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USCIRE DALL’AUTOREFERENZIALITÀ PER UNA RINNOVATA EVANGELIZZAZIONE

 

di padre Luigi Consonni

Rebbio, Giugno 2015

 

 

Introduzione

È scontato che il microrganismo e la macro realtà dell’universo siano retti da sistemi complessi. È quindi doveroso indagare tale complessità, nell’intento di individuare i meccanismi e le condizioni che la sostengono e la rapportano al mistero della vita, investigato nella sua origine e destino dalla teologia e dalla scienza aconfessionale. Mi chiedo: cosa potrebbe reggere un possibile rapporto? Potrebbe essere forse un fattore simbiotico? E più precisamente: come l'evangelizzazione potrebbe beneficiarne?

Le scienze in generale, ma particolarmente la fisica moderna e la filosofia della complessità, offrono un contributo rilevante alla conoscenza della realtà, giungendo addirittura a mettere a soqquadro alcuni aspetti ritenuti certi e immodificabili.
Riguardo alla conoscenza, il Concilio afferma: “ la Chiesa ha un bisogno particolare di tale aiuto, si tratti di credenti o non credenti” (GS 44). Il motivo di tale affermazione affonda le radici nel concetto di Grazia che non sostituisce la natura, ma la integra e la sostiene nel processo di crescita che non ha fine (1), e nella costatazione che “Un errore sulle cose di questo mondo, ricade in un errore su Dio” (2).

Sul versante strettamente teologico, lo sfondo è offerto dall'escatologia, in particolare dall'avvento del Regno di Dio nel presente come anticipo e in tensione verso l'Ultimo e Definitivo alla fine dei tempi, quando “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28) e dall’individuazione dei “segni dei tempi” nella ricerca scientifica, che orienta il rinnovo dell'evangelizzazione.

La tensione al futuro escatologico di oggi è la medesima rispetto al passato.
Essa ha un ruolo determinante nell'evangelizzazione finalizzata a che tutti “abbiano vita e l'abbiano in abbondanza” (Gv10,10), ovvero all'avvento del Regno di Dio  “oggi” (Lc 4,21).

Questo scritto, nella sua semplicità, ha la pretesa di offrire un quadro generale sull’attuale panorama, in attesa di ulteriori approfondimenti.

 

1a PARTE

1. La missione nell’orizzonte escatologico

a. Presupposto escatologico

L’escatologia riflette sull'Ultimo e Definitivo in rapporto  alla persona, al vissuto individuale e comunitario, alla società, alla storia di popoli e dell’umanità, alla creazione e all’universo. Essa porta a compimento ciò che in questo mondo è vissuto come mancanza, limite e frammentarietà. In definitiva, riguarda l’essere e l’agire Dio nella sua auto-manifestazione alla fine dei tempi.

Pertanto, l’“escatos”- l’Ultimo e Definitivo – si configura come il lievito che accresce, la calamita che attrae tutto e tutti alla comunione con Dio, nell’ambito della realtà del suo Regno, realizzazione della salvezza. (3) Con l’evento della morte e risurrezione di Gesù Cristo – si compie l’“escatos” in Lui, e il tempo presente è caratterizzato dalla tensione fra il “già e il non ancora”. Esso innesca il processo di coinvolgimento della persona in modo tale che l’immagine di Dio, che essa è, diventi sempre più somigliante a Lui (S. Ireneo), e si compia la promessa “sarete come Dio” (Gen 3,5), usata abilmente dal serpente per ingannare.

È un processo nel quale Dio è relazione d’Amore, senza essere fisso né statico ma in tutto e per tutto dinamico. La tensione tra il “già” e il “non ancora” non è altro che partecipazione a tale dinamica, nei limiti e condizionamenti circostanziali. Gestita correttamente, essa si profila come anticipazione del Regno – come realtà penultima ma partecipe dell'Ultimo –  ed evento di salvezza.

b. Il rapporto fra il “vecchio” e il “nuovo” che irrompe nel vissuto giornaliero a tutti i livelli

Il profilo del vissuto odierno è complesso, si riassume, pressappoco, in termini come diversità, frammentarietà, segmentazione, e costituisce la realtà “liquida” per la quale niente è dato per scontato o definitivo. A tutti i livelli, ciò che ora costituisce una novità diviene “vecchio” dopo poco tempo, così come ciò che era ritenuto certezza indiscussa diviene opinione personale, e così via.

