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Quale nuovo modo di pensare è necessario elaborare affinché un gruppo ecclesiale (Congregazione, Provincia, Comunità, ecc.) usufruisca degli aspetti forniti dell’analisi della complessità al fine di migliorare il servizio di evangelizzazione, rielaborando la struttura fondamentale della propria organizzazione?

Come ricambiare il contributo di chi vive l’inquietudine della ricerca scientifica e, allo stesso tempo, ha l’umile percezione del suo limite, senza diminuirne l’entusiasmo e il dono (di Dio) per questi studi?

 

di P. Luigi Consonni

 

EVANGELIZZARE NELLA COMPLESSITÀ

Proposta di riflessione in continuazione di lavori precedenti

 

INTRODUZIONE.

L’affermazione fatta, poco prima della sua morte, dal Card. Carlo Maria Martini sull’arretratezza di duecento anni della Chiesa, mi ha offerto un nuovo stimolo per approfondire la riflessione riguardo al rapporto fra Missione e complessità. Mi sono chiesto: arretrata rispetto a chi? a che cosa?

Non credo che si riferisse agli studi biblici e teologici che, anzi, fanno passi da giganti. Suppongo che potrebbe riguardare, fra altri possibili aspetti, l’organizzazione della Chiesa ed il suo rapporto con i contributi della ricerca aconfessionale, in particolar modo quella filosofica, antropologica e sociologica, che abbraccia tutti gli ambiti dell'esistenza, delle relazioni e dell'organizzazione umana.

In effetti, la ricerca aconfessionale ha in comune con la Chiesa l’indagine sul mistero della vita, e pertanto mi sono chiesto: che cosa potrebbe sostenere un possibile rapporto? Potrebbe essere anche simbiotico? E più specificamente: come un gruppo ecclesiale potrebbe beneficiare del suo contributo riguardo alla complessità che caratterizza ogni realtà vivente a favore dell’evangelizzazione?

Ho letto l’interessante e lucido lavoro di Marco Montagnino: Differenza, autonomia, complessità organizzazionale. Dialettica del pensiero complesso di Edgar Morin. Ed. petite plaisance 2012.(Si può anche scaricare da internet. pagg.137), del quale mi avvalgo in questo scritto.

Tutto ciò che in questo lavoro non si riferisce ad aspetti biblici, teologici o ecclesiali, è estratto e rielaborato dal suo lavoro, riferendomi particolarmente ai capitoli secondo e terzo pag. 75-124.

Quello che mi propongo è semplicemente “aprire una finestra” per affacciarsi su una realtà che, debitamente approfondita ed elaborata, può dare frutti sia per l’evangelizzazione in ordine al Regno di Dio che alla ricerca aconfessionale.

CAPISALDI: PUNTI CONSOLIDATI DALLA RIFLESSIONE TEOLOGICA.

Il centro della predicazione di Gesù, e riferimento principale della sua azione missionaria, è il Regno di Dio. Egli ha come obiettivo immediato “l’oggi” (Lc 2,21) della salvezza, che anticipa e orienta tutti e tutto verso l’evento ultimo e definitivo del Regno di Dio. Allora, la storia e la creazione entreranno in esso con il “ritorno” del Risorto, e Dio si manifesterà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

“La Chiesa (…) riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio” (LG 5). Non ci sono significati univoci per le espressioni Regno di Dio e Regno di Cristo né del loro rapporto con la Chiesa (…). Possono esistere perciò diverse spiegazioni teologiche su questi argomenti” (Dichiarazione “Dominus Iesus” n.18). (N.d.A.: la sottolineatura è mia).

Evidentemente, come afferma lo stesso documento, esiste “intima connessione tra Cristo, il Regno e la Chiesa”.

 

PRESUPPOSTO.

Nella persona di Gesù Cristo (il Gesù storico introdotto con la risurrezione nella gloria trinitaria dallo Spirito), oggettivamente l’umanità intera partecipa del suo regno (di Cristo) in modo che “quando tutto gli sarà sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15, 28).

Del regno di Cristo partecipa il discepolo e costituisce con altri la comunità che ha riscontro nella Chiesa, perché assemblea quando due o tre sono riuniti nel suo nome.

Le metafore, prese dal mondo agricolo: persone, campo, terra, acqua, seme, albero, rami, innesto, frutti, eccetera, offrono un quadro d’insieme che permette apprezzare la connessione tra Cristo, Chiesa e Regno di Dio. Quest’ultimo abbraccia ogni popolo, gruppo etnico e cultura, della quale ovviamente è parte la specifica credenza o religione.

IL PROCESSO E LA DINAMICA DELL’EVANGELIZZAZIONE

 

a) IL RAPPORTO FRA CRISTO, CHIESA E REGNO E LA COMPLESSITÀ CONTEMPORANEA.

Nel processo di evangelizzazione, centrale è l’avvertimento di Gesù ai discepoli: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente” (Mt5,13 ). Si aggiunga la metafora del fermento nella massa.

Nell’annunziare l’evento Gesù Cristo a tutte le genti, imprescindibile è la qualità della testimonianza riguardo alla filosofia, lo stile di vita, le scelte guida dell’agire del Maestro. Essa è come sale, fermento e criterio di discernimento che favoriscono nel destinatario la scoperta del Regno come tesoro nascosto nella sua storia, o d’incontrarlo come perla preziosa nel suo vissuto personale, sociale, culturale e religioso.

Il sale e il fermento sono rapportabili al comando di Gesù “che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 15,12), la cui mirabile espressione e profondità è l’inno alla carità (1 Cor 13).

Suggerisco la metafora del “boomerang” lanciato dalla Chiesa nel mondo e in essa stessa, riguardo all’evangelizzazione. L’annuncio e la testimonianza, dentro e fuori della Chiesa, ritorna alla Chiesa in termini di purificazione e consolidamento di se stessa per il fatto di offrire alle culture d’origine, religiose, agnostiche o atee, l’opportunità di riconoscere nella loro stessa fede – per gli agnostici e atei nel loro operare – la carità che suscita sintonia e comunione nella diversità. Fra l’altro il termine religione dice quello che lega realtà diverse fra loro, e lo fa in modo stabile e permanente per l’amore, o meglio, di quella sublimità dell’amore che è la carità.

Dal punto di vista della teologia cristiana si tratta della realtà del Regno che la Chiesa è chiamata a sostenere con la sua missione, secondo l’esortazione di Gesù: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16).

In altre parole, il credente e la Chiesa testimoniano l’evento Gesù Cristo – il boomerang – e ritorna loro come percezione della realtà del Regno per l’adesione alla pratica della carità e ciò che deriva da essa.

