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Considerazioni previe

La morte di Gesù per la tradizione giudaica fu la morte dell'empio. Gli Apostoli dovevano dimostrare come e perché nella predicazione invertivano le cose: l'empio è diventato fonte di salvezza. A partire da quali elementi? Con che base? Loro cominciavano dicendo che fu un'esperienza: Videro Gesù: il crocifisso è risorto!

Due avvenimenti qualificano Cristo, alla fine della sua vita: la morte e la risurrezione: Non sono due avvenimenti che possono essere messi sullo stesso livello o uno dopo l'altro.

La morte e la risurrezione di Cristo sono due avvenimenti in contrasto radicale tra loro. E' il contrasto necessario per non distruggere la caratteristica della morte di croce o la caratteristica della risurrezione, giacché le due visibilizzano il “mistero dell'iniquità” e il “mistero della salvezza”, presentando la realtà di questi, nella sua dimensione storica e trascendentale. Il contrasto offre elementi per rendersi conto della grandezza, forza e importanza degli elementi in gioco e di ciò che succede fra loro.

Di fatto, la croce di Cristo è manifestazione della violenza e del peccato degli uomini in un determinato tempo ed esattamente il Venerdì Santo. La risurrezione di Cristo è un fatto storico che all'alba della Domenica le donne prendono conoscenza e rivelano che Cristo vive nel tempo futuro, nella gloria di Dio ( la realtà ultima in Cristo è definitiva, la pienezza di vita). Tra morte e risurrezione la "e" è di più. Nel Credo dopo l'affermazione che Gesù fu ucciso, sepolto e discese all'inferno, ci vorrebbe un punto, una pausa.

Da lì inizia un enunciato completamente e qualitativamente ben differente, ossia, l'ultimo e definitivo riguardante Cristo. L'evento della risurrezione non può essere misurato da nessuna esperienza umana, semplicemente perché va oltre a ogni esperienza umana (scientifica o no) e si stabilisce in un ambito che va oltre, ossia, divino.

In effetti, la croce è un evento storico: la risurrezione un evento escatologico.

Evento storico.

La crocifissione di Gesù è qualcosa ben accetta e comprensibile al ragionamento, dato che è un fatto successo in maniera che tutti potevano vedere il Venerdì Santo. Tutti, indistintamente, potevano constatare il corpo appeso di Gesù morto.

Evento escatologico.

La fede è la capacità di dare fiducia a quello che non si vede, e il ragionamento non capisce. Da ciò deriva per il raziocinio nuove e maggiori informazioni, attraverso le quali acquisire nuove conoscenze che prima non aveva.

In questo senso, la risurrezione di Gesù è accessibile solamente per la fede.

Essa è l'evento escatologico (il punto finale della storia dell'umanità e di ogni persona), e manifesta la persona di Gesù nel suo punto finale, nel suo destino ultimo e definitivo.

La morte è comprensibile al raziocinio e , allo stesso tempo, la resurrezione è comprensibile solamente per la fiducia nella testimonianza degli apostoli che videro Gesù risorto.

Pertanto, fede e raziocinio sono complementari e si completano. Partendo dalla fede nella risurrezione, il raziocinio, capisce qual è il punto d'arrivo, il destino, il futuro di ogni persona e dell'umanità.

Il solo raziocinio finisce dicendo: è morto e basta, o crede nell'esistenza di fantasmi, di spiriti che vanno di qua e di là, una serie di credenze che complicano la vita e generano paura e confusione nelle persone.

L'evento escatologico per sua natura va oltre la comprensione e, più ancora, ai concetti e idee umane.

L'evento della Risurrezione di Gesù

La vita di Gesù è riscattata per la volontà del Padre, per mezzo dello Spirito e con il consentimento del Figlio (Gv 10,17-18).

La Bibbia, nel tentativo di spiegare ciò che è successo con l'evento della risurrezione di Gesù, usa tre termini:

. Lo Resuscitò. Era steso per la morte e lo mise in piedi. La persona di Gesù, corpo e anima, tornarono alla vita, a vivere.

. Lo esaltò. Dopo la morte spregevole e disonorata, Gesù entrò nella gloria, nella presenza di Dio e ricevette onore, vita e comunione per sempre.

. Vita in pienezza. Gesù ricevette la vita piena. Fu un salto qualitativo. La prima, nella vita mortale, poteva morire, adesso vive per sempre nella pienezza che solo Dio può dare.

Fu una sorpresa per tutti. Nel giovedì santo, nel Getsemani, Gesù supplicò il Padre che lo poteva salvare dalla morte e “per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito” (Eb 5,7). Distrusse in lui la morte. Fu la morte della morte.

Risurrezione non significa rianimare un cadavere, né ritorno a questa vita che porta alla morte, per esempio, come il caso di Lazzaro (Gv 11,44), del giovane figlio della vedova di Naim o la figlia di Giairo.

Risurrezione esclude l'idea di una “vita dopo la morte”, l'immortalità dell'anima o la migrazione dell'anima in altro luogo. Tutte queste idee coesistono con la morte. Accettano la morte, parlano di un “oltre”, di un “dopo” la morte, ossia non eliminano né distruggono la morte.

Per i Vangeli, al contrario, risurrezione significa “distruzione della morte”. La risurrezione dai morti addita a una nuova attività creatrice di Dio. Quello che succede è una nuova creazione.

Conseguentemente, dire che “Gesù fu risuscitato dai morti” significa ammettere che, in Gesù, sono successe due esperienze contraddittorie. Per un lato Gesù morì non appena fisicamente, ma totalmente, consegnò lo spirito non appena per gli uomini, ma anche per Dio. Dall'altro lato, è vivo con una vita che mai potrà morire. Vivo per sempre!

Le difficoltà di parlare della Risurrezione.

Non abbiamo altre esperienze della risurrezione che permettono comparare, confrontare e farsi un'idea adeguata di ciò che essa fu ed è. La distruzione della morte in Gesù risorto successe solo in Lui; gli uomini continuano morendo e non risuscitando.

