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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ml 3,1-4)

La comprensione generale del brano si attualizza ai tempi di Gesù, quando il Messia, atteso con la sua apparizione nel tempio di Gerusalemme, darà inizio al processo di purificazione del popolo con l’instaurazione del regno di Dio nella pratica del diritto, della giustizia e la restaurazione politica d’Israele con l’espulsione degli invasori romani.

Un evento di tale portata era atteso nella celebrazione della Pasqua, momento che riuniva in Gerusalemme circa centocinquantamila israeliti, superando di molto gli abituali venticinquemila, ragion per cui era rafforzata la presenza delle truppe romane con il procuratore Ponzio Pilato. Fra parentesi, si può capire lo sconcerto radicale di tutti, compresi gli apostoli, quando Gesù muore in croce invece di manifestarsi in modo che tutti lo avrebbero riconosciuto come il Messia atteso. Se poi si aggiunge l’annuncio della risurrezione, il tutto si complica ancora di più.

Ritornando al testo, dice il Signore: “Ecco, io manderò un mio messaggero e preparare la via davanti a me”. È un aspetto tipico di allora il far precedere da un ambasciatore l’arrivo del re o del principe. E “subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate”. Con il senno di poi, riferendosi a Gesù, l’entrata nel tempio corrisponde all’incarnazione, all’ingresso del Figlio nell’umanità assumendone la condizione umana, in quello specifico modo che ha caratterizzato la nascita, la missione, la morte e risurrezione.

Egli sarà “l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate”, il desiderio profondo dell’attesa realizzazione si esprime nel sospiro per una nuova alleanza stabilita dal messaggero del Signore – tale è l’angelo – che agirà come “il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai”.

L’evento sarà così dirompente, sconvolgente e radicale, che il profeta si chiede: “Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire?”. Tuttavia, si tratta del necessario intervento per rinnovare il popolo di Dio affinché le persone, e lo stesso popolo, “possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia”.

La purificazione riguarda il nuovo ordine del rapporto con  se stessi e fra i membri del popolo, che rende capace di accogliere tutte le nazioni attratte dalla testimonianza nella fraternità, l’uguaglianza delle opportunità in sintonia con il diritto, la solidarietà e l’armonia con il creato; in una parola: il regno di Dio. In tal modo la finalità dell’alleanza e dell’intervento del Messia raggiunge lo scopo: “Allora l’offerta (…) sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani”.

È evidente che l’insieme della profezia si può trasporre ai nostri giorni, osservando la condizione delle persone, il vissuto di popoli, il rapporto fra le nazioni che, nella loro ambiguità, innescano possibili processi di auto-distruzione.

E tutto ciò nonostante il fatto che la purificazione abbia le caratteristiche proprie dell’intervento di Dio Padre nella persona del Figlio (Vedi seconda lettura). Intervento simile al “il fuoco del fonditore come lisciva dei lavandai”, perennemente disponibile e operante per l’azione dello Spirito nel discepolo e su tutta l’umanità, ed evidenziato con la Pentecoste.

Di conseguenza la fede – di questo si tratta – permette al credente, al discepolo, di percepirsi come lo vede il Padre: un soggetto rinnovato, rigenerato, trasformato dall’amore del Figlio, suo rappresentante.

Ciò perché il Figlio ha resistito alla violenza estrema suscitata dalla sfiducia – il peccato – di chi, incarnandola, l’ha rigettato nella forma più radicale che si possa immaginare.

E, dall’altro lato, ha sostenuto l’incondizionata verità riguardo alla Sua piena realizzazione, anche a favore dei rappresentati che, in alternativa al peccato che seduce con la mentalità e le attese comuni, sintonizzano riguardo all’avvento del regno di Dio.

La seconda lettura evidenzia il processo di purificazione attuato da Gesù Cristo.

 

2a lettura (Eb 2,14-18)

Con la venuta nel mondo, Gesù partecipa della carne e del sangue comune a ogni persona; infatti, “Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe”. Carne e sangue indicano la condizione umana fragile, vulnerabile e degradata dal peccato. Ebbene Gesù, pur non essendo peccatore, partecipa di tale condizione, assumendo su di sé tutto ciò che comporta.

Egli sperimenta cosa vuol dire essere persona, creatura, nel farsi carico della condizione di peccatore. Percepisce nella sua persona gli effetti devastanti del peccato: la sfiducia, l’opposizione fino al rigetto violento (nel suo caso la croce) del non credente, del popolo e delle autorità.

