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1. ORIGINE E ASPETTATIVA DEL REGNO DI DIO


a) Il Regno e L'Antico Testamento

L'aspettativa del Regno di Dio si riassume nella figura di Dio come Re, la cui missione è salvare e proteggere i poveri e i marginalizzati, chiunque essi siano.

Il Signore regna!” (SI 99,1); “Voglio esaltarti, o Re mio Dio” (SI 145,1). E' proprio di Dio essere Re, offrendo agli uomini l'entrata nel Suo Regno. Mediatore della salvezza è il re-Messia (l'unto).

Il re terreno è mediatore della giustizia e della sapienza divina. E' responsabile per la realizzazione terrestre dell'ordine divino. Pertanto, il re si ritiene al di sopra della comunità nazionale, vicino a Dio, con il quale mantiene rapporti singolari. Si dice che lui è il “figlio” di Dio. Questi rapporti fanno di lui una persona speciale (SI 2; 89; 110). Il re Davide è ammirato per la sua giustizia (2 Sm 14,17.20), e il re Salomone per la sua sapienza (1 Rs 4,9-14). La missione del re si riassume in una parola: “SALVATORE”. Essa suggerisce, soprattutto, la relazione del re con Dio: il monarca è suo “figlio” (SI 2,7). L'essere “figlio” non fa di lui un essere divino o divinizzato. Egli è uomo e non lascia di essere tale. E' “Salvatore”, giacché è “figlio” di Dio, beneficiato della salvezza: “Egli m'invocherà: Mio padre sei tu, mio Dio, rupe della mia salvezza” (SI 89,27). Di fatto, i Profeti mai lasciarono di ricordargli i limiti dei suoi diritti.

Nella preghiera di Israele, i Salmi, l'affermazione “il Signore è Re” in vari di loro, li rende una categoria speciale; i Salmi del Regno.

La liturgia celebra il mistero nascosto (mistero non solo come realtà misteriosa, impossibile a essere compresa, ma come evento d'amore che avvolge e immerge nella comunione con Dio in modo misterioso, come il pesce è immerso nell'oceano, come noi nell'aria), ma destinato a rivelarsi un giorno, dal momento che la liturgia ha un orizzonte escatologico (ossia si rapporta con l'ultimo e definitivo della persona, dell'umanità, della creazione e della gloria di Dio. Faremo un corso specifico su questo tema).

Celebrando la venuta del Signore nel Santuario e nel culto, i salmi orientano il pensiero dei fedeli all'ultima e definitiva venuta di Dio. Gli effetti avranno, certamente, una ripercussione sul cosmo e sulla storia, pertanto sul destino d'Israele e delle nazioni. Essi pregano Dio “Vincitore delle Forze cosmiche”; “Re del suo popolo”; “Re, custode della morale”; “Il Signore è il re dei giusti, degli umili e dei poveri, degli oppressi e delle vedove, degli orfani”.

Queste caratteristiche della realtà divina annunciano il Regno di Dio, così come sarà predicato da Gesù e dopo di lui, dai suoi discepoli.

La parola Regno fa pensare a un territorio. Ma, con Dio è più la qualità e la specificità del rapporto. Quindi si tratta più di un vissuto che di una realtà geografica.

b) Il Regno e il Nuovo Testamento

Il tema deve essere compreso fra due poli: il presente e il futuro. Il Regno non si esaurisce nel presente, ma allo stesso tempo non è solo futuro.

La caratteristica generale è di una realtà in crescita. In effetti “crescere” significa un processo che unisce presente e futuro. La simultaneità dei due tempi esige sforzo di attenzione e di comprensione molto particolare rispetto al modo abituale di capire che separa ed esclude uno dall'altro: il presente non è futuro e il futuro non è presente. O è presente, o è futuro. Pensare in termini di presente e futuro suppone una conversione dell'intelligenza.

E' ciò che Giovanni Battista e Gesù predicavano: “Convertitevi, poiché vicino è il Regno dei Cieli” (Mt 3,2) (Regno di Dio e Regno dei Cieli sono la stessa cosa). Ma allo stesso tempo già è arrivato: “il tempo è compiuto e il Regno di Dio è giunto: convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). Allo stesso tempo ancora deve venire: “Venga il Tuo Regno” (Lc 11,2). In ultimo termine si tratta di una realtà misteriosa che solo Gesù potrà spiegare “A voi è stato dato il mistero del Regno di Dio” (Mc 4,11). In effetti il Regno di Dio è:

Una realtà escatologica (ultima e definitiva in senso temporale e qualitativo): è tesa e indica il punto finale della storia e va oltre la storia stessa. La sua realizzazione avverrà con la venuta del Risorto, la venuta gloriosa di Cristo. (Il termine tecnico della Bibbia è “Parusia” che significa “presenza, visita ufficiale e solenne di un principe”. Tener presente che il termine non è associato necessariamente all'ultima e definitiva venuta del Risorto. Può essere riferito, anche, alla manifestazione poderosa per la quale doveva venire, per stabilire il regno messianico – la Chiesa – sul regno del giudaismo. Matteo riunisce questi due aspetti).

Questo regno è eterno: “e regnerà sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà mai fine” (Lc 1,33).