Quello che successe in Gesù fra la morte in croce e le apparizioni, nessuno vide e anche nessuno si riferisce a esso. Non ci sono testimoni oculari del processo di risurrezione, di come è avvenuto o di cosa, scientificamente, successe. Ci sono prove dubbiose: il sepolcro vuoto i teli e il sudario piegato. Il sepolcro vuoto è il segno esteriore della risurrezione di Gesù.

E 'impossibile sapere ciò che la risurrezione fu per Gesù. Sarebbe domandarsi al riguardo dell'esistenza del crocifisso in un mondo del quale non abbiamo esperienza. Non fuggiremmo da contraddizioni insolubili. Gesù attraversa i muri, appare in mezzo agli Apostoli nel Cenacolo, non è riconosciuto dai suoi discepoli. Maria Maddalena pensa trattarsi del giardiniere, i discepoli di Emmaus lo ritengono come uno straniero, Pietro lo confonde con un pescatore. E, con tutto ciò, è lo stesso Gesù che essi conoscevano nella sua vita terrena: la sua voce è familiare, spezza il pane con loro … Questi tratti, allo stesso tempo terreno e che vanno oltre la dimensione umana, portavano a immaginare il Risorto con caratteristiche immaginarie. Si è tentato di descrivere l'oltre, l'al di là a partire dal di qua. Ma è facile capire che il “di qua” è legato ad un certo modo di parlare, a una determinata cultura che non sempre aiuta. Allora si ricorre a immagini, parabole, comparazioni, ecc … che non pretendono dire come una cosa è in tutti i suoi dettagli, come se fosse una fotografia, ma sono maniere per dire quello che si sente o si prova in circostanze della vita come questa.

E' impossibile stabilire la concordanza fra i testi dei vangeli che riguardano la risurrezione di Gesù. L'interpretazione autentica dei testi non deve armonizzarli, giacché i suoi autori non pretendevano trasmettere un racconto storico (nel senso di quello che comunemente intendiamo per storia) degli eventi e dei giorni del Risorto. Al contrario, si deve prendere come punto di partenza le divergenze esistenti fra loro, motivate dalle diverse culture e modi di comprensione dei destinatari del messaggio – giudei, greci, ecc.

 

I SIGNIFICATI DELLA RISURREZIONE DI GESU'

Giustizia e Glorificazione di Dio.

Gesù nostro Signore, è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (Rm 4,25).

Con la risurrezione di Gesù, condannato ed esecutato dai capi del popolo e da Ponzio Pilato, il processo è ripreso da Dio stesso. E Dio, con la risurrezione di Gesù, dichiarerà suo Figlio innocente e giusto. Quello che Gesù disse, insegnò e fece è veritiero e giusto, corrisponde al disegno e alla volontà del Padre, contrariamente a quello che dicono i capi del popolo che lo ritenevano un bugiardo, un ingannatore e usurpatore dell’autorità e del potere di Dio.

Pertanto, l'evento della morte e risurrezione di Gesù si fa rivelazione e manifestazione della giustizia di Dio.

L'Antico Testamento già parlava della risurrezione dei morti, ma con un significato diverso di quello offerto dalla risurrezione di Gesù, come giustizia di Dio.

Questa giustizia di Dio rappresenta un salto qualitativo rispetto alla concezione del profeta Daniele “Molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l'infamia eterna” (Dn 12,2). Si tratta della glorificazione della legge nei giusti e negli ingiusti. La giustizia di Dio era intesa come premio per coloro che predicavano fedelmente la Legge e come castigo per i trasgressori. Neanche la morte era ostacolo perché ciò si compisse.

Conseguentemente, i morti erano risuscitati per il giudizio definitivo. Non è il desiderio di vita eterna che qualifica la speranza della risurrezione nell'Antico Testamento, ma la “sete di giustizia”, ossia il trionfo della legge addirittura dopo la morte.

La risurrezione di Gesù fu per “la gloria di Dio Padre” (Fl 2,11c), la vita eterna e la pienezza di vita che non muore. La gloria di Dio è che l'uomo viva in pienezza e per sempre. La giustizia di Dio è la restaurazione, il ristabilimento di tutte le cose nella pienezza di vita. In questo senso, giustizia e glorificazione di Dio sono le due facce della stessa moneta.

Il futuro (domani) irrompe nel presente (oggi).

La fede nella risurrezione, nella vita eterna, sostenne e alimentò la speranza dei nostri antenati, nella stessa maniera che sostiene e alimenta la nostra oggi. Gli antenati e noi oggi abbiamo in comune la fede, la speranza di vita eterna, le aspettative e le speranze future. Le promesse e le aspettative degli antenati non sono passate, sono le stesse promesse e le aspettative di oggi. Per questo motivo dobbiamo preservare la memoria degli antenati e non dobbiamo dimenticarli, il passato suscita in noi memoria e fede.

La risurrezione di Gesù è l'irruzione del futuro e della vita eterna nel presente. Essa parla e fondamenta il futuro degli antichi e il futuro per noi oggi. Il futuro porta la speranza di un mondo nuovo e motiva la volontà di trasformazione del “vecchio” in "nuovo": "Ecco io faccio nuove tutte le cose" (Ap 21,5 b).

Quello che è centrale, a partire dalla resurrezione di Gesù, in rapporto al tempo inteso nel suo scorrere da passato a presente verso il futuro è il futuro.

Nel presente, irrompe il futuro che riprenderà tutto il passato, dall'ultima ora fino alla prima, per questo Cristo discese agli inferi, per riprendere il passato.

La risurrezione di Gesù autorizza un legame molto singolare di futuro e passato, invertendo così la direzione del tempo. Comunemente intendiamo come una freccia che lega tre momenti: passato, presente e futuro (→). La risurrezione di Gesù mette la freccia nella direzione opposta (←), è il futuro che si fa presente e riprende tutto il passato. Ciò dà nuova luce alla nostra intelligenza ed è fonte di nuove conoscenze. Il nuovo irrompe in noi esattamente per l'inversione della concezione del tempo.

