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ESTAUROLOGIA (estaur = croce)


1) LA DRAMMATICA SITUAZIONE DI GESU'

Le autorità infastidite dalla crescente popolarità di Gesù, seppero difendersi (Gv 11,47-48). Accusarono Gesù di tutto quello che si possa immaginare. Dicevano che aveva un demonio nel corpo (Mc 3,22), che era un uomo senza Dio (Gv 9,16), che era contro il tempio (Mc 15,48), che era un peccatore (Gv 9,24), un vagabondo al quale piaceva mangiare e bere (Lc 7,34), un bestemmiatore (Mc 14,64), un pazzo (Mc 3,21).

Al popolo dicevano che Gesù era amico dei pubblicani (Lc 7,34), cioè, amico del governo, giacché i pubblicani erano funzionari del governo. Dicevano che Gesù era un sovversivo che combatteva il governo (Lc 23,22.5).

Gesù affrontava tutto ciò nella più completa solitudine. Un galileo nella Giudea!

Un uomo proveniente da un luogo insignificante nella capitale!

Nel popolo cresceva il desiderio di vedere in lui il Messia-Re: tentazione per Gesù! Nelle autorità cresceva l'intreccio per eliminarlo: pericolo per Gesù! Nei discepoli cresceva la perplessità, o l'incomprensione: esperienza di solitudine per Gesù!

Dal punto di vista umano, la vita di Gesù fu un fallimento. I capi e le autorità non credettero in lui (Gv 7,48)! L'opposizione loro contro Gesù fu più grande e più efficiente dell'entusiasmo provocato, nel popolo, dalla predicazione di Gesù! Così, la croce è diventata una realtà per lui.

Fin da bambini, siamo abituati a sentir parlare che Gesù muore in croce per salvarci e, malauguratamente, pensiamo che sia un qualcosa di normale e di naturale in considerazione che è Figlio di Dio ed è venuto per tutto ciò.

La croce non suscita più una reazione di stupore e di scandalo. Ciò fu quello che sperimentavano brutalmente i discepoli e, anche, i primi cristiani all'annuncio che “Cristo crocifisso (…) è potere di Dio e sapienza di Dio” (1 Cor 1,23-24).

 

2) PECCATO E MORTE

Premessa

Il male

Viviamo fra opposti: il bene e il male; la vita e la morte; corretto e sbagliato, ecc…

Il male maggiore è la morte. Essa è intesa, in primo luogo, come morte fisica. Il corpo diventa cadavere perchè l’anima ha smesso di trasmettere la vita.

Ma già nella vita si sperimentano diversi tipi di morte:

  • UMANA: insensibilità, disumanità, egoismo…
  • SOCIALE: esclusione, discriminazione, sfruttamento….
  • PSICOLOGICA: vuoto, non senso….
  • MORALE: cattiveria, infamia, malvagità…
  • SPIRITUALE: silenzio di Dio, incapacità di rapportarsi con Dio…

Non ogni male è peccato. Al contrario, ogni peccato è male.

La realtà del peccato

Il peccato qualifica il rapporto con Dio in termini di SUPERFICIALITA’, DISINTERESSE, SFIDUCIA, SVALORIZZAZIONE, OPPOSIZIONE, RIFIUTO, DISPREZZO E RIGETTO, riguardo alla modalità dell’essere di Dio,

Si tratta della modalità della sua esistenza, della sua presenza nel mondo e nella persona, della promessa a cui persona e mondo sono destinati.

In effetti, la modalità dell’essere di Dio si traduce nei nostri riguardi in:

a) Amore che riscatta da ogni forma di schiavitù e di male (Esistenza che si essenzializza nell’amore!)

b) Stabilire l’Alleanza nuova ed eterna e caaminare al nostro lato (Presenza e il camminare di noi con Lui).

c) Rafforzare sempre più la certezza della meta, la promessa (Promessa della vita in abbondanza oggi e la pienezza dopo la morte)

Allora, cos’è il PECCATO ?

Prima di essere un determinato comportamento, trasgressione, disubbidienza, ecc… è l’avere omesso o trascurato gli adeguati provvedimenti per evitare che una o tutte tre le modalità indicate, come le tre gambe che sostengono il tavolo, cedesse. Il “tavolo”, la solidità della comunione con Dio è venuta meno. E’ venuta meno la FEDE:

Ecco, allora l’emergere e il dominio di pensieri, di parole e di opere che non andrebbero pensati, detti o fatte sono qualificati come peccati. Dovuto all’omissione di cui sopra è venuta meno la certezza del riscatto, il senso dell’ alleanza, la speranza di un destino gratificante, la promessa,

LA FORZA DEL PECCATO

  • L’ignoranza colpevole di colui che potendo non vuole istruirsi;
  • La seduzione; si vede solo quel punto e si perde di vista il resto;
  • La concupiscenza, desiderio incontrollabile, ambizione smisurata;
  • La paura di perdere e di morire;
  • L’autosufficienza, la superbia della vita;
  • La “cosificazione” dei rapporti personali, del tipo “usa e getta”.

Gli effetti del peccato

AVVICINA ALLA REALTA’ DEMONIACA (la carne)…………..

Alla divisione, alla disgregazione, all’isolamento, alla deformazione dell’immagine di Dio, alla morte, ecc….

ALLONTANA DA DIO, DA SE STESSO, DAGLI ALTRI, DALLA NATURA (dallo Spirito Santo) …

dall’unione e dall’integrazione, dalla comunione, dalla somiglianza di Dio, dalla vita, ecc….