Si entrerà in questo Regno dopo la morte: “Gesù, ricordati di me, quando andrai nel Tuo Regno” (Lc. 23,42)

Una realtà attuale “I farisei gli domandarono: 'Quando viene il Regno di Dio?'. Egli rispose: “Il Regno di Dio non viene in modo che si possa osservare. Nessuno può dire: 'Eccolo qui', o 'Eccolo là', perché il Regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,20-21). Quello che tutti speravano già era presente in mezzo al popolo, ed essi non lo sapevano, non lo percepivano. Ma Gesù lo percepì! E' esattamente questa presenza nascosta del regno in mezzo al popolo che egli vuole annunciare e rivelare ai poveri e agli esclusi là in Galilea: “Lo Spirito del Signore è su di me, per questo mi ha consacrato e mi ha inviato a portare ai poveri il lieto annunzio, ad annunziare ai prigionieri la liberazione e il dono della vita ai ciechi; per liberare coloro che sono oppressi, e inaugurare l'anno di grazia del Signore” (Lc 4,18-19). Quindi è doveroso “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte le altre cose vi saranno date in sovrappiù” (Mt 6,33). Il Regno di Dio è “simile a un tesoro nascosto nel campo (…) a un mercante che va in cerca di perle preziose” (Lc 13,44-45). Quando lo incontra, pieno di allegria, vende tutto e compra il campo.

 

2. IL FARSI DEL REGNO NELLA PERSONA DI GESU', PER LA DINAMICA DELLO SPIRITO SANTO E PER IL NUOVO ORDINE “COSTITUZIONALE” DA LUI PROPOSTO COME VOLONTA' DEL PADRE.

a) Il farsi del Regno di Gesù.

La regalità di Dio sul popolo d'Israele (e per mezzo dello stesso sul mondo) occupa il centro della predicazione di Gesù, come lo stesso centro occupava l'ideale teocratico dell'A.T. Essa ammette un regno di “santi”, nel quale Dio sarà realmente il Re. Questa regalità di Dio sul popolo, compromessa dal peccato, deve essere ristabilita per l'intervento sovrano di Dio e del suo inviato, il Messia.

In prima istanza, il Messia realizza tutto ciò nella sua persona, non come trionfatore guerriero del movimento nazionalista come aspettava la gente. La gente e le autorità, il popolo, aspettavano l'inizio del regno, in modo speciale, la notte di Pasqua con l'arrivo del Messia nel Tempio di Gerusalemme. (Ecco il perchè della forte presenza dei Romani e del governatore Ponzio Pilato – che risiedeva in Siria – durante le feste per controllare e tagliare ogni intento di insurrezione, giacché si aspettava il Messia come un condottiero che avrebbe espulso gli odiati romani).

In considerazione di tale aspettativa, Gesù impone sulla sua identità messianica la raccomandazione del silenzio. Era doverosa prudenza per evitare spiacevoli e devianti malintesi sulla sua missione, come successe dopo la moltiplicazione dei pani “Questi è veramente il profeta che deve venire al mondo! Ma Gesù, saputo che stavano per venire a rapirlo per farlo re, si ritirò nuovamente sul monte, egli solo” (Gv 6,14-15). Questa raccomandazione è chiamata di “segreto messianico”. Era necessario. Lui, prima dovrebbe, nella sua persona testimoniare, con la morte e risurrezione, cos'è l'appartenere e entrare nel regno di dio. Più avanti, i discepoli dovranno proclamare, senza paura. Gesù realizza il Regno come “Figlio dell'uomo” e “Servo”, due aspetti di grande importanza e significato:

҉ Il “Figlio dell'Uomo”

“Io guardavo nelle visioni notturne: ecco sulle nubi del cielo venire uno simile a un Figlio dell'uomo; arrivò fino all'Antico di giorni e fu fatto avvicinare davanti a lui. A lui fu concesso potere, forza e dominio e tutti i popoli, le nazioni e le lingue lo servirono. Il suo potere è un potere eterno che non finirà e il suo dominio è un dominio eterno che non sarà distrutto” (Dn 7,13-14).

Il profeta Daniele descrive un misterioso “Figlio dell'Uomo” il cui significato sarà rivelato alla fine del tempi. Questa figura ha un senso individuale, si tratta di un essere umano che trascende la sola condizione umana, e un significato collettivo, si riferisce al popolo fedele di Israele alla fine dei tempi “Il popolo dei Santi dell'Altissimo” (Dn 7,27).

L'espressione “Figlio dell'Uomo” è usata con tre diversi significati:

1) Gesù è il “Figlio dell'Uomo” che agisce, nella sua esistenza terrena, in mezzo ad altre persone, vivendo i limiti propri della stessa esistenza.

2) Equivale al pronome personale “io”, indica l'uomo in modo generale (Mt 9,6).

3) Gesù è il “Figlio dell'Uomo” che realizza la missione del Servo (Mc 8,31).

Fu proprio Gesù che usò l'espressione “Figlio dell'Uomo” per auto-presentarsi per se stesso, probabilmente per il suo carattere ambivalente di indicare la condizione umana di umiliazione e di sofferenza, così come la condizione di esaltazione alla luce della risurrezione.

҉ Il Servo

Per comprendere il significato della misteriosa figura del Servo, è necessario ricordare che nell'Antico Testamento c'era la possibilità di realizzare l'espiazione sostitutiva. Il capro espiatorio era un esempio molto conosciuto (Lv 16,20-26): caricato dei peccati del popolo, il capro era inviato nel deserto. Si realizzava in questo modo l'espiazione sostitutiva.