In effetti, se pensiamo che "Con Lui (Cristo), ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli" (Ef 2,6), ciò ci "obbliga" assumere il nostro oggi a partire dal futuro. Il cielo non è solo il nostro futuro, la meta della nostra pellegrinazione, il frutto meritato del nostro sforzo, già è il nostro presente donato dalla risurrezione di Gesù. Il futuro irrompe nel presente; l'eternità nel tempo. Tempo ed eternità si uniscono, non si contrappongono, non si escludono l'un l'altro: … Possiamo parlare di "tempo eterno."

Vivere il presente nella tensione del futuro che si fa presente e riprende il passato, suppone vivere con tutta l'intensità il rapporto tra il passeggero e l'eterno; la promessa e il compimento; il vecchio e il nuovo. Tutto ciò è il contenuto della fede: "La fede è il fondamento di ciò che si spera,e prova ciò che non si vede” (Eb 11,1).

Il significato della vita non è nel domani, ma si nell'oggi. "Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato" (Luca 4,21). “Oggi con me sarai nel paradiso (Luca 23,43). E' vivere il presente nella potenzialità mistica.

La storia dell'umanità, dal punto di vista di Dio, comincia dalla fine, dal destino al quale è orientata (Ap 21-22).

Se con la risurrezione di Gesù, Dio inverte la direzione del tempo, inverte anche la direzione della storia e dell'umanità. Per Dio la storia non incomincia dall'inizio, dall'origine, ma si dal destino e dal fine. Nella risurrezione di Gesù, Dio rivela quale sarà il destino della persona, dell'umanità, della creazione. Nel mezzo dell'oscurità dell'incapacità e impossibilità della ragione e dell'esperienza umana di capire e accedere alla realtà della risurrezione, essa si offre come una realtà sorprendente, totalmente inaspettata in termini di infinito, di pienezza, di gloria ecc. e ciò rivoluziona il senso e il modo di comprendere la vita personale, la storia dell'umanità, dell'universo e del destino di tutti. Pertanto, la storia, dal punto di vista di Dio, è il giornaliero della vita personale e sociale, della natura e della creazione, in quanto storia illimitata, modellata e orientata dalla risurrezione di Gesù.

 

IL LEGAME CROCE-RISURREZIONE

E' nell'ultima e decisiva battaglia che la lotta fra il “mistero dell'iniquità” e il “mistero della salvezza” manifesta la realtà trinitaria di Dio; la verità dell'uomo, ossia, la sua vocazione e realtà profonda; il destino dell'umanità come tempio di Dio, casa di Dio, e il senso dell'universo e della creazione come partecipanti della lode e gloria di Dio.

La lotta finisce con la vittoria del mistero della salvezza “La luce (mistero della salvezza) splende nelle tenebre (mistero dell'iniquità), e le tenebre non l'hanno vinta” (Gv 1,5), e ancora: “ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la Grazia” (Rm 5,20). La risurrezione è espressione della vittoria sulla morte e sul peccato.

E' di grande importanza non perdere di vista il legame croce-risurrezione per la corretta comprensione dei “misteri” dell'iniquità e della salvezza nei quali è immersa l'esistenza di tutto e di tutti.

Gesù solidale con il peccatore, suo rappresentante e obbediente al Padre “fino alla fine” (Gv 13,1), “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò un nome che è al di sopra di ogni nome” (Fl 2,8-9). Che portata ha il “per questo”? Nella croce, Gesù soffrì l'abbandono, l'allontanamento del Padre (non la rottura del rapporto, giacché stava obbedendo alla volontà dello stesso!)

L'allontanamento Padre-Figlio è la realizzazione, drammatica e sofferta, dell'allontanamento Dio/umanità – Dio-uomo e rivela la profondità e le tragiche conseguenze del peccato.

Dio non rompe il rapporto con l'umanità per la sua fedeltà all'Alleanza e alla Promessa, elemento costitutivo della sua identità: “se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2Tm 2,13), anche, perché di essa partecipa l'umanità e la persona del Figlio. In effetti, nel Figlio è rappresentata l'umanità e le persone obbedienti. (Se l'umanità e le persone continuano lontane e distanti dal Padre è perché non conoscono, non danno importanza, non sintonizzano né credono alla rappresentazione del Figlio presso il Padre).

L'allontanamento, il distanziamento, fa intravedere che il rapporto si mantiene in virtù dell'obbedienza-fedeltà del Figlio al Padre e dell'obbedienza-fedeltà del Padre alla causa del Regno. In tutto ciò, il Figlio, pur morendo, si mette a disposizione della venuta del Regno, consegnandosi totalmente nelle mani del Padre. Ecco, allora, che la risurrezione è il Regno di Dio impiantato e rivelato nella realtà umana del Figlio.

Con ciò, la morte di Gesù per se stessa non si proietta nella risurrezione, ma nel Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). Cosicché, non è l'uomo Gesù che vince la morte. Dio Padre mantiene Gesù nella morte e supera la negatività della morte unicamente per mezzo del proprio atto ri-creatore (nuova creazione) nell'unità con se stesso, per Amore, nell'Amore e con Amore!

Lo sfondo di tutto è l'Amore. L'Amore è più forte della morte, contrariamente all'amore umano che è come la morte: “… perché forte come la morte è l'amore” (Ct 8,6). L'Amore è la dinamica fra il Padre e il Figlio, ossia, lo Spirito Santo. Lo Spirito è il grande attore della risurrezione. E' gratuità, libertà e verità che assieme configurano il suo agire e costituiscono il trionfo della vita sulla morte. Nel credo è pregato come “Signore che dà la vita”.

All'atto libero e gratuito del dono di se stesso al Padre e all'umanità, il Padre risponde con l'atto libero e gratuito accogliendo l'umanità del Figlio nella comunione Trinitaria, rivelando, così, la verità del rapporto “mistero dell'iniquità” e “mistero della salvezza”, ossia, morte-vita.