LE OPERE DEL PECCATO

Un riferimento possiamo trovarlo nella Lettera ai Galati (5,19-21):

“…Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20 idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, 21 invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio…”.


a) Il Peccato

Per capire la realtà e la consistenza del peccato bisogna non perdere di vista tre importanti riferimenti:

1) la liberazione della schiavitù del male, “ ma liberaci dal male

2) la Nuova ed Eterna alleanza stabilita con la morte e risurrezione di Gesù, e attualizzata nei Sacramenti

3) la Promessa, presente e futura allo stesso tempo: “Un nuovo cielo e una nuova terra (…). Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,1-5).

Questi sono il treppiede sul quale appoggiare ogni riflessione sul peccato.

Parlare di peccato è manifestare lo specifico rapporto con Dio in termini di allontanamento, di separazione, di rottura o di negazione. Esso sorge nella coscienza come conseguenza del rifiuto dell'Alleanza (assunta nel battesimo) in termini drastici o più sfumati della superficialità, dell'indifferenza, della svalorizzazione, della manipolazione o del disinteresse e, conseguentemente, rispetto agli altri due riferimenti, la liberazione dal male e la Promessa. Ecco, allora, l’inefficacia della liberazione e il ritorno alla schiavitù. La Promessa si proietta, nel migliore dei casi, solo dopo la morte nel paradiso.

La persona si riversa, fondamentalmente, su se stessa, sul proprio io e limitatamente si apre ad altri dovuto agli affetti familiari, le amicizie, o in funzione del lavoro, della sicurezza ecc. Il rapporto con “l'Altro”, con Dio, nel migliore dei casi, è funzionale alle proprie necessità, o entra nell'orizzonte dell'agnosticismo o dell'ateismo. In questo modo fa di se stessa un soggetto come “diminuito”. Entra in un cammino che invece di portarla alla realizzazione, alla soddisfazione, la orienta nella direzione opposta, non incontrando l'autenticità di se stessa, il senso del vivere. Incontra, invece, l'inconsistenza dell'esistere e con essi i sentimenti di insoddisfazione, di angustia, di vuoto, di depressione ecc.

Pertanto, il peccato in prima istanza è strutturale, nel senso che è frutto dell'incorretto e dell'inadeguato rapporto con Dio (liberazione-alleanza-promessa) e, conseguentemente, con se stessi, con altri, con la società e con la creazione.

Esso si declina a livello:

Umano, in termini di disumanitá, di indifferenza, di insensibilità, di disinteresse ecc. per tutto ciò che non lo riguarda diretta o indirettamente.

Sociale, l’ambizione per il potere, il desiderio smodato di emergere, la sicurezza riposta nel denaro e nei beni materiali ecc.

Psicologico, nel sentimento di insoddisfazione, nelle ansie, nella depressione,nel vuoto, nel non senso, ecc.

Morale, per il dominio del preconcetto, del disprezzo per il diverso, per “l’incapacitá”di fare il bene e desiderare il male ecc.

Spirituale, per l’ allontanamento dalla fede, dalla preghiera, dalla Parola di Dio ecc.

Espressioni del peccato sono i pensieri, le parole, gli atti, le omissioni che costituiscono la trasgressione allo stile di vita forgiato sui 3 riferimenti di cui sopra, e codificato dai comandamenti e dalle leggi.

Pertanto, nel definire i contorni del peccato, più che limitarsi a riconoscere la trasgressione del comandamento, è importante capire il legame di esso con i tre riferimenti e scoprire dov'è il “punto debole”.

Ciò permetterá di scoprire nel profondo della mente l’idea sbagliata di Dio che si é andata creando. In altre parole, “l'idolo” che è in noi per avere “addomesticato” Dio alle proprie esigenze e aspettative. (Il tema merita molto più svolgimento).

Gli effetti del peccato.

Il peccato è il frutto finale di un processo che comincia nell'intelligenza e nel cuore e va maturando propositi, piani di azione e atti specifici coscienti e liberi.

Con il processo cresce l'adesione al male e con esso la morte spirituale sostenuti dalla ribellione, dalla seduzione e fascino di cammini contrari al regno di Dio. L'effetto generale è l'allontanamento da Dio, dal prossimo e da se stesso. Progressivamente prende il sopravvento la realtà di “morte”. Non si tratta della morte fisica, ma di quella umana , sociale, psicologica, morale e spirituale di cui sopra. Le conseguenze sono ben note: il “rifugio” nelle diverse droghe, la violenza ecc. fino alla disperazione e al suicidio.

E' il ritorno alla schiavitù del male. Ogni dipendenza è una forma di schiavitù. Chi fa il male è schiavo dello stesso: “Può un Etiope cambiare la pelle o un leopardo le sue macchie? Allo stesso modo: potete fare il bene voi, abituati a fare il male?” (Ger 13,24). Oltre alle dipendenze distruttrici del fisico della persona (bevande alcoliche, droga, sesso ecc.) la persona rimane schiava dell'avarizia, del possesso di una sempre maggiore quantità di beni materiali, del prestigi, del potere ecc. o, al contrario, della rassegnazione, della passività, della pigrizia, dell'irresponsabilità, della poca autostima etc.

b) La morte.

Il “mistero dell'iniquità (2Ts 2,17).