Il tutto nella più completa e radicale solitudine, giacché il peccato di cui si è fatto carico lo allontana dal Padre – come se lo perdesse di vista (“Perché mi hai abbandonato?”) – e lo rende irriconoscibile allo stesso come chi, massacrato fisicamente dalla violenza, diventa irriconoscibile, ossia “come uno davanti al quale ci si copre la faccia” (Is 53,3).

Su Gesù, rappresentante davanti al Padre dell’umanità peccatrice, come uomo realmente peccatore si scarica la violenza di chi lo ritiene un senza Dio e insegna un cammino falso e ingannevole, quindi meritevole di morte.

Con coraggio e fermezza non cede alle lusinghe del peccato né desiste dalla predicazione dell’avvento del regno, con gli argomenti e nel modo che sta facendo. La proposta del peccato è quella di satana nel deserto, che trova d’accordo tutti e ne garantisce il successo  perché sintetizza le attese riguardo all’avvento del messia.

Gesù mantiene la comunione con il Padre e la fedeltà alla causa del regno fino alla morte. E con essa svuota il potere del peccato, lo rende inefficace e raggiunge l’obiettivo di “ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo”.

La finalità è “liberare quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita”. Gesù rappresenta tutti i peccatori e la sua vittoria sul peccato, e sulla morte, è donata e trasmessa a chi confida in Lui. Essa fa sì che il rappresentato sia partecipe degli effetti della sua opera di salvezza.

Partecipando degli effetti dell’evento il credente sperimenta che la morte ha perso il suo potere e la forza di paralizzare la sua vita personale e quella della società. Pertanto, in virtù della risurrezione di Cristo, la fede nel risorto e la partecipazione alla vita eterna motiva e consolida nella pratica dell’amore e, con essa, la vittoria sulla morte.

Gesù ha cura del suo popolo – “la stirpe di Abramo” – e dell’umanità intera. La lettera è indirizzata agli Ebrei per i quali l’ufficio del sommo sacerdote del culto ebraico consisteva nell’offrire, una volta all’anno – il giorno della penitenza -, il sangue dell’agnello sacrificato per il perdono dei peccati suoi e del popolo.

Con Gesù si compie il rito del perdono dei peccati, non solo quale sommo sacerdote dell’umanità ma anche come vittima, nell’offrire  se stesso, la propria vita per la causa del regno. Non offre il sangue dell’agnello, separato dal gregge e preparato per il sacrificio, ma il proprio, divenendo in tal modo l’Agnello di Dio che vince e toglie il peccato in tutti coloro che crederanno in Lui come proprio rappresentante davanti al Padre. In Gesù, vittima e sacerdote s’identificano.

In tal modo Egli espia “i peccati del popolo”. È doveroso precisare che l’elemento espiatore non è il sangue e il sacrificio per  se stessi, ma l’amore alla verità dell’insegnamento e del cammino per la causa del regno. Amore tenace, perseverante, coraggioso, pieno di fiducia nella promessa del Padre, che non indietreggia né devia davanti alla sofferenza e alla morte, che in  se stesse sono la negazione della promessa.

Con l’evento Gesù “è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova”. Ogni discepolo che intraprenderà la missione e il cammino del maestro incontrerà le stesse prove e difficoltà, consapevole che Gesù, è “è stato messo alla prova” ed ha “sofferto personalmente” per amore e per la causa del regno Dio, fino alla sofferenza estrema e alla morte. Come Lui, anche il discepolo vincerà la morte ed entrerà nella gloria di Dio, risorto dai morti.

In tal senso Gesù “è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova”, perché partecipano della stessa missione, delle stesse prove e, quindi, avranno lo stesso destino. La stessa salvezza di Gesù uomo, divenuto per la risurrezione Gesù Cristo, è partecipata potenzialmente a tutta l’umanità e resa efficace, per la fede di ogni credente, in ogni persona che ama come Lui, imitando il Padre.

È quello che probabilmente ha percepito il vecchio Simeone nel tempio, come testimonia il vangelo.

 

Vangelo (Lc 2,22-32) – adattamento dal commento di Alberto Maggi

Nonostante la straordinaria esperienza dello Spirito che i genitori di Gesù hanno avuto, in particolare sua madre, essi sono ancora ancorati alla tradizione del popolo che vede il rapporto con Dio basato sull’osservanza e sull’obbedienza alla sua legge.

