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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ez 37,12-14)

Il profeta prende spunto dallo scoraggiamento che serpeggia fra gli esiliati motivato dall’avere, davanti a sé, un futuro senza speranza e carico di nostalgia del passato: “Le nostre ossa sono secche; la nostra speranza si è estinta”. La lontananza dalla patria, dalla terra promessa, ha un effetto devastante, come è ricordato nel salmo 137: “Là – nell'esilio di Babilonia – ci chiedevano parole di canto (…) allegre canzoni, i nostri oppressori (…) come cantare i canti del Signore in terra straniera? Se mi dimentico di te Gerusalemme, si dimentichi di me la mia destra” (3-6).

L’esilio è come un tumulo, un deposito di ossa secche, senza speranza e senza futuro per il popolo. La causa deriva dall’allontanamento da Dio, nonostante il costante richiamo dei Profeti, da parte del popolo e delle autorità, a causa  dello stile di vita contrario all’Alleanza.

L’esilio è la metafora della condizione personale e sociale conseguente all’allontanamento da Dio per l’infedeltà, l’indifferenza, la superficialità alla nuova ed eterna Alleanza stabilita con la venuta di Gesù Cristo. Esso coinvolge la persona sotto tutti gli aspetti – umano, psicologico, etico e spirituale – e la comunità nella pratica dell’ingiustizia, del sopruso, del dominio e altro…, nello stile di vita egocentrico, autoreferenziale e, sostanzialmente, indifferente a ciò che non incide sulla propria vita personale.

Pertanto vengono meno riferimenti importanti che impoveriscono o, addirittura, annullano la necessaria interazione per la crescita individuale e comunitaria nella pienezza di vita. È come segnare il passo nell’illusione di camminare. La vita è diminuita in tutti i sensi, come quella sottoterra, dove vanno le persone dopo la morte, secondo la tradizione d’Israele. Una vita che, drammaticamente, il profeta compara ad ossa rinsecchite.

Ecco, allora, l’intervento del Signore per fedeltà all’Alleanza e al compimento della promessa: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi ricondurrò nella terra di Israele”. Il passato sarà memoria delle conseguenze del peccato, affinché le generazioni future si ravvedano dal commettere lo stesso errore.

Il Signore annuncia: “Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra”. Il pensiero va, spontaneamente, a quando “Dio plasmò l’uomo con polvere e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7). L’intervento avrà le caratteristiche di una nuova creazione, della rigenerazione della persona e della società nell’infondere nuova vita, capace di riassumere il cammino dell’Alleanza.

Vivere non è solo riacquistare l’esistenza individuale ma stabilire autentici rapporti con le altre persone, consolidare il vissuto sociale nel diritto e nella giustizia, rispettare la natura e il creato. È assumere come propri i valori che fanno di questa terra la realtà promessa, nella quale riconoscere e fare esperienza del Dio della vita. È la meta stabilita da Dio, l’avvento della sua sovranità, nel restituire la pienezza di vita – “vi farò riposare nella vostra terra” – nell’armonia con tutto ciò che esiste, ossia il suo Regno.

Dio riconduce Israele alla dignità di “popolo di Dio” e realizza il suo sogno per l'umanità, in sintonia con il comandamento dell’amore e la conseguente pratica di esso, affinché il popolo abbandoni definitivamente la prassi di trasformare la terra promessa nell’Egitto di allora, luogo di schiavitù, del peccato e del male, ossia sepolcro di scheletri.

Lontano da Dio non c’è salvezza.

È pernicioso, nel senso profondo del termine, perseguire progetti propri per trarre vantaggi personali; confidare semplicemente in giochi di potere; stabilire alleanze fra popoli fondate sulla convenienza d’interessi corporativi delle classi dominanti; strumentalizzare la religione per garantire privilegi che non hanno nulla a che vedere con il rispetto dell’Alleanza; stabilire un'organizzazione sociale oppressiva e discriminante a danno dei poveri e dei meno favoriti.

Nella rinnovata condizione di popolo di Dio “Saprete che io sono il Signore”, il Dio della vita, della gioia, della fraternità e della solidarietà, del rispetto vicendevole, della vita in abbondanza “L’ho detto e lo farò”. Queste parole risuonano come giuramento e trasmettono la certezza che il disegno di Dio, riguardo al regno, si compirà con la collaborazione del popolo.

Tuttavia la storia segnerà altre delusioni e, alla fine, Dio risponderà con l’invio del Figlio e dello Spirito, per stabilire la nuova ed eterna alleanza e donare le nuove condizioni per rimanere stabilmente in comunione con Lui.

È il senso della seconda lettura.