San Paolo è contundente: “il salario del peccato è la morte” (Rm 6,23). La persona, la società, il creato, destinati dalla volontà di Dio alla pienezza di vita, aperta nell'infinito, si trova immersa nel suo contrario per causa del peccato. Ciò si deve alla presenza del “mistero dell'iniquità (che) è già in atto” (2Ts 2,7). Il mistero designa una realtà inaccessibile alla conoscenza umana, è il segreto del piano divino. L'iniquità è il mistero che, misteriosamente in modo sconcertante, entra nel piano di salvezza di Dio. Essa – il male nelle sue diverse forme – non è completamente svelata, ma sarà manifestata e distrutta “con lo splendore della sua venuta” (2 Ts 2,8). Per contapposizione lo splendore della gloria manifesterà l'oscurità delle tenebre. Accogliendo la proposta proveniente dal “mistero dell'iniquità”, la persona sperimenta l'allontanamento da Dio e pregiudica se stessa. Si percepisce diminuita, come dicevo, distorta, sfigurata, ecc. Non è per se stessa. E' una falsa copia di ciò che aspirava essere: le aspettative sono deluse, il sogno svanito, il progetto frustrato. Dirá Eva al riguardo: “Il serpente mi ha ingannata” (Gen 3,13). E così: “Il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte” (Rm 5,12).

Il “mistero dell'iniquità”, con la sua proposta ingannatrice (riguardo al metodo, non al contenuto): “il giorno in cui voi ne mangiaste (…) sareste come Dio” (Gen 3,5), seduttora: “la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza” (Gen 3,6) e supportata dagli istinti egoistici (Gi 5,16-17), domina l'intelligenza e la volontà della persona, portandola per i cammini dell'allontanamento e dell’isolamento da Dio, dagli altri, da se stesso. Tragicamente, la persona, chiamata alla vita e perseguendo la sua pienezza, accogliendo la filosofia e la “sapienza” del “mistero dell'iniquità, incontra il suo contrario: la morte.

Gli effetti

Uno dei grandi e drammatici effetti del “mistero dell'iniquità” attuante nel peccato è la progressiva perdita di sensibilità. Con essa la persona è incapace di reagire convenientemente e positivamente nelle circostanze significative della vita e rimane nell'indifferenza, nell'apatia, volendo giustificarsi come fece Caino con Dio, dopo aver ucciso il fratello: “Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gen 4,9). Ciò significa uccidere la delicatezza dei sentimenti, ossia, la manifestazione della realtà più profonda dell'essere, il senso più vero dell'agire, in virtù dei quali partecipare dell'armonia dell'universo, superandosi continuamente nella sinfonia e allegria eterna del divino.

Tutto si fa oscuro, morte: “Era notte” (Gv 13,30) e vuoto silenzio: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato (…) dando un forte grido, spirò” (Mc 15,34-37). La morte è l'insensibilità totale. Tutto è spento. Ecco allora il legame peccato-morte, in virtù del quale l'Apocalisse non esita chiamare il peccato la seconda e vera morte. Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i magni, gli idolatri e per tutti i mentitoli è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte (Ap 21,8). E anche Gesù dirà: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti” (Lc 9,60).

Perdere la sensibilità è un processo graduale, frutto dell'inganno di chi svalorizza o ignora l'effetto del peccato e banalizza il perdono di Dio: “Non dire: Ho peccato, e che cosa mi è successo? (…) Non essere troppo sicuro del perdono tanto da aggiungere peccato a peccato” (Sir 5,4-5), magari appoggiato dalla scusa che lo spirito è pronto, ma la carne è debole. In questo modo ci si convince che il peccato è invincibile e si scende a patti con esso. Il risultato è che la complicità diventa abitudine: l'abito, vizio ed ecco la morte di ogni sensibilità.

Ecco, allora, l'esortazione di San Paolo: “Abbiate in voi stessi gli stessi sentimenti di Gesù” (Fl 2,5) per acquisire lo stesso pensiero “Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1 Cor 2,16). Il “mistero dell'iniquità” è rivelato in tutta la sua estensione e profondità dall'azione di Dio in Gesù. Esso è, alle volte, un qualcosa così ben camuffata e con una potenza seduttrice così forte che solo mantenendo gli occhi fissi su Gesù (Eb 12,2) è possibile rendersi conto della sua realtà, della sua portata e pericolosità. Di fatto, l'uomo lasciato a se stesso non sempre discerne ciò che è giusto da ciò che è sbagliato; non sempre se allontana con decisione e fermezza dalla seduzione e di fare del proprio punto di vista l'unico criterio di valutazione.

Infine, la rivelazione manifestando la grandezza salvatrice di Dio in Gesù, rivela anche la grandezza del “mistero dell'iniquità”. E' la croce il luogo di tale rivelazione.

2) PECCATO-CROCE.

Peccato è morte. La croce è morte. La morte è realtà comune. Sorge la domanda: perché la croce e non un'altra morte? Perché la croce – in sintonia con il significato umano, culturale e sociale dell'epoca – esprime in modo appropriato la maledizione, il rigetto, la disapprovazione di Dio riguardo al peccato. Esso è il calice della collera di Dio, espressione massima del rifiuto da parte di Dio stesso.

Il Figlio facendo sua, assumendo su di sé la realtà del peccato, assume tutta la collera, il rifiuto, la disapprovazione e la maledizione di Dio: “Cristo ci ha riscattati (…), diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno” (G 13,13; Dt 21,23).

Considerando l'Amore, ossia, lo Spirito Santo, che unisce il Padre e il Figlio per riscattare l'umanità dal peccato, allora si può dire che la croce si impianta, diciamo così, nel cuore della Trinità. La croce rivela il rapporto altamente drammatico di Dio con Dio (riprenderemo il tema più avanti). La drammaticità si manifesterà in tutta la sua portata nell'orto degli ulivi il giovedì santo: “Padre, tutto è possibile a te: allontana da me questo calice” (Mc 14,36) e “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte” (Eb 5,7).

