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APPUNTI DI LITURGIA
 
(Libero adattamento del testo di Matias Augé: Liturgia – Ed. San Paolo -1992)
 
 
 
 
 
Febbraio 2011
 
 
 
 
INTRODUZIONE
Queste brevi indicazioni vogliono offrire un quadro generale e sintetico dell’importanza di alcuni aspetti della liturgia e del loro legame con il vissuto giornaliero.
Fissare nella mente i valori proposti, crederli con cuore sincero, e viverli nell’orizzonte della gratuità e del dono di se stessi per il bene dei fratelli, pur nella consapevolezza dei propri limiti, è seguire Gesù come “cammino verità e vita” (Gv 14,6).
                                                                                                                          P. Luigi Consonni
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
1) I termini LITURGIA e CULTO

 
“Liturgia”, tradotto letteralmente dalla lingua greca da cui deriva, significa ”servizio reso al popolo” o “servizio direttamente prestato per il bene comune”.
Nell’Antico Testamento il termine è usato per indicare il servizio cultuale del tempio da parte di sacerdoti e leviti (oggi chiamati ministri).
Liturgia, quindi, è una parola tecnica applicata al culto pubblico e ufficiale, realizzato da una determinata categoria di persone, diverso dal culto privato reso dal popolo, per il quale sono riservate, adorazione e onore.
Nel Nuovo testamento il senso rituale di liturgia è riservato solo al culto giudaico ufficiale (Lc 1,23; Eb 8,2.6; 9,21; 10,11). Quando invece il vocabolo è applicato all’esperienza cristiana, designa in particolare l’esistenza, o meglio, il vissuto giornaliero come culto spirituale (cfr.Rm12,1; Fil 2,17).
Successivamente, il termine intende il culto cristiano in genere. Oggi, di fatto, sta a indicare prima di tutto la celebrazione eucaristica secondo un particolare rito.
2) La concezione del culto nella Bibbia
Nell’Antico Testamento l’uomo religioso per entrare in contatto con la divinità ritaglia dalla vita — cioè dal cosiddetto mondo profano — gesti, spazi e tempi, li carica di valenza simbolica e li considera un luogo privilegiato dell’incontro con la divinità. Si forma così l’ambito del sacro.

Il dinamismo di fondo che ha condotto Israele a stabilire uno stretto legame fra il culto e la vita è la presenza e l’azione di Dio nella storia. Israele fonda la sua identità sulla relazione con Dio entrato nella storia. Perciò il suo culto è storico, ossia fa riferimento e raccoglie la storia del popolo e il vissuto giornaliero delle persona. E’ culto profetico che valuta, orienta, corregge, incentiva, guida etc., il corretto vissuto, in sintonia con la volontà di Dio stabilita dall’Alleanza del Sinai.

Il concetto che meglio esprime l’essenza storica e profetica di questo culto è quello di memoriale. Non si tratta di un semplice atto di memorizzazione di ricordi fissati che si recuperano dal passato, così come si recuperano delle fotografie ingiallite dal tempo dal fondo di un cassetto. Il passato delle origini viene in qualche modo recuperato per diventare la viva genesi dell’oggi.

Il memoriale riguarda anche il futuro, caratterizzato dall’evento della promessa. É la promessa di gioia e pace (Is 65, 17-25, ripreso dall’Ap. 21, 1-7) nel quale futuro “Dio sarà tutto in tutti”, come ricorda san Paolo in 1 Cor 15,28.

 Pertanto il memoriale, la memoria, riprende gli effetti del passato e anticipa il futuro. Così il presente acquista tutto il suo spessore e identità. Passato e futuro si uniscono nel presente. Allora, la memoria cultuale è un atto vivo in cui il popolo e le persone si rigenerano. Ciò mostra che la funzione centrale del culto è l’attualizzazione della salvezza. Questo culto che salva viene ricevuto al presente come dono, precisamente, dono di grazia.

