Get Adobe Flash player

Categorie Articoli

Archivi del sito

Calendario

Dicembre: 2018
L M M G V S D
« Nov    
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930
31  

Login

Per una più agevole lettura, il seguente articolo è interamente scaricabile in formato pdf o Microsoft Word:

pdf     Word

 

LA PREGHIERA E IL DONO DEL REGNO DI DIO

Appunti per un cammino spirituale

di P. Luigi Consonni

 

INTRODUZIONE

“Cercate, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6,23). Nel vissuto odierno la ricerca del cammino personale e comunitario adeguato all’azione pastorale riguardo al regno di Dio è inscindibile dalla preghiera. Quest’ultima è motivata e finalizzata all’avvento e dono del regno di Dio.

La speranza è che questa riflessione possa aiutare al rinnovamento della spiritualità attiva e operante che procede dalla causa di Cristo – il regno di Dio e la salvezza ad esso connessa -,dalla sua persona, la Chiesa e la presenza attiva nella complessità del mondo contemporaneo.

Fra parentesi, e senza entrare in maggiori considerazioni, schematizzo il rapporto fra Cristo, Chiesa, Regno e la complessità contemporanea.

Nel processo di evangelizzazione, centrale è l’avvertimento di Gesù ai discepoli: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente” (Mt5,13 ). Si aggiunga la metafora del fermento nella massa.

Nell’annunziare l’evento Gesù Cristo a tutte le genti, è imprescindibile la qualità della testimonianza riguardo alla filosofia, lo stile di vita, le scelte guida dell’agire del Maestro. Essa è come sale, fermento e criterio di discernimento che favoriscono, nel destinatario, la scoperta del Regno come tesoro nascosto nella sua storia, o d’incontrarlo come perla preziosa nel suo vissuto personale, sociale, culturale e religioso.

Il sale e il fermento sono rapportabili al comando di Gesù, “che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 15,12), la cui mirabile espressione e profondità è l’inno alla carità (1 Cor 13).

Suggerisco la metafora del “boomerang” lanciato dalla Chiesa nel mondo e in essa stessa, riguardo all’evangelizzazione. L’annuncio e la testimonianza, dentro e fuori della Chiesa, ritorna alla Chiesa in termini di purificazione e consolidamento di se stessa per il fatto di offrire alle culture d’origine, religiose, agnostiche o atee, l’opportunità di riconoscere nella loro stessa fede – per gli agnostici e atei nel loro operare – la carità che suscita sintonia e comunione nella diversità. Fra l’altro, il termine religione dice quello che lega realtà diverse fra loro, e lo fa in modo stabile e permanente per l’amore, o meglio, per quella sublimità dell’amore che è la carità.

Dal punto di vista della teologia cristiana si tratta della realtà del Regno, che la Chiesa è chiamata a sostenere con la sua missione, secondo l’esortazione di Gesù: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16).

In altre parole, il credente e la Chiesa testimoniano l’evento Gesù Cristo e ritorna – l’effetto “ boomerang”- come percezione della realtà del Regno per l’adesione alla pratica della carità e ciò che deriva da essa, dentro e fuori della Chiesa.

Evidentemente, nella Chiesa per alcuni sarà motivo di purificazione e per altri non ancora.

Alcuni determineranno di essere discepoli di Gesù Cristo – e s’integreranno nella chiesa -, altri rimarranno nella propria fede religiosa o laica; ma tutti, come persone di buona volontà, potranno ritrovarsi nella carità, nella realtà del regno, sorgente della vita in abbondanza (Gv 10,10).

 

LA GIUSTIZIA DI DIO È LA CARITÀ

 

L’autentico credente è un soggetto creativo, audace e coraggioso (Lc 12, 54-57) nell’intraprendere cammini inesplorati che egli percepisce in sintonia con il dono del Regno di Dio. S. Giovanni della Croce dirà che per raggiungere la meta che non conosci devi entrare nel cammino che non conosci. Ecco l’ambiente della preghiera.

In tal modo si entra nel vivo e profondo della Tradizione cristiana (con la T maiuscola), perché non ripetizione di quello che sempre si è fatto o mera esecuzione di norme stabilite ma capacità di orientare decisioni e scelte in sintonia con il nuovo che continuamente sorge. Lo sfondo è costituito dagli effetti e dal significato della morte e risurrezione di Gesù Cristo e il regno di Dio oggi, quest’ultimo in tensione verso il pieno e definitivo alla fine dei tempi.

1) La giustizia di Dio e la vita quotidiana.

Normalmente la nostra idea di giustizia segue i criteri del risarcimento, delle pari opportunità, dell’equa ripartizione fra persone che ne hanno diritto, del legittimo possesso dei beni, della proprietà privata, ecc. Gesù non afferma che è sbagliato, ma occorre andare oltre per entrare nel regno dei cieli (o regno di Dio).

Gesù disse “ Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20). Per gli scribi e i farisei, la giustizia è il compimento della Legge, espressione della loro fedeltà al Signore. Osservano in modo rigoroso e puntuale i minimi dettagli, distinguendo ciò che ritengono puro da quello che non lo è. Tale osservanza è, allo stesso tempo, acquisizione di merito in virtù del quale sono sicuri che Dio li introdurrà nel suo regno con l’arrivo del Messia.

