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"A volte s’incontrano persone che hanno gettato la spugna, dicendo: ho pregato, non è successo nulla per cui non ne vale la pena. Altri s’impegnano in un cammino di ascesi, impiegando tutti gli sforzi della loro volontà e alla fine si ritrovano frustrati con la sensazione di un intimo fallimento. Ma allora la preghiera è roba da vecchiette d’altri tempi o espediente per addormentare i bambini?"

Bellisima riflessione di Don Paolo Farinella.

 

LA PREGHIERA


Dal Vangelo secondo Luca (18,1-8)
In quel tempo, 1 Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi
mai: 2 «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: 3 “Fammi giustizia contro il mio avversario”. 4 Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, 5 le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». 6 E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. 7 E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che   gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a  lungo?  8 Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma   il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

N.B. – Per comprendere appieno la riflessione proposta, prima del brano evangelico riportato, si raccomanda di leggere anche Esodo (17,8-13) e 2° lettera a Timoteo (14-4,2).

Commento a cura di Don Paolo Farinella

La preghiera, anzi la necessità della costanza e dell’insistenza della preghiera è un tema prettamente paolino, di cui Luca, discepolo e compagno dell’apostolo, si fa portatore. A volte s’incontrano persone che hanno gettato la spugna, dicendo: ho pregato, non è successo nulla per cui non ne vale la pena. Altri s’impegnano in un cammino di ascesi, impiegando tutti gli sforzi della loro volontà e alla fine si ritrovano frustrati con la sensazione di un intimo fallimento. In una società basata sull’immagine vacua, sul profitto senza fatica e sulla furbizia, accennare alla necessità di pregare sempre diventa motivo di commiserazione se non di emarginazione. La preghiera è affare che non riguarda gli intelligenti e le persone razionali: è roba da vecchiette d’altri tempi o espediente per addormentare i bambini.


Non è facile parlare della preghiera, dei metodi di pregare e dei contenuti perché proveniamo da una formazione religiosa, alquanto superficiale che vede il rapporto con Dio come una contrattazione mercantile. Noi conosciamo molto bene, infatti, la preghiera di domanda perché crediamo di pregare quando abbiamo bisogno di qualcosa o quando non siamo in grado di trovare soluzioni con i nostri mezzi. Non si nega il valore della preghiera di domanda, ma si dice che è una fase primordiale di essa che quando matura diventa confidenza, abbandono, riposo, desiderio, silenzio adorante. Impotenti di fronte ad eventi e fatti più grandi delle forze umane, cristiani e anche molti preti, dicono: «non ci resta che pregare», dando così alla preghiera la dimensione della disperazione e dell’impotenza, rifugio di consolazione. Dopo avere provato tutto invano: «non ci resta che pregare». Così non è.

La 1a lettura ci descrive la forma magica di preghiera legata alla gestualità: quando Mosè tiene le mani alzate e Israele vince, quando le abbassa e Israele perde. Il testo non dice nulla sul contenuto della intercessione di Mosè che anzi pare sia assente: è sufficiente la presenza fisica, là «ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio» (Es 17,9). Tutti riti di tutte le religioni hanno necessariamente una dimensione di «teatralità» perché esigono vesti proprie, gesti, danze, canti: una rappresentazione mimica che coinvolge sia lo spirito che il corpo.
 
Così avveniva prima della riforma liturgica del concilio ecumenico Vaticano II, quando valeva su tutto la «forma rituale»: non si parlava di «liturgia», ma di «sacre cerimonie» e una delle materie studiate in seminario erano «le Rubriche» per compiere esattamente (teatralmente) gesti, movimenti e tempi del rito. Si giunse persino all’assurdo di considerare la validità della Messa a partire «dall’offertorio» in poi. Si poteva andare comodi «tanto la Messa è valida dall’offertorio», dispensandosi quindi completamente dalla già poca liturgia della Parola, dall’atto penitenziale e dal salmo introitale. La Parola di Dio era pleonastica, ciò che importava era la misteriosità della formula magica, specialmente quella consacrazione, diventata l’atto magico di un rito anonimo a cui era sufficiente «assistere» come ad un teatro per altro incomprensibile. Durante la grande «preghiera» della Chiesa, ognuno poteva fare quello che voleva: pregare per conto suo, sgranare il rosario, dormire e annoiarsi. La Messa era valida lo stesso perché era importante «soddisfare il precetto», cioè essere fisicamente presente. In questo contesto pregare non era rapporto di vita, ma una sudditanza di paura: si offriva a Dio una serie di gesti rituali «ben fatti» in cambio della sua benevolenza. Il campanello suonato due volte dal chierichetto aveva la funzione pedagogica di ricordare alla massa presente che il prete era giunto a metà Messa (1° campanello) o alla comunione, cioè quasi alla fine (2° campanello). Era del tutto assente la preghiera corale della Chiesa.