La cultura di un popolo o di un gruppo etnico – il modo di rapportarsi con se stesso, con la creazione, con gli altri  e con Dio (GS 53) – è rielaborata a livello collettivo  e vagliata dall’individualità che prende in considerazione valore o disvalore per quello che ritiene giusto, retto, consono alla propria realizzazione e qualità di vita. In questo senso, si afferma sempre più il soggetto come realtà autonoma “di somma importanza per la maturità spirituale e morale dell’umanità” (GS 55), cosicché soggettività e autonomia vengono ritenute irrinunciabili e imprescindibili.
È ormai acquisito che le culture, nella loro evoluzione, meritano rispetto per la loro integrità, e le religioni, che ne sono parte, sono orientate all’unico Dio padre di tutti indistintamente.

Considerando lo sviluppo della comunicazione in tempo reale, siamo di fronte ad una realtà da capogiro – particolarmente complessa – poiché il nuovo si presenta continuamente alla considerazione di chi cerca, con insistenza e determinazione, una base sicura e sufficientemente solida su cui appoggiarsi.

c. La complessità conforma l’esistente.

La complessità è caratteristica del vissuto e di tutto ciò che esiste. Il micro organismo e la realtà dell’universo sono retti da meccanismi complessi, o meglio, dall’insieme di sistemi complessi che interagiscono fra loro.

La ricerca aconfessionale indaga il farsi e la dinamica della complessità, e indica aspetti importanti meritevoli di attenzione perché ha in comune con l’evangelizzazione l’immersione nel mistero della vita. La domanda immediata è: da cosa può essere sostenuto tale possibile rapporto, nel rispetto delle reciproche autonomie e finalità?

Edgar Morin, conosciuto come il filosofo della complessità, afferma: “Nella complessità vi sono numerose complessità. Tutte le complessità (la complicazione, il disordine, la contraddizione, la difficoltà logica, i problemi dell’organizzazione ecc.) s’intrecciano, si tessono insieme e costituiscono il tessuto dell’unità della complessità – un nucleo della complessità – in cui le complessità s’incontrano. La complessità si presenta come nebbia, come confusione, come incertezza, come incomprensione e irriducibilità”. Perciò, continua “La complessità sembra negativa o regressiva perché costituisce la reintroduzione dell’incertezza in una conoscenza che era partita trionfalmente verso la conquista della certezza assoluta” (4).

Nei soggetti poco avvezzi alla complessità, la reazione più comune e immediata è il timore, insicurezza e forte disagio. Essi ritengono possibile e sperano nella risposta risolutiva semplice, in modo da poter comprendere e gestire adeguatamente il problema. E non è detto che, alcuni casi, tale approccio possa funzionare.
È il caso, ad esempio, di Keplero: trovato il codice interpretativo giusto, la complessità diventa per forza di cose semplice. “L’orbita del pianeta Marte che Keplero si accaniva a determinare, al prezzo di novecento pagine di calcoli, con l’equazione di un’epicicloide particolarmente complessa diventava improvvisamente facile da descrivere e da interpretare nel momento in cui si sostituiva il codice tolemaico e copernicano delle sfere celesti con il proprio” (5).

Tuttavia, non sempre è così: “Oggi vediamo che le scienze biologiche e fisiche sono caratterizzate da una crisi della spiegazione semplice, e di conseguenza quelli che sembravano residui non scientifici delle scienze umane – l’incertezza, il disordine, la contraddizione, la pluralità, la complicazione eccetera -fanno oggi parte della problematica di fondo della conoscenza scientifica” (6).

Sul versate della ricerca scientifica aconfessionale, la complessità è ritenuta un’opportunità di crescita, e per questo le è riconosciuto ampio spazio. Nel corso dell’analisi della complessità, la ricerca aconfessionale ha elaborato dei riferimenti che meritano attenzione perché contribuiscono, come vedremo, al metodo e all’organizzazione dell’evangelizzazione.