 

2a lettura (Rm 8,8-11)

Paolo argomenta sulla nuova condizione del cristiano per la presenza, in ognuno, dello Spirito Santo e afferma: “Voi… siete sotto il dominio dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi”. Non ignora la tentazione e il pericolo di lasciarsi “dominare dalla carne”, da proposte e progetti contrari che “non possono piacere a Dio”, e mette in luce alcuni aspetti:

a) Lo Spirito trasmette il senso di appartenenza a Cristo

Paolo lo esprime con una formula negativa ma il contenuto è lo stesso: “Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene”. Lo Spirito di Cristo è la realtà che lo conforma e gli appartiene in virtù della risurrezione. È lo Spirito del Risorto trasmesso per la fede al credente. È l’azione del Padre che costituisce il passaggio dal Gesù storico a Gesù Cristo della fede.

Lo Spirito di Cristo trasforma radicalmente il credente e trasmette, nella profondità dell’essere, la realtà dell’appartenenza vicendevole, come quella dell’amante con l’amata, uniti dall’amore. La coscienza della trasformazione è acquisita solo per la fede. Essa non dipende dal merito o da particolari qualità ma dall’accoglienza, fiduciosa e grata, del dono, effetto della morte e risurrezione di Gesù Cristo.

b)Lo Spirito è vita per la giustizia

La nuova vita trasmessa dallo Spirito al credente lo rende paladino della giustizia di Dio e,  in tal modo, percepisce la nuova condizione di figlio nel Figlio, di figlio di Dio per adozione. Di conseguenza testimonia la giustizia di cui è fatto partecipe, con parole ed opere nelle diverse circostanze della vita. È sintonizzare pienamente con il dono ricevuto da Dio, declinato nel corretto rapporto con le persone, la società e il creato. In questo modo entra nel flusso circolare e permanente dell’amore trinitario, in virtù del quale il dono cresce e aumenta nel donante come pure nel ricevente. La giustizia è la vita in abbondanza di Dio.

c) “Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto al peccato”

Riguardo al dominio della carne, Paolo si rivolge ai cristiani di Roma ricordando loro la nuova condizione e asserisce: “Non siete sotto il dominio della carne”. Oggettivamente essi sono “nuova creatura” per la vita nello Spirito, contraria al dominio della carne, espressione della giustizia di Dio nei loro riguardi.

L’apostolo, affermando che “quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio”, mette in luce la fragilità, la superficialità o l’inconsistenza della loro appartenenza a Cristo. Con il condizionale “se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto al peccato”, evidenzia la poca solidità o convinzione dell'appartenenza a Cristo che declina, di nuovo, la vulnerabilità della nuova creatura al peccato.

La nuova condizione donata dalla fede non annulla la tentazione, che continua ad esercitare il suo fascino e seduzione, al punto che la persona non sempre è pronta a vincerla. Gesù stesso, dopo la vittoria sulle tentazioni nel deserto, dovette confrontarsi e lottare interiormente contro esse nelle diverse circostanze dell’attività pastorale, inclusa l’ultima pochi istanti prima di morire.

Ma lo Spirito è vita per la giustizia”. Per Paolo è la singolare condizione umana della nuova creatura. Da un lato, il corpo è come ferito a morte a causa del peccato, dall’altro è pieno di vita per il dono della giustificazione che redime, dona nuova vita, speranza, cammino e futuro.

Sorge la domanda: come comprendere la singolarità del fatto che un corpo ferito a morte a causa del peccato sia, allo stesso tempo, pieno di vita? L’esperienza umana tende ad escludere l’uno o l’altro aspetto. Mi sembra di poter dire che Paolo riflette, a partire dalla condizione singolare del Risorto.

Infatti Gesù Cristo, il Risorto, mantiene nel suo corpo le ferite della passione, pur partecipando della vita indistruttibile. Il potere mortale di quelle ferite è svuotato, ed ora esse manifestano la realtà di una vita che va oltre la condizione umana. (Tradotto in termini umani è la chiusura della ferita: la cicatrice resta ma non duole, la si vede continuamente ma non ha nessun effetto). Si tratta della condizione singolarissima dell’umanità immersa nella gloria di Dio.

Alla luce della risurrezione la tensione e il conflitto, determinati dalla tentazione della carne e dalla presenza dello Spirito, non sono annullati. Tuttavia la risurrezione garantisce la vittoria dello Spirito sulla carne, non per il possesso dello Spirito da parte del credente ma per la costante apertura al dono di esso, quale permanente azione ricreatrice di Dio per mezzo dello Spirito. Il credente è chiamato ad accogliere il fluire di esso, indispensabile per la vittoria, per la salvezza. La salvezza OGGETTIVA, donata da Gesù Cristo a ogni persona e all’umanità con la sua morte e risurrezione, diventa SOGGETTIVA nel credente.

Paolo stesso dà testimonianza nel capitolo sette, quando afferma che solo per il dono (la grazia) si ottiene la salvezza. “Lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti (…) darà vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”. Lo Spirito abita perché dono, non possesso. Il corpo rimane mortale ma la morte non è l’ultima realtà; il dono contiene la vittoria sulla morte stessa, nonostante la nuova creatura debba passare per essa.