Spesso nella concezione della preghiera, ridotta esclusivamente a richiesta, riduciamo Dio a «tappabuchi» per usare una magistrale definizione del grande teologo luterano Dietrich Bonhöffer. In altre parole ci attendiamo da Dio che compia quanto noi non siamo in grado di realizzare per cui chiediamo tutto: dalla pace alla salute, dalla riuscita di un esame o di un concorso ai numeri del lotto. Il Dio che preghiamo è un idolo-giocattolo nelle nostre mani, un distributore automatico che risponde a gettone, secondo le necessità e le urgenze, ogni qualvolta lo vogliamo noi. Proviamo a superare il livello della polvere che appanna il nostro sguardo e cerchiamo di riflettere serenamente e col cuore dell’intelligenza.

Cominciamo con il dire che noi non sappiamo pregare come afferma San Paolo: «Noi non sappiamo nemmeno che cosa sia conveniente domandare» (cf Rm 8,26). Pensiamo che la preghiera sia una recita vocale di formule, spesso meccaniche: le parole fluiscono per conto loro e il cuore naviga per conto suo. Spesso confondiamo la preghiera con un bisogno psicologico di protezione o forse di alienazione: la vita è tanto dura e cattiva che ogni tanto fa bene ritirarsi in disparte e non pensare a niente. E’ la preghiera come estraniazione, ma spesso non sappiamo nemmeno che mentre crediamo di pregare, invece stiamo parlando solo con noi stessi.

La preghiera prima di essere un momento o un atteggiamento è uno stato dell’essere, esattamente come l’amore che non è una caratteristica di qualcuno, ma la dimensione intima e unica della vita. Visse intimamente questa dimensione San Francesco d’Assisi di cui si diceva che «non era tanto uno che pregava, quanto piuttosto uno che era diventato preghiera lui stesso. Accanto a lui una donna, anzi una ragazza è stata capace di capire l’equazione della vita: pregare è amare. Alla sorella che le chiedeva cosa dicesse quando pregava, santa Teresina rispondeva: «Io non gli dico niente, io lo amo». In altre parole solo gli innamorati sanno pregare perché conoscono la dimensione della parola che diventa silenzio e conoscono il silenzio come pienezza della parola. Pregare è una relazione d’amore e come tale esige un linguaggio d’amore con tempi e spazi d’amore.

Se amare è «perdere» tempo per la persona amata, pregare è, allo stesso modo, perdere tempo per sé e Dio perché la preghiera diventa così uno spazio e un tempo riservati per una intimità d’amore. Un tempo e uno spazio che non si esauriscono nello svuotamento di sé, ma nella pienezza che l’altro porta con sé. La pienezza di Dio è la Parola, il Lògos come progetto/proposta d’amore di Dio. La Parola di Dio diventa così il fondamento della preghiera, ma anche la dimensione e il nutrimento dell’orante. Come gli innamorati si educano a vedere il mondo e la vita con gli occhi dell’amato o dell’amata, arrivando addirittura a prevenire i desideri, così l’orante è colui che sta «sulla Parola» (Gv 8,31) per imparare a vedere la vita, la storia e le proprie scelte con gli occhi di Dio. La preghiera è «il collirio per ungerti gli occhi e vedere» di cui parla l’Apocalisse (3,18): illimpidirsi lo sguardo da ogni strato di sovrapposizione per essere in grado di vedere lo sguardo dello Spirito. In questo senso la preghiera è alimento costante del dubbio perché toglie ogni sicurezza esteriore ed effimera: non è la garanzia della certezza, ma l’alimento della ricerca che esige l’umiltà come condizione. Purificarsi lo sguardo significa liberarsi dalle  idee che si hanno  di Dio e domandarsi sempre se quella che abbiamo conseguito è quella vera e definitiva. Finché vi sarà storia la preghiera cristiana amerà il dubbio non come sistema, ma come condizione di purificazione e di fedeltà.