Il culto così concepito cerca di sopprimere, senza dimenticarla, la distanza cronologica e spaziale. Dio non ha agito soltanto in tempi passati e in luoghi diversi, ma opera efficacemente ed in modo simile, ora e qui. Nella spiritualità di Israele c’è un’intima relazione tra storia, culto e attuazione dell’alleanza, cioè tra culto e vita.

Così, ad esempio, per il profeta Amos la ricerca di Dio non è semplicemente un agire rituale né una ricerca teorica, intellettuale e speculativa, né un’esperienza mistica relegata all’interiorità, ma una ricerca pratica, nell’amore concreto alla giustizia (cfr. Am 5,4-6.14-15).

Nel Nuovo Testamento Gesù osserva le pratiche cultuali del suo popolo, ma inaugura un nuovo culto “in spirito e verità” (Gv 4,24), cioè un culto offerto con l’intera propria vita, come l’ha vissuto Lui stesso.

Il culto cristiano è “nuovo” perché non risulta un’azione organizzata a fianco della vita, ma costituisce la ragione stessa dell’essere cristiani, cioè crea uomini che vivono “in Cristo“. L’esistenza in Cristo è la pienezza del culto cristiano.

Lo statuto del culto si è quindi trasformato in modo radicale. Poiché Dio raggiunge ormai il suo popolo – sia Greci che Giudei – in modo diretto in Cristo risorto e mediante il dono dello Spirito, e non più attraverso la duplice istituzione della salvezza rappresentata dalla legge e dal tempio, il culto primo dei cristiani è quello dell’accoglienza di questa grazia di Dio nella loro vita quotidiana attraverso la fede.
Il cui contenuto specifico e inderogabile di essa – della fede – é il voto di fiducia nell’azione sacramentale di Cristo, in virtù della quale nell’Eucaristia sono perdonati i peccati “sangue sparso per voi e per la remissione dei peccati”e rinnovata la “nuova ed eterna Alleanza”. Ossia, è il voto di fiducia nella carità di Cristo per ogni persona e per l’umanità.

In questo modo l’intera esistenza del credente nel mondo, vissuta con coerenza e fedeltà al dono dello Spirito, diventa un vero culto spirituale, il culto perfetto, nell’esercizio della Carità, in risposta e imitazione a quella esercitata da Cristo nei suoi confronti.
Questa verità la esprime meravigliosamente san Paolo quando dice: “vi esorto dunque fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale”(Rm 12,1).

Diciamo che il culto cristiano si può descrivere in questi termini: memoria dell’avvenimento definitivo che Dio ha realizzato in Cristo e per Cristo in favore degli uomini e attualizzato nei sacramenti, specialmente la Messa. E memoria della Carità di Cristo nella vita fuori dal tempio, dall’edificio di culto – nell’offrire il proprio corpo per la causa del diritto e della giustizia nell’ambito della fraternità che abbraccia tutti indistintamente.

Le due “memorie”- che poi sono una sola, sdoppiata in due – configurano il culto al Padre “in spirito e verità” (Gv 4,23-24).

3) La liturgia e la sua finalità
 
La liturgia è il farsi della salvezza, qui ed ora, nel mistero che ci avvolge. Essa costituisce l’elemento di contatto vivo con Cristo, realizzato misteriosamente perché sfugge al raziocinio ed all’esperienza sensibile umana, ma è percepito solo per la fede. Per questo motivo, dopo la consacrazione il sacerdote dice: “Mistero della fede”. Il mistero di amore fatto presente e realizzatosi in quel momento – che include il perdono dei peccati, il rinnovamento dell’alleanza, la promessa di vita eterna ora e nel futuro (e non solo la trasformazione del pane in Corpo e del vino in Sangue di Cristo) – si percepisce solo per il voto di fiducia nella persona di Gesù, per quello che Lui ha detto, ha fatto e comandò che si facesse in sua memoria.