2) Gesù e il Regno di Dio.

Gesù venne per orientare e iniziare la gente riguardo alla presenza del regno di Dio: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo"(Mc 1,15). Il regno è vicino perché lo sta realizzando e dà le coordinate con il discorso della montagna, stravolgendo l’ordine costituito e la prassi sedimentata (Mt dal cap.5 al 7). Perciò non è un evento che riguarda solamente, e in primo luogo, la singola persona, ma la piccola comunità – la famiglia -, i gruppi e le associazioni, la società e le nazioni, l’umanità e la creazione.

Gesù indica i segni dell’avvento del regno (Lc 4,18-21). Annuncia, con grande sconcerto di tutti, che seguendo il suo insegnamento, la sua filosofia di vita e la sua pratica si compie “oggi” (v.21), non domani o dopo la morte. Questo “oggi” ha scatenato la violenta reazione, al punto che volevano precipitarlo nel burrone (leggere tutto il brano).

In effetti, il regno di Dio è per l’oggi, per la vita giornaliera. Esso si fa presente nel riqualificare il rapporto con se stessi, con gli altri, con la storia, con la creazione e con Dio stesso. Riqualificare è, concretamente, l’esercizio permanente della conversione: un processo che non finisce mai; e nel quale, fra la meraviglia e lo stupore, la persona scoprirà il regno come un tesoro prezioso, o lo troverà come una perla di grande valore, per la quale vale la pena lasciare e vendere tutto (Mt 13,44-45). Perciò, ogni azione del credente consiste nel manifestare e testimoniare il suo coinvolgimento nella dinamica del regno di Dio.

Questa dinamica fa del credente una realtà in continua crescita, evoluzione ed espansione, molte volte in modo misterioso; è come una spirale che non finisce mai.

Correttamente accolta, fa del presente, dell’“oggi”, un anticipo del regno ultimo e definitivo che Dio instaurerà quando la storia arriverà al suo punto finale.

È la spiritualità personale e sociale che fa percepire l’attualità – l’“oggi” del regno di Dio – come realtà penultima ma legata all’ultima di cui sopra. Il legame dà consistenza e motiva la speranza di partecipare del regno definitivo, quando, alla fine della storia, il Padre lo impianterà e farà in modo che Dio sia“tutto in tutti” (1Cor 15,28).

In questo momento conclusivo, “Il regno di Dio non è cibo o bevanda, ma la giustizia, pace e gioia nello Spirito(Rm14,17). Nel suo anticipo, nella vita giornaliera, è la trasformazione personale e sociale che si richiamano a vicenda, e include, ovviamente, anche la soddisfazione del cibo e della bevanda, elaborando con coraggio, creatività, audacia, tenacia e perseveranza nuove sintesi di giustizia, pace e gioia per tutti, in attenzione al permanente evolversi e irrompere del nuovo a tutti i livelli.

3) Il Regno di Dio e la salvezza.

Partecipare e rimanere nel processo di crescita nel Regno di Dio sono manifestazione della salvezza già presente. Infatti, quello che è in gioco con la missione di Gesù è la salvezza personale, sociale e della creazione tutta. “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo” si recita nel credo.

La salvezza non si riferisce tanto all’anima che andrà in paradiso dopo la morte o, al contrario, all’inferno, quanto alle condizioni di vita, di fraternità e solidarietà, di armonia e pace da realizzare già nel presente. Si tratta di fare della vita concreta un anticipo del cielo. La legge di Dio, i Comandamenti e le beatitudini sono dei punti di verifica per rendersi conto se siamo dentro o fuori del regno di Dio, per capire il grado di concreta adesione e il modo corretto di coinvolgersi nella giusta dinamica. Il contrario costituisce il peccato, che analizzeremo più avanti.

4) La giustizia di Dio è la carità.

Gesù si fa carico della deplorevole condizione umana “e il Verbo si è fatto carne” (Gv 1,14); i termini verbo e carne indicano il primo, l’assoluta trascendenza di Dio e, il secondo, la condizione umana al livello infimo (Is 53, 4-6), due opposti estremi.

Il Padre guarda il Figlio e lo vede e non solo come tale, ma anche come peccatore, non perché lo fosse ma per aver scelto di mettersi sullo stesso livello e rappresentare davanti a lui ogni persona e l’umanità intera. Pertanto, nel profondo di Gesù si stabiliscono due opposti inconciliabili: vivere in questa terra – nella condizione umana -, come Figlio di Dio o come peccatore. Due opposti in lotta che lo accompagneranno in tutta la missione. L’apice si manifesterà alle tre del pomeriggio del venerdì santo con l’ultima e decisiva tentazione “Ha salvato gli altri e non può salvare se stesso! è il re D’Israele, scenda ora dalla croce e crederemo in lui” (Lc 27,42).

La sua missione consiste nel mostrare come Dio vive la condizione umana, non piegandosi alle esigenze del peccato. Quest'ultimo – le persone e l’umanità che lo rifiutano – gli si rivolta contro e lo crocifigge. Nonostante tutto, non concedendo al peccato diritto di cittadinanza in lui, svuota il potere del peccato e la forza del male. Essi, peccato e male, continueranno la loro azione di seduzione e d’inganno, ma non sono più invincibili.