Nel nostro modo di pregare siamo talmente presi dalle «cose da dire» che non ci rendiamo conto di non lasciare alcuno spazio all’eco della Parola di Dio: siamo talmente occupati ad ascoltare quello che diciamo che non lasciamo spazio all’ascolto di Dio, il quale tace, rintanato in un cantuccio perché il nostro pregare è solo un occupare un tempo vuoto di cui forse abbiamo paura. Quando abbiamo la sensazione che Dio tace, è segno che noi parliamo troppo. Nella celebrazione dell’Eucaristia sono molto importanti i momenti di silenzio perché costituiscono la cassa di risonanza della Parola. Se le parole si accavallano, si inseguono con la fretta di giungere alla fine, abbiamo compiuto un rito, ma non abbiamo celebrato. La Parola senza il silenzio è un suono senza senso perché il silenzio è la mèta della parola.

La preghiera è comunicazione d’amore con una Persona che è il perno della vita: per questo deve essere centrata sulla stessa persona di Dio, come suggerisce l’inno trinitario all’inizio dell’Eucaristia, il Gloria a Dio. L’inno, che probabilmente è databile sec. IV d.C., ha un andamento tripartito (per cui è bene mettere in evidenza anche le dovute pause, mentre di solito lo si massacra con una velocità micidiale), perché si rivolge a Dio Padre, a Gesù Cristo, allo Spirito Santo: tutto in questa preghiera, una delle più belle della liturgia, è centrato sulla Persona di Dio e costituisce così la preghiera «teo-logica» per eccellenza. «Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie» sono cinque azioni centrate in Dio e con uno scopo: «per la tua gloria immensa». La ragione di vivere è «dare gloria» a Dio che non significa cantare un canto, ma riconoscere la sua «gloria» nel senso ebraico del termine. In altre parole «per la tua gloria immensa» significa prendere coscienza che Dio è il «valore/il peso» della vita del credente. Pregare significa accettare di fare della propria esistenza la Gloria di Dio.

Pregare è riconoscere la signoria di Dio sulla propria vita e quindi affermare la propria dignità di liberi figli del Creatore e riconoscere a tutti gli altri la stessa dignità. La preghiera è un processo di crescita, un percorso di armonia che conduce alla maturità e quindi ad una relazione affettiva con Dio, dove non conta più la modalità, ma unicamente la qualità del rapporto che si esprime in tutta la lunghezza della gamma di una relazione d’amore perché coinvolge i sensi, l’immaginazione, i sentimenti, la paura, i dubbi, la fatica, la tensione, la stanchezza, il bisogno di solitudine, la parola, il silenzio, il grido, l’angoscia, la gioia, l’abbandono, l’evasione e tutti gli sbalzi umorali a cui può essere assoggettato l’animo di una persona normale.

Se prendiamo il libro dei Salmi che racchiude la preghiera secolare d’Israele e della Chiesa, vi scorgiamo tutta la gamma della dimensione psicologica della persona umana: dolore e gioia, angoscia e speranza, terrore e lode, richiesta di aiuto e ringraziamento, malattia e gioia di vivere. Nulla di ciò che forma la vita umana vi è estraneo perché pregare è vivere con Dio. La stessa Eucaristia che è la preghiera per eccellenza della Chiesa, contiene gli stessi elementi: la richiesta di perdono, l’ascolto, l’anelito, la lode, la richiesta di aiuto, la professione di fede, la memoria storica, l’abbraccio, il silenzio, la parola, i sentimenti di fraternità e di gratuità, il dono e la pace.