Se dal punto di vista umano il Dio Crocifisso è “scandalo per i Giudici e stoltezza per i pagani” (1 Cor 1,23), assolutamente inaccettabile e incomprensibile; dal punto di vista di Dio è il contrario: è l'uomo dominato e schiavizzato dal peccato scandalo e stoltezza per Dio stesso!

E' scandalo e pazzia che l'uomo si lasci andare nel peccato, che è la vera morte di cui sopra.

Nella croce Dio rovescia i criteri umani di scandalo e stoltezza! Per Dio, savio e intelligente è morire scandalosamente e stoltamente sulla croce pur di non cedere al peccato: “Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l'intelligenza degli intelligenti” (1 Cor 1,18).

E' l'evento della croce che manifesta la grandezza e la profondità del “mistero dell'iniquità” del quale il peccato è la concretizzazione nella persona e nella società. E' la croce che rivela cos'è il peccato e le sue conseguenze (non solo la valutazione personale con criterio unicamente soggettivo: “io ritengo”; “io valuto che” ecc.) non solo rispetto a Dio, ma, anche in rapporto a se stesso, all'umanità e alla creazione.

In effetti, fra peccato e croce c'è un mutuo rapporto e un legame specifico.

Così, sulla croce il peccato si presenta come:

Danno estremo nella forma radicale e violenta della morte. Ogni danno causato in maniera cosciente e libero é peccato. Gli altri senza intervento umano partecipano al “mistero dell'iniquità”.

Abbandono: “Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato” (Mc 15,37). La mente umana non riesce a percepire l'enorme portata del distanziamento. L'abbandono non è rottura del rapporto!

Solitudine: tradito, rinnegato, abbandonato da tutti, Gesù muore nella più profonda solitudine.

Sofferenza agghiacciante, impressionante e senza via d'uscita né di scampo.

Il peccato si concretizza come CROCE per:

. le vittime, innocenti della guerra e di ogni tipo di violenza

. le morti premature vittime dei sistemi economici, degli incidenti di lavoro, della strada ecc.

. i perseguitati e marginalizzati per la causa del regno di Dio

. i poveri e gli esclusi per la mancanza di scuola, di mezzi economici

. la creazione che soffre la distruzione dell'ambiente.

Conseguentemente, peccato-croce è un binomio inseparabile del “mistero dell'iniquità” agendo nel mondo e nella storia.

 

3) CROCE-LIBERAZIONE

La resistenza e la lotta estrema al “mistero dell'iniquità” portò Gesù alla morte. Non piegandosi alle esigenze e alla seduzione del “mistero dell'iniquità” con la morte Gesù uccise una volta per sempre il peccato. Nella croce il peccato è sconfitto. In e con Gesù crocifisso, è crocifisso una volta per sempre il peccato. Con ciò, il peccato è svuotato del suo potere. San Paolo rispecchia questa verità quando afferma: “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gl 6,14). In altre parole, il mondo e il peccato in e con Gesù è morto. Per l'adesione a Cristo anche in Paolo è morto il peccato e il mondo.

E' vero che, anche in di Paolo, la tentazione eserciterà tutto il suo potere e la sua forza e che soccomberà al peccato. Si sentirà “schiavo della legge del peccato nelle sue membra” (Rm 7,23). Per tre volte supplicherà Dio che lo liberi dall'umiliazione di una spina nella carne – peccato – e sempre riceverà la risposta: “Ti basta la mia grazia” (2 Cor 12,7-9).

Con tutto ciò, Gesù ha disfatto il nodo che unisce peccato e morte. Essendo entrato nella morte, senza piegarsi al peccato, distrusse l'intima e tenace rapporto peccato-morte. Di fatto, nella morte sulla croce non c'è complicità alcuna con il peccato:

Il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato la morte” (Rm 5,21). Al contrario, la morte di Gesù è reazione e resistenza al peccato. Con ciò, si può affermare l'inverso della citazione, ossia, il peccato non entrò in Gesù e con ciò venne la vittoria sulla morte.

Più ancora, la morte lascia il posto alla vita “anche se muore, vivrà; (…) non morirà in eterno” (Gv 11,25). Disfacendo, rompendo, l'intimo legame peccato-morte, a quest'ultima gli viene a mancare ciò che la sostiene e della quale è espressione e manifestazione. Ora la morte ha un altro significato e, soprattutto, un altro destino.

Ecco, allora, che la croce è la vittoria e liberazione del peccato. In questa prospettiva, essa non ha ragione di esistere. Più ancora, la croce è il trono della gloria di Dio, l' ora” che Gesù tanto aspettava, il “battesimo” nel quale desiderava essere immerso. Nella e sulla croce si manifesta l'azione di Dïo che distrugge il peccato, libera l'umanità dalla sua schiavitù e, per conseguenza, distrugge la morte stessa.

Ecco, allora, la croce come evento centrale della vita di Gesù.

11) GESU' E LA CROCE.

E' la riflessione di Paolo che illumina il significato e l'importanza della morte di Gesù nel Venerdì Santo: “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (2 Cor 5,21)

Analizziamo le tre affermazioni con la massima attenzione

a) “colui che non aveva conosciuto peccato

Effettivamente per l'origine e la pratica di vita, Gesù non ebbe a vedere niente con il peccato. Come Figlio, sono molte le citazioni della bibbia, che testimoniano la familiarità e l'unione con il Padre: “Chi ha visto me, ha visto il Padre (…) Io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14,9-11).

Lo Spirito Santo fece di Gesù il testimone della verità, in contrapposizione alla menzogna e alla falsità proprie del diavolo, la cui missione è dividere e allontanare (Gv 8,44).