Con la Pasqua, la sua vittoria è anche quella di ogni persona e dell’umanità tutta. Per aver assunto la condizione umana, ogni persona può legittimamente considerarsi rappresentata da Gesù davanti a Dio. Perciò la sua vittoria è anche quella di ogni persona che crede in Lui. Pertanto, ognuno è libero dal peccato e può vincere il male. Ma c’è di più: la vittoria, allo stesso tempo, comporta il prendere possesso della risurrezione. In effetti, la risurrezione non è un premio per la disponibilità e obbedienza, sarebbe uno scambio – io ti do e tu mi dai -, ma il trionfo dell’amore: l’amore della consegna è lo stesso che risuscita. Di conseguenza, ogni credente è già risorto in lui e con lui (Ef 1,20; 2,6).

Questa scoperta sconvolgente cambia la visione di se stesso, degli altri e di Dio, e farà "cadere Paolo dal cavallo" alle porte di Damasco. Inoltre egli percepirà se stesso riconosciuto dal Padre come giusto, come nuova creatura, come figlio nel Figlio. In tal modo il regno di Dio è impiantato in lui e in ogni credente. Esso fa parte del nostro patrimonio, del nostro essere. Questo è il contento centrale della fede.

Infatti, ciò si attualizza per la fede nella Parola e nei Sacramenti – l’efficacia della Parola – in modo misterioso, giacché non si sa come, non si vede alcun segnale né si percepisce trasformazione alcuna secondo la conoscenza e la sensibilità umana. È quello che succede con il pane e il vino nella consacrazione della messa.

Solo la fede, il voto di fiducia in Gesù, in quello che ha detto e fatto, permette di percepire tale realtà, facendosi coinvolgere nel “mistero”, il misterioso farsi dell’amore che avvolge e immerge in essa tutti e tutto.

In tal modo Gesù Cristo, immergendo il credente con lui nel regno per la dinamica della carità, allo stesso tempo lo rende capace di attuarla, avendo lui come esempio, modello, compagno nel cammino, e lo Spirito Santo come forza e linfa interiore nelle diverse circostanze (1Cor 13,1-7).

La giustizia di Dio non è altro che la pratica della carità, ossia azione di riscatto dalla schiavitù del peccato e redenzione del male; salvezza da tutto quello che opprime e disumanizza per stabilire la comunione con Lui; rigenerazione della vita in abbondanza per partecipare del mistero e della dinamica del suo regno, in altre parole, la vita eterna.

5) La Spiritualità come pratica della Giustizia di Dio.

a) Aspetti ingannevoli.

Attenzione agli aspetti ingannevoli che portano fuori strada (Mt 7,21-23). Pregare, parlare di Gesù correttamente, scacciare demoni e fare prodigi, non vogliono dire stare sulla strada giusta; infatti, “Non vi ho mai conosciuto, allontanatevi da me, voi operatori che operate l’iniquità” (v.23). L’osservanza delle norme e delle leggi, così come la partecipazione alle celebrazioni, per se stesse non sono elementi spirituali (Mc 7, 6-8) se non sostengono la percezione dell’entrata nel regno e motivano l’azione giornaliera che sprona a ripetere, a favore di chi ha bisogno, quello che Dio ha fatto e fa a nostro favore riguardo alla giustizia-carità e dono del regno.

Altrettanto si è fuori strada, agendo per interesse con la finalità di trarne un vantaggio, per necessità o per obbligo, come chi non ne può fare a meno, oppure per ottenere scambio di favori. Questi aspetti sono estranei alla carità-giustizia di Dio.

b) Aspetti veritieri.

La spiritualità è la qualità dell’AZIONE stessa. È il fiore all’occhiello della PASTORALE quando, in sintonia con la causa del regno di Dio, manifesta la presenza e l’azione dello Spirito Santo, forza motrice nel processo di crescita. Essa è rivolta a tutti indistintamente: poveri e ricchi, cristiani e appartenenti ad altre religioni, agnostici e atei, uomini e donne di tutti i popoli e culture, avendo come asse di riferimento il bisogno dei poveri, degli esclusi, disprezzati ecc., di uscire dalla sofferenza ed essere riscattati a una vita degna.

Il dono di se stesso nell’azione pastorale costituisce il culto spirituale cui fa riferimento san Paolo (Rom 12,1-2). Movente è la compassione e la misericordia, l’acuta sensibilità che mosse Gesù a farsi carico dei loro bisogni e pianificare le azioni personali e sociali adeguate.

L’AZIONE PASTORALE corretta fa di una persona sconosciuta, o addirittura di un odiato nemico, il proprio prossimo, come insegna la famosa parabola del buon Samaritano: “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani sei briganti?” (Lc 10, 25-37). Pertanto, non tutte le persone sono prossimo, ma solamente quella che eleggo come “prossimo”, stabilendo il rapporto di cui sopra.