Nei 4 poemi del “Servo” (Is 42,1-9; 49, 1-9; 50,4-7; 52,13-53,12), il Servo è presentato come l'eletto, il favorito, di Dio sul quale Dio pone il Suo Spirito (Is. 42,1). Egli dovrà ricondurre a Dio il popolo di Israele (Is 49,5-7) e essere strumento della alleanza definitiva (Is 42,6). Il Servo sarà luce per le nazioni, che attrarrà e manifesterà loro la decisione divina (Is. 42,2-4). La sua missione sarà insegnare di perseverare, malgrado le prove (Is 50,4-6). Il suo destino è l'insuccesso durante la vita (Is 49,4). Un senso redentore sarà attribuito alle sue sofferenze e alla sua morte (Is. 53,11). Tutti riceveranno la comunicazione della decisione divina (Is. 42,1-3), grazie al Servo che sarà “luce” e “alleanza”. Il personaggio del Servo è allo stesso tempo un soggetto individuale e collettivo. “Voi siete i miei testimoni (…) voi siete miei servi, che ho eletto, perché sappiate, crediate in me e comprendiate chi sono io (…) Voi siete i miei testimoni, oracolo del Signore, e io sono Dio, dall'eternità sempre lo stesso” (Is 43,10-13). Questa ambivalenza, del Servo individuale e collettivo, è abituale nel mondo biblico, per i legami che legano il gruppo al personaggio privilegiato. Questa singolare unione l'abbiamo persa, o si è fatta inconsistente, nel mondo occidentale, dove l'individualismo prevale di molto sul collettivo, evaporando il senso di solidarietà, di fraternità, di comunità.

La descrizione del Servo si riferisce a un personaggio reale, contemporaneo, portatore delle promesse future: il re Gioacchino. La storia dolorosa di questo re, esiliato in Babilonia e poi messo in libertà vigilata (Gr 52,31-34), segnò profondamente l'anima della gente. Il Profeta (il secondo Isaia) pensa nella passione del tragico re. L'emozionante odissea del re Gioacchino è come lo sbozzo dell'opera di salvezza di Israele e delle Nazioni. Essa è paragonabile all'opera dei Profeti, è paragonabile al ruolo che esercita la vittima sacrificale nell'impiantare l'Alleanza fra gli uomini e Dio. “Ma al Signore piacque stritolarlo con la sofferenza; se offre la sua vita in sacrificio di espiazione, vedrò una discendenza longeva e la volontà del Signore si compirà grazie a lui” (Is 53,10).

҉ Gesù è il Servo.

Il re Gioacchino sparisce senza compiere l'opera del Servo. Nessuno dei discendenti di Davide che si succederanno, dopo la restaurazione della nazione, conseguiranno grande risultato. La profezia rimaneva aperta a realizzazioni future. Così la profezia fu utilizzata dai cristiani per spiegare ciò che è successo in Gesù.

I 4 cantici del Servo sono lo sfondo dei testi quali: 1 Cor 15,3-5, la morte di Gesù “secondo le Scritture”; nell'istituzione dell'Eucaristia: “sangue dell'Alleanza, versata per molti” (Mc 14,24); “annichilì se stesso prendendo natura di Servo” (Fl 2,6-11) ecc. Tutti questi testi, come molti altri, mostrano che i discepoli di Gesù pensarono la morte, la risurrezione e la sua opera di salvezza partendo dai cantici.

Nella figura del Servo è chiara l'idea che la sofferenza riconcilia ed espia in quanto il Servo rappresenta altri. Il Rappresentare non è sostituire. In effetti con la sostituzione l'altro sparisce, esce di scena. Al contrario, rappresentante e rappresentato sono presenti e continuano realizzando il singolare e specifico rapporto per il quale uno è tutto nell'altro, e allo stesso tempo, non è scalfita o diminuita la propria identità e distinzione “Eppure, egli portò le nostre infermità, e si addossò i nostri dolori (…) fu trafitto a causa dei nostri peccati, schiacciato a causa delle nostre colpe (…) il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di tutti noi” (Is 53,4-6).

b) L'agente invisibile e la dinamica del Regno: lo Spirito Santo.

La presenza dello Spirito. Senza entrare nella teologia dello Spirito Santo (faremo un corso) è sufficiente rilevare come Gesù e lo Spirito Santo sono i due agenti del Regno, le due mani di Dio, secondo una felice espressione di Sto.Ireneo. Il primo è visibile, non così il secondo.

Lo Spirito è Amore. Egli unisce nell'Amore l'Amante (il Padre) e l'Amato (il Figlio). Dio è Amore (1 Gv 4,6). Lo Spirito è “Signore che da la vita” come preghiamo nel Credo. Dove c'è vita c'è lo Spirito. Spirito, Amore e Vita, una terna inseparabile.

Tre aspetti che qualificano la presenza e l'azione dello Spirito:

1) La gratuità.

Tutto è dono, tutto è grazia. Il Regno è offerto gratuitamente come risposta ammirevole – oltre ogni aspettativa – alla nostra situazione di alienazione, di desiderio, di felicità e di pienezza di vita: Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno” (Lc 12,32) e “Venite, benedetti dal Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi sin dall'origine del mondo” (Mt 25,34).

Gratuità significa che l'offerta del regno, preparato dalla creazione e che il Padre ha il piacere di donare al Figlio, non ha prezzo; non è oggetto di scambio; non è conquistabile con sforzi umani e neanche come retribuzione di meriti personali. E' addirittura non necessario, se per necessità si intende qualcosa che bisogna, obbligatoriamente, accettare e non può essere rifiutato.

Il dono è tale solo nella gratuità, e non esige nessun tipo di risposta o di ricambio.

2) La libertà.