Lungo tutta la sua vita, Gesù ebbe tolleranza zero con il peccato, ossia, con la falsità e la menzogna. Come poteva occultare la verità alla domanda delle autorità. “Tu dunque sei il Figlio di Dio?” (Lc 22,70), pur sapendo che la risposta lo avrebbe portato alla morte? Se avesse detto, o lasciato intendere, che non era Figlio di Dio, si sarebbe salvato, ma rinnegherebbe se stesso, facendosi ambiguo e perdendo, conseguentemente, la propria integrità.

Non sarebbe “l'Agnello di Dio” (Gv 1,29) senza macchia e difetto, atto per il sacrificio il giorno di Pasqua (Ex 12,5-6). Non sarebbe il Servo dei cantici di Isaia “Maltrattato, si lasciò umiliare e no aprì la bocca; era come un agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca” (Is 53,7). Non sarebbe in condizioni di affrontare il martirio con quello stato d'animo di chi non si sente depresso, frustrato, vuoto e abbattuto dalla ingiusta condanna “ Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato; per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso” (Is 50,7).

Integrità che, secondo una felice espressione di S. Agostino, come una preziosa ceramica è modellata dalla Parola e cotta nel fuoco della prova. (SI 44,18-19.24; SI 73,2-3. 12-13.16-18).

L'integrità fece di lui un soggetto ben identificato con la realtà umana di Figlio di Dio e nello svolgimento fedele della missione “Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,17).

b) “Dio lo fece peccato in nostro favore”.

Nell'Antico Testamento dopo ripetuti rinnovamenti dell'Alleanza, fu evidente che l'uomo è un soggetto ambiguo, tradisce e ritorna, tradisce di nuovo e poi ritorna. Infine, non ci sono le condizioni per realizzare un'Alleanza solida e stabile. Ciò determina l'entrata del Figlio nel mondo come uomo. Infatti, Padre, Figlio e Spirito Santo “decidono” di soccorrere l'umanità persa, che ripetutamente dette le spalle ai Profeti, la cui missione era chiamarli alla fedeltà dell'Alleanza.

Come il padre si butta nel mare, rischia tutto, per salvare il figlio che sta affogando, o che, senza accorgersene, è in grave pericolo, così, Gesù si mette in gioco per salvare le persone che gli stendono le mani, per caricare sulle spalle la pecora destinata a morire (Lc 15,3-7).

Dio lo fece peccato” in primo luogo significa che il Figlio assume la condizione del peccatore. Cosa vuol dire? Peccatore è colui che rifiuta Dio. Il rifiuto si manifesta in tutta la sua portata e drammaticità nel Crocifisso, il Dio in croce. Ma c'è anche l'altro lato, essa, la croce, manifesta il rifiuto, il rigetto di Dio, di un popolo che ha rinnegato e tradito l’Alleanza contratta nel Sinai con Mosè. Così l'esser fatto peccato comporta il farsi carico del doppio rifiuto da parte degli uomini come ateo, usurpatore del Messia, e da parte del Padre come ribelle e traditore dell'Alleanza.

Gesù si mise in gioco scontrandosi direttamente con la legge e l'aspettativa messianica legata ad essa. La legge mosaica dichiara maledetti coloro che non la osservano. Gesù con il suo atteggiamento divenne un trasgressore della Legge e pertanto doveva morire come maledetto da Dio. La prova di ciò era la croce. Il Deuteronomio sentenziava: “Se un uomo (…) è messo a morte e appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull'albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l'appeso è una maledizione di Dio” (Dt 21,22-23). Gesù è morto come peccatore, maledetto da Dio “Cristo ci ha riscattati (…) diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: “Maledetto chi è appeso al legno” (Gl 3,13). Conseguentemente, le pretese messianiche di Gesù erano totalmente incomprensibili e inaccettabili, pur avendo affermato esplicitamente: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti, non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento” (Mt 5,17). Ma l'aver affermato: “Fu detto (…) ma io vi dico” (Mt 5,21-27) questo “io” era una pretensione inaccettabile che lo poneva come trasgressore e non come osservante della legge.

L'essere costituito come peccato significava, anche, farsi carico di tutte le conseguenze, ossia caricare sopra di sé tutto quello che ciò significava in termini di sofferenza fisica, psicologica, umana e spirituale. Fisicamente non è difficile capire la portata della sofferenza, conoscendo come era il procedimento dell'esecuzione. Psicologicamente, sofferse la solitudine e l'abbandono degli apostoli e dei discepoli, tutti fuggirono. Umanamente sentì il disprezzo di tutti.

Alcune volte, la sofferenza può essere ammirata o esaltata in colui che per una causa nobile, e, al limite, muore per salvare altri. Alcune volte, è motivo di commiserazione: purtroppo è successo, non si è potuto evitare. Ma quando la sofferenza è motivata dal disprezzo, dal rigetto, è privata da ogni dignità. E' qualcosa di spregevole e la morte è disonorata: “Disprezzato e reietto dagli uomini (…) come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevano alcuna stima (…) noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato (…) Gli si diede sepoltura fra gli empi” (Is 53,3-4.9). Spiritualmente, sperimentò il silenzio dello Spirito e l'abbandono del Padre al quale consegnò il proprio spirito, ossia, la sua vita e la missione: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46).

Dio lo fece peccato” significò entrare nella morte in un modo così tragico difficile da immaginare. Mi sembra che essa sia la causa della relativa breve agonia di Gesù che sorprese lo stesso Pilato: “Pilato si meravigliò che fosse già morto” (Mc 15,44).