Pertanto, contrariamente a quello che comunemente si pensa, la liturgia non è la forma esteriore e sensibile del culto, cioè l’insieme di cerimonie e di riti della chiesa e neanche il culto pubblico regolato dall’autorità gerarchica della Chiesa. Per il Concilio Vaticano II la liturgia non appare come conclusione di un discorso sulla natura del culto e sulle forme della sua attuazione. Essa è posta nel contesto della rivelazione come “storia della salvezza”. L’opera della salvezza continuata dalla chiesa si realizza nella liturgia, qui ed ora. E’ l’oggi, l’adesso, della salvezza! L’asse portante dell’azione liturgica è l’esperienza della salvezza, il farsi del mistero di Dio, misteriosamente.

In questo modo la liturgia si presenta come vera “tradizione”, ossia trasmissione del mistero salvifico di Cristo attraverso un rito, in maniera sempre nuova e sempre adeguata al succedersi dei tempi ed al variare dei luoghi. La liturgia è vista anzitutto come azione stessa di Cristo nel suo Corpo che è la Chiesa. Cristo è l’agente principale nel rito e con il rito. La Liturgia è esplicitazione del mistero di Cristo nella forma di mistero cultuale. Il farsi del mistero di Cristo, misteriosamente nell’azione cultuale, è storia di salvezza, si realizza, si fa presente. Così storia della salvezza e mistero di Cristo non sono realtà distinte ma una sola cosa.

Altra parola chiave della liturgia è: mistero. Tale termine deriva dalla lingua greca ed è stato tradotto con la parola: sacramento. Quindi la parola mistero significa sacramento. Nel linguaggio corrente, sottintende qualcosa che non è completamente conoscibile, svelabile. Ma con questa parola la bibbia intende l’evento della comunione tra la persona e Dio, che avviene attraverso elementi visibili come l’acqua, il pane e il vino, ecc., tramite il ministro e la formula appropriata.
Ad esempio:
                                           
Battesimo: l’elemento è l’acqua e le parole sono: ”Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Così tra il battezzato e Dio si realizza la comunione;
                                                                                           
Eucaristia: gli elementi sono il pane, il vino e le parole: ”Questo è il mio Corpo….”che si riferiscono al pane e “Questo è il mio Sangue….”che si riferiscono al vino. Così al ricevere l’Ostia, si realizza la comunione tra la persona e Dio;

Matrimonio: gli elementi sono l’uomo e la donna e le parole che realizzano la comunione tra Dio e la coppia sono quelle del consenso reciproco.

Il mistero si realizza misteriosamente. Esso è percepito per mezzo della Fede, per il voto di fiducia in Gesù che, nel caso dell’Eucaristia, la fece il giovedì santo e comandò che si continuasse celebrandola fino alla fine dei tempi. Per questo dopo la consacrazione del calice, il celebrante annunzia: ”Mistero della Fede”.

4) Gli attori: chi celebra la liturgia
 
Le azioni liturgiche non sono opera di alcuni privilegiati, sono opera di tutta la Chiesa. Di conseguenza tutta la Chiesa è soggetto dell’azione liturgica, senza distinzione, in quanto composta di capo (Cristo) e di membra (l’Assemblea).

La comunità ecclesiale – la Chiesa – soprattutto quando celebra l’Eucaristia, si dice che è la persona di Cristo perché ivi, in massimo grado, l’agire suo esprime ed è l’agire di Cristo. L’unica mediazione sacerdotale che la Chiesa professa e vive è quella di Cristo Signore. E’ all’interno di questa mediazione che va intesa e vissuta l’esperienza sacerdotale cristiana della comunità e dei ministri ordinati.

Ebbene, essa raggiunge la sua massima pienezza sacerdotale attraverso i ministri ordinati, i quali celebrano i sacramenti e offrono il sacrificio eucaristico come continuatori del mistero apostolico grazie al Sacramento dell’Ordine. Come non c’è Chiesa senza Eucaristia, tanto meno può esistere senza il ministero ordinato al quale Cristo ha affidato la realizzazione del memoriale della sua morte e resurrezione.

a) L’assemblea liturgica manifesta la Chiesa

La Chiesa non è un ente astratto ma un mistero di grazia che diventa realtà e si manifesta visibilmente nelle legittime comunità locali dei fedeli presieduti dai loro pastori. Queste comunità locali, chiamate “chiese” nel Nuovo Testamento, costituiscono, soprattutto quando si riuniscono per partecipare alla medesima Eucaristia, la principale manifestazione della Chiesa di Cristo. Quindi la Chiesa locale non è da intendersi semplicemente come una “agenzia” della Chiesa universale, bensì come l’“avvenimento” stesso di tale Chiesa universale.