Ricordo un fatto della mia esperienza missionaria in Brasile. Stavo andando con il pullman di linea presso una comunità della parrocchia e mi sedetti accanto a una signora sui cinquanta anni, molto umile. Conversavamo del più e del meno e, arrivati in prossimità della prigione, mi disse che scendeva. Gli chiesi se avesse parenti da visitare. Mi rispose con tanta naturalezza e semplicità che avrebbe visitato l’assassino di suo figlio, al quale stava portando cose di cui aveva bisogno. Aggiunse: “È un figlio di Dio, come lo è mio figlio”. La salutai e mi congratulai. Non la conoscevo e non ci vedemmo più. Era protestante.

c) Che cosa sostiene l'impegno.

Capire e sintonizzarsi, per la fede, con la giustizia-carità di Dio e sentirsi rigenerati, trasformati e rinnovati nel profondo dell’essere, come effetto della morte e risurrezione attualizzato nell’eucaristia (quindi sempre a nostra disposizione), da chi “mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20), apre il cuore, la mente e muove la volontà all’impegno.

L’impegno non è un obbligo, un dovere da compiere, ma la dinamica indispensabile per continuare a crescere. Per fare una comparazione, è come il sangue nelle arterie: solo scorrendo rinnova le stesse e fa bene a tutto il corpo. Bloccare la trasmissione è la morte dell’arteria e di tutto il corpo. Per rimanere in piedi sulla bicicletta non bisogna mai smettere di pedalare.

Entrare nel regno di Dio, crescere in esso è amare la vita, simultaneamente quella di tutti e la propria. Una traduzione ebraica di un autore ebreo, Rambam, riscrive il conosciutissimo comandamento in questi termini : “Amerai il Signore tuo Dio (per quello che fatto e fa per te) e lo amerai per il tuo prossimo come per te stesso”. E aggiunge “ La legge non chiede di amare il prossimo, ci chiede di amare per il prossimo. In questa sottile differenza c'è forse tutta la Legge”. Una differenza notevole!

Infatti, amare il Signore per il tuo prossimo non significa solo desiderare il bene per lui, ma far sì che, nella pratica del comandamento dell'amore nei suoi confronti (Gv 15,12), si renda cosciente di essere amato dal Signore stesso. Cosicché, accolta tale verità, si coinvolga nell'avventura evangelizzatrice a favore di altri.

Tutto ciò è simultaneamente il modo di amare se stesso “… amerai come per te stesso”. In effetti, ritornando il dono a Dio nell'amore per il prossimo, cresce la comunione e intimità con Dio. L'inviato cresce umanamente e spiritualmente nella gloria di Dio se il processo avviene nella completa gratuità. L'Amore diventa il fine ultimo di ogni gesto e pensiero.

In altre parole, “amerai il Signore …” significa mettere Dio al centro, perché è carità, è amore. “Amerai per il tuo prossimo come per te stesso” indica che i due sono beneficiati simultaneamente. In questo modo, Dio è Dio e l'uomo è glorificato dalla gloria di Dio.

d) Riscontri spirituali.

La salvezza, ossia l’armonia umana, psicologica, morale e spirituale, personale e sociale, che Gesù ha guadagnato per sé e a noi offre costantemente, è il seme da coltivare con la preghiera, la riflessione e la pastorale.

Non è per agire secondo giustizia-carità che guadagniamo e meritiamo la salvezza. È il contrario: agire conformemente a essa è rendersi conto e manifestare che già siamo e partecipiamo di essa. Continuare a operare in essa, e non vanificare il dono, è anche il modo per approfondirla e renderla più consistente. È entrare nella spirale che non finisce mai e immerge sempre più profondamente nell’amore di Dio.

La salvezza è la comunione con Il Signore Gesù e suscita la percezione del solido vincolo, come se la persona fosse una sola cosa con Lui, stabilendo un forte senso di appartenenza vicendevole.

 

LE RESISTENZE E GLI OSTACOLI ALL’AVVENTO DEL REGNO

 

A) A LIVELLO INDIVIDUALE/PERSONALE.

1) La coscienza dei propri limiti e delle proprie capacità.

Ogni credente deve approfondire la conoscenza e le cause di tali aspetti, in modo da raggiungere l’equilibrio fra autostima e limiti. Avere coscienza di essi è necessario per far fronte, con successo, a resistenze e ostacoli nel perseguire risultati soddisfacenti di consolidamento dell’azione spirituale.

2) La costante insidia strutturale della persona che la espone al peccato personale.

Il peccato in generale ha una struttura propria che richiede particolare attenzione. Si tratta della predisposizione e propensione a sognare, pensare, desiderare e programmare in un determinato modo per l’appetibilità (Gen 3,6) generata dalla seduzione ingannatrice di un cammino che promette pienezza di vita e soddisfazione: “Sarete come Dio, conoscendo il bene il male” (Gen 3,5). È l’esposizione alla tentazione.

Quest’ultima non è una falsità al cento per cento, ma solo una mezza verità. “Essere come Dio” è la vocazione che Dio ha posto nel cuore dell’uomo; quello che fa la differenza è il modo di arrivarci. Dio avoca a sé l’indicazione del cammino, mentre l’uomo sedotto e ingannato pretende di determinarlo con i propri criteri di prestigio e potere, denaro, dominio, eccetera, a scapito di coloro che gli sono sottomessi.