Evidentemente, nella Chiesa per alcuni sarà motivo di purificazione e per altri non ancora, così alcuni determineranno di essere discepoli di Gesù Cristo e altri rimarranno nella propria fede religiosa o laica; ma tutti, con la buona volontà, potranno ritrovarsi nella carità, sorgente della vita in abbondanza (Gv 10,10).

b) IL MISTERO DELLA VITA, AMBITO DELL’EVANGELIZZAZIONE E DELLA RICERCA UMANA-SCENTIFICA.

Il mistero della vita è il comune ambito, così come la complessità che lo caratterizza. Il micro organismo e la macro realtà dell’universo sono retti da meccanismi complessi; pertanto, indagare il farsi della complessità è approssimarsi sempre più alle leggi e alle condizioni che sostengono il mistero di ciò che esiste. Per il credente il mistero ha origine e termine in Dio, per cui, da parte di molti credenti, si manifesta una certa riluttanza o disinteresse all’analisi, come se si pretendesse indagare l’insondabile e svelare l’impossibile. Famoso è l’aneddoto dell’angelo in riva alla spiaggia che riprende la pretesa di S. Agostino di indagare e svelare il mistero trinitario.

Fuori dall’orizzonte confessionale, l’intelligenza umana, applicata nei diversi ambiti alla ricerca del mistero della vita, ritiene la complessità espressione di forze e dinamiche intrinseche e proprie degli elementi che interagiscono tra di loro. Non deve tener conto di una causa esterna o superiore da cui tutto procede.

In ogni caso la confessionalità e l’indagine priva di essa tendono al mistero della vita, su due rotaie rigorosamente parallele e convergenti (espressione dell’ambito politico di decenni or sono). Il paradosso è appropriato e affascinante, fa intuire la necessità di un’attenzione reciproca per lo meno nell’ambito dell’evangelizzazione.

c) UN’ANALISI CRITICA DELLA FILOSOFIA DELL’ORGANIZZAZIONE.

Il concetto di complessità organizzazionale.

È un neologismo di E. Morin. Tale concetto si propone di mettere in rilievo il carattere attivo e creativo della complessità. In francese questa differenza emerge chiaramente perché egli cambia organisation con organisaction. In italiano essa può rendersi per iscritto con organizz-azione ma nel parlato si può apprezzare meglio nell’attributo appunto organizzazionale. (N.d.A.: La sottolineatura è mia)

La povertà organizzazionale (pag.93-98).

Nelle pagine anteriori del capitolo l’autore analizza criticamente il tipo di organizzazione che comporta l’emergere dei fenomeni/problemi legati a tre aspetti che hanno creato fraintendimenti, false evidenze e semplificazioni grossolane:

a)la specializzazione

b) la gerarchia

c) la centralizzazione.

Questo schema organizzativo che, appare evidente, fa sembrare che specializzazione, gerarchia e centralizzazione siano vincoli ed esigenze “razionali” agli sviluppi della funzionalità e dell’efficacia in ogni organizzazione (pag.76).

Tutto – scrive Morin – conferma questa visione: la nostra società comporta necessariamente uno Stato e un governo, cioè un centro di comando/controllo, una gerarchia d’istanze nazionali/regionali/locali e di gruppi, caste o classi, a cominciare dalla gerarchia tra coloro che decidono e coloro che eseguono, e una divisione del lavoro che sviluppa innumerevoli specializzazioni (pag 76).

Cosicché l’approccio semplificante ai concetti di specializzazione, gerarchia e centralizzazione ha e continua a ispirare le teorie della leadership più accreditata dalle elite dominanti. Per esse resta ideale l’organizzazione che procede dalla struttura piramidale centralista/gerarchica/specializzatrice: al vertice un unico centro di computazione/decisione/comando, organizzato come un clan, un’elite, saldamente mantenuto e trasmesso ereditariamente: sui gradini le gerarchie di controllo, funzione, trasmissione di tale dominio, alla base gli operatori specializzati.

La più grande preoccupazione per chi comanda, in questo tipo di organizzazione, è di conservare il potere in seno al gruppo di appartenenza e sviluppare, quindi, strategie solo in questa direzione (tra le quali oltre la violenza, fisica e non, la costruzione di adeguati impianti/sistemi simbolici). Si tratta di un apparato che presenta vantaggi certi, soprattutto quando il centro ha una competenza molto alta e ricca (del resto, è proverbiale che“sapere è potere”).

In sintesi è un’organizzazione piramidale il cui vertice è il centro decisionale al quale sottostanno i diversi piani gerarchici e poi, a un livello inferiore, le specializzazioni al loro servizio e sottoposta, infine, la base che accoglie e compie.

Tale organizzazione sembra economica, razionale, funzionale. La decisione può essere presa molto rapidamente; non c’è pericolo che si abbia divergenza o conflitto sul suo principio o sulla sua esattezza;

si dà trasmissione/adattamento delle istruzioni a molteplici livelli di integrazione; infine, una simile organizzazione beneficia della precisione e dell’efficacia operazionale propria della specializzazione.

L’autore si chiede: che cosa si nasconde dietro questa evidenza? Ecco i rischi che tale sistema comporta:

– Spreco: Il sotto-impiego delle competenze ai livelli subordinati e specializzati comporta che una decisione erronea, che non può essere ostacolata dagli esecutori, possa rivelarsi fatale oltre che comunque fare perdere tempo, perché occorre che il centro riconosca e corregga il suo errore annullando il presupposto vantaggio della rapidità.

– Rigidità: di fronte ad ogni situazione nuova o inattesa la base specializzata deve riferirsi alla gerarchia, la quale trasmette il problema al vertice, che non è sul campo, e dal quale la decisione deve seguire a ritroso il percorso gerarchico per ritornare al punto arduo. Più in generale la lentezza di reazione che ne consegue, insieme allo spreco delle competenze locali e alla pesantezza dei vincoli gerarchici, determinano una rigidità permanente del sistema di fronte all’alea, all’incerto, al mutevole.

– Fragilità: il concentrarsi in una sola testa della competenza globale, della decisione, dell’iniziativa rende l’insieme mortalmente vulnerabile in quest’organo unico. Le organizzazioni policentriche hanno invece teste di riserva, anzi teste che rispuntano: le Idre di Lerna resistono agli Ercoli. Ognuno è indispensabile: questo sembra volere dire Morin.

– Parassitismo: l’individuo o la casta che detengono il potere di stato possono appagare senza freno (non essendo controllati dalla regola che controllano) i loro appetiti egocentrici e parassitano l’insieme del corpo sociale pur assumendo più o meno correttamente le loro funzioni di interesse generale.

Si può osservare che rigidità, spreco, fragilità e parassitismo si alimentano a vicenda in un circolo vizioso.

Aspetti da prendere in considerazione per una soluzione emancipatrice.

Le società umane, osserva il filosofo del pensiero complesso, in particolare le nostre società storiche, hanno introdotto nel cuore dei rapporti umani l’opposizione drammatica del padrone e dello schiavo, cioè l’asservimento, lo sfruttamento e l’assoggettamento.