Purtroppo spesso nella nostra formazione la preghiera si è identificata soltanto con la preghiera di domanda, facendone così non uno «stato di vita», ma una necessità nelle situazioni di bisogno. E’importante anche chiedere, ma sapendo che «il Padre vostro sa [ciò di cui] avete bisogno» (Lc 12,30). Anche su questo aspetto però bisogna fare qualche appunto di riflessione. Per la maggior parte dei credenti, la preghiera di domanda consiste nella richiesta a Dio di fare un certo intervento e nell’aspettare che egli lo compia come noi glielo abbiamo chiesto. Gli chiediamo di impedire una morte, di deviare il corso di una malattia, di fare arrivare in orario il treno e più seriamente di darci il pane che manca, invochiamo la pioggia, la pace che non siamo capaci di fare vivere. In questo contesto pregare significa ricattare Dio a fare quello che vogliamo noi, riducendolo ad un meccanismo-giocattolo nelle mani di adulti-bambini.

Al contrario, la preghiera di domanda è legittima, se essa è, alla luce dello sguardo di Dio, un «urlo» di protesta e di contestazione con il quale c’impegniamo:

–    a non alimentare la guerra che impedisce alla pace di avere cittadinanza sulla terra;
–    a non tollerare la povertà ignobile che rende schiavi la maggioranza dell’umanità;
–    a condannare la ricchezza di pochi come atto fondamentale di ingiustizia;
–    a contestare la struttura di un mondo che affoga nell’idolatria del superfluo;
–    a non partecipare al gioco di una società che vive di parole morte;
–    a non essere mai complici di manipolazione di qualsiasi genere;
–    ad essere pazienti con chi sbaglia non una, ma anche mille volte;
–    ad esporre nella propria vita la misericordia che ciascuno di noi sperimenta per sé;
–    a creare ponti di congiunzione e non abissi di separazione;
–    ad usare sempre la parola per creare la comunicazione e non per la finzione esteriore;
–    a non inquinare il mondo, causa del sovvertimento dell’ecosistema (pioggia   e   clima), ecc. ecc.

La preghiera cristiana c’immerge nello sposalizio con mentalità di Dio perché più preghiamo più ci avviciniamo al modo di pensare di Dio e ne acquisiamo il metodo che è sempre un metodo di misericordia e di pazienza, di possibilità e di riserva d’amore. La perseveranza nella preghiera ha solo questo obiettivo primario: educarci attraverso gli esercizi oranti ad imparare a vivere e ad agire e a pensare come vive, pensa e agisce Dio.

Tutto quello che abbiamo detto fino a qui, anche se in modo appena abbozzato, riguarda la preghiera dal punto di vista nostro, cioè dal punto di vista umano. C’è nella preghiera anche una prospettiva di Dio? In altri termini pregare che cosa significa dal punto di vista di Dio? Noi siamo soliti dire che «noi preghiamo Dio», ma siamo sicuri che Dio non prega? E se prega in che cosa consiste la sua preghiera? Forse questo è un aspetto che non ci siamo mai posti. Intanto prendiamo atto che Gesù vive una vita all’insegna della preghiera, specialmente nel vangelo di Lc (3,21; 5,16; 6,12; 9,18.29; 11,1; cf Mt 26,26.36), dove le svolte significative della sua vita sono segnate da un atteggiamento profondo di preghiera (Lc 3,21; 9,29; 22,42) per comprendere che la direzione della sua esistenza era in sintonia con la volontà del Padre. Anche nell’AT troviamo un’attitudine di Dio alla preghiera. Ne sottolineiamo due esempi.

Il primo esempio lo rileviamo indirettamente dal Deuteronomio che riporta tre grandi discorsi di Mosè al popolo, prima dell’ingresso nella Terra Promessa. Mosè è in punto di morte e parla in nome di Dio (cc. 1-4; 5-26; 27-30). In questi discorsi formalmente è Mosè che parla, ma in realtà il grande profeta parla in nome di Dio, ripetendo ciò che è avvenuto al monte Sinai. Per ben sette volte ricorre l’espressione: «Shemà’ Israel – Ascolta, Israele (Dt 4,1; 5,1; 6,4; 9,1; 20,3; 27,9) e risuona come un’invocazione di Dio al popolo perché presti attenzione alle parole che egli pronuncia attraverso il suo profeta. Dio quasi s’inginocchia davanti a Israele e lo supplica di «ascoltare»: Dio prega il suo popolo.