Comunemente il peccato è inteso come una trasgressione della Legge di Dio. Per Giovanni Battista si tratta di quella dell’Antico Testamento, ossia i dieci Comandamenti; per Gesù è la sfiducia nella sua persona e nella causa del regno. La differenza non è da poco: il primo esclude peccatori, impuri, eccetera; il secondo, al contrario, li include. Il peccato coinvolge tutta la persona e fa sì che dal suo profondo – il cuore – provengano gli atti peccaminosi (Mt 15,19-20).

Quello che viene meno è la fede – la fiducia coinvolgente e piena di gratitudine – senza la quale è impossibile procedere correttamente, per il prevalere della debolezza, fragilità e vulnerabilità della persona.

3) Gli effetti del/i peccato/i personale/i.

San Paolo afferma: “il salario del peccato è la morte” (Rm 5,23). Non intende solo quella che noi conosciamo come tale, la morte fisica, ma quelle realtà che fanno di una persona perfettamente sana un cadavere ambulante. Essa, la morte, si declina a livello:

Umano; in termini di disumanità, d’indifferenza, d’insensibilità, di disinteresse, ecc., per tutto ciò che non lo riguarda diretta o indirettamente.

Psicologico; nel sentimento d’insoddisfazione, nelle ansie, nel vuoto, nel non senso, nel camminare senza una direzione e una meta, ecc.

Morale; violenza, sopruso, corruzione, arroganza, prepotenza, sfruttamento, vendetta, desiderare il male per gli altri, ecc.

Sociale; discriminazioni, isolamento, disprezzo delle altre culture, violazione dei diritti umani, ecc.

Spirituale; indifferenza ai valori autentici e alla presenza dello Spirito nella propria persona, ecc.

 

B) IL “PECCATO” DELLA STRUTTURA SOCIALE.

(le virgolette indicano l’uso analogico del termine)

“Amate la giustizia,voi giudici della terra (…). La sapienza non entra in un’anima che compie il male né abita in un corpo oppresso dal peccato. Il santo spirito, che ammaestra, fugge ogni inganno, si tiene lontano dai discorsi insensati e viene scacciato al sopraggiungere dell’ingiustizia” (Sap 1,1.4-5).

Il peccato personale, frutto della malizia individuale, produce mentalità, filosofia di vita e un modo di essere e di vivere che, di là dalle belle parole, fa prevalere il tornaconto, il bisogno di sopraffare gli altri, di contrattaccare, di polemizzare. Essendo qualificante dell’interiorità della persona, si esprime nelle decisioni che coinvolgono e formano il vissuto sociale, economico e culturale, affermando una mentalità opposta a Dio, contraria al Regno.

1) Il rapporto tra il peccato personale e quello delle strutture.

Il peccato personale genera strutture di peccato. Queste ultime sono tali perché l’organizzazione sociale che promuove e sostiene, non solo sono l’effetto del peccato personale, ma a loro volta sono causa di peccato. I frutti del peccato generano peccato, che produce, a sua volta, frutti generatori di peccato.

È il circolo vizioso sul “principio dell’anello ricorsivo” evidenziato da Edgar Morin – noto filosofo della complessità – secondo il quale gli umani producono la società attraverso le loro interazioni, ma la società produce l’umanità degli individui nelle sue componenti strutturali, attraverso il linguaggio e la cultura. Pertanto, se il peccato personale organizza e promuove una determinata struttura, quest’ultima non solo diventa la dimensione sociale perché lo contiene in sé, ma essa stessa è peccato, non personale ovviamente, ma strutturale.

Tali strutture appaiono come incontrollabili. Si ha l’impressione di un male che non solo è più grande del singolo, ma sembra anche vanificare l’eventuale buona volontà di molti. Inoltre vi sono effetti che non si possono cancellare neppure con la buona volontà più sincera. Se il peccato di una struttura politica o economica ha fatto delle vittime, nessuno può ridarle la vita. Di più, nessuno è in grado di annullare quell’efficacia negativa del “peccato” strutturale.

Quest’ultimo è molto più dannoso di quello personale perché non è soggetto di conversione. Gesù, con il suo insegnamento e pratica di vita, ha proposto e indicato agli ascoltatori come procedere all’implosione della struttura: “Avete inteso che fu dello agli antichi (…) ma io vi dico” (Mt 5,21 ss); “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mc 2,27), come condizione per la manifestazione del regno. L’evento pasquale è la risposta e con esso il regno si è impiantato nella persona di Gesù Cristo e nell’umanità che rappresentava davanti al Padre. Ora il regno è disponibile e alla portata di chi crede il Lui e lo imita.

2) Specificità del “peccato” della struttura.

Il “peccato” della struttura:

In senso stretto fa di essa strumento di male per i danni, sofferenze, privazioni, ecc. sulle persone discriminate e per l’ offerta di peccato personale – falsamente proposto come bene e reso “appetibile”- a chi, così sollecitato, liberamente e consapevolmente aderisce.

– In senso lato, si tratta di convenienza sociale i cui scopi, mezzi e risultati non si potrebbero dire necessariamente peccaminosi; però, essi sono collocati in un ambiente ambiguo, così che la struttura si presta a veicolare e favorire non solo dei risultati negativi, bensì anche la peccaminosità di chi vi aderisce.