L’assemblea o riunione della comunità per il culto è allora un segno sacro, esercita una funzione sacerdotale in mezzo al mondo e a favore di tutti gli uomini.

b) Come “guardare” l’assemblea liturgica

Essa normalmente raduna dei credenti nel Dio di Gesù Cristo. L’assemblea è sempre una realtà locale, circoscritta, particolare. Ha limiti geografici e una precisa collocazione nel tempo.

E’ assemblea santa, come santa è la Chiesa, Corpo di Cristo. Ma è anche un popolo di peccatori. Non è l’assemblea dei “perfetti”, ma di coloro che tendono alla perfezione. Ogni membro della Chiesa è cosciente di questa contrapposta realtà. Fra l’altro essa rispecchia la situazione personale di ognuno: santo per la grazia di Dio, trasmessa dalla parola e dai sacramenti; peccatore per non accoglierla e conformarsi ad essa adeguatamente. La Chiesa non è per i già convertiti, ma per quelli che ogni giorno si propongono di convertire se stessi.

La Chiesa vive la dialettica profonda tra unità e pluralità. Essa è e deve essere un fattore di unità che accoglie e avvicina, senza eccezioni, tutti gli uomini, nonostante le differenze esistenti fra loro. Il dono dell’unità nella pluralità è il frutto maturo dell’esercizio del maggiore dei carismi, quello del servizio della carità.

c) Il ruolo attivo dell’assemblea liturgica

Il Concilio Vaticano Secondo non vuole che i fedeli assistano alla liturgia “come estranei e muti spettatori” ma come membri attivi e partecipanti coscienti. Nell’assemblea liturgica non ci sono spettatori ma solo attori. Per questo è necessario far di tutto per raggiungere non solo una partecipazione attiva, ma anche una partecipazione consapevole ed interiore.
La liturgia ha una sua specifica pedagogia per guidare i partecipanti ad entrare nel mistero che viene celebrato, passando attraverso i riti e le preghiere. Questa pedagogia però è inefficace se non si è preparati a coglierla e a corrisponderla in modo da lasciarsi prendere dalla celebrazione e divenire partecipanti coinvolti e protagonisti. Bisogna dunque ottenere l’intelligenza dei riti e dei testi. Ha anche un valore importante il silenzio come elemento di ascolto e di interiorizzazione.

5) L’azione celebrativa

La celebrazione liturgica è costituita da riti, i quali sono il suo linguaggio specifico.
È necessario perciò educare al rito e stimolare il senso del comportamento rituale.
Rito è un termine con il quale si designano azioni umane e religiosamente significanti in conformità a moduli fissi tradizionali. Esso è ciò che è conforme all’ordine, un’azione che ha una struttura istituzionalizzata.
Nel rito la comunità rappresenta se stessa, rivive le proprie convinzioni, credenze e valori, si guarda come in uno specchio, proclama, celebra e conferma il proprio programma. Il fenomeno rituale è omnicomprensivo.
La caratteristica più particolare del rito è la sua ripetitività. Il rito è un’azione programmata e ripetitiva. Nasce in coloro che avvertono la necessità di una profonda integrazione, non soltanto tra i suoi membri e con gli altri gruppi umani, ma con la totalità della realtà nella quale, misteriosamente, si è immersi nel mistero di Dio, come il pesce é immerso nell’oceano… Si tratta di una forma di familiarità, di sintonia, di intimità con il sacro o trascendente. La ripetizione nel rito cristiano, come in quello ebraico, è memoriale.

a) Il Segno e il Simbolo

Il segno, di per sé, tende a una realtà esterna a se stesso: il fumo indica l’esistenza del fuoco, il semaforo verde indica che la via è libera.
 