Mosè è il punto di partenza per capire il senso della preghiera come visione e non come contrattazione, come esperienza di vita e non come soluzione di bisogni. Mosè sa che il Dio dell’Esodo non può essere imprigionato nelle categorie della religione, di lui non si può possedere nemmeno il «Nome» (Es 1,14). Può essere desiderato, ma non visto, gli si può parlare, ma senza contemplarlo in volto. E’ un «Dio vicino» (Dt 4,7), ma anche un «Dio terribile» (Dt 10,17; Sal 68/67,36). Nessun Ebreo può aspirare a «vedere» Yhwh senza sperimentare immediatamente la morte: chiunque vede Dio muore. Questa ambivalenza di «vicinanza/lontananza» permane nella preghiera in sinagoga dei tempi di Gesù. Nella Ghenizàh (= Ripostiglio) del Cairo sono state trovate preghiere costruite nella doppia valenza: Israele quando prega inizia sempre rivolgendosi a Dio con il vocativo «tu» della 2a persona singolare e la conclude usando la 3a persona singolare «egli». Questo gioco  di  onda  tra  la  2a  e  la  3a   persona   singolare è una costante della preghiera ebraica che sperimenta Dio allo stesso tempo, vicino e lontano, Padre e Creatore: Dio è Padre, ma non è un amicone da pacca sulla spalla.

Il desiderio di Dio è più forte della paura della morte perché Mosè, a cui «il Signore parlava … faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico» (Es 33,11) senza però poterlo vedere, esprime l’anelito del profeta che porta in sé il bisogno dell’umanità intera:

Ora, se davvero ho trovato grazia ai tuoi occhi, indicami la tua via, così che io ti conosca e trovi grazia ai tuoi occhi; considera che questa nazione è il tuo popolo”. 14Rispose: “Il mio volto camminerà con voi e ti darò riposo”. 15 Riprese: “Se il tuo volto non camminerà con noi, non farci salire di qui. 16 Come si saprà dunque che ho trovato grazia ai tuoi occhi, io e il tuo popolo, se non nel fatto che tu cammini con noi? Così saremo distinti, io e il tuo popolo, da tutti i popoli che sono sulla faccia della terra”. 17 Disse il Signore a Mosè: “Anche quanto hai detto io farò, perché hai trovato grazia ai miei occhi e ti ho conosciuto per nome”. 18 Gli disse: “Mostrami la tua gloria!”. 19 Rispose: “Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia”. 20 Soggiunse: “Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”. 21Aggiunse il Signore: “Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: 22 quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. 23 Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere” (Es 33,13-23).

Al v. 22 Mosè è nascosto da Dio nella «cavità della rupe» coperta dalla mano di Dio. Il richiamo immediato è al Cantico dei Cantici, quando il giovane amante cerca di vedere il volto della innamorata: «Colomba mia! Nelle spaccature delle roccia, nel nascondiglio del dirupo, fammi vedere il tuo volto, fammi udire la tua voce! Perché la tua voce è soave, e bello il tuo volto» (Ct 2,14).

C’è un testo illuminante ebraico, il Targum, che commenta un passo del Cantico dei Cantici: «O mia colomba, che stai nelle spaccature delle roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è incantevole» (Ct 2,14). Nel testo biblico è l’innamorato che sospira l’amata, mentre nel Targum, l’innamorato diventa Dio-sposo che arde di passione per il suo popolo, la sposa-Israele. Il testo era già letto al tempo di Gesù in sinagoga:


[corsivo nostro]
E quando l’empio Faraone inseguiva il popolo d’Israele (Es 14,8ss), l’Assemblea d’Israele fu come una colomba chiusa nelle spaccature di una roccia: e il serpente cerca di colpirla dal di dentro, e l’avvoltoio di colpirla dal di fuori. Così l’Assemblea d’Israele: essa era chiusa dai quattro lati del mondo: davanti a loro il mare, dietro a loro inseguiva il nemico, e ai lati, deserti pieni di serpenti infuocati, che colpiscono e uccidono con il loro veleno i figli dell’uomo. Subito, allora, essa aprì la sua bocca in preghiera davanti al Signore (Es 14,10); e uscì una voce dai cieli dell’alto, che disse così: Tu, Assemblea d’Israele, che sei come colomba pura, nascosta nella chiusura di una spaccatura di roccia e nei nascondigli dei dirupi, fammi udire la tua voce (cf Esodo Rabba XXI, 5 e Cantico Rabba II, 30). Perché la tua voce è soave quando preghi nel santuario, e bello è il tuo volto nelle opere buone (cf Mekilta Es 14,13).

