalità, alla pienezza.

Lo Spirito cos’è? Lo Spirito è energia vitale. Nel momento del battesimo, come risposta all'impegno di Gesù di manifestare visibilmente l'amore del Padre per l'umanità, lo stesso  Padre gli comunica tutto quello che Lui è, tutta la sua pienezza d'amore, lo Spirito.

L'immagine dello “Spirito discendere come una colomba dal cielo” ha un duplice significato: il richiamo al libro del Genesi dove, al momento della creazione, lo Spirito aleggiava sulle acque, sul caos; quindi Gesù viene presentato come il compimento di questa creazione ma, soprattutto, al proverbiale amore della colomba per il suo nido. Gesù viene presentato come il nido dello Spirito, la dimora permanente dello Spirito. Infatti, dice: “come una colomba dal cielo e rimanere su di lui.

A lui potrà sempre fare riferimento e chiedere il dono della Sua forza per non cadere nella tentazione o abbandonare la missione. A tal fine lo Spirito rimane in Gesù e dimora permanentemente in Lui, che esprime la manifestazione visibile di Dio, la presenza di Dio sulla terra.

“Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: ‘Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito (…) ’”; l'evangelista ripete il rimanere dello Spirito – di nuovo con l'articolo determinativo per indicare la totalità, la pienezza di Dio – “(…) è lui che battezza nello Spirito Santo”.

Ebbene, già nel prologo, l'evangelista aveva detto che la luce non combatte contro le tenebre, la luce splende nelle tenebre e le tenebre si dileguano. E così il peccato che grava sull'umanità non va combattuto, ma va eliminato, estirpato. Come? “è lui che battezza nello Spirito Santo”.

L'attività di Gesù sarà immergere, battezzare, impregnare e, battezzare nell'acqua,  significa essere immersi in un liquido esterno. Battezzare “nello Spirito Santo” significa la penetrazione nell'intimo dello Spirito, la forza d'amore di Dio. Qui lo Spirito viene definito Santo, non soltanto per la sua qualità eccelsa, divina, ma per la sua attività di santificare, di separare. Chi accoglie Gesù e il suo messaggio riceve da Gesù il suo Spirito, la sua stessa capacità d'amare che lo allontana dalla sfera del male.

“E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio»”; Quello che prima era stato presentato come l'agnello di Dio, e poi come uomo, ora viene presentato come il figlio di Dio. Dal momento che in Gesù discende lo Spirito di Dio, in Gesù c'è la pienezza della condizione divina; essa non sarà un privilegio che Lui riterrà esclusivo, ma sarà una possibilità che comunicherà a tutti quanti lo vogliono seguire.

 

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