Il simbolo è un linguaggio molto più carico di connotazioni. Non solo ci fa sapere, ma ci fa entrare nella sua dinamica. Simbolo letteralmente significa ”mettere insieme” (in questo senso è l’opposto di diavolo: “colui che divide”).

Il simbolo è appunto un oggetto tagliato in due, di cui ognuno dei due partner di un contratto riceve una parte. Ciascuna delle due metà non ha alcun valore da sola. La sua valenza simbolica le viene unicamente dal rapporto con l’altra metà. Il termine, però, contiene una sfumatura importante: più che mettere insieme significa rimettere insieme.  Si mette insieme qualcosa che già prima era insieme e che ora non lo è più. Il simbolo non crea l’unità ma la ristabilisce. Come l’uomo ha bisogno, per l’unità del suo essere, di spiritualizzare ciò che è corporale (il lavoro, l’attività sessuale, ecc…), così, e per la stessa ragione, ha bisogno di “corporalizzare” ciò che è spirituale. Il simbolismo permette all’uomo di “riunire” in sé alcune realtà associate, ma separate dalla loro diversa natura: l’umano e il divino.

Nel simbolismo troviamo un nuovo rapporto con la realtà e soprattutto scopriamo una possibilità di comunicare e di comunicarsi con quanto ci circonda molto più profondamente di quanto ci sia consentito in altro modo. La capacità simbolica dell’uomo quindi n on consiste nel dire o fare certe cose, ma nel vedere tutte le cose in un certo modo; nella loro “integrazione” globale e significativa.
Il simbolismo religioso è l’espressione della necessità più intima della persona umana di trascendere i limiti del proprio io e di aprirsi a nuove esperienze, difficilmente sistematizzabili a livello razionale.

Ogni sistema cultuale matura attraverso un processo di socializzazione durante il quale si viene iniziati all’esperienza simbolica di una determinata comunità. Nella liturgia, azione simbolica e parola di fede, sono intimamente unite e si completano a vicenda. Esiste un’impressionante continuità espressiva e di comunicazione simbolica tra la Bibbia e la liturgia.

 In secondo luogo, il simbolismo liturgico è intimamente legato alla tradizione ecclesiale, di cui costituisce un aspetto fondamentale. Elementi diversi arricchiscono progressivamente il culto cristiano in armonia con lo sviluppo della fede e della vita della Chiesa.

Se caratteristica propria del simbolo è quella di unire e di ricomporre determinate situazioni, certamente il simbolismo liturgico contribuisce a mettere l’uomo in comunione vitale, e non solo nozionale e ideologica, con il mistero della salvezza.

b) La creatività simbolica

E’più facile adottare qualche elemento, piuttosto che rifare, ricostruire, una totalità significativa, che ha nella liturgia cristiana delle precise esigenze. Essendo il rito un fatto di linguaggio, sarà necessario esaltarne tutte le possibilità comunicative. Ciò richiede una previa e sapiente rilettura del rito stesso non come schema da seguire ma come proposta o modello da incarnare con rinnovata sensibilità.

Il rito non va inteso come un elemento di consumo, ad effetto automatico, ma piuttosto come un copione da interpretare mediante una regia intelligente e flessibile. La creatività, intesa come adattamento e inculturazione, non è mai improvvisazione ma gestazione lunga e laboriosa che partendo dal dato tradizionale, assimilato e vissuto, si apre alle esigenze culturali dei diversi popoli.



c) La celebrazione esprime e nutre la fede

La liturgia è in intimo rapporto con la dottrina e la vita della Chiesa. Essa non è dottrina né etica del mistero. È, però, il suo simbolo, cioè la mediazione simbolica che mette in rapporto e condensa, allo stesso tempo, la dottrina e l’etica e ha bisogno di ambedue per conservare la sua piena autenticità.