E' l'altra faccia della gratuità. In effetti il dono perderebbe la caratteristica di dono se imposto. L'accettazione vera è volontaria e cosciente, in altre parole: libera. “Fratelli, siete stati chiamati alla libertà; soltanto non dovete poi servirvi della libertà come pretesto per la carne, ma per mezzo della carità siete gli uni schiavi degli altri” (Gal 5,13).

E' molto importante e lucida la distinzione che fa S. Agostino fra la libertà di e la libertà per. La vera libertà non è tanto quella di star seduto o in piedi; quella di leggere o andare al cinema ecc., ma è la libertà quella di amare, di servire, di donarsi, etc.

Lo Spirito Santo, lasciando completamente libero il destinatario, manifesta se stesso come sorgente della libertà “dove c'è lo Spirito del Signore c'è libertà!” (2 Cor 3,17). Quindi lo Spirito Santo è pienamente tale, è profondamente se stesso nel donarsi per donarsi. In un certo senso lo Spirito prende le distanze (non indifferenza!) riguardo al tipo di risposta del destinatario nel senso che un eventuale rifiuto o indifferenza non è motivo di pentimento o sentimento di defraudazione.

Al contrario, la compassione di Cristo e la tristezza dello Spirito per il rifiuto, sono motivo per “raddoppiare” il dono e rimanere nel dono di se stessi “dove si moltiplicò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20).

3) La verità.

Io (Gesù) pregherò il Padre ed egli vi darà (…) lo Spirito di verità, egli vi guiderà a tutta la verità (…) Egli mi glorificherà, perché prenderà da me e ve lo annuncerà” (Gv 16,13-14); “Se rimanete nella mia parola (…) conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,31-32).

La verità non appartiene all'ordine teorico, non è semplicemente la corrispondenza di una idea con la realtà; essa è di ordine pratico. La verità non è frutto di una speculazione intellettuale, ma un'esperienza. Cosicché il “rimanere nella mia parola” non è nel senso di memorizzare, di sviscerare il contenuto, di rallegrarsi per la profondità e il convincimento delle affermazioni, ma fondamentalmente agire in concordanza con essa: “Chi fa la verità viene verso la luce” (Gv 3,21). La verità si fa, è azione. Dio è vero, perché è fedele, agisce in sintonia alla promessa. E' qualcosa che va oltre l'intelligenza umana, il senso comune di una cultura, il buon senso è l'abito di un popolo. E' agire; è stabilire rapporti solidi, concreti, la cui finalità è entrare e rimane come in una spirale di amore che si espande continuamente, abbracciando sempre più persone ed eventi, e immerge sempre più profondamente nella qualità di vita. Ecco perché Gesù afferma di se stesso: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Lui è il cammino, il modo di essere presente e solidarizzarsi e assumere su di sé il vissuto delle persone e dell'umanità, che porta l'esistenza alla pienezza di senso, alla pienezza di vita e, in questo modo, agisce, fa la verità. E' per l'azione e la presenza dello Spirito Santo in Lui che diventa costruttore della verità in cui avere fiducia.

I tre punti indicati formano una sola realtà nello Spirito. Essi sono i modi di agire dello stesso Spirito Santo nella persona di Gesù. Lasciarsi guidare dallo Spirito fa di Gesù un soggetto pieno di Spirito che fa propri gli atteggiamenti e l'azione dello Spirito.

 

3. IN CHE CONSISTE IL REGNO DI DIO ?

¤ Un nuovo ordine costituzionale.

Dall'agire di Gesù e dallo Spirito Santo sorgono parole e azioni che ridisegnano l'ordine costituzionale stabilito. Esse vanno oltre ai criteri di intendimento e di comportamento usuali, incidono sulla vita di tutto e di tutti, superando e abbattendo barriere geografiche, nazionali, razziali, politiche e culturali, antropologiche, sociali e religiose. E' come ridisegnare una nuova umanità, una nuova storia, una nuova persona. Insomma, tutta la creazione è rinnovata e trasformata. E' come una nuova costituzione che pretende sostituire l'antica, ormai vecchia.

E' una nuova LEGGE, o meglio il perfezionamento e compimento, dell'antica. Dirà Gesù: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento” (Mt 5,17). Essa ha come obiettivo la vita in abbondanza di tutti senza discriminazioni né esclusioni: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). In altre parola è la PACE, l'armonia, la totalità della pienezza e della perfezione. E' la comunione con Dio, ottenuta dalla mediazione di Gesù.

¤ Il Regno presente e futuro. Non è di questo mondo, ma è già presente in esso.

Gesù dice: “Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo (…); ma il mio regno non è di quaggiù” (Gv 18,36). Il regno è nel mondo, ma non è del mondo. E' presente, è nascosto, e, allo stesso tempo, è futuro e manifesto per la gloria di Dio.

¤ Cos'è il Regno? Dove lo si può vedere?

Il regno si fa presente, si manifesta come “un nuovo cielo e una nuova terra; il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c'era più” (Ap 21,1). Attenzione! Non si tratta di un altro cielo, di un'altra terra, ma questo cielo, questa terra trasformata, rinnovata perché liberata dal potere del male e del peccato, ossia, “il mare non c'era più”.

Questa realtà futura che sarà instaurata alla fine dei tempi, dall'ultimo e definitivo intervento di Dio, già è visibile oggi, in coloro che cercano e praticano la giustizia, la solidarietà, la fraternità, la pace: “Il regno di Dio infatti non è cibo e bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rm 14,17). Conseguentemente il regno è fondamentalmente il tipo, la qualità del RAPPORTO di ognuno con Dio, delle persone fra di loro, della società con la natura e il creato. E' una nuova CULTURA, ossia un tipo di rapporto specifico con tutto e con tutti.

