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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 15,16-21)

 

Il brano è del secondo secolo avanti Cristo e chi scrive è “Gesù, figlio di Sira, figlio di Eleàzaro, di Gerusalemme” (50,27). Il filo conduttore del libro è il concetto di sapienza. L’uomo che vi aderisce – il saggio – è riconosciuto tale perché osserva i precetti della Legge, affermandosi come timorato di Dio.

Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai”. Il timore di Dio si fonda sull’adesione responsabile, libera e cosciente all’Alleanza e, specificamente, alle esigenze della Legge, con attenzione alle prescrizioni, in modo da evitare atteggiamenti e comportamenti sgraditi a Dio.

Il saggio, il timorato di Dio, è chiamato ad attualizzarla nelle circostanze e nelle vicende individuali e sociali. La corretta comprensione, declinata nell’adeguate scelte e nell’impegno corrispondente, porta l’autore ad affermare: “I suoi occhi – di Dio – sono su coloro che lo temono”. Perciò il libro del Proverbi riporta “il timore del Signore è principio della scienza; gli stolti disprezzano la sapienza e l’istruzione” (Pr 1,7) e il libro della Sapienza incalza “Suo principio più autentico (della Sapienza) è il desiderio di istruzione, l’anelito per l’istruzione è amore” (Sap 6,17).

L’osservanza della legge è un atto della volontà sostenuta e motivata dalla fiducia – “Se vuoi osservare i suoi comandamenti (…) se hai fiducia in lui” – alle quali si aggiunge un terzo elemento, la libertà di adesione o meno: “Egli ti ha posto davanti" – due opposti – “fuoco e acqua (…) la vita e la morte, il bene e il male. A ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà". I tre atteggiamenti, la volontà, la fiducia e la libertà qualificano la grandezza dell’uomo fatto a immagine e somiglianza del Creatore.

La libertà rimanda all’albero del bene e del male del paradiso terrestre. Il testo della Genesi rivela l’inganno del quale furono vittime Adamo ed Eva, sedotti dalla mezza verità: "sareste come Dio” (Gen 3,5). Vittime dell’inganno essi tralasciano l’ordine del Signore riguardo l’albero “della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire” (Gen2,17), sedotti dalla mezza verità.

La volontà di Dio è che ogni persona divenga come Lui perché tale è la vocazione alla quale è chiamata. L’inganno sta nel modo di arrivarci. Quando la persona procede di testa propria, sedotta dal proprio piacere, dal proprio criterio e dalla propria valutazione – come è accaduto ai progenitori: “La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza” (Gen 3,6) – la volontà dimentica o tralascia il mandato del Signore e cade nell’astuta tentazione. L’insegnamento è che la tentazione non é mai una bugia al cento per cento, ma una mezza verità, una poderosa forza ingannatrice.

L’osservanza dei comandamenti nell’orizzonte del timore del Signore richiede attenzione e adeguata interpretazione. In tal modo essi “ti custodiranno” nella fedeltà all’Alleanza e non prevarrà la caduta nella tentazione ma, al contrario, rafforzerà la fiducia e la comunione nel Signore, in virtù delle quali “anche tu vivrai”.

Anteriormente alla libertà emerge, nel profondo della persona, la responsabilità che coinvolge immediatamente chi attende alla chiamata del Signore: farsi carico della missione a favore delle persone e della società, contando sulla sua presenza e il suo sostegno.

Accogliendo liberamente la responsabilità con i tre atteggiamenti sopra indicati il saggio accoglie il dono della sapienza: “Grande è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini”.

L’amore, la sapienza, la presenza e il potere del Signore sono aspetti che motivano determinazione e fermezza nell’aderire alla legge.

Tuttavia la tentazione trascina nell’empietà colui che dà le spalle alla Legge, trasgredendola. Al riguardo, con ironia e amarezza, l’autore annota che il Signore “A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare”.

Che cosa rende difficile comprendere e sintonizzare con la sapienza? La seconda lettura è una risposta.