Specializzazioni, centralizzazione, gerarchia comportano strutture di dominio/sottomissione e in particolare di assoggettamento.

Non si può nemmeno tenere in considerazione, come soluzione emancipatrice, l’ipotesi di una società senza antagonismi e conflitti interni, perché nulla è più ottuso, asservente e assoggettante di una società che pretenda di annullare i suoi conflitti e antagonismi. La sfida è comunque, tentare di superare quest’aporia.

L’autore domanda: Come immaginare una società in cui il gioco degli antagonismi e dei conflitti non produca dominio e sottomissione, asservimento e assoggettamento? E ancora, come risolvere il problema, non facilmente dissociabile dal precedente, del rapporto di assoggettamento tra la società e l’individuo?

Ogni società, anche la più burocratizzata, la più tecnicizzata, la più totalitaria e totalitarista, realmente non obbedisce allo schema della “pseudo razionalità mono-centrica, mono gerarchica, onni -specializzata”, anche se anarchismo e pluralismo sono subordinati e assoggettati all’ordine centrico gerarchico. Inversamente, non possiamo ipotizzare per la società moderna una risposta di pura e semplice anarchia.

Possiamo cercare risposte solo nel senso di una complessità più alta di quella delle società esistenti o esistite in passato (…). Sembra, in effetti, possibile concepire un progresso “organizzazionale”, fondato sulla regressione delle specializzazioni, delle gerarchie, della centralizzazione; da esso deriverebbe la regressione correlativa degli asservimenti/assoggettamenti sullo sviluppo delle comunicazioni e delle fraternizzazioni, sul pieno impiego delle qualità strategiche, inventive e creatrici, ancora fortemente inibite o non coltivate nella nostra società.

Tale progresso consentirebbe di affrontare non più in termini di alternativa ingenua (rafforzamento o ‘deperimento’) il problema, perché consentirebbe la "complessificazione" del rapporto individuo/società e non la subordinazione di un termine all’altro.

Cosicché I tre aspetti – specializzazione, gerarchia e centralizzazione – sono rilevati dall’autore non solo nella specificità del termine, ma anche nella contemporaneità e complementarietà di altri termini che li integrano, completano e costituiscono le differenze in ognuno dei tre aspetti. Pertanto, al centrismo –la centralizzazione – è legato il policentrismo e l’acentrismo; alla gerarchia, l’eterarchia e l’anarchia (quest’ultima non è la non-organizzazione, è l’organizzazione che si effettua a partire dalle associazioni/interazioni sinergiche di esseri computanti, senza che ci sia bisogno per questo di comando o di controllo proveniente da un livello superiore); alla specializzazione la diversità e la differenzazione.

Questi elementi sono necessari per far parte a pieno titolo dell’organizzazione – chiamata organismica – che costituisce la “base del processo creativo e ‘terreno su cui stare’ per rispondere alla sfida dei nostri tempi turbolenti, (…) tendente verso un ordine superiore di sintesi creativa (…) che fa crescere l'unità all'interno della molteplicità” (vedi le caratteristiche e i presupposti : Martha Crampton. A cura di Luciano Marchino – Centro di Documentazione Wilhelm Reich).

Balza alla mente che l’ordine superiore di sintesi creativa, che fa crescere l’unità all’interno della molteplicità, e il senso della complessità più alta di quella delle società esistenti o esistite in passato cui fa riferimento l’autore è rapportabile, nell’ambito teologico al regno di Dio, specificamente all’evento escatologico e trinitario che si manifesterà pienamente alla fine dei tempi, ma già attuante nella storia.

Riprendendo quanto scritto in precedenza, tre entità diverse e irriducibili puntualizzate come sei, nove e dodici, hanno come minimo comune multiplo il tre, perfettamente contenuto in ognuna di esse. Ma ciò non risponde alla loro totalità che rimarrebbe diminuita e mortificata. Invece il trentasei – massimo comun divisore- contiene perfettamente le totalità delle tre entità, fra l’altro inserite in qualcosa che le trascende: in altri termini, la riserva escatologica propria della Trinità e del mistero di Dio.

Quindi, l’analisi dell’organismo vivente mostra come esso comporta un organo centrale di comando (il cervello), una gerarchia organismo/organo/cellule, una specializzazione prodigiosa nella differenziazione della costituzione e dell’attività cellulare e molecolare.

La pratica di Gesù in rapporto a tali aspetti.

 

Sullo sfondo delle considerazioni che seguono, dal punto di vista dell’evangelizzazione, c’è il regno di Dio, organismo vivente, dove l’umano e il divino, in stretto, distinto e inscindibile rapporto, costituiscono la realtà attiva e in crescita che coinvolge la persona, la società, l’umanità tutta, la creazione e la gloria di Dio.

La specializzazione.

Nella persona di Gesù l’azione divina s’inserisce pienamente in quella umana per instaurarvi il regno dell’amore di Dio. In effetti, l’amore costituisce il suo essere, la sua essenza ed esistenza, cosicché il divino pervade l’umano senza snaturarsi né snaturare l’umano. Ebbene ciò costituisce il comando (il cervello), e con esso la salvezza di tutto e di tutti.

Il Verbo, inserito a pieno nella natura umana la pervade, fa sì che il tutto – il mistero di Dio – sia in ogni parte, ossia assuma il processo ologrammatico riferito da Morin, pur non esaurendosi o rimanendo prigioniero in essa, in virtù dell’inesauribile trascendenza.

La specializzazione – il Verbo – vi entra in modo sorprendente e stupefacente ( 2Cor 8,9 e Fil 2,7) seguendo i canoni della natura umana secondo la quale la specializzazione, una volta inserita nel tutto “in particolari condizioni, attiva una relativa despecializzazione, nella quale ritrova una certa autonomia e attraverso la quale essa, comunque, opera a favore dell’integrità dell’organismo, pur essendosi sottratta, in qualche modo al suo controllo” (p.80). Avviene una sorta di depotenziamento e un assoggettamento, perché tale è la natura umana rispetto al mistero di Dio, cosicché Dio stesso si umanizza nel suo “tutto”.

C’è come un’attività di despecializzazione/rispecializzazione. Infatti, aggiunge l’autore, “gli esseri specializzati racchiudono qualcosa di fondamentalmente non specializzato (…), che Morin chiama competenze potenziali, scrivendo, appunto, che la specializzazione è soltanto uno degli aspetti, una delle tendenze, una delle espressioni negli sviluppi organizzazionali della diversità” (p.81).

La capacità di despecializzarsi, là dove si manifesta, è una qualità individuale propriamente rigeneratrice che torna a vantaggio della comunità. Un’organizzazione vivente (a qualunque grado essa emerga), fondata totalmente sulla specializzazione, sarebbe incapace di far fronte ai problemi posti dalle alee, dalle concorrenze e dagli antagonismi presenti al suo interno intrinsecamente, e proprio conseguentemente, all’emergere dell’individualità/soggettività.