¤ Gesù e il Regno.

La realtà del regno si fa presente nella persona di Gesù, è certificata e autenticata dalla sua morte e risurrezione.

Gesù uomo, rappresentante davanti al Padre di ogni persona e dell'umanità, con il battesimo nel Giordano si fa solidale con l'umanità peccatrice e la creazione. Apre il cammino in modo che succeda – in ogni persona, nell'umanità intera e nella creazione – quello che succederà a lui. In effetti, chiedendo il battesimo a Giovanni, Gesù non si separa dai peccatori, ma si solidarizza con loro, pur non avendo peccato alcuno. Nel battesimo prende coscienza della missione di caricare su di sé il peccato delle persone e dell'umanità come conseguenza della solidarietà. Al solidarizzarsi con il popolo peccatore, ascoltando le parole del Padre e percependo lo Spirito scendere come colomba, Gesù prende coscienza della portata drammatica della sua missione. La voce dal cielo fa riferimento ai quattro cantici del Servo del profeta Isaia (vedi sopra). Essi descrivono la missione e la sofferenza di un giusto che porterà su di sé il peccato del popolo e, per mezzo della sofferenza, riscattare ciò che stava perso in virtù della rappresentazione acquisita con l'incarnazione.

In Gesù, compiendosi la realtà del regno, oggettivamente e radicalmente – ontologicamente – si compie in ogni persona e nell'umanità di tutti i tempi e di tutti i luoghi.


4. CONDIZIONI E SEGNALI DELL'ENTRATA DEL DISCEPOLO NEL REGNO.

A) Le condizioni.

Gesù chiama le persone a seguirlo. La chiamata è gratuita; non costa niente. Anche perché è un dono, un regalo, che accolto e ben sviluppato manifesterà tutto il suo contenuto: la vita eterna per la persona, la partecipazione al regno e l'immersione che non finisce mai in Dio.

La chiamata è come un nuovo inizio! E' come entrare in una nuova famiglia e incominciare tutto di nuovo. Essa non è cosa di un momento, è fatta di molte chiamate e inviti, di passi in avanti e altri indietro. Ricomincia sempre. Nella pratica, essa coincide con la convivenza dei tre anni “dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato in mezzo a noi assunto in cielo” (At 1,22).

“Seguire” era un termine che si usava in quel tempo per indicare il rapporto fra i discepoli e il maestro.

Conseguentemente, per i primi cristiani, seguire Gesù significava:

– Imitare l'esempio del Maestro:

Gesù era il modello della vita del discepolo (Gv 13,13-15). La convivenza giornaliera permetteva un confronto costante. Alla “scuola di Gesù” si insegnava una sola materia: il regno! E questo regno si riconosceva nella vita e nella pratica di Gesù.

– Partecipare del destino del Maestro:

Chi seguiva Gesù doveva impegnarsi, camminare con lui e “voi siete quelli che avete perseverato con me nelle prove” (Lc 22,28), compreso nella persecuzione “se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). Doveva disporsi a morire con lui “Tommaso (…) disse agli altri discepoli: Andiamo anche noi a morire con lui!” (Gv 11,16).

– Avere la vita di Gesù dentro di sé:

Per i cristiani, dopo la Pasqua, alla luce della risurrezione, si aggiunse questo terzo aspetto ”non sono io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gl 2,20). Essi cercavano di identificarsi con Gesù.

Accogliere la chiamata e seguirlo esige costante trasformazione e rinnovamento:

a) Una nuova comprensione della giustizia: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli (…) fu detto agli antichi (…) Ma io vi dico” (Mt 5,20-21). E' osare portato all'estremo.

b) Esige una nuova pratica di vita: “Non chiunque mi dice 'Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno 'Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo scacciato demoni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto prodigi? Ma allora io dichiarerò loro: 'Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l'iniquità” (Mt 7,21-23).

c) Esige un nuovo atteggiamento, come quello del bambino con il padre: “Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli” (Mc 8,13).

Infine, si tratta di entrare in un cammino e in un processo di conversione con coraggio e intelligenza di chi sa sintetizzare l'antico con il nuovo, ossia, di chi interpreta la legge dell'Antico Testamento nel suo vero senso, instaurando una pratica di vita innovatrice e sorprendente.

Tutto ciò esige un rapporto di fiducia con la filosofia e la pratica di Gesù, possibile solo se il discepolo assume l'atteggiamento fiducioso del bambino con il padre, è cosciente della sua insignificanza e del sospetto dubbioso della famiglia e della società verso di lui, fino a farsi adulto con l'entrata nel regno con la morte e risurrezione.

In virtù di tutto ciò, la conversione interiore porta alla decisione, alla determinazione di seguire Gesù e all'accettazione delle esigenze che vanno oltre gli affetti familiari e, per esempio, il dovere di seppellire il padre (Lc 9,57-62).

B) I segnali.

I segnali indicano la direzione del cammino e il luogo in cui ci si trova.

҈ Il matrimonio e il celibato.