Ecco allora la coesistenza di due atteggiamenti opposti: quello di rifiuto: “Allontana da me questo calice” (Lc22,42); Cristo “offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte” (Eb 5,7) e di obbedienza “non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42); “imparò l'obbedienza da ciò che patì” (Eb 5,8). Dallo sconcerto e potenziale rifiuto, Gesù passa all'obbedienza della volontà del Padre.

Dio lo fece peccato” è assolutamente sconcertante per la comprensione umana: “Egli (il Padre) non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi” (Rm 8,32).

Il Padre consegna il Figlio. Il Figlio si consegna e accetta di essere consegnato dal Padre. Il Figlio, accettando la solidarietà con i peccatori nel battesimo del Giordano, accetta, anche, di essere consegnato da parte del Padre. Con ciò, si consegna liberamente. Il termine “consegnare” è molto forte, è lo stesso che tradire, ripudiare, uccidere. E' una espressione che caratterizza l'ira e il giudizio di Dio con l'uomo peccatore. Che il Padre consegni il Figlio è una delle affermazioni più spaventose del N.T.; Cristo è il “maledetto” da Dio. La teologia della croce arriva al suo punto estremo.

L'evento della croce rivela il “mistero dell'iniquità” e il “mistero della salvezza” come realtà molto superiori a ogni comprensione e sensibilità umana. Malgrado ciò, essi hanno come riferimento centrale la persona nella quale e per la quale la dinamica dell'amore di Dio ha il suo destino e la sua finalità.

c) Perché in lui noi potessimo diventare Giustizia di Dio”.

Il processo di riabilitazione

Con l'incarnazione e la nascita a Betlemme, Gesù diventa il nostro rappresentante, rappresentante dell'umanità tutta in Dio. E' anche il rappresentante di Dio verso l'umanità. Agendo come nostro rappresentante davanti al Padre, e per l'azione dello Spirito Santo, comincia un processo di resistenza attiva e passiva al peccato.

Resiste attivamente nel senso che non cede alle proposte ingannose e seduttrici del peccato. E' quello che potremmo chiamare come “tolleranza zero”. Non solo, ma affronta il peccato per smascherarlo e distruggerlo.

L'opposizione al peccato e l'obbedienza al Padre (Eb 5,8) incontra in Gesù una personalità determinata e decisa a favore della verità (non menzognera), dell'integrità (non doppia, con seconde intenzioni), tenace nella resistenza (non debole), nella fermezza (non vacillante) e coraggiosa (non codarda). Queste virtù fecero di lui un essere inattingibile e impermeabile al peccato. Il peccato non riesce a sfondare ed entrare in lui. Non volle “giustificare” il peccato come se dovesse necessariamente concedergli il diritto di cittadinanza nella sua persona. La resistenza fu radicale.

Alla resistenza attiva, il peccato reagisce con forza usando il suo massimo potere: la morte. Ma Gesù, davanti a ciò non fugge, non devia dal cammino, non si piega né rifiuta la sofferenza: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello (…) e non aprì la sua bocca” (Is 53,7). E sperimenta tutto il peso dell'impotenza come chi sta in un vicolo senza uscita.

Merita sottolineare che rifiuto e sofferenza non sono motivo di disperazione o di depressione. Soffre con dignità: “non aprì la sua bocca”, e, sorprendentemente, non si offusca in lui la comprensione dei limiti e degli sbagli delle autorità e del popolo, ma li guarda con sentimenti di profonda misericordia e compassione. La dignità si manifesta nella sua massima espressione nel fatto che non si lascia portare da sentimenti di vendetta, di odio, di risentimento, al contrario, offre a tutti il perdono: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

 

4) L'EFFETTO OGGETTIVO DELLA MORTE IN CROCE.

Paradossalmente con la morte in croce, Dio riconcilia e riabilita il mondo con sé nel momento in cui il popolo rigetta il Figlio come “peccatore” e come “maledetto” da Dio. In effetti, dal punto di vista umano e della sua logica, è incomprensibile come il gesto del rigetto di Gesù da parte del popolo sia lo stesso gesto di riconciliazione e di riabilitazione da parte di Dio. Dal punto di vista umano, è assurdo e ironico; dal punto di vista divino è la pura realtà dell'amore, ossia, l'esercizio del dono dell'orizzonte della gratuità nella sua più alta e pura espressione. Appunto: divino. In un certo modo si può dire che in tutto ciò Dio si è sostituito al popolo. In effetti, per la misericordia e compassione, Dio, in Gesù si fa “peccatore” e “maledetto” per espiare, per essere sacrificato al posto di …

Più esattamente, il termine adeguato è rappresentare. In effetti, rappresentare non è sostituire. Con la sostituzione, l'altro sparisce, esce di scena; al contrario rappresentante e rappresentato continuano vivendo un singolare e specifico rapporto per il quale uno e tutto nell'altro e, allo stesso tempo, sono distinti, non perdono la propria individualità e specificità: “Eppure egli si è caricato le nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori (…). Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo guariti” (Is 53,4-6). E' in questo rappresentante che il peccato è distrutto e la morte vinta per sempre. Esattamente per la sua obbedienza al Padre nella sofferenza, motivata per la resistenza attiva e passiva al peccato. E' importante considerare che la rappresentazione non è richiesta. Nessuno ha pensato di chiederla, dato che nessuno poteva immaginare – neanche lontanamente – che potesse darsi. Essa è assunta per iniziativa propria e offerta a posteriori, dopo aver compiuto quello che si proponeva: Paolo scrive: “Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito, Cristo morì per gli empi (…) mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,6-8).