In effetti, il rapporto morte-risurrezione non è del tipo causa-effetto, come qualcosa di meccanico. E' il vissuto di Amore fra amante e amato, orientato alla nuova creazione, all'umanità e allo svelamento del Regno. Così, la vittoria sopra la morte solo può essere compresa come dono libero del Padre al Figlio che, confidando pienamente nel Padre, si abbandona totalmente in lui. Gesù muore liberamente aprendosi, senza nessun appoggio o condizione previa, alla libertà del Padre.

In quest'ottica, nella croce non c'è la risurrezione, e nella debolezza non c'è la forza di Dio. Croce e risurrezione sono intimamente legate, non per una unità paradossale, ma per una sequenza motivata e sostenuta dall'amore e per amore. E' in virtù di ciò che la croce è il modo di prendere possesso della risurrezione. Allora, la croce non è l'ultima parola dell'amore di Dio per l'umanità, in virtù della quale la giustifica liberandola dal legame peccato-morte. L'Amore di Dio continua agendo, andando oltre la morte fino alla vita piena.

Allo stesso tempo, essendo difficile parlare della risurrezione furono inventate immagini di un mondo fantastico. Il Risorto appare in tutta la sua gloria e splendore. La risurrezione è diventata come un pensiero astratto, fantasioso, della realtà dell'altro mondo e della vita dopo la morte e l'affermazione intellettuale di un evento passato che autenticherebbe la croce.

La risurrezione venne pensata come un prodigio, come qualcosa straordinario, misterioso, miracoloso e una specie di premio che il Padre dette al Figlio per la sua fedeltà e obbedienza. Di fatto, Gesù non risuscitò di forma ostensiva e spettacolare per tutto il popolo, come se Dio volesse fare di lui una prova fisica e irrefutabile per gli increduli: “Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio” (At 10,40-41). Dio agì in sintonia con il significato della resistenza di Gesù alle tentazioni del deserto e alla tentazione di scendere dalla croce poco prima di morire.

Cedendo alle tentazioni avrebbe svuotato il contenuto della fede nella missione salvatrice di Gesù, impossibilitando la comprensione e il legame fra vita, passione, croce e risurrezione e facendo della croce l'opportunità, molto eloquente, di manifestare il proprio potere di auto-esaltazione e, così, sottomettere gli uomini al proprio potere e dominio.

Il gesto spettacolare e miracoloso non crea comunione di vita e di esperienza. Suscita nelle persone ammirazione e, magari, invidia e lascia le cose e il mondo come stanno.

Il contrario è ciò che la croce fa, in quanto espressione di Amore “fino alla fine” (Gv 13,1). L'Amore per il quale il Figlio si consegna al Padre e all'umanità è lo stesso Amore nel quale il Padre accoglie il Figlio e l'umanità nella Trinità, nella pienezza di vita, nel mistero della realtà escatologica che sfugge a ogni definizione. Ecco il parallelismo: alla morte e risurrezione di Cristo “obbediente fino alla more e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò” (Fl 2,8-9) corrisponde nel discepolo “Sono stato crocifisso con Cristo (…) Cristo vive in me” (Gl 2,19-20). La stessa esperienza, la stessa comunione è vita!

In questo modo la croce è il modo di prendere possesso della risurrezione. E' per la croce che la persona si sente responsabile e depositaria della forza della risurrezione di Cristo, entra nella verità del mistero e attrae le altre persone.

 

LA VENUTA DEL REGNO

Nella risurrezione di Gesù agisce il Padre per la Forza dello Spirito. Però, nelle apparizioni pasquali se riconosce il Figlio e, con esso, Gesù diventa il contenuto del Vangelo del Regno. Perchè? Il passaggio si deve al fatto che l'agire di Gesù nel mondo suscita la reazione contro di lui. La reazione può essere intesa come effetto “boomerang” della sua azione. In virtù della reazione da un lato e dalla resistenza attiva e passiva, fino alla morte di Gesù, è dilacerata l'umanità di Gesù stesso, allo stesso tempo che è riscattato dalla risurrezione.

Gesù entrò nel mondo per trasformarlo e impiantare il Regno. Uscì dal mondo lasciandolo come è, e per la reazione del mondo, operò la trasformazione di se stesso per la risurrezione.

Il significato è che la sua umanità è divenuta il luogo dove Dio regna. Infatti, quella di Cristo è l'umanità che non si è piegata al peccato e nella quale Dio regna per la croce e dopo la croce con la risurrezione. In questa umanità, il regno del Padre – il regno di Dio- è impiantato per l'obbedienza del Figlio: “imparò l'obbedienza” (Eb 5,8) e per l'azione dello Spirito.

Il Risorto è presenza salvatrice del regno di Dio sull'umanità. Così, il regno di Dio è lì, in quell'umanità riscattata e trasformata. Diventa invito a ogni uomo a entrare in esso, per il seguimento di Gesù: la stessa vita, la stessa dinamica, lo stesso destino.

Gesù Cristo, allora, é il contenuto del vangelo del Regno già impiantato nell'umanità, e continuerà ad essere tale per la missione e nelle persone dei discepoli.

I discepoli, riuniti nella chiesa, diventano luce, sole e fermento del regno di Dio nel mondo, in virtù del quale la nuova umanità va sorgendo quale fosse la nazione (cultura e religione) alla quale appartiene, dato che le persone incontrano il risorto nel dono di se stesso fino alla morte di croce, e la vita per tutti in abbondanza.

 

NOI E LA RISURREZIONE

L'accesso degli apostoli alla Risurrezione

Gli apostoli presero conoscenza della risurrezione di Gesù per le apparizioni e per il sepolcro vuoto.

Le apparizioni.

