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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 58,7-10)

 

Ai tempi del profeta Isaia era consolidata la convinzione sull’importanza della pratica del digiuno. La legge comandava il digiuno nel giorno del perdono dei peccati e gli osservanti scrupolosi, i rigorosi farisei al tempo di Gesù, lo praticavano due volte alla settimana, nella certezza di acquisire meriti che sarebbero stati ricompensati dal Messia facendo loro occupare i primi posti con l’avvento del regno.

Ma, di fatto, il digiuno non accompagnato da opere di giustizia era denunciato dai profeti come una vuota osservanza legale. Il profeta Isaia interviene al riguardo: “Non consiste forse il digiuno che voglio nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?”.

Il digiuno è funzionale alla giustizia, al diritto di ogni persona a disporre del necessario per vivere una vita degna; ed è correttamente finalizzato a rivolgere l’attenzione ai poveri, ai bisognosi che versano in condizioni disumane. È sostenuto dalla misericordia attiva delle necessità individuali e dall’impegno politico nell’applicare leggi del lavoro dignitoso e responsabile, fonte del guadagno necessario per sé e la famiglia senza dover mendicare; in altre parole si parla della giustizia sociale.

“Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto”. Le tenebre avvolgono la persona incentrata su  se stessa, sui propri interessi familiari o di lobby e disattenta, o addirittura indifferente, al bisogno di chi manca del necessario, pur praticando la preghiera e il culto nella convinzione di stare bene con Dio.

Il digiuno praticato con l'intento di acuire l’attenzione e la sollecitudine verso il necessitato è come la luce, come l’aurora che squarcia le tenebre dell’ingiustizia, della malvagità, dell’oppressione, della violenza verbale e fisica e di tutto ciò che ferisce la dignità della persona priva del necessario. Con esso sorge, e si consolida nell’animo, la gioiosa luce dell’aurora, del nuovo radioso giorno dell’amore, dell’avvento della sovranità di Dio nel cuore di chi dona e di chi riceve.

Non solo, ma chi digiuna constata l’attualizzazione delle parole del profeta: “la tua ferita si rimarginerà presto”. Il profeta si riferisce al disagio, al non stare bene con se stesso per l’indifferenza dell’altro, al vuoto interiore, alla mediocrità delle scelte di vita, alla schiavitù da dipendenze di vario tipo.

Ebbene, questa ferita si chiude mentre, ovviamente, la cicatrice rimane, perché non si può cancellare quello che si è fatto, ma non duole, non incomoda più. E si ricompone l’armonia, la serenità e la soddisfazione con  se stesso, nel dono gratuito e disinteressato,  per far sì che altri si riapproprino della loro dignità, di un futuro pieno di speranza: “Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – oracolo del Signore -, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza” (Ger 29,11).

Allora, “Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà". La pratica di giustizia è quella di Dio, coinvolta e sostenuta dallo stesso amore che caratterizza l’essere e l’agire di Dio. Di conseguenza, nella persona si manifesta la gloria del Signore. Un grande teologo del secondo secolo, S. Ireneo, afferma che la gloria è la vita degli uomini e la vita degli uomini è la lode a Dio, glorificato dallo stesso amore al prossimo con cui sono da Lui amati.

Questa singolare circolarità fa sì che “invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà ‘Eccomi!’”. 

Tuttavia, la comunione non elimina prove e difficoltà ma, allo stesso tempo, sostiene le condizioni interiori di lucidità e di forza interiore per assumere e gestire,  correttamente, la risposta nel singolare rapporto di serenità e turbamento.

È necessario procedere con determinazione al rinnovamento della vita: “Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito (la minaccia e l’arroganza) e il parlare empio (proprio di chi esercita potere e dominio, totalmente avulso dalla Legge e dalla volontà del Signore), se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio”.Si tratta della conversione etica e dei sentimenti, alla luce della corretta finalità della Legge con l’avvento del regno.

La giustizia di Dio e la sua Gloria sono manifestate nell’evento Gesù Cristo, cui fa riferimento la seconda lettura.

 

2a lettura (1Cor 2,1-5)

 

Paolo conosce molto bene l’enorme difficoltà e resistenza degli ascoltatori e destinatari della lettera nell’accettare le sue parole riguardo alla trasmissione e alla testimonianza del mistero dell’amore di Dio in Gesù Cristo, che l’ha coinvolto e trasformato da persecutore in apostolo. Perciò “gioca”, per così dire, contemporaneamente su due sponde.

Da un lato ricorda loro che “quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza”. Non c’è parola adatta, né sapienza umana, che argomenti in modo esauriente e convincente l’evento Gesù Cristo – la vita, la missione, la morte e risurrezione – e l’importanza per la persona riguardo ai rapporti interpersonali, alla vita sociale e, per la sensibilità odierna, alla cura del creato. Meno ancora la prova della risurrezione del corpo, il lato occulto della crocifissione di Gesù.

Sull’altro lato afferma: “Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso”. Stabilisce come centro dell’evento Gesù Cristo la crocifissione di Gesù, ben conoscendo le difficoltà degli uditori nell’accettarlo come evento di redenzione a nuova vita personale e per un futuro sociale trasformato in una nuova società.

La difficoltà è comprensibile: passare da maledetto da Dio – tale è intesa la crocifissione – a Salvatore non è facile da accettare e per niente affatto scontato, nonostante la sua personale e singolare esperienza. Perciò Paolo afferma: “Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione”, per la notevole possibilità di fallimento, come accadde nell’areopago di Atene. D’altro canto, Paolo non può prescindere dalla verità del paradossale legame croce-risurrezione.