Il Concilio Vaticano Secondo afferma che “…i sacramenti non solo suppongono la fede, ma con le parole e gli elementi rituali la nutrono, la irrobustiscono e la esprimono; perciò vengono chiamati sacramenti della fede”. La celebrazione dei sacramenti, quindi, deve essere in sintonia sia con la fede “creduta” che con la fede “vissuta”.

La liturgia è vera professione di fede. Possiamo affermare che la liturgia è la mediazione simbolica che mette in rapporto e condensa allo stesso tempo la dottrina e l’etica. In altre parole, la preghiera è per sua natura in perfetta sintonia con ciò che si crede e si vive. Tutto ciò che riguarda il culto riguarda anche, da vicino, la fede e la vita della comunità cristiana.

6) Alla scuola annuale della liturgia, particolarmente alla scuola domenicale

a) L’anno liturgico
 
L’anno liturgico è la celebrazione-attuazione del mistero di Cristo nel tempo.
Non è un semplice calendario di giorni e di mesi a cui sono legate celebrazioni religiose. Nel corso dell’anno si distribuisce tutto il vissuto di Cristo, dall’incarnazione e dalla natività fino all’Ascensione, al giorno di Pentecoste ed all’attesa della beata speranza e ritorno del Signore. La salvezza da Lui realizzata, viene offerta e comunicata nelle diverse azioni sacramentali. La storia della salvezza, che continua oggi nell’oggi della Chiesa, costituisce l’elemento portante dell’anno liturgico.

L’anno liturgico nelle sue feste, infatti, celebra solo e sempre il mistero di Cristo come centro della storia salvifica. E il tempo e lo spazio della salvezza, nella fragilità del tempo che sfugge.

La celebrazione lungo lo svolgersi dell’anno liturgico non deve essere interpretata come una riproduzione della vita terrena del Cristo. Infatti, nel quadro delle celebrazioni annuali, la Parola di Dio esprime la sovrabbondanza e la multiformità delle azioni e parole di Gesù, che nelle diverse circostanze sono state motivo e opportunità di salvezza.
 
b) L’aspetto festivo della celebrazione

La festa è caratterizzata dall’equilibrio tra spontaneità e norma, tra gioia e serietà, tra liberazione e riposo. L’oggetto della festa può essere qualsiasi cosa, purché sia sentita come un valore. Ogni comunità festeggia ciò che ritiene importante.

La festa ha un carattere collettivo. Nessuno fa festa in solitudine. La festa allaccia rapporti collettivi con i partecipanti e tende a coinvolgere tutti gli altri. Essa risponde al desiderio di riunirsi, che è naturale nell’uomo, ma che la dispersione del quotidiano accresce maggiormente in lui.

La festa è, infatti, una rottura con il quotidiano, perché situata in un tempo che si distingue dalla vita di tutti i giorni. Possiede poi una spinta liberante, l’uscita dall’ordine consueto, l’emancipazione dalle soffocanti catene quotidiane: è sosta improduttiva, pace contemplativa, ozio che arricchisce. Infine, la festa permette all’uomo di dedicarsi a ciò che gli è essenziale.

c) La domenica

La festa primordiale dei cristiani è la domenica. La domenica è il giorno dell’assemblea eucaristica.
La celebrazione del mistero pasquale sta al centro della memoria che la Chiesa fa del suo Signore nella festività dell’anno liturgico. Questa celebrazione viene compiuta, fin dal principio del cristianesimo, settimanalmente, nel giorno chiamato domenica.

La domenica è il giorno della memoria. (È la celebrazione dell’Eucaristia – la memoria – che fa del giorno la domenica. Non il contrario. Pertanto si può dire che la celebrazione dell’Eucarestia nei giorni feriali fa di essi una domenica).
Sull’origine della domenica con sicurezza possiamo dire che, la sua celebrazione, è in rapporto con l’avvenimento pasquale in quanto molto presto essa è stata motivata con la risurrezione o anche, secondariamente, con le apparizioni del Risorto nel primo giorno dopo il sabato.
Esistono antichissime testimonianze del fatto che singole Chiese locali compresero la necessità di riunirsi in assemblea eucaristica nel giorno domenicale in base al significato ed importanza di questo giorno.