Le apparizioni del Risorto sono iniziativa di Dio. Fu Dio che inviò Gesù risorto ai discepoli per costituirli come testimoni. I testi biblici raccontano che gli apostoli mangiavano e bevevano con il Risorto (Gv 21,5-12; Lc 24,39-43) per togliere dalla testa l'idea che il Risorto sia un fantasma o uno spirito. Niente di tutto ciò! Il Risorto non ha niente a che vedere con il fantasma o con gli spiriti. Con tutto ciò, non è possibile concretizzare quello che realmente furono le apparizioni.

I testi biblici non danno informazioni che permettano ricostruire ciò che furono. Essi sono preoccupati di testimoniare il contenuto sconcertante dell'evento pasquale: “Davvero il Signore è Risorto” (Lc 24,34). Ogni tentativo di descrivere concretamente cosa furono le apparizioni è qualcosa basato in supposizioni soggettive e condizionate dalla cultura, costume e linguaggio del momento.

In generale, è difficile che un evento di rivelazione possa essere ricostruito posteriormente.

Con tutto ciò, le apparizioni manifestano l'esperienza straordinaria e nuova della risurrezione di Gesù e per l'altro verso trasformò radicalmente la vita dei discepoli.

Contrariamente al tempo del suo ministero terrestre, Gesù risorto non apparve ai nemici e agli estranei. Sarebbe come pretendere che credessero a tutti i costi. E, d'altro lato, non avrebbe efficacia alcuna: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti” (Lc 16,31). Sarebbe una concessione alla spettacolarità che rigettò nelle tentazioni del deserto e sulla croce poco prima di morire.

Ritengo che si possa pensare la manifestazione del Risorto comparandola al negativo della fotografia. Il negativo rivela quello che non si vede a occhio nudo (come l'uomo della Sindone), e le figure sono riconoscibili solamente da coloro che hanno familiarità, che hanno condiviso lo stare assieme, la compagnia, il cammino, ossia, i discepoli. Pertanto, la risurrezione è accessibile, non a tutti indistintamente, ma solo ai discepoli.

L'unica e importante eccezione a questa generalizzazione è l'incontro del Risorto con Paolo sulla via di Damasco. La persona di Paolo ha una caratteristica decisiva: è un temente di Dio e eticamente corretto (e rigoroso) nel giudaismo. E' questa etica e la radicale dedicazione alla causa di Dio, che fanno di lui un soggetto ritenuto da Dio adeguato per recepire la manifestazione del Risorto, pur non avendo accompagnato come apostolo la vita terrena di Gesù. E' ciò che Pietro confermerà in occasione della vicenda di Cornelio: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga” (At 10,35). Per Paolo le apparizioni erano avvenimenti della manifestazione del Risorto che vive la vita definitiva del finale dei tempi (1Cor 15,20-23-45), come Cristo e Figlio di Dio (1Cor 15,3-5; Gl 1,12-16). Durante le apparizioni e per mezzo di esse, Cristo risorto chiamò e inviò alla missione.

Il carattere irripetibile delle apparizioni cessò con la chiamata di Paolo. Esse conferiscono la missione definitiva di testimoniare che Cristo risorto è la stessa persona del Gesù terreno.

Le apparizioni sono testimonianze che fra il Gesù prima della morte e il Gesù risorto c'è un rapporto di continuità e discontinuità allo stesso tempo. Continuità perché lo stesso corpo crocifisso è il corpo risorto il cui segnale evidente sono le piaghe. Discontinuità perché il corpo, entrando nella gloria di Dio, è trasformato, perfezionato e portato alla sua pienezza.

E' lo stesso corpo, ma non l'identico corpo terreno crocifisso.

Il sepolcro vuoto

La risurrezione di Gesù fu confermata dalla scoperta del suo sepolcro vuoto (Mc 16,1-8). Il tumulo vuoto non costituisce prova inconfutabile della risurrezione. L'assenza del corpo di Gesù può essere spiegata supponendo il furto del corpo, o il suo trasporto in un altro luogo. Ma, una volta presentato il principale segnale positivo (le apparizioni del Risorto), il segnale secondario della sepoltura aperta e vuota, conferma la realtà della risurrezione.

Naturalmente, gli avversari del movimento cristiano liquidavano il fatto dell'assenza del corpo come evidente caso di furto. L'obbiettivo del movimento non era il fatto del tumulo vuoto, ma il motivo per il quale era vuoto.

Non c'è nessuna prova che nei primi tempi, cristiani o no, avessero sostenuto che il tumulo contenesse ancora il corpo. Oltre ciò, il ruolo centrale delle donne nei relati del tumulo vuoto costituisce una prova di credibilità. Se queste descrizioni fossero appena leggende, create dai primi cristiani, essi avrebbero attribuito la scoperta agli uomini e non alle donne. I fabbricanti di leggende non erano abituati a inventare del materiale che fosse chiaramente un ostacolo.

 

PER COSTITUIRLI COME TESTIMONI

Rapporto testimone/testimonianza.

Per la natura dell'evento della risurrezione, è difficile separare quello che obiettivamente successe nella persona del Risorto (testimonianza), dagli effetti e dalla ripercussione che l'evento ebbe nei relati che i discepoli fecero, per il radicale e determinante sconvolgimento emozionale e il cambio di vita degli stessi (testimoni).

La testimonianza

La testimonianza, trasmessa dai discepoli, non pretende essere un freddo ritratto fotografico, o una semplice e obiettiva descrizione di chi volesse descrivere un quadro neutralmente. Non serve per soddisfare curiosità.

Pertanto, la testimonianza non è preoccupata di armonizzare e togliere la contraddittorietà dei testi fra loro, perché la preoccupazione è quella di suscitare la fede e l'adesione degli uditori, usando immagini e comparazioni accessibili alla loro cultura.