La tradizione giudaica ci suggerisce una prospettiva molto importante: al desiderio del profeta Mosè di vedere Dio, il Signore risponde insegnando le regole della preghiera e al desiderio dell’innamorato di vedere il volto della sposa, Dio risponde che è lui stesso, Dio, che vuole contemplare il volto di Israele quando prega. Si ribaltano completamente i ruoli: non è più l’uomo che desidera vedere Dio, ora è Dio che vuole contemplare il volto dell’assemblea/sposa quando prega, perché nella preghiera si consuma la sola conoscenza sperimentale possibile che diventa estasi e contemplazione: l’amore perché quando noi preghiamo è Dio che contempla noi e arde del desiderio di vedere il nostro volto. Pregare non è presentarsi davanti a Dio, non significa nemmeno compiere uffici o proclamare lodi e nemmeno ringraziare Dio: tutto ciò è parte ancora di un rapporto esteriore.

Per il Targum pregare è rispondere all’anelito di Dio di vedere il volto del suo figlio/figlia. Pregare è regalare il proprio tempo a Dio per permettergli di contemplare l’assemblea orante. Per vedere Dio, ora è sufficiente lasciarsi contemplare dall’Invisibile mentre si prega. Questo anelito si prolunga anche nel NT, quando i Greci giunti a Gerusalemme si rivolgono a Filippo e ad Andrea esprimendo il loro anelito: «Vogliamo vedere il Gesù» (Gv 12,21), anelito a cui il Signore risponde con il rinvio alla morte in Croce: per vedere Dio bisogna salire il Calvario e sostare ai piedi della Croce per contemplare l’uomo crocifisso che incarna il volto dell’Invisibile: «E’ venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore…» (Gv 12,23-24). Anche la Croce esprime una doppia prospettiva: dal basso c’è l’apostolo e Maria che guardano il volto di Dio crocifisso e dall’altro c’è il Dio   morente   che   guarda   l’uomo   e   la   donna,   novelli   Adam   ed   Eva   (Gv   19,25-27),   segno   sacramentale dell’intera umanità immersa nella visione del Dio invisibile che i cieli dei cieli non possono contenere (2Cr 2,5).

Pregare, in conclusione, è solo perdersi in un afflato d’amore in cui si confondono e si fondono insieme due desideri fino a diventare uno solo, fino a sperimentare una sola vita. L’Eucaristia è tutta qui: lo spazio della visione sperimentata. L’Assemblea si raduna per permettere a Dio di contemplarla nello stesso momento in cui si pone davanti a Dio per vedere, toccare e mangiare il «Lògos della vita» (1Gv 1,1).

 

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2 Commenti a “La preghiera”

  • Domenica Cataldo:

    Leggila solo se hai tempo x DIO

    Leggi, solo se hai tempo da dedicare a Dio. Lascia che ti dica una cosa, devi leggerla fino in fondo.
    Io ho quasi cancellato questa mail ma quando sono arrivata alla fine sono stata benedetta
    
Signore, quando ho ricevuto questa e-mail, ho pensato…Non ho tempo per queste cose…
    E, non è opportuno durante il lavoro. Poi mi sono reso conto che questo modo di pensare è Esattamente ciò che ha causato molti problemi nel nostro mondo, oggi.
    Cerchiamo di confinare il Signore per la Domenica , nella nostra Chiesa…Forse, la Domenica sera…E, nell’eventualità molto improbabile, di una funzione intersettimanale. 
Però ci piace averLo intorno quando ci sono malattie…E naturalmente durante i funerali. Comunque, non abbiamo tempo, o spazio per Lui durante il tempo del lavoro o di svago… Perchè Quelle cose fanno parte della nostra vita, dove noi pensiamo che possiamo, e dobbiamo farcela da soli. Possa, il Signore, perdonarmi per aver potuto pensare… Che…c’è un tempo o luogo dove… LUI non deve essere al PRIMO posto nella mia vita. Dobbiamo avere il tempo di ricordare tutti ciò che LUI ha fatto per noi.
    Se non ti vergogni di fare questo… Prego, Segui le istruzioni.
    Gesù:disse: ‘Se ti vergogni di me, Io mi vergognerò di te davanti al Padre mio.’
Non ti vergogni? Fai girare questa mail solo se LO PENSI VERAMENTE!! Si, io amo il Signore. LUI è la sorgente della mia esistenza e mio Salvatore. Posso far fronte a tutte le difficoltà perchè Cristo me ne da la forza.(Filippesi 4,13)
    