Gesù, il Verbo. depotenziando la sua specificità divina -“ Kenose” -, entra pienamente in sintonia con la dinamica vivente a favore dell’umanità. Cosicché il depotenzaimento è un attributo divino perché profondamente vitale, necessario alla crescita e alla qualità di vita. Il divino non è alternativo all’umano, ma il suo necessario completamento. La Kenose non è estranea alla dinamica del vivente perché crea in lui le condizioni per accogliere quello che non è specifico e attuare la rispecializzazione a favore del tutto, del mistero di Dio. È una considerazione che aiuta capire come Gesù Cristo, “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2Cor 8,9).

Morin ipotizza che uno sviluppo ipercomplesso delle società umane possa farsi in/e attraverso la regressione delle specificità a vantaggio delle policompetenze e delle competenze generali. Questo suggerisce l’ipotesi che la depotenzializzazione assunta da Gesù, e quindi la conseguente preferenza verso i poveri, degli esclusi e marginalizzati, non risponde tanto all’insondabile volontà trinitaria ma anche alla profonda conoscenza della realtà umana e alla strategia necessaria per la salvezza di tutti e di tutto. Ecco, allora, che la grazia, il Verbo fatto carne, non sostituisce la natura ma la integra e la porta alla sua perfezione.

La gerarchia.

È fondamentale avere una concezione viva, cioè complessa, perché la gerarchia se concepita in modo semplificatore, o s’identifica in moto puro e semplice all’asservimento e al dominio o maschera tale asservimento con i colori rosei dell’integrazione e della funzionalità (p. 88).

È comune la comprensione semplificata della gerarchia, concepita fondamentalmente in termini di livelli/piani d’inglobamento/integrazione, o in termini di dominanza/subordinazione. Cosicché l’organizzazione vivente oscilla in modi diversi tra due polarizzazioni: dominio da una parte e integrazione/inglobamento dall’altra (p 82).

Gesù con il suo comportamento mostra un’autorevolezza sorprendente perché ha davanti a sé come un lavoro di architettura di un complesso in continua espansione e crescita, che diventa sempre più complesso, dovendo rispondere alle situazioni più diverse, conflitti e inedite circostanze.

Lavoro che svolge con fermezza e sicura competenza, acquisita non perché la condizione di figlio di Dio gli dia chissà quali doti speciali, ma per il permanente contatto con il Padre – la preghiera -, sostenuto dalla potenza dell’amore che motiva la sua de-specializzazione e lo mette in condizione di re-specializzarsi con uscite sorprendenti i cui risultati lo stupiscono, addirittura come il constatare maggiore fede in un pagano che in Israele.

L’autorità è guadagnata sul campo; è altro da quella umana per eredità o elezione; è altra da quella derivante dalla semplice condizione di Figlio; è eterarchica, altra dalla singolare e insondabile combinazione di vero Dio e vero uomo. Quest’ultima è trasmessa per la fede al credente; perciò, Gesù afferma che questi farà opere ancora maggiori delle sue (Gv 14,12), il che lascia tutti interdetti.

Ai discepoli non propone nessun tipo di gerarchia. Quando interviene perché litigano su chi fosse il più importante, rovescia la concezione piramidale di allora. Inoltre non stabilisce nessuna carica specifica ed esorta alla fratellanza nella pratica dell’amore vicendevole, con tutto quello che ne consegue.

Più ancora, sprona le folle che lo seguono, con parole molto dure, a discernere e capire i segni dei tempi (Lc 12, 54-57) presenti per la sua parola e azione (Mt 11,4-6) e agire in sintonia con l’avvento del regno. Quest’intervento sembra indurre all’anarchia, ma, in effetti, chiama alla responsabilità creativa a favore del regno.

Tutto ciò ha riscontro nel fatto che, in ogni organizzazione vivente, “ l’organizzazione gerarchica ha bisogno di organizzazione non gerarchica”; esige la presenza di gerarchie concorrenti e di forme antagoniste alla gerarchia. Si ritrova la logica “organizzazionale” del fenomeno della specializzazione.

È assolutamente necessario, afferma Morin, che vi sia al suo interno una componente anarchica. “L’anarchia senza controllo superiore costituisce un tutto che stabilisce il suo controllo superiore […] la componente anarchica, quando interviene tra esseri ineguali quanto a capacità e a mezzi d’azione, crea di per se stessa gerarchia senza tuttavia che si inaridisca la fonte anarchica”. “Un organismo si auto-produce in modo anarchico pur organizzandosi in modo gerarchico.” (p.87).

Sul versante teologico la crescita misteriosa del regno è sorretta dalla dinamica di continuità e discontinuità, gerarchicamente organizzata dalla prassi della carità.

Bisogna evitare che la gerarchia sviluppi assoggettamento, e quindi, che i sistemi, gli esseri, gli individui, diventino sotto-sistemi, sotto-esseri, sotto-individui, e quando si tratta di esseri umani, che essi siano ridotti allo stato di sotto-uomini (p.87).

Per arricchire la nozione di gerarchia, dunque, è necessario comprenderla proprio nella sua complessità, nella sua dialettica, porla in costellazione con le nozioni di anarchia, di eterarchia, di poliarchia, con le quali si svolgono relazioni complesse perché essa sia effettivamente “organizzazionale”. È necessario che si abbia al suo interno elasticità e gioco tra i livelli, autonomia degli assoggettati, possibilità di decisione, e, di conseguenza, distribuzione della responsabilità già alla base dell’organizzazione.

Si deve dunque riabilitare in chiave “organizzazionale” l’anarchia, che è alla base della spontaneità co-organizzatrice, e dell’organizzazione poliarchica ed eterarchica. D’altronde, è un fenomeno “organizzazionale” evidente che, in definitiva, è la resistenza collaboratrice degli individui a far funzionare ogni organizzazione.

Questa formula risponde alle caratteristiche ed esigenze della grande mistica la quale afferma che, per arrivare al punto che non conosci devi intraprendere il cammino che non conosci. Evidentemente quello che attrae come la calamita la limatura di ferro, è il punto che non conosci, l’escatologico, la Trinità, il Regno.

Al credente l’audacia, il coraggio e la creatività nel cammino.

La centralizzazione.

Concependo l’organizzazione vivente in modo soltanto gerarchico, e la gerarchia in modo unicamente piramidale, si crede, dice Morin, che tale organizzazione abbia bisogno, al suo vertice, di un unico centro dotato di competenza generale, che possa garantire il comando e il controllo.

Per la fede la competenza generale trasmessa al credente e alla comunità (Lc 12, 54-56) è sostenuta e alimentata dalla presenza del Risorto e dello Spirito effuso sulla creazione nella Pentecoste che garantiscono il comando e il controllo e con essi la corretta soggettività nel relativo della circostanza.

In tal modo si stabilisce il rapporto per cui il centrismo della Trinità connette, in relazione complessa, con l’acentrismo e il policentrismo della comunità – due o tre riuniti nel nome del Signore – e della persona.