Non c'è nella testimonianza la preoccupazione di risolvere le evidenti contraddizioni presenti nei racconti. Per esempio: “Non mi trattenere” (Gv 20,17), non mi toccare e “Metti qui il tuo dito (…) tendi la tua mano e mettila nel mio fianco” (GV 20,27), che si riferiscono rispettivamente a Maria Maddalena e a Tommaso. E' possibile percepire la contraddizione partendo dalla fede della Maddalena e dell'incredulità di Tommaso. Maria Maddalena avendo riconosciuto il Risorto non è necessario toccarlo o trattenerlo. Contrariamente a Tommaso che toccando il crocifisso è portato alla fede del Risorto. Pertanto, l'importante non è toccare o non toccare, ma la fede.

Il testimone.

Già abbiamo visto che la risurrezione non è accessibile a tutti, ma solo ai discepoli. Per la risurrezione, il discepolo è diventato testimone capacitato a svolgere la missione. Egli è coinvolto nel piano emozionale, nel senso che il Risorto scombussola il mondo interiore, il cuore, la volontà, l'intelligenza, la memoria, suscitando un cambio di vita e con essa la fede,la speranza, e altri fattori che lo rendono attivo per la missione nella carità, nell'amore.

La risurrezione, percepita nel suo manifestarsi profondo, rivela la comunione fra il Risorto e il testimone che si è andata formando fin dal seguimento di Gesù, si è consolidata e rafforzata permanendo con una morte somigliante alla sua e sperimentandolo come Risorto: “Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione” (Rm 6,5) in modo tale da poter dire come San Paolo: “non vivo più io, ma Cristo che vive in me” (Gl 2,20).

Il testimone ha la missione di manifestare il potere di Dio (il potere della croce), suscitare la conversione, la risposta di fede riguardo al destino dell'uditore, dell'umanità e del mondo. Trasmette le condizioni affinché l'esperienza dell'incontro con il Risorto, si attualizzi negli uditori di ogni tempo e di ogni luogo. Condizioni ed esperienza di familiarità con Gesù, con il suo insegnamento, per verificare l'efficacia della Sua Parola e per la celebrazione dell'Eucaristia.

Il Risorto chiama per nome: “Maria”. Poco prima si diresse a lei in modo impersonale: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?” (Gv 20,15). La chiamata per nome manifesta la familiarità e l'intimità coltivata nel cammino di ogni giorno, malgrado i limiti di comprensione e di condotta di lei (e di ogni discepolo). Il discepolo cammina con lui fino al tragico evento della croce che lo lasciò sconcertato e perso.

Il Risorto, non riconosciuto sotto le apparenze di un viaggiatore, continua istruendo efficacemente il discepolo “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le scritture?” (Lc 24,32). Dall'altro lato, il discepolo sperimenta una volta in più l'efficacia della Parola “La gettarono (la rete) e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci” (Gv 21,6). E' riconosciuto alla frazione del pane, allusione alla celebrazione eucaristica: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista” (Lc 24,30-31). Evidentemente, il testimone è legittimo quando afferma per esperienza: “Davvero il Signore è risorto” (Lc 24,34) e “Ho visto il Signore” (Gv 20,18).

 

LA NOSTRA RISURREZIONE

Gesù disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà, chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi questo?” (Gv 11,25-26). Nel Credo, rispondiamo e preghiamo “Credo nella risurrezione della carne e nella vita eterna”. La carne partecipa della vita eterna? La carne di chi? Quando, come, dove tutto ciò succederà? Che rapporto ha ciò (il futuro) con il presente?

1) La vita eterna

Pur con la decomposizione della carne, la vita della persona che vive “nella presenza di Dio” si va trasformando in vita eterna, altra forma di vita. Il rapporto con Dio, lo stare “davanti a Dio”, nella “presenza di Dio” esige il rapporto di tutta la persona, ossia, corpo-anima-spirito. Non possiamo capire la vita eterna, solamente come vita dello spirito o dell'anima. E' anche vita corporale, al contrario non sarebbe “vita”. Ecco la preghiera: “Ascolta, o Israele; Il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze”(Dt 6,4-5).

La vita eterna non è statica, fissa e monotona, ripetizione del passato. Se fosse sarebbe noiosa, meschina; sarebbe pensarla con le categorie di qua, ossia, temporali. Con tutto ciò, l'”istante” temporale della cura dopo una lunga malattia, o la liberazione dopo una lunga prigionia offre un debole modello di ciò che essa è. Vita eterna è vita nella sua massima intensità, è felicità senza limite: “vita in abbondanza” (Gv 10,10): “Quelle cose che occhio non vide, né orecchi udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano” (1Cor 2,9).

L'immagine biblica appropriata è quella del banchetto familiare (non dell'uomo soddisfatto per aver raggiunto quello che desiderava), dell'interesse dell'uno per l'altro, dell'allegria vicendevole nella quale sarà stabilita la pace fra gli uomini, fra loro e la natura (Ap 21,1-22,5). Allora sarà:

– La comunione universale degli uomini fra di loro. Comunione di rincontrare in piena allegria le persone care; di ristabilire in pienezza i rapporti deboli, inconsistenti con le persone che non avevano amato, o che rimasero lontani.

– Ogni uomo sarà desiderato e amato da Dio e da tutti, “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre” (Mc 3,34-35) e liberato da ogni imperfezione; sarà pienamente lui stesso nella sua vera identità e integrità: “Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca, sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all'infuori di chi lo riceve” (Ap 2,17).

– La vita eterna non è – la passività del “riposo eterno”. Se il Risorto è elevato, lotta contro tutti i poteri del male a favore della vita: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20), allora, anche quelli che stanno in Lui non sono passivi. Pertanto, di una maniera diversa e più intensa, sono vicino a noi, alle nostre lotte, ci accompagnano e ci aiutano nel cammino.

Ecco, allora, il senso profondo della relazione con i santi e con tutti i nostri defunti, che nella vita aiutarono nel cammino e che, per il fatto di entrare nella vita eterna, non diventano, indifferenti, lontani e meno preoccupati con noi. Il fatto di non percepire tutto ciò, non è prova del contrario. E' bene cercare un rapporto di fraternità e amicizia con i morti, e vivere con questi morti (che sono vivi!)