 

2a lettura (1Cor 2,6-10)

 

Paolo, rivolgendosi ai membri della comunità come “tra coloro che sono perfetti”, non si riferisce alla perfezione nel comportamento, alla loro perfezione morale – nemmeno Paolo la possiede – ma a coloro che, identificati con la persona di Gesù, credono fermamente negli effetti della sua morte e risurrezione in loro e a favore dell’umanità intera. La perfezione è nella determinazione e ferma volontà di vivere come discepoli, assumendo i compiti specifici della testimonianza e della missione.

Di conseguenza costoro, percependosi creature nuove, riscattate dal peccato e rigenerate a nuova vita, fanno sì la ricaduta corrispondente nell’etica si traduca nella ferma volontà di praticare lo stesso stile di vita, le scelte e la pratica di Gesù per il bene individuale e sociale di tutti. In altre parole, costoro sono cristiani maturi, consolidati nelle proprie convinzioni, nel proprio agire e, allo stesso tempo, coscienti dei propri limiti, della propria fragilità e vulnerabilità.

Nella comunione “parliamo sì di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo”, quest’ultima caratterizzata dalla volontà di potere, di ricchezza, propria “dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla”. Quella del mondo è sapienza elaborata e circoscritta che si sostiene con tutto ciò che caratterizza l’ambito del potere, del dominio.

La realtà di “mondo” cresce, si sviluppa e prende il sopravvento nei “dominatori di questo mondo”, quali detentori del potere sociopolitico e religioso del tempo. Essi esercitano l’autorità a vantaggio di un ristretto numero di persone e a discapito di molti, con parole, inganni e metodi oppressivi. Non badano alle conseguenze disumane, sia degli oppressi da un lato che di loro stessi per l’altro, tanto sono accecati dalla seduzione.

Di conseguenza Paolo rileva che nella comunità “Parliamo invece della sapienza di Dio”, radicalmente opposta a quella del “mondo”, la cui distanza è incolmabile. La sapienza di Dio, “che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli”, fa parte del patrimonio che Dio dona “per la nostra gloria”, a condizione di sintonizzare la propria esistenza, per la pratica della fraternità e dell’amore, nel fascino della vita piena, ossia nel giusto rapporto interpersonale e nell’organizzazione sociale, con l’accoglienza della sua sovranità: l’avvento del regno di Dio.

La sapienza di Dio non è alla portata dei dominatori di questo mondo perché “se l’avessero conosciuta non avrebbero crocifisso il Signore della gloria”. Essa si è rivelata nell’evento Gesù Cristo, e rimane “nel mistero” inesauribile proprio della sua grandezza e profondità Tuttavia è accessibile al credente per la filosofia di vita, le scelte, la pratica e la consegna per la causa del Regno a imitazione dell’amore di Dio manifestato nel Gesù storico, in virtù del quale diverrà, definitivamente, il Cristo, il Messia, Gesù Cristo.

Essa ha i connotati della sapienza rivoluzionaria che scombussola radicalmente la vita personale, sociale e religiosa, consolidata dalla tradizione sociale e dalla teologia del tempo, divenute ormai realtà del “mondo”.

La sapienza di Dio è costituita da “Quelle cose – inerenti al mistero – che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano”. “Quelle cose” sono entrate nel cuore del credente per la fiducia nell’evento Gesù Cristo, nella sua persona e nella causa del Regno.

Nel cuore redento, rigenerato e trasformato nell’imitare l’amore di Dio, nel quale si percepisce coinvolto in modo immeritato e gratuito, prende forza e consistenza il mistero di Dio che permette di cogliere, vedere e udire quello che prima era impossibile: la sapienza divina.

Ebbene, tutto ciò è opera dello Spirito Santo, lo spazio che accoglie la mente e il cuore del destinatario del vangelo al quale, volontariamente e liberamente, si è reso disponibile: “Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito Santo”, perché “lo Spirito conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio”.

Con esso lo Spirito crea nel discepolo la conversione riguardo al rapporto con Dio e alla causa del regno e, nello stesso tempo, sostiene il coraggio, l’audacia e la creatività nell’elaborare nuovi cammini, come indica il vangelo.

 

Vangelo (Mt 5,17-37)

Il brano è la continuazione di quello di domenica scorsa. Gesù sa dello scombussolamento che provocherà nel popolo riguardo ai rapporti interpersonali, alla vita sociale e alla fede d’Israele, sostenuta dalla non corretta interpretazione e pratica della Legge e dei Profeti. Egli rassicura gli uditori rispetto alle sue intenzioni: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare pieno compimento (…) non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto”.