Tale struttura può essere intenzionalmente posta, proprio calcolando l’ambiguità in cui si colloca e dunque nella consapevolezza voluta della sua negatività. In tal caso è anche il risultato diretto di peccati personali. Leggi finanziarie potrebbero talvolta nascere così, e anche organizzazioni economiche, strutture produttive e commerciali ne sono coinvolte.

Non è necessario pensare alla malvagità di lucidissime decisioni che vogliono il male per il male. È sufficiente il concorso di molte “mediocri disonestà” per avviare un meccanismo che produce danni incalcolabili, ma per “utilità calcolata” con la consapevolezza del “non voler calcolare”i danni.

La struttura può non essere il risultato d’intenzionalità peccaminose, ma semplicemente un complesso concorrente di risultati storici di peccato, nell’ambito delle limitate possibilità umane. Essa potrebbe perfino essere il risultato d’intenzionalità buone, che sinceramente cercano il bene possibile, ma in un ambiente in cui gli effetti storici del peccato e la sua efficacia presente non permettono la trasparenza.

– Strutture e logica di peccato. A crearsi la propria struttura e istituzioni è un gruppo sociale fatto do persone storiche concrete. Lo fa secondo ciò che comprende e vuole come suo bene. Le scelte, le attribuzioni di ruoli e di compiti, le leggi e le istituzioni che un gruppo sociale esprime, saranno necessariamente espressioni di quel gruppo sociale. Cosicché il peccato che qualifica la sua interiorità si esprimerà nelle decisioni, soprattutto quando gli interessi sostituiscono il giusto fine.

Fra l’alto, la “giustizia” che siamo in grado di esprimere nelle nostre istituzioni non sarà quella di uomini “innocenti”, che non “conoscono”il peccato. Una precedente storia di negatività influisce sul nostro comprendere, valutare, scegliere e attuare, cioè sull’esercizio della nostra libera responsabilità. Nel creare le strutture politiche ed economiche, nel mantenerle e modificarle, è presente sia un’efficacia storica negativa, che prescinde dalla libera adesione, sia un’efficacia di “inclinazione” o di “seduzione”, che tende a orientare l’assunzione personale di criteri e logiche di peccato.

3) Difficoltà riguardo alla corresponsabilità del “peccato”della struttura.

Sia perché si parla di tipologia del peccato alla quale non si è abituati, sia per la difficoltà nell’affrontare un aspetto così complesso la tendenza della persona e della comunità è di auto-giustificarsi attraverso :

– l’atteggiamento dimissionario; minimizzando la realtà del male stesso, o dichiarandola insuperabile. La vastità e la continuità dei fenomeni negativi hanno come risultato anche quello di una sorta di assuefazione, d’insensibilità, che induce a “non vedere” o non percepire il male presente. Ciò è ancora più facile quando, insieme, vi sia la tendenza a eludere il riconoscimento della propria corresponsabilità. Una tale difesa emerge quando si dovesse riconoscere il coinvolgimento in una responsabilità morale e si dovrebbe mettere in questione strutture o logiche troppo importanti, e troppo comunemente legittimate; si dirà, allora, che purtroppo ci sono dei costi, che certi risultati negativi sono inevitabili. Solitamente, il male ‘ineluttabile’ pesa su spalle altrui.

la fuga nel privato; separando l’ambito sociale da quello della morale e della fede. Il fatto che la moralità e la fede sono realtà interiori, sembra trovare ancor oggi le vie per la loro riduzione privatistica. È possibile riconoscere l’importanza dei diritti umani e addirittura affermarli con enfasi, difendendo però come ambito privato la sfera dell’etica e della fede, Fondamentalmente queste riguardano il singolo e la sua coscienza, il singolo e il suo rapporto con Dio; tutto il resto può essere anche importantissimo, ma non ‘costitutivo’ della responsabilità etica e religiosa.

– Un terzo aspetto riguardala fuga nello ‘strategico’; impegnandosi in interventi positivi, ma senza mettere in discussione il proprio sistema o le proprie strutture. Si riconoscono i risultati negativi e la loro gravità. Si riconosce pure che bisogna fare qualcosa, ma secondo una logica interna alle proprie strutture; si possono e si devono fare interventi ‘umanitari’, ma tali che rafforzino le strutture medesime e ne dimostrino ancor più la validità e la ‘giustizia’.

Alla base di tutto ciò, in modo diverso, sembra esserci l’inclinazione a non voler riconoscere un’istanza etica nella domanda circa la validità (umana) delle strutture politiche ed economiche (…).Nel caso di meccanismi complessi e sofisticati, come spesso sono le strutture economiche e l’intreccio fra strutture economiche e strutture politiche, quando affermiamo che non possiamo evitare certi mali, la domanda è semplicemente questa:è proprio vero che non possiamo evitarli, oppure è vero solo che non possiamo evitarli senza mettere in questione cose che non vogliamo mettere in questione?Di fronte alla gravità dei mali causati, la loro ineluttabilità non può essere presunta.-Istituto Teologico Assisi – Strutture di peccato – pag 188-189. Scaricato da internet.-.

 

IL CREDENTE/COMUNTÀ NELLA CONVERSIONE ORANTE: VENGA IL TUO REGNO

1) Lo sfondo dell’attività orante.