In chi segue Cristo è la risurrezione dalla morte e dai morti, propria della condizione umana. Una testimonianza è costituita dall’evento della risurrezione di Lazzaro.

 

Vangelo (Gv 11,1-45)

“Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: ‘Signore, ecco, colui che tu ami è malato’ (…) Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro”. È profondo il sentimento e l’emozione di Gesù per la morte dell’amico. Un'amicizia nata, probabilmente, dall'atteggiamento di Gesù con Maria, della quale l’evangelista ricorda lo sconcertante gesto pubblico di ammirazione e riconoscenza: “Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli”.

Gesù, “quando vide piangere Maria e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei”, si commosse profondamente e “scoppiò in pianto”. L’emozione fu così intensa che i Giudei commentarono: “Guarda come lo amava!”

Fa riflettere che Gesù, pur nell’imminenza della risurrezione di Lazzaro, partecipi della morte dell’amico con grande emozione e sentimento, come ogni essere umano alla morte di una persona cara, senza avere davanti a sé altro che il mistero della morte stessa. Pur nell’immediatezza dell’evento risalta la profondità e la portata della sua umanità davanti alla morte.

La morte e la risurrezione sono due contrari che, nell'ambito di questa vita umana, convivono nel rispetto radicale della loro autonomia. Non è sminuita l’importanza né ridotto il senso dell’una e dell’altra, nell’insieme dell’esistenza e della sua finalità.

Gesù dice a Marta: “Tuo fratello risorgerà”. Lei risponde come chi già sa di cosa si tratta: “So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”, perché per la tradizione giudaica crede nella risurrezione affinché la Legge sancisca il premio o il castigo a tutte le persone anche dopo la morte, in modo che nessuno si illuda di sfuggire alle esigenze e al compimento della stessa.

Gesù va oltre e offre una comprensione totalmente nuova: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”. Parla al presente, e con “Io sono” si riferisce alla condizione divina. In Lui si fa presente la vita eterna – la risurrezione – la dedicazione nell’amore per la causa del Regno. Tale condizione si rivelerà pienamente, agli occhi dei discepoli, con la risurrezione, per l’azione dello Spirito, in compimento della promessa del Padre.

Durante la lettura del testo, tra l'altro molto lungo per cui alcuni particolari importanti sfuggono, l’attenzione si è fermata sull’affermazione di Gesù: "Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate".Viene da pensare che Gesù voglia far comprendere ai discepoli che il suo dono di vita eterna non è, necessariamente, legato alla sua presenza fisica o ancora al miracolo, ma all'accettazione dell’efficacia della Promessa, in virtù della fedeltà alla causa del Regno. In ogni caso, come al solito, i discepoli dimostrano di non aver capito quanto stava per accadere e Gesù, pur in tali condizioni, li esorta: "andiamo da lui!".

Trovandosi alle porte di Gerusalemme, sa bene cosa lo attende e conferma la propria fiducia nel Padre e nello Spirito che, con la sua morte, porteranno a compimento la promessa. Nella lotta contro il peccato, diremmo oggi con tolleranza zero, in Gesù emergere la comunione con Dio, la verità e il bene, la pienezza di vita; la risurrezione è già presente nella sua persona umana per “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16).

Essa (la risurrezione) non proviene dall’esterno, dopo la morte, ma dall’intrinseca e profonda verità dell’amore dello Spirito e della sintonia con la volontà del Padre riguardo al Regno in questa vita. La morte per questa causa emerge come pienezza di vita che coinvolge, riscatta e trasforma tutta la persona.

La risurrezione è l'effetto dell’Amore che, vissuto pienamente, sconfigge il male, il peccato e la morte stessa. È l’amore del Padre che consegna il Figlio; è l’amore del Figlio che si dona alla volontà del Padre; è la realtà stessa dell’amore – lo Spirito Santo – che risuscita Gesù dalla morte e rende il Padre sempre più Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sempre più se stessi. La risurrezione è il trionfo della Trinità nella persona, nell’umanità e nella creazione tutta.

Gesù, quale rappresentante dell’umanità in Dio, dona alla stessa l’opera della sua fede, del suo amore e della sua speranza. La sua risurrezione è quella di ogni persona che crede in Lui, imitandolo nell’amore. È l’irrompere della vita nuova sulla morte.

Credere in lui – “chi crede in me” – è la pratica di quello che già ha guadagnato per noi, che sostiene e motiva nel credente la stessa lotta, missione e destino. La sintesi di tutto ciò è nelle parole di Paolo: "Se siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione” (Rm 6,5).

È anche il compimento delle parole della prima lettura: “Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete in pienezzavi farò riposare nella vostra terra”: questa stessa terra, trasformata in cielo.

 

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