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a cura di Franco Chinnici

L'Emmanuele speranza e attesa dell'umanità

Is (7,10-14)
“Chiedi un segno dal Signore tuo Dio"

Sal 23
“Chi salirà il nome del Signore?”

Rm (1,1-7)
“Per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato”

Mt (1,18-24)
“Giuseppe, figlio di Davide, non temere”

In questa quarta domenica di Avvento il profeta Isaia esprime l’urgenza di cercare una relazione con il Dio della storia soprattutto quando ci si trova in situazioni di grandi difficoltà, quando sembra che l’unico modo per uscirne fuori sia far affidamento alle proprie risorse. Siamo nel periodo in cui in Israele nel regno del Sud le cose si mettono male per le minacce che provengono dal regno del Nord, per cui il re Acaz, impaurito, cerca sicurezze nella potenza dell’esercito e delle armi. Il profeta che gli sta accanto cerca di indurlo a chiedere una benedizione e un aiuto al Signore perché la paura e l’angoscia non prendano il sopravvento sul pericolo imminente che potrebbe abbattersi sul suo regno. Acaz, però, cerca delle vie più sicure e si affida ad una logica che umanamente gli sembra vincente, infatti pensa che l’unica via d’uscita sia quella di allearsi con la potenza assira. Ecco che a questo punto l’uomo di Dio gli fa la sua proposta di fede: «Chiedi un segno al Signore tuo Dio», ma Acaz, in maniera quasi infantile, ignora questo invito: «…non voglio tentare il Signore» dice, e rifiuta ciò che gli sembra una soluzione debole perché in un momento così grave e drammatico, quale quello che sta vivendo il regno, è meglio avere qualche sicurezza in più di ordine pratico e immediato. Opta, quindi, per l’alleanza con l’Assiria più che per l’alleanza con il Signore suo Dio, come soluzione ai problemi che lo attanagliano. Qui viene fuori l’uomo in tutta la sua pochezza perchè si vanta di una fede forte e solida nel momento in cui tutto volge per il meglio, e invece scompare nelle situazioni più disperate, quando invece bisognerebbe dar senso e pienezza a ciò in cui si crede, e così Acaz si aggrappa a ciò che umanamente reputa più forte, in opposizione alla debolezza della fede proposta dal profeta. Il Signore stesso, però, prende l’iniziativa perché non può sopportare il modo con cui l’uomo sceglie logiche di morte, e così decide di farsi segno di presenza viva e di consolazione tanto da mandare l’Emmanuele, un bambino, un piccolo che verrà a stabilire questa presenza di Dio-con-loro.

Nonostante il rifiuto di Acaz, il Signore della storia non abbandonerà il suo popolo e sceglierà, infatti, di essere la loro sorte e il loro felice destino e di proporsi come loro meta.

Ecco allora intrecciarsi perfettamente questo momento storico di Israele che attende l’Emmanuele, quel bambino che sarà Ezechia, il re giusto, con colui che nella profezia di Isaia è la prefigurazione del Messia-salvatore, il bambino la cui nascita, nel vangelo di Matteo, viene comunicata a Giuseppe.

L’Emmanuele verrà in un momento ben preciso della vita del popolo d’Israele, quello in cui l’attesa di un messia liberatore era la sua unica speranza. Nel brano di Matteo c’è un protagonista che viene messo in primo piano nella comunicazione della nascita di Gesù, e questo è proprio Giuseppe, ma, in questa narrazione, ce n’è un altro ancora più importante: il sogno di Giuseppe. Quel sogno che annuncia la nascita, la venuta del Dio-con-noi e per noi, che sarà il compimento di tutte le attese e le promesse del primo testamento. Un sogno tanto sperato dai saggi e che i profeti avevano tanto atteso perché l’umanità finalmente potesse riscattarsi da tutti i fallimenti ed essere liberata dalle angosce.

È il sogno in cui hanno sperato e sperano tutti i perdenti della storia, coloro che Gesù chiamerà beati perché hanno fame e sete di giustizia e coloro che sono afflitti perché troveranno consolazione nel loro Signore.

Ho sempre in mente la situazione di due persone straniere che in periodi diversi, come tanti altri disperati sbarcati a Lampedusa e provenienti dalla Libia, hanno vissuto un’esperienza unica di Dio.

Il primo episodio è accaduto esattamente quattro anni fa quando, durante lo sbarco, un ragazzo marocchino, di nome Abdallah, perse il braccio destro.

Noi, come comunità di laici comboniani, lo accogliemmo e cercammo di sostenerlo nel tentativo di inserirlo nella nuova realtà e nel nuovo mondo in cui si veniva a trovare. Abdallah ci ha raccontato che quando la barca si capovolse e lui restò incastrato sott’acqua per alcuni minuti, e ormai pensava che per lui non c’era più niente da fare, pregò intensamente Dio perché lo accogliesse così com’era, anche senza il braccio che, ormai, non sentiva più. A distanza di anni Abdallah dice di essere un fortunato, perché Dio si è preso cura di lui, lo ha tirato fuori dalla morte e lo ha messo nelle mani di chi poteva sostenerlo. Il Signore a cui si è rivolto è stato il suo scudo e il suo aiuto e ora anche senza un braccio, sente di essere un uomo che ha riguadagnato la sua dignità. L’altro episodio riguarda una ragazza eritrea che ha visto morire, uno dopo l’altro, settantacinque compagni di viaggio nel gommone dove si trovava, fra cui delle ragazze incinte, mentre lei si è salvata con altri quattro compagni. Dopo aver vagato per ben ventuno giorni in mare, senza viveri e acqua, ci ha raccontato che ogni notte tutti pregavano alzando canti di lode al Signore ringraziandolo per la vita che aveva loro concesso fino a quel momento.

A togliere la vita a tutta quella gente non è stato Dio ma l’indifferenza umana e la crudeltà delle leggi che non hanno permesso loro di continuare a vivere in quanto poveri e bisognosi. Al contrario, il Dio della loro vita era lì tutte le notti e in tutti i momenti di angoscia e di sconforto, sostenendoli e accompagnandoli fino all’ultimo respiro e fino a quando i loro corpi scomparivano nelle acque profonde. L’unica loro consolazione era quel Dio che cantava insieme a loro sostenendoli con la sua presenza che loro sentivano fortemente. L’opinione pubblica non è stata sconvolta più di tanto per quelle morti, perché nessuno se n’è occupato, anche dopo che se ne diede ampia informazione per giorni interi. Tutta quelle povere persone morte in mare divennero pasto per i pesci e neanche i parenti seppero più nulla di loro, ma nessuna di queste persone andò perduta agli occhi di Dio perché furono accolte nel suo amore misericordioso come perle preziose.

L’annuncio fatto in sogno a Giuseppe, della nascita di Gesù, fu accolto da lui nella prospettiva di una fede piena, certo non senza dubbi e inquietudini, ma con la certezza di trovarsi di fronte ad un evento di una straordinaria portata, un sogno destinato a diventare il sogno di tutta l’umanità in attesa. Giuseppe, diversamente da Acaz, aprì il suo cuore allo Spirito Santo, tanto che “….destatosi dal sonno, fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa”. Egli si desta dal sonno perché intuisce che quel sogno diventerà la realtà più grande che l’uomo vivente possa sperare e immaginare, una realtà che trasformerà non solo la sua vita ma quella di tutti gli uomini di tutti i tempi e a lui che si è fidato ciecamente l’Emmanuele riserverà grandi cose perché è stato “obbediente nella fede”.

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