Non esistono in sé strutture buone o cattive né alcune peccaminose e altre no. Esistono organizzazioni strutturate in modo adeguato e altre meno. La bontà o meno di esse è determinata dalla finalità. È risaputo che nel cammino e svolgimento dell’attività occorre particolare attenzione perché la persona, i dirigenti e la collettività vigilino per non stravolgere il fine, sovrapponendo interessi personali o di gruppo non in sintonia con il fine. Fra l’altro ogni struttura ha degli addentellati, degli spazi, per cui è possibile fare in modo di ottenere risultati illeciti a proprio vantaggio, pur non trasgredendo la legge o le norme.

In materia di conversione non esiste prima quella personale e dopo la strutturale: è una falsa impostazione. Non ci sono, propriamente, da un lato le strutture e dall’altro le persone in relazione, bensì rapporti umani adeguatamente strutturati. Strutture e persone sono come le due gambe, autonome ma sincronizzate, camminando nel regno verso l’evento finale in cui “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Fra l’altro, la conversione della persona e della struttura è condizione per rispondere adeguatamente al gemere della creazione e del credente in attesa di un passo efficace verso “un cielo nuovo e una nuova terra … ” (Ap 21,1-7). “L’ardente aspettativa della creazione (…) sottoposta alla caducità (…) geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo “ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito gemiamo interiormente aspettando l’adozione di figli, la redenzione del nostro corpo” (Rm 8, 19-23).

Il gemere è l’ansia, il desiderio, la speranza fiduciosa, l’attesa che finalmente la permanente azione di Dio, per gli effetti della morte e risurrezione di Gesù, sia accolta nuovamente e costantemente dalla persona/comunità per il reinserimento o la permanenza nell’ambito del regno, giorno dopo giorno, fiduciosi nella misteriosa ma efficace dinamica di esso.

Per tal fine, “anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché intercede per i santi secondo i disegni di Dio” (Rm 8,26-27).

Nello scrutare il cuore si coglie il problema dell’inadeguatezza della persona, rispetto alla forza del “peccato” delle strutture già consolidate. Non si può certo addossare alla persona, neppure alla comunità, la responsabilità di una struttura assai più grande di essa e delle sue possibilità. Ciascuno è responsabile di quelle limitate responsabilità di bene che sono le sue concrete possibilità.

La domanda è: quali sono le reali possibilità offerta dalla fede?

2) Le possibilità della fede.

La fede nella persona di Gesù Cristo, necessariamente, fa riferimento all’idea prevalente che ognuno ha di Lui. Se la fede è centrata nel Gesù che fa miracoli, allora si manifesta nel momento del bisogno. Se è quella del Gesù giudice dopo la morte e alla fine dei tempi, si pone l’attenzione sul rispetto dei comandamenti per timore del castigo. Se la fede è per un ritorno gratificante di sicurezza e tranquillità nelle vicende giornaliere, allora diventa motivo di scambio di favori.

Avendo come centro l’evento pasquale, nessuno di questi tre aspetti è la fede che Gesù si attende. Dirà la lettera agli Ebrei: “la fede è il modo di già possedere ciò che si spera” (11,1a). La speranza cristiana ha come riferimento centrale l’evento definitivo del regno di Dio con il “ritorno” del Risorto: “Vieni, Signore Gesù” (Ap 22, 20-21), le ultime parole della Bibbia!

Convertirsi alla causa del regno e testimoniarlo personalmente nella comunità (coinvolgendola oltre le eventuali resistenze), assumendo il conflitto e lottando contro di quello che lo nega a livello di rapporti interpersonali, di strutture e organizzazioni sociali, è già sintonizzare e possedere l’anticipo dell’evento finale.

La fede che Gesù si aspetta, è quella che alla conversione individuale – con l’entrata del regno nella persona stessa e la radicale percezione di sé come nuova creatura – si associa immediatamente la preoccupazione per soppressione del “peccato” della struttura, rimanendo viva nell’umiltà la coscienza dei propri limiti e della fragilità.

Quest’ultimo aspetto fa sì che il cammino spirituale è come quello di un pendolo che oscilla da un opposto all’altro: un momento nel regno e un altro fuori di esso, sul versante opposto. Non so se è possibile in questa vita evitare l’oscillazione, ma certamente il rimanere il più a lungo possibile e, prevalentemente, dal lato del regno è il compito del costante processo di conversione.

Pertanto, la conversione non è esaurita in un momento specifico, ma accompagna tutta la vita. Prova della bontà di tale processo è il comportamento in sintonia con i comandamenti e le beatitudini del vangelo (Mt 5,1-12).

La fede attiva nel processo di conversione allarga gli orizzonti dell’esperienza del regno, motiva e suscita l’audacia, la creatività, il coraggio, la tenacia e la perseveranza dell’azione in situazioni che, dal punto di vista umano, sembra non abbiano sbocco.

3) Da semplice informazione alla gestione della fede.

La fede si manifesta nel rapporto fra due o più persone, nel condividere lo stesso sogno, il progetto per realizzarlo camminando insieme nel procedere giornaliero instaurando rapporti interpersonali, di lavoro e sociali, con i suoi “alti e bassi”.