Un’organizzazione policentrica racchiude tanti centri computanti quanti sono gli individui che la compongono. In altre parole, tutto ciò che è acentrico è in qualche modo policentrico, e tutto ciò che è policentrico è in qualche modo acentrico. Il cervello è un esempio il cui policentrismo/acentrismo celebrale, non è un tratto di sottosviluppo ma di straordinaria complessità.

Un’organizzazione può essere detta acentrica quando è la totalità del sistema a stabilire ordinamento/controllo/regolazione per retroazione sulle parti. Le proprietà globali (auto-riparazione, adattamento, apprendimento, regolazione, cooperazione, ecc.) sono assicurate dai centri locali che, in un certo modo, si sincronizzano.

La totalità del sistema è il regno nel presente, anticipo e speranza del futuro alla fine dei tempi. Le proprietà globali (le beatitudini, il denaro, il matrimonio, potere, ecc.) sono assicurate dalle comunità locali e dall’audacia, coraggio e creatività del credente. In tal modo cresce l’unità nella diversità.

L’autore afferma, nella prospettiva fin qui svolta, che ogni organismo vivente o società, e più in generale ogni essere vivente, si auto-produce in modo anarchico, cioè insieme policentrico e acentrico, pur organizzandosi in modo centrico.

L’individuo vive dunque non soltanto alternativamente, non soltanto complementarmente, non soltanto conflittualmente, ma anche indistintamente e concorrentemente con l’ “oikos” . Per l’uomo quest’ambiente è anche la società in cui vive.

L’ambiguità conseguente sta nel fatto che entrambi, ciascuno a suo modo, rispondono a una logica apparentemente centrica, ma in un’altra prospettiva costituiscono una stessa organizzazione. L’ambiguità è ineliminabile e ci rammenta costantemente che centrismo, policentrismo e acentrismo sono caratteri complessi, diversamente e dialogicamente legati, che si ritrovano in ogni parte dell’universo (p.92).

AFFRONTANDO ALCUNI ASPETTI DELL’EVANGELIZZAZIONE

Il grande problema di un’organizzazione vivente funzionante e funzionale, è anche quello di essere capace di affrontare gli errori, le incertezze, i pericoli; cioè avere capacità strategiche ed evolutive. L’importante per un’organizzazione vivente non è soltanto l'adattarsi ma l' apprendere, inventare, creare…

 

È quello che si rileva dalla missione di Gesù: evita la polemica diretta con la teologia del tempo; si rivolge alle folle e ai discepoli – uomini e donne comuni senza specifiche competenze – e li istruisce riguardo al regno; suscita sgomento e perplessità con l’insegnamento e l’azione intimamente connessa, al punto che un uomo della portata di Giovanni Battista, in carcere, rimane profondamente scosso ( Mt 11, 2-6); non elabora una dottrina né un programma ma si attiene alla strategia che gli permette di apprendere, inventare e creare, caso per caso, la risposta adeguata. Infine è cosciente dell’inevitabile scontro con l’ufficialità e delle conseguenze che ne derivano.

Non esiste formula o «logica» organizzazionale che possa eliminare dall’organizzazione vivente il disordine o l’errore. Ogni concezione ideale di un’organizzazione che sia solo ordine, funzionalità, armonia, coerenza è un sogno d’ideologi e/o tecnocrati; è soltanto irrazionalità che elimina la vita.

Come ricorda la parabola del regno, il mondo è una realtà ambigua di grano e zizzania, e lo sarà fino alla fine dei tempi: è impensabile separarli e ci saranno sempre contrasti e conflitti.

1 – L’arte del comando: oltre la cibernetica.

La logica cibernetica ha come principio cardine la retroazione con la quale l’output di un sistema, cioè la sua azione verso l’ambiente, rientra in esso, insieme agli altri input, o dati in ingresso; nell’istante successivo; il sistema confronta l’output con il proprio ‘scopo’ e corregge la sua azione. Tale processo è parzialmente autoreferenziale poiché il sistema tiene conto del proprio comportamento precedente. La cibernetica dà inizio a un vivace dibattito teorico che, in congiunzione alla teoria dei sistemi, vede l’applicazione del modello retroattivo ai più disparati campi della ricerca scientifica: sistemi biologici, sistemi psicologici, sistemi sociali. Diviene un vero e proprio approccio interdisciplinare che avvicina le scienze della natura alle scienze sociali, così come l’osservazione alla progettazione.

Ebbene, tale logica – l’arte del comando – può essere utilizzata nelle organizzazioni viventi con efficacia solo per risolvere i problemi d’informazione e comunicazione, perché, presa alla lettera, preclude ogni decisione a livello diverso da quello del comando, ma anche ogni iniziativa o creatività; quindi annichilisce ogni individualità che non sia quella rappresentata dal centro di comando e dai suoi membri.

È proprio quello che Gesù evita nella sua azione pastorale. Rivolgendosi alle persone guarite, ristabilite nella loro dignità, afferma che la loro fede li ha salvati non il suo comando, e così con la sua parola e insegnamento li coinvolge nell’iniziativa dell’avvento del regno e nella responsabilità.

Andare oltre la cibernetica per Morin vuol dire l’arte/scienza del pilotare insieme, in cui la comunicazione non è più uno strumento del comando ma una forma simbiotica complessa di organizzazione (p.105). Si realizza la riorganizzazione del destinatario e del suo rapporto con l’ambiente. Si può leggere in esso il “camminare umilmente con il tuo Dio” di (Mi 6,8).

La simbiosi fa capire che Gesù, il destinatario e il regno formano un insieme in costante crescita, nel rispetto della specificità di ognuno, per immergersi sempre più profondamente nella mistero Trinitario.

2 – La strategia.

Morin afferma che da essa dipende anche l’avvenire dell’uomo. Ci troviamo in un momento storico in cui da ogni parte dobbiamo scegliere tra strategie (vie nuove) e programmi (soluzioni predeterminate). Su scala umana, la strategia richiede lucidità nell’elaborazione e nella condotta, gioco d’iniziative e di responsabilità, pieno impiego delle competenze individuali, in altre parole pieno impiego delle qualità del soggetto.

Con l’organizzazione che garantisce capacità strategiche evolutive – contrapposta a quella di eseguire programmi -, diventa possibile correggere o compensare ogni errore decisionale, ogni cedimento strutturale o locale. L’errore non è solo ineliminabile, ma è un momento ontologico costitutivo dell’organizzazione.

Ciò aumenta esponenzialmente la possibilità di gestire con maggior successo gli errori e loro conseguenze ingannevoli, non creando semplicemente un circuito di controllo (un feedback negativo, che conferma invariato a tutti i livelli, verticali e orizzontali, il programma del sistema imposto dall’alto). Pertanto, non inibisce semplicemente la possibilità d’errore, che non basta, ma interagisce con l’errore stesso attraverso la condivisione della funzionalità strategica, che inietta contenuti positivi – derivanti dal punto di vista teologico dalla grazia – e che possono rivelarsi l’unica soluzione. È il caso dell’esperienza di san Paolo (Rm 7,14-23).