E manifesta le condizioni del pieno compimento: “Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”. L’affermazione risuona molto polemica e presuntuosa per un laico proveniente da una regione considerata pagana – la Galilea – e da un luogo insignificante come Nazareth.

Essa è diretta agli scribi – i teologi di allora – e ai farisei, fedeli esecutori delle loro direttive, ritenute come norme di “giustizia” che configurano il perfetto fedele, il timorato di Dio. Le direttive sono riferimenti importanti per la vita personale, sociale e religiosa del popolo e assicurano la partecipazione nel regno di Dio, con l’avvento del Messia.

Certamente costoro si saranno interrogati: Chi è costui che pretende di indicare un cammino diverso da quello stabilito e consolidato dalla teologia e dalla pratica tradizionale? Con quale autorità parla? e altre domande correlate. Per di più, dalla Galilea può uscire qualcosa di buono, da quella terra di gentili, di pagani?

Gesù afferma la necessità di distanziarsi dall’insegnamento ufficiale. Non stabilisce un gruppo di persone che faccia da intermediario fra lui e la coscienza individuale ma chiede, ai presenti, intelligenza aperta – un cuore nuovo – riguardo alla sua persona e al suo insegnamento.

Procede con coraggio e determinazione: “Avete inteso che fu detto (…). Ma io vi dico (…)”. E rimanda una serie di affermazioni su specifici aspetti del rapporto con sé stessi, con le persone, riguardo al matrimonio e alla fedeltà coniugale, sul rapporto con Dio. Il testo tratta, anche della vendetta, della violenza, della prepotenza e dell’amore verso i nemici.

Sorge la domanda: se l’alternativa proposta è il pieno compimento della Legge e dei Profeti, qual è la motivazione intrinseca delle affermazioni di Gesù? Quale “filo” le attraversa e le unisce?

Il punto dirimente della risposta è “l’altro”, che ha bisogno di riscattarsi e rigenerarsi come persona libera, capace di amare, di donarsi per il bene di altri, in modo che percepisca la realtà del regno di Dio nascosto in lui e nei rapporti interpersonali e sociali, come il tesoro nella terra o la perla preziosa smarrita.

Il “filo” conduttore è la necessità di sintonizzare con la condizione umana, psicologica, morale e spirituale dell’“altro”, di avvicinarsi, accogliere e dialogare in modo che il destinatario scorga in se stesso il cammino e la possibilità di redenzione come evento rigenerativo.

In altre parole, si tratta della “giustizia” che Gesù impianta, ovvero, la perfezione della legge, affinché il metodo e la strategia divengano il patrimonio che orienta la condotta della singola persona, qualunque sia la condizione sociale, etica e di provenienza, e possa, così, integrarsi nel nuovo popolo di Dio.

A tale scopo è doveroso vigilare su sé stessi, per la presenza di forze avverse come l’indifferenza, il preconcetto, la paura, la comodità e altro. Esse sono come le membra del corpo che generano resistenza, opposizione e rifiuto. È necessario, quindi, rimuoverle con prontezza e determinazione.

È altrettanto doveroso vigilare sul sentimento di sincero amore fra uomo e donna nel matrimonio, estendendolo a coloro che, magari involontariamente, lo abbiamo diminuito, compromesso o addirittura allontanato. Perciò è importante volgere l’attenzione al dominio e al controllo della tirannia delle passioni fini a sé stesse, che ostacolano la costruzione di un rapporto sincero e reciproco.

Una parola riassume tutto: servire con cuore generoso e puro, privo di seconde intenzioni o interessi che non siano in sintonia con l’amore con cui si è amati da Dio. Il servizio è l’ambito della salvezza dell’altro e della persona che serve, pronta allo stile di vita indicato dalle beatitudini, includendo le incomprensioni e, in ultimo, anche l’esperienza della croce.

Il servizio contiene in sé stesso la luce del cammino e il sale dell’esistenza (vedi il vangelo di domenica scorsa), che fanno della vita una realtà degna di essere vissuta.

 

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