Questo è il test più semplice. Se tu ami il Signore e…non ti vergogni di tutte le meraviglie che Lui ha fatto per te…Manda questa e-mail a dieci persone ed anche alla persona dalla quale l’hai ricevuta! Non credi di conoscere 10 persone che ammetterebbero di amare Gesù? Lo ami tu?
    IL POEMA
Mi inginocchiai ma non a lungo, avevo troppo da fare. Dovevo fare in fretta, il lavoro, le bollette da pagare. Cosi mi inginocchiai e dissi una preghiera veloce, e velocemente mi rialzai. Avevo adempito al mio dovere di Cristiano. La mia anima poteva riposare in pace. Durante tutta la giornata non avevo tempo per dire una parola gioiosa. Non avevo tempo per parlare di Cristo agli amici, Mi avrebbero deriso, temevo. Non avevo tempo, non avevo tempo, avevo troppo da fare. Questo era il mio grido costante, non avevo tempo da dare a persone bisognos e. Ma alla fine venne il tempo, il tempo di morire. Andai davanti a Dio che restò con gli occhi bassi. Nelle mani di Dio un libro; era il libro della vita. Dio guardò il suo libro e disse:’Non trovo il tuo nome. Una volta fui tentato di scriverlo… Ma mai trovai il tempo per farlo’
    Ora hai tempo di far girare questa e-mail? Bada bene di arrivare in fondo alla mail.
    Facile contro Difficile:
Perchè è così difficile dire la verità mentre mentire è così facile? Perchè ci sentiamo assonnati mentre stiamo in chiesa e appena usciti siamo così desti? Perchè è così difficile parlare di Dio mentre è così facile parlare di cose scabrose? Perchè è così noioso leggere una rivista Cristiana mentre è così facile leggere robaccia? Perchè è così facile cancellare una e-mail che parla di Dio, mentre inoltriamo quelle cattive? Perchè le chiese diventano sempre meno mentre i pub e ritrovi notturni diventano sempre più numerosi? 
Ti arrendi? Pensaci prima. Questa e-mail la manderai o la cancelli?
    La RUOTA DELLA PREGHIERA
Vediamo se satana riesce a fermare questa! La ruota consiste nell’inoltrare questa mail, dire una preghiera per la persona che ti ha scritto…Tutto qui…..Niente altro…..Ed è cosi potente…….Ti prego, non fermare la ruota…Fra tutti i doni che possiamo ricevere, la Preghiera è il migliore…Non ci sono costi ma splendide ricompense… . DIO TI BENEDICA! Che il Signore ti protegga e ti benedica. 

Se questa non ti scuote un pò non so cosa potrebbe toccarti…Questo messaggio è vero. Spero che sarete benedetti come sono stato io da questa storia. Mi chiedo,chissà quante persone cancelleranno questo messaggio senza averlo letto, a causa dell’intestazione?
    