D’altro lato, nel credente è opinione che le diversità costituiscano una ricchezza, necessaria per ampliare e approfondire il processo di crescita a tutti i livelli, a condizione di mantenere l’unità fondamentale. Oltre tale convinzione, la ricerca cristiana sembra non sapere come procedere, cosa fare, come agire per gestire il processo che porta all’unità.

d. Complessità ed escatologia.

E.Morin – non credente – afferma il principio doveroso di elaborare il pensiero dialogico. Ovvero il concetto che due logiche, due nature, due principi sono connessi in unità, senza che con ciò la dualità si dissolva in unità e aggiunge: “Anche i tre possono essere uno. La teologia cattolica ha espresso ciò nella Trinità, nella quale le tre persone sono una sola persona pur restando distinte e separate. È un bell’esempio di complessità teologica, in cui il Figlio rigenera il Padre da cui è generato, e in cui le tre istanze si generano reciprocamente” (7).

Nel credente che si sforza di comprendere tale complessità, si produce un corto circuito asseribile alla categoria dei “misteri insondabili”, riguardo alla Trinità. È  famoso il racconto dell’Angelo che avverte S. Agostino dell’impossibilità di versare il mare nella buca sulla spiaggia. Ciò ha portato a desistere da ogni sforzo di comprensione, ritenuto come una vana pretesa, e lasciando l’argomento al trattato sulla Trinità, ritenuto tutt’oggi di difficile comprensione e poco ancorato alla vita quotidiana. Sulla stessa scia, si collocano anche l’escatologia e il Regno di Dio.

Il notevole sviluppo degli studi teologi ha fatto sì che l’escatologia (incluso l’aspetto trinitario) si profilino come l’ambito adeguato nel quale indagare la complessità teologica. Essa offre infatti le  condizioni ideali per elaborare risposte soddisfacenti riguardo al rapporto tra le diversità e l’uno. Inoltre, valorizza e incoraggia l'autonomia del soggetto e la sua integrità, consolidando il senso di appartenenza al gruppo, e più in generale alla famiglia umana.

Il suo messaggio è l’avvento del Regno di Dio nella storia, già attivo nel presente, che coinvolge anche la creazione in tensione verso l’evento finale. Esso non è altro se non il tema della missione di Gesù (e del Precursore), al quale si dedica in modo talmente radicale da essere tacciato di essere monomaniacale, inaffidabile e sacrilego dalle autorità d’Israele, oltre che potenzialmente sovversivo per i Romani, ragione per cui sarà crocefisso.

Da questo punto di vista, la matematica aiuta capire in che senso escatologia e regno siano argomenti asseribili alla gestione della complessità. Se infatti a tre entità diverse e complesse assegniamo il valore di sei, nove e dodici, il Massimo Comun Divisore – MCD – è tre, perché contenuto integralmente in ognuna delle tre entità.

Il MCD contiene contenuti condivisi, ma non fa giustizia alla totalità del sei, del nove e del dodici, che appaiono come mutilati. Né scegliendo il nove o il dodici come riferimento basico si ottiene un risultato soddisfacente, in quanto il nove contiene il sei ma non il dodici, mentre quest’ultimo contiene il sei ma non il nove.

Al contrario, il minimo comune multiplo (mcm), il trentasei, contiene e rispetta pienamente le tre entità nella loro totalità e integrità. Pertanto, l’escatos è paragonabile al trentasei.

Se così non fosse, come potrebbe Dio essere “tutto in tutti”, rispettando interamente la realtà da lui creata? Per altro, ognuna delle realtà integrate nel trentasei rimane chiusa e soddisfatta in se stessa solo momentaneamente, in quella precisa circostanza. Per essenza, essa esce da se stessa attratta come limatura di ferro dalla calamita per mezzo del nuovo escatos, per il sopraggiungere di altri elementi. Pertanto, la risposta è elaborata partendo da questa constatazione e tende ad imprimere un dinamismo permanente a tutto l’insieme.

In tal modo l’escatos va formando l'autonomia e l’identità dinamica di ogni soggetto in continua crescita ed evoluzione (vedi, per esempio, la fotografia che rappresenta la stessa persona da bambino e da adulto). Essa nel costituirsi integra nuovi elementi, e allo stesso tempo sviluppa e mantiene l’identità del soggetto, la cui pienezza e completezza si sveleranno nel giorno finale: “Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò anch’io come sono conosciuto” (1Cor 13,12).
Infatti, essa è il già che partecipa alla dinamica del regno, alla gloria di Dio.