L’evangelista, in questo episodio, vuole anticipare, raffigurare, la difficoltà che avrà Gesù nel proporre al suo popolo una diversa relazione con Dio, non più basata sull’obbedienza alle sue leggi, ma sull’accoglienza del suo Spirito, del suo amore.

Ecco, allora, che l’evangelista, nell’episodio conosciuto come la presentazione di Gesù al Tempio, presenta due comitive contrarie.

Una è raffigurata dai genitori di Gesù, che portano il bambino per adempiere un inutile rito, perché essi intendono fare figlio di Abramo colui che è invece è già Figlio di Dio.

E, dall’altra parte, l’uomo dello Spirito, Simeone, “uomo pio e giusto, che aspettava la consolazione d’Israele”. Le qualità l’hanno messo in sintonia con lo Spirito Santo, per il quale emerge nell’intimo la convinzione “che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore”.

Egli è intenzionato ad impedire l’inutile rito. I genitori vanno per la purificazione della madre – perché la nascita di un bambino rendeva impura la madre e quindi la donna doveva purificarsi attraverso un’offerta (e qui è l’offerta dei più poveri, di una coppia di tortore) – e, soprattutto, per pagare il riscatto del figlio. Ogni primogenito maschio che nasceva il Signore lo voleva per sé. Se i genitori lo avessero voluto, avrebbero dovuto pagargli l’equivalente di venti giornate di lavoro, cioè cinque sicli.

Ebbene, mentre Maria e Giuseppe con il bambino si dirigono verso il Tempio per compiere questo rito, l’evangelista presenta con sorpresa – con un’espressione che indica la meraviglia – “Ecco, a Gerusalemme c’è un uomo di nome Simeone”; Simeone (che significa “il Signore è ascoltato”) è un uomo mosso dallo Spirito, che tenta di impedire l’inutile rito.

Infatti Simeone prende il bambino tra le braccia mentre i genitori volevano adempiere ad ogni norma della legge e pronuncia una profezia che lascia sconcertati i genitori. Infatti, di Gesù dice che sarà “gloria del suo popolo, Israele”, e questo Maria e Giuseppe lo sapevano, era il compito del Messia, del Figlio di Dio.

Ma ecco la novità: “luce per rivelarti alle genti”, cioè ai popoli pagani, sui quali rispenderà la luce dell’amore con cui sono amati da Dio, patrimonio dal quale attingere il bene di tutti,  singolarmente e per l’umanità intera.

L’amore di Dio annunzia Simeone, è universale, non è più per un popolo, il popolo eletto,  ma è per tutta l’umanità. Pertanto i nemici di Israele, cioè i pagani, non dovranno più essere – come si credeva in sintonia con la tradizione – dominati, ma accolti da fratelli.

Poi Simeone a Maria dà una benedizione che finisce in una maniera abbastanza sinistra. Dice che Gesù – e lo raffigura a quello che poi Luca più avanti nel suo vangelo presenterà come “una pietra” – è una pietra distruttiva e ricostruttiva allo stesso tempo – ed infatti dirà di Gesù che “Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele” e, come segno di contraddizione; “anche a te”, quindi si rivolge a Maria, la madre di Gesù, “una spada trafiggerà l’anima”, cioè la tua vita.

Qual è il significato di questa spada che trafigge l’intera vita di Maria? La spada, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, è figura della Parola di Dio, che è efficace come una spada. Dirà l’autore della lettera agli Ebrei, che “la parola di Dio è come una spada che arriva fino alle giunture e alle midolla e al punto di divisione dell’anima e dello Spirito”. Quindi Simeone, a Maria che raffigura il popolo di Israele, annuncia che la parola di questo Figlio per lei sarà come una spada che la costringerà a fare delle scelte molto dolorose.

Infatti, nel prossimo episodio che l’evangelista presenterà, quello del ritrovamento di Gesù nel Tempio, accadrà che le prime e uniche parole che Gesù rivolgerà alla madre saranno parole di rimprovero.

È ancora lungo il cammino di Maria. Lei dovrà comprendere che, da madre del Figlio  dovrà trasformarsi in discepola. Un cammino lungo e doloroso, come una spada che trafigge l’anima.

 

 

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