Vita eterna e risurrezione sono la stessa realtà. La risurrezione di Gesù è il suo immergersi nella vita eterna e, allo stesso tempo, fondamento, garanzia della risurrezione di tutti coloro che credono in Lui “Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati” (1Cor 15,16-17).

2) Amore e risurrezione della carne.

La domanda: esiste in questa carne fragile e mortale qualcosa che sia immortale e che possa essere forza davanti alla constatazione che la carne si corrompe e marcisce?

Esiste. E' l'amore.

Come già abbiamo considerato, nel passaggio dalla vita alla morte e dalla morte alla risurrezione quello che rimane è l'identità come persona nel rapporto nostro con Dio e di Dio con noi.

Quello che rimane è tutto l'uomo, in corpo e anima, e tutta la sua storia così come Dio la vede. Caratteristica principale e unica di questo rapporto è l'amore. Dio è amore. E' l'amore che dà vita alla vita corporale qui nella terra. E' l'amore che dà forza e anima questa vita corporale di ogni giorno. Vita corporale che, malgrado ben animata dall'amore, è vulnerabile e va verso la morte.

Però, la realtà della risurrezione di Gesù fondamenta la speranza nella risurrezione della carne. Questa speranza fa intravedere che la vita corporale animata nell'amore prende su di sé l'amore stesso, in modo tale che pur passando per la morte, la vulnerabilità e la decomposizione non permette che tutto finisca nel disfacimento, nella scomparsa nel nulla.

Conseguentemente, l'amore in forza della quale se “semina qui” e la risurrezione, per la quale si “raccoglie là” sono due aspetti della stessa realtà. Quello che si chiama “risurrezione della carne”, qui si chiama “amore che anima la carne”. La vita che si sacrifica e dona se stessa nell'amore qui, lá si erige nella gloria. Per tutto ciò, l'amore è la forza della risurrezione contenuta nella carne.

Allora, cosa cambia? La vulnerabilità, la mortalità, il peccato, le sofferenze e le sue preoccupazioni sono superate: “le cose di prima sono passate” (Ap 21,4). Di fatto, “è necessario infatti che questo essere corruttibile sia rivestito di incorruttibilità e questo essere mortale sia rivestito di immortalità … Allora si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata inghiottita nella vittoria” (1Cor 15,53-54).

Non ci sarà più necessità di alimento, di aria, di clima, di comunione fra le persone? Sarà abolita la sessualità? Saranno “come angeli?” (Lc 20,35). Se così fosse, non si tratta di una nuova creazione, ma di sostituzione della vecchia.

I risorti saranno “come angeli” nel senso che parteciperanno anche dell'immortalità della vita eterna e non perché saranno trasformati in angeli. La persona perderebbe la propria identità, sarebbe un altro “io” diverso. Dio conserva il mio proprio “io” e lo porta alla pienezza. Nella conservazione dell'identità del proprio io, entrano anche le caratteristiche sessuali dell'essere uomo o donna.

Pertanto, una nuova creazione non è semplicemente un rammendo sulla vecchia. Non è cambiare alcuni pezzi di essa, ma trasformare il vecchio e il nuovo. La vita delle creature sarà redenta dalla colpa e dalla sofferenza e trasformata in allegria eterna.

3) Corpo e carne.

Comunemente non facciamo distinzione fra corpo e carne. Il corpo è sostanza fisica, la struttura della persona, o anche la parte costituita dal torace, dal tronco ecc. Carne è il tessuto muscolare, (il commestibile di certi animali) che si distingue dall'osso. Carne e ossa formano il corpo.

Ecco perché, a volte, nel parlare comune, carne e corpo si confondono: con corpo si intende carne e viceversa.

Per capire la mentalità della bibbia riguardo al corpo e all'anima, è doveroso prendere le distanze dall'idea, molto comune, di che l'uomo è costituito da due parti: la prima è il “corpo”, la struttura fisica, materiale e la seconda è l' “anima”, spirituale (in opposizione al corpo) con carattere di immortalità.

La bibbia intende qualcosa di unitario. Il corpo è molto di più dell'aspetto fisico e dei tre trilioni di cellule che compongono la struttura dell'essere umano.

L'anima indica il respiro vitale, la vita donata da Dio che conferisce la caratteristica di corpo all'uomo.

L'uomo è corpo, è essere vivente per il dono di Dio. L'uomo senza vita non è corpo, è cadavere.

Il termine “carne” si riferisce all'uomo “caduto” incline e propenso al peccato, dal quale spera essere liberato dall'azione di Dio.

Il corpo non indica una parte dell'uomo separato dall'anima o dallo spirito, e sì un uomo nella sua unità indivisibile di persona. Il corpo è tutta la persona, il vero e proprio “io”. Il dono del corpo è il dono totale di se stesso. Corpo è, anche, l'uomo nella totalità dei suoi rapporti con il prossimo, con la storia e la natura.

Questi rapporti sono reciproci: come corpo, l'uomo interagisce con la storia, la natura, esse costituiscono la sua realtà. Pertanto il corpo è il mondo in modo parziale e frammentario. Come corpo, l'uomo vive, si comunica con il prossimo e con l'ambiente. Li influenza ed è influenzato da loro. In tal modo, lui non si appartiene semplicemente a se stesso; sempre è determinato da uno schema: il peccato o Gesù Cristo. Dato che siamo corpo ci apparteniamo gli uni gli altri, e alla creazione. Il corpo è un mini-mondo, una mini-umanità. Un uomo senza corpo è una contraddizione.

4) Il corpo risuscitato di Gesù dai morti e la nostra risurrezione (1Cor 15)

L'immortalità donata da Dio non può essere altra cosa che la risurrezione corporea, ossia, l'uomo nella sua totalità, incluso i rapporti con gli altri uomini e la creazione.

Il corpo risorto è totalmente differente dall'attuale. Non è soggetto alle caratteristiche materiali, con tutto ciò porta in se stesso i segnali della storia della sua vita, della sua passione a favore degli altri.