2. Due rifermenti teologici: i “segni dei tempi” e il regno di Dio.

I “segni dei tempi”. (8)

 Secondo Rahner, l’espressione segni dei tempi è “una delle tre o quattro formule più significative del Concilio, al centro dei suoi lavori come anche all’origine della sua ispirazione”. Il suo impatto ha  il merito di aver aperto la coscienza della Chiesa alla dimensione storica di dialogo con il mondo.

Marie Dominique Chenu e Yves Congar cercavano una teologia maggiormente impregnata di coscienza storica, in dialogo con i contemporanei proprio mentre si riscopriva la dimensione storica della Rivelazione. La loro metodologia non poggiava su una teoria ben definita ma su una pratica teologica preoccupata di tenere insieme rivelazione (il dato scritturistico), la sua Parola nella storia e i grandi movimenti che vedevano coinvolti cristiani e non cristiani nel mondo. Essi si proponevano di partire dal vissuto, più che da tesi dogmatiche, per lasciarsi da esso interrogare e promuoverlo a valori evangelici.

Giovanni XXIII aveva impiegato l’espressione segni dei tempi per sottolineare che molti cambiamenti si erano introdotti nella vita degli uomini, cambiamenti di cui la Chiesa doveva tener conto per annunciare il Vangelo. Per il Papa, l’attenzione ai segni dei tempi non era tanto una sorta di miglioramento facoltativo dell’attività della Chiesa, ma una necessità intrinseca della sua missione, un dovere che gli veniva dalla sua “eterna giovinezza”.

Interpretare i segni dei tempi, significa cogliere quelle tracce che indicano l’azione di Dio il quale, nella storia, lavora per condurre gli uomini al di là della storia e che, per mezzo del Cristo risorto, ha acquisito il diritto di agire nel più profondo di ogni uomo al di là di ogni frontiera. La Chiesa pertanto si pone nell’attitudine non solo di dare, ma di “ricevere dalla storia e dalla evoluzione del genere umano”, secondo quanto afferma la Costituzione GS (n. 44). I  “segni dei tempi” sono percepibili dai membri del Popolo di Dio, Gesù “Diceva alle folle (…) Sapete valutare l'aspetto della terra e del cielo come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate da voi stessi quello che è giusto?” (Lc 12,54-57).

Per Henri De Lubac individuare questi segni dei tempi, “scrutarli” (GS 4) è per la Chiesa credere che il tempo non sia fattore di degrado, che la storia non vada letta come una lenta decadenza dopo un vertice romanticamente situato sempre nel passato. Si tratta invece di riconoscere proprio “la fecondità della durata” .

La Chiesa chiede aiuto agli uomini del suo tempo per essere capace di leggere attentamente i fenomeni umani; è una Chiesa povera, consapevole che la verità è ricerca comune e che essa la possiede solo in una prospettiva escatologica. «La Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genere umano. Essa ha un bisogno particolare dell'aiuto di coloro che, vivendo nel mondo, sono esperti delle varie situazioni e discipline, e ne capiscono la mentalità, si tratti di credenti o non credenti» (GS 44).

I segni dei tempi obbligano la Chiesa a uscire da se stessa, evitando il pericolo di incorrere nell’errore di autoreferenzialità. Pertanto, in qualche modo i segni dei tempi appartengono già alla rivelazione, in quanto possono essere identificati con quei germi di vita, posti nel mondo e nel cuore di ogni uomo, mediante i quali è possibile percepire l'azione di Dio che incessantemente opera nella creazione, nella storia e negli uomini. Segni dei tempi sono anche tutti quei fatti storici, o aspirazioni degli uomini, che in qualche modo determinano il progresso dell'umanità e orientano all'acquisizione di forme di vita più umane. A più riprese ed esplicitamente, la Chiesa ha manifestato la sua fiducia nella scienza e negli uomini di scienza, e a costoro chiede anzitutto una esatta individuazione dei fenomeni che creano consenso, e tendono verso forme di vita più umane. A seguito dell'individuazione, avviene dunque l'interpretazione: per quest’ultima, ci sembra che soggetto qualificato sia la comunità cristiana.