Gesù si allontana dal considerare il matrimonio a partire dalle concessioni o restrizioni dell'Antico Testamento. Egli lo riconduce al suo senso fondamentale: l'alleanza nell'amore fedele, per sempre e inseparabile. Con tutto ciò, è una condizione transitoria, legata a questa vita. Nella vita ultima e definitiva è altra realtà. Alla domanda di chi sarà moglie, la donna che ebbe sette mariti, nella risurrezione dei morti, Gesù risponde: “Vi ingannate, perché non conoscete le Scritture e neppure la potenza di Dio. Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo” (Mt 22,29-30). Il matrimonio è valorizzato e relativizzato allo stesso tempo.

Al matrimonio restaurato nella sua dignità iniziale, Gesù aggiunge qualcosa incomprensibile senza il dono di Dio. Rivela una nuova situazione, suscitata dalla venuta del regno. Gesù invita alla continenza perpetua quelli che vogliono consacrarsi esclusivamente per il regno. Non è obbligatorio, ma ci sono persone entusiaste del regno che non si sposano e vivono in continenza perpetua, in verginità.

҈ Il denaro e i beni materiali.

Gesù denuncia: “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio” (Mt 19,24). E dice espressamente: “Nessuno può servire a due padroni, perché o odierà l'uno o amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”. (Mt 6,24). Esorta i suoi discepoli a non accumulare denaro (Mt 6,19-21), a vendere tutto e darlo ai poveri.

҈ Il potere.

Il potere era tirannico e oppressore. Gesù lo criticò e raccomandava ai suoi discepoli: “Tra voi però non è così, ma chi vuol diventare grande tra voi sarà vostro servitore” (Mc 10,43). Gesù vuole che il potere sia esercitato come servizio “Il Figlio dell'uomo, non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mt 20,28).

҈ Il regno di Dio e la Chiesa.

Il rapporto fra il regno di Dio e la Chiesa merita uno studio più ampio e profondo che esula dalla finalità di questo lavoro. Con tutto ciò, è doveroso tracciare alcune indicazioni generali.

I discepoli riuniti dalla stessa fede e per la stessa missione formano la comunità, la Chiesa. Specificamente, la chiesa è l'assemblea dei cristiani che si riuniscono (in quei tempi nelle case, non c'erano chiese, evidentemente) per dar lode e culto a Dio.

I discepoli, i fedeli sono persona umane e portano con sé pregi e difetti, atteggiamenti positivi e negativi. La Chiesa ne risente di questa realtà. Essa è santa perché convocata, sostenuta, alimentata e rinnovata da Cristo. Ma anche peccatrice per la debolezza e fragilità delle persone che la compongono.

Due testi testimoniano questa realtà: At 2,42-47; At 5,1-11.

Con tutto ciò non si può pensare la Chiesa senza Cristo: “Quello che Dio ha congiunto l'uomo non lo separi. Questo mistero è grande, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5,32).

Cristo e la Chiesa sono come la testa e il corpo, inseparabili. Non si può smembrare il capo dal corpo. Cristo ha sposato la Chiesa anche nei suoi difetti.

Per cui la Chiesa è espressione del regno e a volte no. Pertanto, il regno è più grande, è maggiore, della Chiesa. Va oltre la Chiesa e lo si può intravedere in ogni avvenimento e circostanza umana che pratica la giustizia e teme (non nel senso di paura!) Dio. “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga” (At 10,34-35). In questo caso specifico S.Pietro si riferiva al pagano e centurione romano Cornelio.

La missione ha come finalità il regno: “venga a noi il tuo regno”.

 

5. LE TENTAZIONI (Mt 4,1-11)

Gesù incomincia la sua attività pastorale con il battesimo nel Giordano, il cui significato già abbiamo considerato. E' unto (Messia) dallo Spirito Santo, per assumere la missione del Servo.

Il vangelo di Luca dirà che nel deserto Gesù è guidato dallo Spirito. E' lo Spirito in Gesù e con Gesù, il primo dei due attori della tentazione, una volta che Gesù e lo Spirito sono le due mani dell'agire di Dio.

Lo Spirito porta Gesù al deserto, luogo di solitudine, sconfortevole, luogo dell'incontro con la realtà più profonda di se stesso. E' lì dove emerge la sua vera identità, quello che sinceramente è. Nel deserto non ci sono ostacoli, barriere, per prendere coscienza di se stesso e di Dio.

Guidato dallo Spirito, digiunò 40 giorni. Quaranta è un numero simbolico, indica un tempo prolungato e un processo che avanza lentamente. Ci sono cose che per la loro serietà e propfondità hanno bisogno di tempo.

Il digiuno. La pratica di privarsi del necessario (diverso dall'indispensabile) ha la finalità di riordinare e regolare stimoli e appetiti che disturbano la persona nella sintonia con il proprio mondo interiore. Sintonia tanto più necessaria quanto maggiori e più profondi sono i valori, la ricerca di senso e i motivi del proprio agire e dell'esistenza stessa. Nel caso specifico di Gesù, si tratta di capire come svolgere la missione in sintonia con la volontà del padre. (In generale, quando la persona si sente turbata, come persa, lontana da Dio; quando sente su di sé tutto il peso e la forza della tentazione, la prima cosa è rimanere nella solitudine e digiunare).

Il digiuno indebolisce fisicamente Gesù; il testo afferma che sente fame. Ma, allo stesso tempo, lo rende lucido per smascherare le trappole del diavolo, e determinato, forte e tenace, per non entrare in esse e uscire vittoriosamente dal confronto.

Gesù nel battesimo accetta la missione. Ma rimangono le domande: con quali mezzi? In che modo svolgere questa missione?