E' chiaro che la risurrezione non è la semplice rianimazione di un cadavere, ossia, dell'aspetto fisico-materiale del corpo. E' salvezza dell'uomo nella sua identità (non è un altro uomo, né reincarnazione, né sosia) e portato alla pienezza con la sua unica storia che non può essere ripetuta (i rapporti con il prossimo e la creazione). Egli non è allontanato dalla storia, dalla creazione, al contrario, è inserito in essa in modo nuovo e più profondo. In questo modo l'uomo ha futuro come immagine e somiglianza di Dio, e la risurrezione del corpo è espressione della fedeltà di Dio con la sua creazione.

Quello che San Paolo dice della corporeità dei morti lo deduce dalla risurrezione di Cristo.

Cristo è risorto come primizia “Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti (…) prima Cristo che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono in Cristo” (1Cor 15,20-23), con un corpo diverso da quello del mondo presente. E' di altro tipo, ossia, “pneumatico”. Cos'è questo “corpo pneumatico?”.

San Paolo presuppone sempre l'identità fra l'uomo defunto e il risuscitato. Dio conserva l'identità della sua creatura, donando una nuova vita corporea e portandolo alla pienezza.

L'idea di trasformazione (1Cor 15,51) manifesta la continuità (identità) nella discontinuità (non-identità).

L’apostolo mette in evidenza anche la discontinuità fra il corpo morto e il corpo risorto. Usando l ‘immagine del seme, Paolo dice che il seme si sviluppa e diventa pianta. Sottolinea che in primo luogo muore, perde la vita (1Cor 15,36; Gv 12,24s). In questo modo spezza la logica intrinseca dello sviluppo e dell'evoluzione. La risurrezione presuppone la morte di ogni possibilità umana e mondana.

E' importante prendere in considerazione che se con la morte l'uomo semplicemente lascia di esistere, non è possibile parlare di “risurrezione”, ma di creazione di un altro uomo che sostituisce il primo, per quanto possa essere somigliante al primo. Solo se il defunto esiste ancora (come defunto, non come anima privata del corpo), esattamente come persona individuale e non solo con quello che resta della decomposizione del corpo, può essere risorto e conservata l'identità della persona che, pertanto, potrà raggiungere la nuova vittoria solo per l'opera del Creatore.

Il seme riceve una forma completamente diversa (che non era contenuta in esso), un corpo diverso come dono di Dio. La potenza creatrice di Dio, crea un corpo radicalmente nuovo, che Paolo descrive con quattro antitesi: corruzione-incorruttibilità; miseria-gloria; debolezza-potenza e animale-spirituale (1Cor 15,42b-44a).

L'identità della persona ha il suo fondamento esclusivamente nel dono che viene “dall'alto”, “carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che si corrompe può ereditare l'incorruttibilità” (1Cor 15,50).

Il nuovo corpo è donato all'uomo defunto da Dio “Dio gli da un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo” (1Cor 15,38). E' donato realmente a lui, in maniera tale che il “defunto” si riconosce a se stesso e agli altri. Si tratta, allora, del dono di una nuova esistenza corporale.

Se la corruzione (“carne e sangue”) non può ereditare direttamente la incorruttibilità, il cadavere può decomporsi, e ciò non è impedimento o difficoltà con la realtà del nuovo corpo. La risurrezione non è diretta e incondizionatamente rapportata al cadavere (il “sepolcro vuoto” non è parte costitutiva della fede cristiana nella risurrezione, è un simbolo illustrativo). Con tutto ciò, la risurrezione è, senza dubbio, una risurrezione corporea che investe di incorruttibilità la materia.

Alla domanda di meglio definire la corporeità della risurrezione Paolo risponde con diverse affermazioni: “risorge un corpo spirituale (…) saremo simili all'uomo celeste (…) questo corpo mortale si vesta di incorruttibilità” (1Cor 15-44a-44b-53) “trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fl 3,21).

Arriviamo così al limite dell'immaginabile e del dicibile, le metafore lasciano intravedere, oltre i limiti, la nuova e incomprensibile realtà.

Il Corpo pneumatico indica, allora, il nuovo corpo radicalmente diverso, prodotto dalla potenza ricreatrice e vivificante di Dio.

Per Paolo e per il Nuovo Testamento, il Signore Risorto ha, senza dubbio, un corpo proprio.

Con la risurrezione di Gesù, Dio annuncia in modo inequivocabile il Suo diritto escatologico sui nostri corpi: diritto che noi riconosciamo provvisoriamente con la nostra obbedienza corporea terrena e il nostro servizio culturale giornaliero nel mondo: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale” (Rm 12,1) e che diverrà definitivo con la risurrezione e perfezionamento futuro dei nostri corpi mortali “per mezzo dello Spirito che abita in voi” (Rm 8,11).

La vittoria di Dio sulla morte ha come asse centrale la realtà del corpo. Pertanto il corpo è il fine di tutti i cammini di Dio.

La continuità e l'identità della persona nella risurrezione non sono garantite da un “io” che continua vivo oltre la morte (come sarebbe, per esempio, la supposta immortalità dell'anima), neanche per un cadavere materialmente identico che conserva se stesso, ma solamente per la fedeltà di amore di Dio con la sua creatura, fedeltà che, nel momento della morte, non la lascia cadere nell'abisso del nulla, al contrario, l'accoglie, esattamente nel momento dell'uscita del tempo cosmico, nella dimensione universale, eterna della sua vita.

Nella fede, nella fedeltà di Dio, possiamo parlare di risurrezione come “passaggio”.

Un autore (E.Hofmann) si domanda: Possiamo, allora, dire che dall'inizio della sua vita l'uomo non ha solo un “corpo esteriore” e sì, anche un “corpo interiore”, ossia, la sua vera persona, l'autentico “io”, che va crescendo giorno dopo giorno e si fa più forte, nella misura che rimane in Comunione con Dio e aperto alla creazione, per poi, dopo la morte, essere accolto e portato alla pienezza di Dio?

 

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