L’osservazione delle organizzazioni complesse mostra anche che esse possono modificare, al loro interno, non solo negli stati del sistema, attraverso adattamenti di superficie o di forma ma anche di modificare la loro stessa struttura costitutiva, pure in ciò che riguarda il centrismo, la gerarchia e la specializzazione. Le organizzazioni, oltre a trasformarsi, infatti, si trasmutano e, con esse, il sistema stesso di organizzazione.

Tutte le organizzazioni, anche quelle più apparentemente centralizzate, gerarchiche e specializzate, comportano costituzionalmente questi meccanismi compensatori che il filosofo definisce correttivi, ma anche, più significativamente, antidoti e negativi della tendenza centripeta.

La strategia è un elemento imprescindibile di fedeltà alla tradizione di fede – con la t maiuscola – per elaborare risposte in compimento della missione. Essa permette quella singolare combinazione di continuità e discontinuità che elabora risposte audaci, coraggiose, creative e adeguate alla novità, alla complessità del vissuto e così accrescere il suo patrimonio.

3 – il Bricolage

La strategia e l’attività individuale/collettiva responsabile richiamano necessariamente il lavoro di bricolage. Questo perché le caratteristiche dei vissuti, descritti attraverso la loro complementarietà e la loro concorrenza, producono effetti selettivi che favoriscono predominanze circostanziali di una di esse. Inoltre attraverso l’antagonismo, producono effetti di stimolazione e di iperattivazione di ciascuno.

Esiste dunque una polilogica organizzazionale della vita, cioè, una misura in cui il termine racchiude una strategia opportuna di utilizzo di materiali di provenienze disparate, ed eventualmente separati dalla loro funzione primaria, un grande bricolage.

Cosicché il bricolage rivela probabilmente il vero volto della razionalità complessa, che lavora e si confronta con il disordine, l’alea, l’evento, la perturbazione, che comporta, probabilmente, irrazionalità e iper razionalità insieme.

D’altronde la bibbia stessa è un grande lavoro di bricolage. La domanda è: Che cosa avvalla la bontà e la consistenza del bricolage? Non si tratta del fatto di unire “pezzi” presi dagli ambiti più disparati ma l’adeguatezza etica ed efficace all’obiettivo da raggiungere. Dalla qualità del frutto si stabilirà la bontà dell’albero. In ultimo quella dimensione specifica dell’amore che è la carità.

VERSO LA CONCLUSIONE: LE PARALLELE CONVERGENTI.

Nel rispetto delle specifiche convinzioni – la ricerca aconfessionale e quella cristiana sul mistero della vita -, prendendo atto che Morin pur usando la terminologia molto comune nella teologia si distanzia dal significato cristiano di essa, ho estratto dall’autore – Montagnino – alcuni passi, riportati di seguito, che mostrano la fragilità di barriere che si erigono per affermare la propria identità e appartenenza a ciò che si ritiene lontano o addirittura incomunicabile con l’altro. Quasi senza accorgersene e portati dall’onda del mistero della vita nel quale tutto e tutti sono immersi, ci si trova partecipi uno dell’ambito dell’altro.

Il che manifesta che le due rotaie, rigorosamente parallele, dal punto di vista teologico convergono nella monorotaia del treno ad alta velocità – la persona di Gesù Cristo – mantenendo le caratteristiche del dogma Calcedoniano che definisce la persona di Gesù vero uomo e vero Dio, in modo tale che le due nature (rotaie) umana e divina si rapportano senza confusione, senza cambiamento, senza divisione, senza separazione. È il “trionfo” della complessità.

L’essere umano è un vivente tra i viventi. L’ipercomplessità richiede delle virtù che corrispondono alla sua natura, tra queste la fraternità e l’amore. La nozione di fraternità è ambivalente: è fraternizzazione contro l’esterno, ma comporta anche aspetti di rivalità, conflittualità e ineguaglianza. Ma è questa fraternità che fonda la società, e non la struttura piramidale che vi si sviluppa grazie alle dialogiche antagonistiche che la stessa fraternità comporta. Il legame sociale è nella relazione fraterna.

L’ipercomplessità antropo-sociale richiede, dunque, non solo il ritorno alle origini della fraternità fondatrice, ma una nuova fraternità, che superi, continuamente, l’ineluttabile processo rivalitario e, correlativamente, aprono la fraternità chiusa, che si fonda e si alimenta nel e grazie al rigetto immunologico dell’estraneo, in una fraternità, al contrario, fondata sull’inclusione dell’estraneo.

Queste due esigenze hanno bisogno di essere continuamente rigenerate da una fonte d’amore, scrive Morin. L’amore è insieme mezzo e fine dell’ipercomplessità (poiché di essa costituisce il compimento più ricco). In questo senso, l’amore è la vera religione – nel senso originario del termine, ciò che raccoglie – dell’ipercomplessità: raccoglie le individualità egocentriche nei loro caratteri più intimamente e intensamente soggettivi.

Preme a Morin mettere in risalto che l’indebolimento della percezione del globale conduce all’indebolimento della responsabilità (perché ciascuno tende a essere responsabile solo del suo compito specializzato), nonché all’indebolimento della solidarietà (in quanto ciascuno non sente più il legame con gli altri): più i problemi diventano multidimensionali, più si è incapaci di pensare la loro multidimensionalità; più progredisce la crisi, più progredisce l’incapacità a pensare la crisi; più i problemi diventano planetari, più diventano impensati. Incapace di considerare il contesto e il complesso planetario, l’intelligenza cieca rende incoscienti e irresponsabili.

Un nuovo sapere, oltre a formare la capacità del pensiero di apprendere i problemi globali e fondamentali della complessità, dovrebbe educare alla comprensione reciproca tra le persone, i popoli, le etnie. Un sistema educativo di questo tipo svolgerebbe così un grande ruolo civilizzatore: una riforma dell’educazione e del pensiero stimolerebbe mutuamente un circolo virtuoso che contribuirebbe a restaurare lo spirito di solidarietà e responsabilità.

Queste sono, infatti, le fonti dell’etica, secondo Morin: la solidarietà e la responsabilità. La rigenerazione etica si può solo realizzare all’interno di un complesso processo di trasformazione e rigenerazione umana, sociale e storica. Come tutto ciò che è vivo, l’etica è allo stesso tempo autonoma e dipendente. Quest’autonomia non deve mai dissolversi e, per rigenerarla, bisogna riformare i contesti che possono portare alla sua rigenerazione: la riforma delle menti, la riforma della vita (del modo di vivere), la riforma sociale, la riforma dello Stato; la rigenerazione etica della solidarietà e della responsabilità dipende da una rigenerazione generale, che dipende dalla rigenerazione etica. L’anello riformatore, così emerso, dovrebbe implicare solidarietà vissute, nuove regole economiche, la supremazia della qualità della vita, e infine la convivialità.