La tentazione riguarda non l'obbiettivo della missione, ossia, la liberazione dal peccato e la salvezza degli uomini (Il diavolo sa che non avrebbe successo tanto è determinato Gesù ad essa!), ma ai mezzi e al cammino per realizzarla. Suggerendo mezzi e cammino sbagliati, il diavolo consegue il proposito di far fallire la missione.

Il secondo grande attore è il diavolo, o meglio, è Gesù stesso in quanto uomo, pensando e ragionando sul suo agire di uomo, slegato e lontano dallo Spirito. Sarebbe l'uomo peccatore del quale ha assunto la condizione e la solidarietà con il battesimo nel Giordano, senza diventare peccatore! In questo modo Gesù percepisce, nella sua persona, quello che è essere “peccatore”. Magari in forma più intensa e drammatica, come chi è immerso in una situazione che non gli appartiene. La parola “diavolo” indica colui che divide, allontana. Gesù stesso chiama Pietro di Satana, poco dopo la professione di fede dello stesso in Gesù come Messia: “Va dietro di me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,33). Sono le stesse parole che Gesù usa come risposta alla terza tentazione: “Vattene, Satana!” (Mt 4,10). Allora, il diavolo è l'uomo stesso che agisce separatamente da Dio, lontano e indifferente dal pensiero e dalla volontà dello Stesso.

Pertanto, non è necessario pensare al diavolo come un soggetto invisibile che soggioga la persona.

Per la cultura e la mentalità dell'epoca, va molto bene la figura di un soggetto che dialoga con Gesù. Talvolta, il certo è che Gesù sente nel profondo di se stesso, tutto il peso e il conflitto dello sdoppiamento: da un lato, l'unione con lo Spirito in virtù della sua realtà divina e, dall'altro lato, la realtà umana dell'uomo peccatore, lontano da Dio e dallo Spirito, da poco assunta con il battesimo e che manifesta tutta la sua forza e potere seduttore (E' quello che S.Paolo designerà più tardi come “uomo spirituale” contro “l'uomo carnale”, ossia l'opposizione fra Spirito e carne).

Il lungo tempo, l'ambiente, il rigoroso digiuno indicano che le tentazioni non sono cose di poco conto, né facili a essere vinte solo perchè è figlio di Dio. Gesù vincerà la battaglia: “Allora il diavolo lo lasciò” (Mt 4,11), ma la tentazione tornerà nel tempo opportuno. Quando? Pochi minuti prima di morire: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo, l'eletto (…) se tu sei il re dei Giudei salva te stesso” (Lc 23,35-37) La guerra sarà vinta sulla croce e convalidata dalla risurrezione.

Importantissimo non perdere di vista che nelle tentazioni è in gioco la pretesa di Gesù di essere creduto e accettato come figlio di Dio. Agli occhi degli uomini, allontanati da Dio, Gesù deve provare che realmente lo è!

Il problema è che per gli uomini, quello che loro sperano dal Messia è ben diverso da quello che Gesù e lo Spirito sono pronti a trasmettere. Ecco, allora il conflitto.

a) La prima tentazione: “Se tu sei Figlio di Dio, di che queste pietre diventino pane”.

Essa rivela ciò che gli uomini sperano che Dio risolva con un miracolo gli urgenti bisogni della vita giornaliera: la fame, la malattia, la disoccupazione etc. In effetti, il popolo vuole segnali, miracoli. Se Dio è onnipotente, perché non li fa? Se non li fa, non è Dio. (Gesù offrirà alcuni segnali, miracoli e, allo stesso tempo, raccomanderà di mantenere il segreto su di essi, di non parlarne – si tratta del chiamato “segreto messianico” – perché il significato profondo e vero degli stessi saranno rivelati solo con la sua morte e risurrezione, non prima. Prima sarebbero mal capiti e mal interpretati).

Cadere nella tentazione significherebbe demotivare gli uomini dall'impegno della pratica dell'amore e della giustizia giornaliera, per mezzo della quale il pane arriverebbe alla tavola di tutti, così come il soddisfacimento delle esigenze basiche. Allontanato dalla pratica dell'amore e della giustizia, Dio è mantenuto lontano da loro – Dio è amore – ed essi rimangono nella situazione di prima. Gesù antepone la Parola. Non sottovaluta l'importanza del pane, ma antecede ad esso la Parola, che, accolta, permette che il pane arrivi sulla mensa di tutti.

b) La seconda tentazione: “Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù”.

Si tratta di buttarsi dalla parte più alta del Tempio. Nel Tempio c'è Dio, e sicuramente interverrà. Essendo il Figlio, di Dio non permetterà che succeda alcun danno e tutti, vedendo questo strepitoso intervento, crederanno immediatamente nella Sua Parola. Che migliore opportunità per togliere dubbi in quanto alla pretesa di Gesù di essere Figlio di Dio! Fin poco prima di morire è tentato a richiedere questo tipo di intervento per dimostrare che realmente è Figlio di Dio: “Ho confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuole bene. Ha detto infatti: 'Sono Figlio di Dio'”(Mt 27,43). Ma, è proprio vero che l'intimità e l'amore Padre-Figlio è certificata per interventi di questo tipo? Dal punto di vista umano, senza dubbio! (In effetti, che il Padre consegni il Figlio, e il Figlio accetti di essere consegnato dal Padre è, talvolta, l'affermazione più scandalosa del N.T.).

Con tutto ciò, quanti genitori fanno questo per non perdere qualcosa che gli appartiene radicalmente e del quale hanno bisogno! Quanti figli, tolti dal pericolo, dopo un momento di gratitudine e di “conversione” tornano allo stesso o, addirittura, neanche danno la minima soddisfazione!