L'effetto oggettivo si può riassumere in tre aspetti:

o Oggettivamente, nella radice e profondità dell'essere siamo resi giusti davanti a Dio Padre. In altre parole, siamo riabilitati, riconcilianti, salvi dal giudizio e dall'ira di Dio (Rm 5,9-11).

o Questa morte è unica e per tutti i tempi e tutti i luoghi (Rm 6,10); “Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio” (1Pt 3,18).

o Abbraccia tutta l'umanità. E' universale (Rm 5,18-19).

 

5) L'EFFETTO SOGGETTIVO: LA GIUSTIFICAZIONE PER LA FEDE

La persona, l'umanità, prende possesso della giustificazione per mezzo della fede: “(gli uomini) sono giustificati gratuitamente per la sua (di Dio) grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù” (Rm 3,24). Dio destinò Gesù “come strumento di espiazione, per mezzo della fede (di Gesù), nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia (…), nel tempo presente, così da risultare lui giusto e rendere giusto colui che si basa sulla fede in Gesù” (Rm 3,25-26). Siamo giustificati e diventiamo giusti alla presenza di Dio non per pagare in qualche modo i nostri peccati, ma per accettare con piena convinzione, che nella croce ci stava rappresentando e pagò il prezzo del riscatto per noi. Ciò è proprio il contenuto della scoperta che illuminò la mente e riempì profondamente il cuore di san Paolo, incominciando dall'evento all'entrata di Damasco è andato sempre più crescendo e sviluppandosi: “mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gl 2,20). Nell'esperienza profonda della propria persona e nell'intimo di essa il “per me” associato all'accettazione che Lui mi rappresenta nella croce fa di quest'ultima come uno specchio nel quale, guardandosi, specchiandosi vede se stesso crocifisso, crocifisso in Lui.

Cosicché, guardando sulla croce Gesù crocifisso, se vede l'umanità di Gesù (e nostra) crocifissa. In questa umanità, si vede se stesso. E' come se il volto di Cristo fosse il proprio volto e il proprio volto, pur rimanendo tale, assume misteriosamente un non so che delle fattezze di Cristo. Infine, vede se stesso crocifisso!! “Lo sappiamo: l'uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato” (Rm 6,6). Conseguentemente, l'oggettiva giustificazione si fa soggettiva, ossia, è assunta e acquisita dalla persona.

Tutto ciò costituisce l'asse fondamentale della fede, il suo contenuto basico e imprescindibile. Accettare il dono della fede ed esercitarlo, renderlo attivo, in noi, suppone che esso ci incontri disponibili e consenzienti nel lasciare che ci tolga l'iniziativa, l'attività, la gestione e l'esecuzione del processo oggettivo della giustificazione. Quello che ci rimane è la risposta, l'adesione, l'accettazione, ossia l'aspetto soggettivo, senza il quale l'oggettivo rimane come “congelato”, come “distante” e inefficace.

Ecco allora la comprensione della definizione centrale della fede offerta dal Nuovo Testamento: “la fede è fondamento di ciò che si spera” (Eb 11,1a). Si può dire che è un modo di già possedere quello che si spera. Quello che si spera è la giustificazione, e la fede è il modo di già averla per sé, esattamente per quanto detto sopra.

Solo così si fanno comprensibili le parole di Paolo “Così anche voi consideratevi morti al peccato (…). Il peccato infatti non dominerà su di voi” e lo stupore dello stesso con chi ritorna al peccato: “E' assurdo! Noi, che già siamo morti al peccato, come potremo ancora vivere in esso?” (Rm 6,2).

Alla giustificazione si innestano conseguenze etiche e di partecipazione alle sofferenze di Cristo. Nel primo caso, essa determina un “prima” e un “poi” nel comportamento della persona: “Quando infatti eravate schiavi del peccato (…) quale frutto raccoglievate allora da cose di cui ora vi vergognate? Il loro traguardo infatti è la morte. Ora, invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, raccogliete il frutto per la vostra santificazione e come traguardo avete la vita eterna” (Rm 6,20-22). Il frutto della e per la santificazione è esattamente il comportamento e gli atteggiamenti interiori corretti che mantengono nel cammino, orientato alla pienezza di vita. Con altre parole, significa acquisire la libertà per viverla nella sua portata vera e profonda: il dono di sé nell'amore “Cristo ci ha liberati per la libertà!” (Gl 5,1). Ossia, liberi per amore (Diverso dalla libertà di scelta; di stare seduto o in piedi; di leggere o di nuotare ecc.).

E' nel dono di sé, nell'amore, che si mantiene e si cresce nella libertà “intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte” (Rm 6,5). Si tratta di prendere su di sé la stessa lotta di Gesù per mezzo della quale ottenne la giustificazione, ossia, la resistenza attiva, passiva e il martirio, ma per il cammino inverso. Cristo morendo ottenne la giustificazione. Noi, già giustificati per la fede, siamo chiamati a resistere fino alla morte al peccato.

La seconda parte della definizione della fede della lettera agli Ebrei è particolarmente importante “(…) e prova di ciò che non si vede”. (Eb 11,1b).

In che senso è prova? Non è una visione, né un'argomentazione particolarmente convincente alla ragione, ma un'esperienza. E' una prova esperienziale dell'amore di Dio che non si vede, ma ci avvolge e ci riempie di esso. Quindi la fede offre questa intensa esperienza di amore. E' in essa che il giustificato percepisce che Cristo “mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gl 2,20), prende coscienza del dono della liberazione e non vuole perdere Cristo per nessun motivo, costi quel che costi.