L’evento pasquale – perdere la vita è guadagnarla per sempre – sfugge ad ogni considerazione della sapienza umana. Quest’ultima non ha possibilità di argomentare il paradosso in modo convincente, la verità che si occulta nel suo contrario.

Per accogliere e giustificare il paradosso l’apostolo non si appella ai discorsi persuasivi della sapienza umana, “ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio”.

Una premessa: lo Spirito è spazio nel quale la circolarità della Parola e del Padre configura la dinamica dell’amore trinitario, per la quale l’essenza e l’esistenza dei Tre formano una sola realtà, alla quale fa eco l’appellativo "Dio".

Lo Spirito accoglie nel suo spazio l’intelligenza, il cuore e la vita di chi si dispone convenientemente, e lo fa partecipe della circolarità trinitaria, che rivela il riscatto della persona con il perdono del peccato di sfiducia nei confronti di Gesù e della causa del Regno.

Allo stesso tempo, la persona prende coscienza della nuova alleanza con Dio, della sua nuova realtà per l’immersione nella vita eterna, anticipo e garanzia della partecipazione alla gloria di Dio alla fine dei tempi, con l’evento escatologico nel quale Dio si manifesterà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Lo Spirito è il maestro interiore che introduce l’umiltà della persona nel circolo dell’amore, condizione necessaria per essere luce e sale per altri che accolgono l’annuncio, e per il rinnovo della vita personale e sociale in “un cielo nuovo e una terra nuova” (Ap 21,1).

La vita personale, nel mantenersi in sintonia con la nuova realtà, deve fare attenzione agli accorgimenti segnalati dal Vangelo.

 

Vangelo (Mt 5,13-16)

 

Il brano segue immediatamente quello delle beatitudini. È anche una risposta agli insulti, persecuzioni, bugie e maldicenze che il discepolo incontrerà nella missione, “perché grande è la ricompensa nei cieli” (5,12).

La ricompensa non riguarda il futuro, ma il presente – il verbo è presente – perché il discepolo è l’ambito nel quale Dio regna. In esso il tempo non è solo il trascorrere dal passato al futuro, ma l’evento, il momento favorevole – tempo qualitativo nel tempo cronologico – della pienezza di vita donata dal rappresentante al rappresentato, per la sua fede in Gesù Cristo e alla causa del Regno.

Gesù rafforza tale condizione con l’affermazione: “Voi siete il sale della terra”. La comparazione è veramente suggestiva e rimanda a una piccola quantità che si dissolve nella massa. Il sale non si vede, ma è necessario per dare il giusto sapore all’alimento e soddisfazione al buongustaio. Accogliere l’insegnamento, la pratica, di Gesù e mantenere,  con determinazione, la fedeltà alla causa del regno, fa del discepolo il “sale della terra”.

Allo stesso tempo Gesù avverte del pericolo: “ma se il sale perde il sapore con che cosa lo si renderà salato?". Il “ma” apre il varco alla possibilità di vanificare il dono ricevuto con l’infelice e spiacevole conseguenza: “A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”. Questo perché l’umanità attende dal discepolo e dalla comunità la risposta di Dio ai bisogni, alle sofferenze, causate dall’ingiustizia e comportamenti perversi.

Ma non praticare o, peggio, assumere un comportamento contrario al messaggio al quale si dice di credere, porta come conseguenza il disprezzo delle persone e il rifiuto.

Il discepolo deve prestare attenzione perché il sapore non è acquisito una volta per sempre, ma è dono trasmesso di volta in volta nel mantenere “fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,3). Gesù trasmette l’esperienza personale della sua costante attenzione alla volontà del Padre nello Spirito, nella frequente preghiera per discernere cosa fare e cosa lasciare per compiere correttamente la missione. In questo senso è Maestro.

Gesù continua: “né si accende una lampada per metterla sotto il moggio”. Cos'è il moggio? Il moggio era un recipiente, in uso a quel tempo, che serviva per misurare o raccogliere i cereali. Se si pone la lampada sotto il moggio, essa si spegne, mentre sul candelabro fa luce a tutti quelli che sono nella casa.

La metafora della luce “sotto il moggio” indica l’inutilità del testimone privo del coraggio, dell’audacia e della creatività di Gesù nel testimoniare il cammino nel quale elaborare risposte valide al comandamento dell’amore, nelle circostanze inedite e complesse, in modo che rinasca la speranza e la volontà di vita in chi è rassegnato sul versante opposto. Al riguardo il discepolo non cerca il consenso o l’appoggio di chi si sentirebbe incomodato nelle proprie convinzioni o interessi finanziari, di potere o di prestigio.

Ecco, allora, il senso della raccomandazione di Gesù: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini (…)”. Non è più la luce di Gesù, è la luce del discepolo. Gesù invita ogni persona alla pratica dell’amore imitandolo. Quando una persona è brava si usa l’espressione: è splendido. Cosa significa? che emana luce!

“(…) perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”. La gloria di Dio sono le opere buone, in sintonia con il suo amore, per le quali partecipano dall’atto ricreatore di Dio, che sostiene e conduce al destino finale ogni persona e l’umanità intera.

C’è attinenza tra la luce e le opere: la luce viene dalle opere buone, dalla comunicazione di vita, dal donare vita agli altri, “e rendono gloria al Padre vostro che è nei cieli”. Attraverso la comunicazione di vita agli altri, attraverso il dono di  se stesso per la causa del regno si rende manifesta la presenza di Dio all'interno della comunità e della società.

 

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