C’era una volta un uomo di nome George Thomas, era pastore protestante e viveva in un piccolo paese. Una mattina della Domenica di Pasqua stava recandosi in Chiesa, portando con se una gabbia arrugginita. La sistemò vicino al pulpito. La gente era alquanto scioccata. Come risposta alla motivazione, il pastore cominciò a parlare: ‘Ieri stavo passeggiando quando vidi un ragazzo con questa gabbia. Nella gabbia c’erano tre uccellini, tremavano dal freddo e per lo spavento. Fermai il ragazzo e gli chiesi: ‘Cos’hai lì figliolo?’ ‘Tre vecchi uccelli’ fu la risposta. ‘Cosa farai di loro?’ chiesi, ‘Li porto a casa e mi divertirò con loro’, ripose il ragazzo.’Li stuzzicherò gli strapperò le piume cosi litigheranno. Mi divertirò tantissimo’. ‘Ma presto o tardi ti stancherai di loro. Allora cosa farai?’ ‘Oh, ho dei gatti’ disse il ragazzo. ‘A loro piacciono gli uccelli, li darò a loro’. Il pastore rimase in silenzio per un momento.’Quanto vuoi per questi uccelli, figliolo?’ ‘Cosa??!!! Perchè? mica li vuoi, Signore, sono uccelli di campo, niente di speciale.. Non cantano. Non sono nemmeno belli!’ ‘Quanto?”chiese di nuovo il pastore. Pensando fosse pazzo il ragazzo disse, ’10 dollari!’ Il pastore prese 10 dollari dalla sua tasca e li mise in mano al ragazzo. Come un fulmine il ragazzo sparì. Il pastore prese la gabbia e con delicatezza andò in un campo dove c’erano alberi ed erba. Aprì la gabbia e con gentilezza lasciò liberi gli uccellini. Cosi si spiega il motivo per la gabbia vuota accanto al pulpito.
    Poi iniziò a raccontare questa storia: 
Un giorno Satana e Gesù stavano conversando. Satana era appena ritornato dal Giardino di Eden, era borioso e si gonfiava di superbia. ‘Si, Signore, ho appena catturato l’intera umanità. Ho usato una trappola che sapevo non avrebbe trovato resistenza, ho usato un’esca che sapevo ottima. Li ho presi tutti!’ ‘Cosa farai con loro?’ chiese Gesù, Satana rispose, ‘Oh, mi divertirò con loro!. Gli insegnerò come sposarsi e divorziare, come odiare e farsi male a vicenda, come bere e fumare e bestemmiare. Gli insegnerò a fabbricare armi da guerra, fucili e bombe e ad ammazzarsi fra di loro. Mi divertirò un mondo!’ ‘E poi, quando avrai finito di giocare con loro, cosa ne farai?’, chiese Gesù.’O, li ucciderò, esclamò Satana con superbia.’Quanto vuoi per loro?’ chiese Gesù’ Ma va, non la vuoi questa gente. Non sono per niente buoni, sono cattivi. Li prenderai e ti odieranno.. Ti sputeranno addosso, ti bestemmieranno e ti uccideranno. No, non puoi volerli!!’ ‘Quanto?’ chiese di nuovo Gesù. Satana sogghignando disse: ‘Tutto il tuo sangue, tutte le tue lacrime e la tua vita. ‘Gesù disse: ‘AFFARE FATTO’! E poi pagò il prezzo.
Il pastore prese la gabbia e lasciò il pulpito.
    N.B. Non è strano come la gente possa scartare Dio e poi chiedersi come mai il mondo sta andando a rotoli? Non è strano che alcune persone possono dire ‘Io credo in Dio’ ma ciò nonostante seguire Satana (che, guarda caso, anche lui ‘crede’ in Dio)? Non è strano come noi possiamo inoltrare migliaia di barzellette per e-mail che a loro volta si moltiplicano, ma quando inizi a mandare una e-mail che riguarda il Signore, la gente ci pensa due volte prima di condividerla? Non è strano che quando pensi di mandare questa e-mail a qualcuno, ci penserai due volte prima di spedirla agli indirizzi nella tua rubrica perchè hai paura di ciò che possono pensare di te? Non è strano che io posso avere più paura dell’opinione che hanno gli altri su di me di quella che ha il Signore?
    
Io dico una preghiera per ogni persona che manderà questa e-mail a tutti gli indirizzi nella propria rubrica. Avranno dal Signore una benedizione speciale…

  • Condivido questa meditazione perchè la  preghiera per me è come respirare a pieni polmoni l'Amore di Dio,e più lo cerchiamo e più Lui si fa trovare.Contemplando il suo Volto diventiamo creature nuove ,capaci di dare ai nostri fratelli il Suo Amore gratuito.La preghiera non può che alimentare serenità nella nostra vita….non ci stanchiamo quindi di pregare soprattutto quando ci sentiamo stanchi e scoraggiati…

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