Questa determinazione porta alla croce. Non perdere Cristo vuol dire resistere al male, rigettare il peccato, sperimentare la solitudine, il che permette al giustificato affermare: “Sono stato crocifisso con Cristo” (Gl 20,19b). Si creano le condizioni per le quali lui e Cristo diventano una cosa sola. E' il processo per il quale si da il passaggio di “Cristo per me” al “Cristo in me” e “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gl 2,20). Più ancora, è partecipare delle sofferenze di Cristo, in termini di completamento “ Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Cl 1,24).

Il giustificato testimonia l'”oggi” della salvezza. Allo stesso tempo percepisce le piaghe che il processo comporta, sono in parallelo e in sintonia con le piaghe di Cristo. Dirà Isaia: “per le sue piaghe noi siamo stati guariti (Is 53,5c), riferendosi all'agnello innocente immolato. Le stesse parole additano il giustificato piagato a morte per la resistenza al peccato. E' così che Dio regna nel giustificato. Sorprendentemente, allegria e sofferenza camminano di pari passo (il contrario dell'allegria non è la sofferenza, è la tristezza).

 

6) “DISCESE ALL'INFERNO”

(Adattamento del testo di J.Moltmann “L'avvento di Dio – Escatologia cristiana – Ed. Queriniana 1998).

La Bibbia distingue nell'uomo che muore, due comportamenti: il corpo morto, il cadavere, che è sepolto, e un nucleo come addormentato o incosciente della personalità, l'ombra, che scende allo “Sheol” o regione sotterranea dei morti.

La morte era considerata come una radicale separazione da Dio, e lo “Sheol” come un dominio sul quale il Signore non regnava.

Si tratta di un mondo dove i morti vivono una vita spenta, un'esistenza diminuita come “ombre” che abitano nell'oscurità e nella polvere.

Con la morte, Gesù è diventato fratello dei morti. Il senso di lui che è disceso agli inferi, nel regno della morte, sta nel fatto che lui, partendo dalla solidarietà con i morti, fa che i morti percepiscano la possibilità di redenzione che è a disposizione di tutti e porta ad essi la speranza. Il Vangelo esercita una forza retroattiva!

Anche quelli che sono morti possono avere accesso a Cristo, perché Cristo venne per loro. Ciò che è sottolineato è il permanente rapporto con Cristo: “Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire (…) potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,38). I morti non sono separati da Dio, né stanno dormendo, né sono risuscitati: sono semplicemente “in Cristo”: “ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo” (Fl 1,23). I morti non sono persi, ma ancora non sono salvi definitivamente. La comunione con Cristo, dopo la morte, non è “congelata” o diminuita, ma dispone delle sue proprie possibilità: “Infatti anche i morti sono stati evangelizzati, così che, anche se giudicati come uomini nella carne, vivono secondo Dio nello spirito” (1Pt 4,6). Dopo la sua morte Cristo: “nello spirito andò a portare l'annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere” (1Pt 3,9). Cristo è sceso agli inferi per dar vita al passato.

Nella comunione in Cristo, si fa esperienza di che non esistono più limiti, ne quello che passò riesce a fuggire alla sua opera salvatrice. La comunione con Cristo si presenta, per così dire, in forma di due semicerchi: uno è la comunione con i vivi, e l'altro è la comunione con i morti. Lo spazio dei vivi lo conosciamo bene, ma non conosciamo quello dei morti, giacché ci manca l'esperienza. Possiamo avere certezza che con la nostra morte usciamo dalla comunione con i vivi e ci trasferiamo nell'altro semicircolo onde avremo altra esperienza del nostro stare uniti a Cristo.

E' nella comunione con Cristo che incontriamo e sperimentiamo la vicinanza dei morti. In ogni luogo dove incontriamo l'amore infinito di Dio, incontriamo la presenza dei nostri cari defunti. Maggiore è la profondità in Cristo e più profonda è la comunione con i morti. La comunione di Cristo con i morti e i vivi mette in risalto la comunione permanente e indistruttibile che si stabilisce fra vivi e morti: non una “comunione per espiare”, ma “per amare”, in quanto fondamentali nella comune speranza.

Pertanto, i morti dispongono di tempo, non il tempo della nostra vita che porta alla morte, ma del tempo di Cristo, il tempo dell'amore, un amore che accoglie, trasfigura, anche che porta alla vita eterna (E' esattamente l'elemento di verità nella dottrina del purgatorio).

La separazione fra la e qua non è superata in noi, né nel mondo, né nel regno degli spiriti, ma unicamente in Cristo Risorto. E' in lui, che con i morti rimarranno sempre uniti nell'amore degli uni per gli altri e nella speranza comune. E' in lui che i morti rimangono presenti fra noi i viventi. Quello che unisce è la comune speranza nel futuro della vita eterna e della nuova creazione. Anche se non sia ancora chiaro quello che noi e loro (i morti) saremo quando Lui ritornerà, noi e loro (i morti) lo vedremo come Lui è (1Jo 3,2). E possiamo aggiungere: Ci vedremo gli uni e gli altri nell'onnipresenza di Dio. Può darsi che sia questo il senso profondo dell'intercessione della Chiesa per i defunti, dato che Cristo è presente anche nei piccoli, nei poveri ecc. (Mt 25,31-46) e cresce la comunione con Cristo che si fa prossimo di loro. Si può affermare che la comunione con i morti cresce nella comunione eucaristica e nella solidarietà con i poveri. Loro si fanno nostri vicini, quando lo Spirito di vita ci riempie di felicità. La comunione che si stabilisce fra vivi e morti è la speranza della risurrezione nella pratica giornaliera.

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