Che cosa si può dire di tutto ciò riguardo al rapporto con Gesù Cristo e l’inseparabile causa del regno? Il profeta Michea offre una diritta importante, fatta propria dalla pratica di Gesù “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la misericordia e camminare umilmente con il tuo Dio” (Mi 6,8).

Gesù si è svuotato della condizione divina, si è fatto povero assumendo l’umanità corrotta in rappresentazione di tutti gli uomini di ieri e di oggi, ha camminato umilmente con il Padre nello Spirito per discernere, nei lunghi tempi di solitudine in preghiera, come comportarsi nella sua azione evangelizzatrice di giustizia e misericordia, per manifestare l’avvento del regno e, con esso, la salvezza per tutti.

Al riguardo, la lettera agli Ebrei presenta Gesù come “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (12,2). Nella sua condizione di uomo insegna e accompagna il credente, dall’inizio alla fine nel processo di crescita e compimento della fede.

Il credente che entra in gioco con Lui per la stessa causa – il regno -, in virtù della risurrezione di Gesù confida in Lui come cammino, perché verità e vita (Gv 14,6). Il gioco riguarda e coinvolge contemporaneamente la persona, gli altri, la società, la creazione e un misterioso insondabile futuro.

Gli effetti dell’esperienza personale di Gesù Cristo sono trasmessi alla persona e creano in essa un cuore e uno spirito nuovi – vedi Ezechiele (36,25-28) e Geremia (31,31-34) -, con il perdono dei peccati, la nuova ed eterna alleanza, la vita eterna, anticipo della risurrezione. Essi sono come “paletti” che segnano l’avvento del regno di Dio nella persona e permettono di rimanere nel “triangolo” con gratitudine amorosa. Il Padre e lo Spirito Santo fanno di essa il sale, fermento e luce del regno. L'energia divina che ne scaturisce favorisce l’azione in sintonia con i comandamenti e le beatitudini.

I tre “paletti” sono come i tre piedi che sorreggono con fermezza il tavolo della fede, ossia, la fiducia e l’amore in Lui. Ebbene, quando la superficialità, il disinteresse e la trascuratezza o anche le molteplici prove e difficoltà della vita, prendono il sopravvento, nella persona viene meno la fiducia riguardo a uno o a tutti e tre i “paletti”. Allora il tavolo cede, la persona esce, abbandona, e si allontana dal regno di Dio. Uscire dal “triangolo” costituisce la radice del peccato e, conseguentemente, si compongono tutti i peccati, perché dalla radice provengono i frutti peccaminosi.

 

IL PROCEDERE NELLA PREGHIERA

1) L’azione dello Spirito Santo.

Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo, darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!” (Lc 11,13). Sempre la preghiera è realizzata nello Spirito Santo, avendo come riferimento obbligato e immediato i topici del Padre Nostro: “Padre (…) il tuo nome (…) il tuo regno (…) la tua volontà (…) il pane (…) il perdono (…) la tentazione” (Lc 11,2-4) per dare spazio nella mente e nel cuore allo Spirito.

Più ancora, lo Spirito è lo spazio che suscita:

– In primo luogo il ravvivamento o l’approfondimento degli effetti del mistero pasquale nel cuore e nella mente della persona, indipendentemente dalla condizione etica o di peccato. L’umiltà nel riconoscere limiti e peccati ravviva la coscienza che “dove abbondò il peccato sovrabbondò la grazia” (Rm5,20). Nello Spirito ricompone l’interiorità smarrita, e restituisce l’identità persa, confusa o annebbiata.

– Lo Spirito – lo spazio – è il luogo che unifica nel mondo interiore ciò che è disgregato e frammentato, e offre l’armonia con se stesso, con l’umanità e la creazione, e la percezione del destino verso l’evento finale del regno. Sorge nell’intimo “l’evidenza” dell’umanità già partecipe di tale condizione, anche se impedita nel cogliere e credere in essa dal peccato individuale e sociale della persona e della collettività.

– Nello Spirito la persona ritorna a Lui; “Se ritornerai, io ti farò e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca (…) io sarò con te per salvarti e per liberarti” (Ger 15,19-20). Nel nuovo orizzonte e nell’ampiezza dello spazio si affacciano i criteri per discernere nella circostanza concreta di allegria e gioia, di tristezza e sofferenza, di pericolo e paura, di ordinaria ripetitività del quotidiano, quello che è conforme all’avvento del regno da quello che allontana.

– È per lo Spirito che la conseguente azione sarà sorretta dall’audacia creativa, coraggiosa, tenace e perseverante, perché, scontrandosi l’ambiguità della circostanza con l’attualizzazione del mistero pasquale, si determina il cammino e i mezzi opportuni affinché la buona notizia del vangelo diventi buona realtà.

 

2) Domande per aprire il dialogo.

Alla luce di quanto esposto. Perché pregare? Che cos’è pregare? Come pregare? Dove pregare? Quando pregare?

Non cessate mai di pregare” (1Tess 5,17)

 

 

Verona, CUM, Agosto 2014 – P. Luigi Consonni.

 

pegianluigiconsonni@hotmail.com

www.ventochemuove.it

 

 

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un Commento