L’Umanità ha cessato di essere una nozione solamente ideale – scrive Morin -, ed è ormai una nozione etica: è ciò che deve essere realizzato da tutti e in tutti e in ciascuno. Poiché la specie umana continua la sua avventura sotto la minaccia dell’autodistruzione, l’imperativo è divenuto: salvare l’Umanità realizzandola.

 

“Amate la giustizia, voi giudici della terra (…) La sapienza non entra in un’anima che compie il male né abita in un corpo oppresso dal peccato” (Sap 1,1.4).

CONCLUSIONE.

Quale nuovo modo di pensare è necessario elaborare affinché un gruppo ecclesiale (Congregazione, Provincia, Comunità, ecc.) usufruisca degli aspetti forniti dell’analisi della complessità al fine di migliorare il servizio di evangelizzazione, rielaborando la struttura fondamentale della propria organizzazione?

Come ricambiare il contributo di chi vive l’inquietudine della ricerca scientifica e, allo stesso tempo, ha l’umile percezione del suo limite, senza diminuirne l’entusiasmo e il dono (di Dio) per questi studi?

Sono illuminanti le parole di Gesù dirette a ogni evangelizzatore: “ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13, 52).

 

IL PENSIERO LINEARE E COMPLESSO NELL’AMBITO DELL’EVANGELIZZAZIONE

Premessa

Il pensiero complesso è frutto di un lavoro artigianale. Come tale non è ripetibile, sempre e con le stesse modalità in altre circostanze o, ancora meno, in contesti diversi, perché la complessità per il quale è elaborato lo rende praticamente unico – è noto, fin dall’antichità, che nel fiume della vita nessuno si bagna due volte nella stessa acqua -.

È un prodotto unico, proprio del lavoro artigianale, che ha davanti a sé interrelazioni in continuo movimento e circostanze inedite. Esso permette di orientare l’azione in modo da ottenere il risultato utile, soddisfacente ed estetico.

L’abilità nell'essere "artigiano", è frutto d’interazioni circolari fra diversi soggetti; infatti, per conseguire il risultato conveniente richiede la chiarezza sui punti di riferimento e la corretta filosofia del loro rapporto nella dinamica di scambio.

La necessità del pensiero complesso è dettata dalla necessità di affrontare, nell’era della modernità liquida, l’azione pastorale in una prospettiva del tutto nuova, poiché, nell’attualità, il pensiero dominante è caratterizzato dalla “pesante eredità lasciataci da una tradizione di pensiero dualistico – oppositiva sorta con la separazione cartesiana”. “Perciò è necessaria un’operazione auto riflessiva che indaghi i presupposti da cui partiamo nell’approcciarci agli altri, a noi stessi e ai fatti del mondo, vale a dire le idee poste a fondamento della nostra esistenza”. (Valentina Casirati. Traiettorie di epistemologia della complessità. Scaricato da internet, pag 4 e pag. 3).

Il pensiero lineare ellenistico.

-Ellenistico perché è frutto della cultura ellenica che, confrontandosi con quella dell’Asia minore e centrale, dell’Africa del Nord, della Mesopotamia, della Persia e dell’India, diede luogo alla nascita della civiltà detta, appunto, “Ellenistica” e divenne modello nel campo della filosofia, economia, religione,scienza e arte.

-Lineare perché tale pensiero procede secondo un susseguirsi di punti posti lungo una linea. In sostanza, si parte dalla definizione di un’idea molto semplice ed evidente, e che abbia uno svolgimento regolare, senza acrobazie e senza sofisticazioni. Definisce, quindi, un modo di argomentare che non prende in considerazione elementi estranei allo schema di partenza e procede con un’evoluzione stabile; in altre parole, parte da alcuni presupposti e perviene a conclusioni basate, rigorosamente, sugli stessi presupposti.

-Il pensiero è prodotto dell’attività dell’intelletto, esercitata ed elaborata da persone particolarmente dotate – i filosofi -, nel collegare fra loro gli elementi del vissuto in forma lineare. Alle conclusioni si attribuiscono le categorie di verità e di bontà, dalle quali declinano i valori della giustizia, del diritto, ecc., se ritenute espressione, in altre parole manifestazione del motore immobile che muove l’universo e il creato.

Le caratteristiche:

a) – Il principio di non contraddizione.

Non si accetta la contraddizione, ossia, allo stesso tempo, una cosa e il suo contrario; o l’uno o l’altro: la botte piena o la moglie ubriaca, stabilendo, in ogni caso, nessi sequenziali.

b) – La concezione dualista.

Essa separa anima – corpo (spirito – materia; pensiero – azione; razionalità – sentimento, eccetera), dando maggiore importanza al primo elemento sul secondo. Importante è la salvezza dell’anima che non muore, è eterna; il corpo, invece, muore e … Famoso è il detto del filosofo: “Penso, dunque esisto”. Alla teoria, all’idea, segue la pratica. La riflessione e l'approfondimento della prima costituiscono la base dell’ideologia. La pratica è ritenuta una conseguenza.

c) – Il principio gerarchico.

Su di esso si fonda la determinazione delle priorità, la subordinazione a chi detiene il potere per competenza (lo specialista, chi conosce di più…) o per l’autorità conferitagli dagli organi preposti; la sottomissione alla gerarchia fissata dal potere: ognuno al proprio posto, con divisioni di compiti in modo da distinguere chi comanda e decide da chi obbedisce ed esegue. In questo contesto non esiste relazione personale, ma solo un rapporto funzionale ai compiti di ognuno. Per quanto attiene al merito o ai demeriti, anche le responsabilità sono gerarchizzate.

d) – Il principio di causa-effetto.

Esso stabilisce le modalità di svolgimento del rapporto. La mancata osservanza di questo principio comporta l'intervento correttivo da parte del soggetto cui è demandato il compito di vigilanza.

f) – La determinazione dell’ordine logico e temporale.

La programmazione, modo e tempi di esecuzione, sono incentrati su questo schema.

In sostanza, secondo l'organizzazione tipica di questo contesto, la struttura dei rapporti interpersonali è piramidale, dall’alto verso in basso e a senso unico. Questo tipo di rapporto sostiene espressioni filantropiche di tipo assistenzialista, di aiuto, per risolvere determinati problemi, ma non coinvolge le persone perché ognuno rimane collocato, stabilmente,nel proprio ambito.

Molti vissuti non trovano in questo schema risposta adeguata alle loro attese. La loro complessità esige un approccio diverso: il pensiero complesso.

 

IL PENSIERO COMPLESSO

Premessa.