Il nome più antico dato alla domenica è quello di “primo giorno dopo il sabato”. Come primo giorno rimanda innanzitutto a Gn. 1, l’opera della creazione e, più precisamente, alla creazione della luce; ma secondo Mc. 16,2 (e paralleli) prima di tutto fa riferimento alla risurrezione di Cristo.

Il nome “giorno del Signore” appare per la prima volta in Ap 1,10. L’espressione è carica del senso escatologico dell’intervento di Dio alla fine del mondo. Il “giorno del Signore”, appunto, si riferisce all’ultimo e definitivo intervento di Dio alla fine del mondo. Ciò vuol dire che gli effetti di quell’intervento già si attualizzano, misteriosamente, come mistero – nel senso sopra spiegato – nella celebrazione.

D’altra parte l’espressione “giorno del Signore” richiama l’attenzione sulla formulazione parallela di “cena del Signore”. La parola domenica – il giorno del Signore – rimanda al giorno della risurrezione perché il “Signore” è un titolo di Gesù in quanto risuscitato dal Padre.

Il Concilio Vaticano Secondo afferma che la domenica è “…la festa primordiale”. E aggiunge che, seguendo la tradizione apostolica, “la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama, giustamente, ”giorno del Signore”. La domenica è, infatti, è il giorno “dell’assemblea per ascoltare la parola di Dio e partecipare all’Eucaristia”. Viene recuperato, in questo modo, il senso classico della domenica come Pasqua settimanale e la sua centralità in rapporto alle altre festività dell’anno liturgico.

d) Il culto cristiano parte dalla Pasqua

Esso nasce dalla Pasqua e per celebrare la Pasqua. E’ un dato della massima importanza. Tutto è visto nel e dal centro e questo centro è l’evento del Cristo morto e risorto. Agli inizi tutto viene quindi incentrato su questo unico mistero storico – salvifico, attualizzato nel presente della celebrazione.

La Chiesa primitiva celebra il mistero, ossia la Pasqua, come evento che riassume e fa valere per la nostra salvezza tutto l’insieme della vita e dell’opera di Cristo.
La celebrazione del mistero pasquale sta quindi al centro della memoria che la Chiesa fa del suo Signore.

Questa celebrazione viene compiuta, fin dal principio, settimanalmente. Questo giorno riceve ben presto un nome nuovo: il “giorno del Signore”. Esso ricorda ai cristiani la risurrezione di Cristo, li unisce a Lui nella sua eucaristia, li indirizza verso l’attesa del suo ritorno, alla fine del mondo.

Perciò la domenica costituisce l’ossatura di tutto l’anno liturgico, di cui è fondamento e nucleo. Nella domenica c’è tutta la festa cristiana e nel corso dell’anno liturgico vengono esplicitati gli aspetti della totalità di questa festa primordiale.

e) L’importanza della scrittura

In ogni celebrazione c’è una parte riservata alle Scritture. Le letture vengono selezionate dalla Scrittura – la Bibbia – in modo tale da avere lungo l’anno un quadro completo del mistero di Cristo.
Il lezionario domenicale è caratterizzato dalla lettura semicontinua di un vangelo sinottico. A, centrato su Matteo, B, centrato su Marco, C, centrato su Luca con inserzioni di Giovanni (presente anche negli altri cicli). La celebrazione ha tre letture: una dell’Antico Testamento e due del Nuovo (apostoli e vangelo).

7) La spiritualità liturgica: Il legame fede – vita quotidiana

La partecipazione liturgica non si riduce ad un’attività limitata semplicemente al momento rituale, meno ancora ad una presenza passiva per compiere l’obbligo, per evitare il peccato e, ancora meno, per togliersi semplicemente il pensiero, come può essere fare la prima comunione, la cresima, ecc.