Allora, la grande unione genitore-figli, e viceversa, non sarebbe manifestazione di falso amore?

Un'altra considerazione: E' proprio vero che la fiducia in Dio dipende da gesti grandiosi e sorprendenti?

La parabola del ricco che chiede di ritornare in vita convinto che, in virtù di ciò, i fratelli, ancora vivi sulla terra, si convertiranno, insegna: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro (…) Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi anche se uno risorgesse dai morti” (Lc 16,27-31).

Cadere nella tentazione avrebbe significato la manifestazione di un potere grandioso e sorprendente, ma inutile e sterile.

Inutile, perchè il timore reverenziale davanti al poderoso, susciterebbe, da un lato, distanziamento e, dall'altro lato, falsa comunione tipica dell'inferiore con il superiore chiamati a convivere assieme.

Sterile, perchè la capacità di amare il prossimo rimarrebbe trincerata dalle esigenze di “amore” fra padre e figlio. Questo amore diverrebbe una barriera insuperabile, al contrario di ciò che Gesù afferma: “Chi ama padre e madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio e figlia più di me non è degno di me” (Mt 10,37). Chiudere, trincerare l'amore è condannarlo alla sterilità.

Per l'uomo disimpegnato, indifferente al progetto di salvezza dell'umanità intera, è corretto coltivare e “chiudere” l'amore nell'ambito dei propri familiari, parenti, amici e vivere la “realtà” di Dio come emozione e stupore per grandioso e sorprendente intervento dello stesso. Ma tutto ciò lo manterrebbe lontano da Dio, dall'Amore, Le cose rimarrebbero come prima.

c) La terza tentazione: “Il diavolo (…) gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria” (Mt 4,8)

Il diavolo lascia le prime due motivazioni: “Se sei Figlio di Dio” e svela il gioco: “Ti darò tutto questo potere e la loro gloria perché a me è stata data e io la do a chi voglio” (Lc 4,6).

Potere e gloria furono dati all'uomo da Dio stesso “Davvero (tu Dio) l'hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore l'hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i tuoi piedi” (Sl 8,6-7). Per il tenore del testo, il diavolo-uomo si appropria del potere e della gloria indebitamente, come se gli appartenessero e fosse il loro Signore. Deturpò e scalzò, in questo modo, la caratteristica del dono e del suo senso di partecipazione e di cooperazione nell'amore all'azione creatrice e ricreatrice di Dio, orientato alla comunione con lui. Conseguentemente, l'uomo diventa “diavolo”, ossia, soggetto lontano e separato da Dio. Allora, ecco imporsi un mondo schiavo di ogni forma di bugia e d'inganno.

Per l'uomo disimpegnato con il sogno e il progetto di Dio, e fondamentalmente individualista, è buono il potere e l'affermazione del proprio “io” in termini di ricchezza, abbondanza di beni, dominio, ecc. E' ciò che loro approvano, ammirano e desiderano! Non è il sogno di molti (tutti?!) la ricchezza, il potere, l'ammirazione ecc.?

Cadere nella tentazione sarebbe approvare un sistema di governo e di potere che lo manterrebbe lontano da Dio. Tutto rimarrebbe come prima.

Le tentazioni rivelano l'idolo presente negli uomini, ossia, l'immagine di Dio costituita da loro stessi. Gli uomini vogliono un Dio poderoso, che risolve con il miracolo i loro bisogni; che legittimi il suo essere Dio con interventi sorprendenti e grandiosi, lasciando le cose come stanno, senza nessun impegno con lui, a meno di quello necessario per risolvere, con un gesto miracoloso, in ogni singolo caso – individualmente – le esigenze basiche del giorno, e sentire il potere della sua presenza, quando invocato per risolvere situazioni impossibili. Lo scambio, in queste circostanze, è il modo concreto di impostare il rapporto on lui.

Questa visione di Dio è incompatibile con la visione di Dio di Gesù. Il conflitto lo porterà alla croce.

Alla domanda iniziale di come svolgerà la missione, la risposta è abbracciando la croce. Pertanto, le tentazioni sono intenti degli uomini, in nome del falso dio, dell'idolo che è in loro, di deviarlo dalla croce.

6. L'OPPOSIZIONE.

Gesù entrò in conflitto con le autorità sociali: farisei, scribi, sadducei, sacerdoti, romani. Sapeva che, presto o tardi, l'avrebbero preso. Sapeva che gli avrebbero impedito di continuare a fare quello che faceva. In quella società, l'annuncio del Regno, dal modo proposto da Gesù, non sarebbe tollerato. Investì i termini della comune aspettativa e comprensione. Dichiarò beati, felici e pronti per ricevere il regno, persone ritenute maledette e infelici: “Beati voi poveri (…) che ora avete fame (…) che ora piangete (…) quando vi odieranno (…) vi insulteranno e disprezzeranno. Ma guai a voi, ricchi (…) che ora siete sazi (…) che ora ridete (…) quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Lc 6,20-26). E, per peggiorare la situazione, con la pretesa di attualizzare la salvezza come Messia e Figlio di Dio “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato” (Lc 4,21). Era decisamente troppo! O tornava indietro, o sarebbe morto. Non aveva altra alternativa. Gesù non tornò indietro. La croce, da possibilità si fece certezza!. “Il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e scrivi, veniva ucciso e, dopo tre giorni, risorgere” (Mc 8,31).

 

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