La prima tentazione è di trasformare il pensiero complesso in semplice, in modo da elaborare la soluzione adeguata. Supposto che in alcune situazioni sia possibile, certamente non lo è nella maggioranza dei casi. Perciò è un passo falso da evitare.

Il complesso rimane complesso, e anche la risposta adeguata risolve solo in quel momento quel problema specifico, per poi inoltrarsi in altra/e, e a volte maggiore, complessità.

La risposta richiede un nuovo modo di pensare che porti con sé l’indicazione dei passi necessari. Nel segnalarne le caratteristiche faccio riferimento alla metafora del lavoro a maglia delle nonne di un tempo rapportandolo con l’evangelizzazione.

Le caratteristiche:

Non molto tempo fa (i tempi di estrema povertà e scarsa capacità di acquistare i beni), le nonne erano abituate a disfare il maglione, le calze e altro, in gomitoli, per recuperare la lana, eliminando quella che non serviva più e aggiungendone dell’altra nuova se fosse stata necessaria per fare l’indumento su nuove misure; questo modo di operare era necessario perché parte del vecchio tessuto era logoro o stretto e, quindi, non andava più bene.

Il pensiero complesso segue lo stesso processo. Si tratta di disfare il pensiero attuale (lineare ellenista), separare quel che va mantenuto e aggiungerne dell’altro, come i nuovi fili di lana nella metafora precedente (il contributo dell’indagine scientifica). Il nuovo pretende di offrire un prodotto adeguato, conveniente e soddisfacente per chi l’ha fatto e per chi lo riceve. Esso riguarda l’“oggi” della salvezza (Lc 4,21), anticipo, oggi, e in tensione verso l’evento finale (1Cor 15, 26-28).

1) La salvezza è per oggi, ma non vale per domani, perché sopraggiungono nuovi elementi o condizioni per cui bisogna rielaborare quello di ieri con una nuova chiusura. Si entra, quindi, nella spirale, dove il punto di arrivo oggi è lo stesso di partenza domani. La spirale non avrà fine, è un cammino nell’infinito. Non per niente Gesù dice di se stesso di essere il cammino (Gv 14,6), non la meta. (Il Regno è la festa non la sazietà).

2) La salvezza di oggi non è oggetto di possesso da parte dell’uomo né di Gesù – possedere è distruggere – ma dono. È semplicemente la tappa del cammino che continuerà, domani, ad intrecciare altri fili di lana che il nuovo, oggi, presenta. (Fra parentesi, ciò costituisce un elemento importante della fedeltà alla Tradizione di fede – con la t maiuscola – e fa crescere il deposito della Rivelazione. Evidentemente, si tratta di fede attiva, di opere, di azione).

3) Sempre è attività nella quale si rapportano e si richiamano a vicenda due (o più) ferri da maglia nell’intrecciare i fili e tessere il prodotto. Essi sono la/e persona/e unite in Gesù Cristo (la comunità credente e l’autorevolezza del magistero), mossi dalle mani dello Spirito e del Padre, secondo un disegno, un piano prestabilito, che riguarda non solo l’utilità, la buona esecuzione, ma anche l’estetica, il bello. (Fra parentesi, nessuno indosserebbe un prodotto che mancasse di quest’ultima qualità. L’estetica è la qualità di vita, più ancora, la sua abbondanza (Gv10,10); e, alla fine dei tempi, costatare la sua pienezza nel fatto che “la gloria di Dio è il ridere dell’universo”, espressione affascinante di Moltmann alla fine del suo libro sull’escatologia).

4) Le due mani al lavoro si avvalgono della consulenza dello stilista – l’esperto di turno – che ha acquisito autorevolezza in materia. Non si tratta della persona stabilita come autorità per semplice designazione o filiazione divina ma, ispirandomi a Morin, di quella che acquisisce autorevolezza per partecipare della circolare sintesi con l’ eterarchia e l’anarchia, propria del rapporto con gli altri ferri da maglia in ordine all’efficace opera di strategia e bricolage, sigillata dalla chiusura “organizzazionale”. (Vale soprattutto per la funzione gerarchica nella Chiesa). Di fatto tante autorità non hanno autorevolezza.

5) È il caso di Gesù, che acquisisce autorevolezza per la sua singolare “chiusura organizzazionale” con il Padre e lo Spirito nell’ambito Trinitario, caratterizzata, secondo un termine tecnico, dalla pericoresi (il “perdersi” totalmente e senza riserve nei due per ritrovarsi più autenticamente se stesso: il Figlio più Figlio e, per la stessa dinamica di svuotamento, il Padre più Padre e lo Spirito più Spirito). Per quanto riguarda il Gesù storico e il suo rapporto con l’umanità e la persona corrotta, corrisponde alla Kenosi.

6) L’attività dei ferri da lana determinano la circolarità del rapporto, soprattutto quando sono più ferri, li associa e unisce nello stesso cammino, nello stesso impegno, nella stessa fatica e gioia, e permette di elaborare l’adeguata chiusura “organizzazionale”: il collo o la cerniera del maglione, per restare nella metafora.

7) La circolarità fra i membri permette che il rapporto causa – effetto, nell’eventualità che il secondo non fosse soddisfacente per l’imperizia umana, è immediatamente corretto – teologicamente, per il dono della grazia – e, con esso, la strategia corrispondente con l’aggiunta, se fosse necessario, di nuovi elementi.

8) La chiusura “organizzazionale”, di stampo kenotico, ovviamente, è il collo su misura che alla fine si abbottona o, meglio ancora, la cerniera le cui cremagliere sono costituite, in modo figurato, dalla compassione e dalla misericordia e il cursore dall’esperienza pericoretica intratrinitaria, che motiva e sostiene la povertà evangelica (2Cor 8,9) e la Kenosi, (Fil 2,7). In altre parole, l’esperienza pericoretica intratinitaria – l’amore, la carità -, nella persona del Gesù storico la povertà/Kenosi è il cursore della cerniera – le cui cremagliere sono la compassione e la misericordia umana -; questo cursore, infatti chiude il sistema di evangelizzazione immergendo tutti i coinvolti nella realtà del Regno.

La struttura dei rapporti interpersonali è circolare e pone tutti sullo stesso piano. Questo tipo di rapporto sostiene espressioni filantropiche coinvolgenti di solidarietà, responsabilità e carità, in modo che la permanenza a approfondimento in esso apre il cammino all’esperienza mistica, al regno di Dio nel quale sperimentare la presenza del Dio del Regno.

(CONTINUAZIONE)

IPOTESI ORGANIZZATIVA DELLA PASTORALE MISSIONARIA.

(Non si tratta di pensare in una nuova organizzazione strutturale, come sarebbe per esempio quella di un edificio, ma di determinare gli elementi che collegati nel rispetto delle esigenze, della circostanza, offrono attraverso il pensiero complesso piste di risposta opportune).

 

Verona CUM, Giugno-Luglio 2014.                                                                                                                                                                                                                  P. Luigi Consonni

 

 

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