Essa impegna il credente globalmente nella sua esistenza: la “verità”della celebrazione liturgica è garantita dalla “verità”dall’esperienza spirituale che essa genera.
L’esperienza spirituale cristiana non si realizza senza riferimento alla celebrazione (parola e sacramento); essa, tuttavia, non è mai un’esperienza rituale, conclusa nel puro ambito e momento della celebrazione.

I sacramenti della Chiesa che costituiscono la liturgia sono mezzi di partecipazione diretta ed efficace agli atti redentori del Cristo, particolarmente con la sua morte e risurrezione. Da essi nasce un’assimilazione con la persona di Cristo o imitazione nella propria vita dei misteri celebrati nella liturgia. E’ un tema ricorrente in molte orazioni: imitare o testimoniare nelle opere quanto viene celebrato nel sacramento “Donaci di testimoniare nella vita il mistero che celebriamo nella fede”. In questo senso la spiritualità liturgica diventa continuo stimolo per il credente a conformare quanto va celebrando alla sua vita.

La vera esperienza religiosa cristiana si potrebbe definire, o descrivere, come un atteggiamento permanente o uno stile di vita cristiana di colui che sa donare se stesso, come servizio per la crescita umana e spirituale di tutti coloro che ne percepiscono il valore, l’importanza e determinano il seguire il Signore: “vi esorto dunque fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1).

Questa verità si comprende adeguatamente solo se si considera il sacramento come un incontro oggettivo ed efficace di salvezza con Cristo, incontro che trasforma e rinnova il cristiano. Infatti il cristiano può portare a compimento la passione di Cristo (agire morale), perché essa esiste inizialmente in lui come realtà sacramentale (essere cristiano).

Il sacramento, quindi, non è visto principalmente come un mezzo per realizzare un contatto in qualunque modo con la persona di Cristo, soprattutto allo scopo di stabilire un “colloquio” interiore con lui – dimensione cara a un certo tipo di spiritualità -, ma come incontro di comunione con l’amore di Dio che motiva, trasmette gioia e determinazione nel coinvolgere nello stesso dono coloro che sono esclusi, i lontani, gli indifferenti, ossia tutti coloro che hanno bisogno della Sua presenza e del Suo aiuto, anche se non se ne rendono conto.
In questo scambio, chi riceve e chi dona si arricchiscono mutuamente, per la dinamica stessa del dono che apre orizzonti a chi lo riceve e rigenera chi lo dona. In questo senso, la storia della salvezza concretizzatasi nel mistero di Cristo trova il suo compimento.

Allora, la vita cristiana consiste nella realizzazione, nel vissuto quotidiano, della morte e risurrezione di Cristo, che si è compiuta in noi sacramentalmente nel battesimo e di cui ci nutriamo nell’Eucaristia, rinunciando ogni giorno al peccato per vivere la nostra libertà rinnovata (Rm. 6,3-11).
La liturgia nel tempio e la liturgia della vita, ossia la liturgia completa, tende essenzialmente a farci vivere la salvezza-mistero pasquale nei suoi singoli momenti, attuando in noi lo stesso mistero pasquale di morte e risurrezione di Cristo.


                                
8) Conclusione
 
La liturgia è l’occasione, il momento adatto, per entrare in contatto con il mistero salvifico di Dio, il mistero di Cristo, chiamato a trasformare la nostra vita. Secondo il grande insegnamento della Chiesa, per comprendere ciò che i sacramenti significano per la vita, si suppone l’illuminazione della fede, che sgorga dai sacramenti stessi. Quello che s’impara nella celebrazione rituale dei sacramenti e quello che si impara vivendo.

Riprendendo le stesse parole di San Paolo di cui sopra: “…questo è il vostro culto spirituale” (Rm 12,1), è importante capire che il culto autentico è la “liturgia” della vita giornaliera nelle diverse circostanze ed eventi che si presentano, il cui modello ispiratore, animatore e sostenitore è la liturgia nel tempio.
In questo modo la celebrazione dell’Eucaristia e la vita formano una cosa sola per “la lode e la gloria di Dio” (Ef 1,6).
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