I segni dei tempi divengono eventi di salvezza individuale e collettiva, per mezzo della qualità del legame con Cristo e la Chiesa – segni di Dio nel mondo – che orienta la storia escatologicamente e dona pienezza e significato al divenire storico. È un legame atto a individuare scelte sempre più vere, coerenti e fondamentali, a favore di una promozione globale dell'umanità.

Nell'unico brano neotestamentario in cui ricorre, Mt 16,3, l'espressione segni dei tempi sta a indicare i segni del tempo messianico, cioè le parole e i gesti di Gesù di Nazaret. Il passo parallelo di Lc 12, 54-56 non utilizza tale espressione, ma la locuzione kairòs, che indica il tempo qualificato in cui è offerta la grazia di Dio all'uomo. Anche in Luca, come in Matteo, il significato dell'espressione è cristologico ed escatologico al tempo stesso. Perciò i segni dei tempi in quanto kairòs non fanno riferimento a una storia letta solo al positivo, quella cioè dei miracoli, ma anche al negativo, giacché il suo momento decisivo è proprio la morte in croce, l'abbandono di Dio (Auschwitz e Hiroshima!) e la discesa agli inferi, almeno se la intendiamo come il prolungamento dell'abbandono di Dio sulla croce (H.U. von Balthasar).

Un fatto è suscettibile di diventare segno dei tempi quando, grazie alla presa di coscienza collettiva, è in grado di modificare in direzione messianica l'equilibrio dei rapporti umani in una determinata epoca. Perché ciò avvenga è determinante la presa di coscienza collettiva. 

Un esempio: la povertà, nella quale si trovano a vivere masse sterminate di uomini, non è ancora come tale un segno dei tempi. Non lo è nemmeno quando essa suscita un movimento di solidarietà. La storia della Chiesa è piena di testimonianze di carità verso i poveri ma, tranne forse che nella primitiva vicenda francescana, questo non ha significato un ripensamento effettivo del Vangelo. Solo quando alcuni uomini cominciano a collocare la povertà nella luce messianica e scoprono un nuovo equilibrio nel Vangelo e nella Chiesa, per cui il mistero della povertà – nei poveri e nel Cristo che si fece povero – diventa l'asse della storia, il Vangelo diventa il Vangelo dei poveri e la Chiesa diventa la Chiesa dei poveri, allora gli uomini cominciano a riconoscere un segno dei tempi.

Riguardo all’azione Dio per la venuta del suo Regno, occorre distinguere l’uso sociologico della formula segno dei tempi dall’uso propriamente teologico. In senso sociologico la formula indica le caratteristiche di un periodo storico che lo distinguono dagli altri. In questo senso la globalizzazione, l’idolatria del mercato, l’orizzonte planetario della storia sono spesso citati come i segni del nostro tempo. Sono fenomeni estesi e visibili, non sempre positivi in ordine al Regno di Dio, anzi spesso opposti alle sue dinamiche. Ma proprio per questo, anch’essi possono avere un significato per le comunità ecclesiali, in quanto suscitano la necessaria tensione al loro superamento.

Non sono gli eventi come tali, o le condizioni sociali a costituire i segni dei tempi, bensì il rapporto che essi hanno in ordine al Regno di Dio, e quindi le indicazioni che essi danno per ricercare i luoghi dove l’azione di Dio si può esprimere come salvezza. Una volta riconosciuti, essi possono indicare l’orientamento del cammino della Chiesa. Nell’uso strettamente teologico, quindi, la formula segni dei tempi si riferisce all’azione di Dio in ordine alla venuta del suo Regno, espressa nella storia attraverso i suoi testimoni.

Chi discerne è colui che procede su un cammino di fede, vale a dire il soggetto toccato nella sua coscienza e animato dallo Spirito Santo. Ma, secondo il Concilio Vaticano II, è anche al tempo stesso la Chiesa – popolo di Dio, persone e comunità – come soggetto collettivo.

– IL regno di Dio

Il centro della predicazione di Gesù è il Regno di Dio, la cui accoglienza costituisce “l’oggi” (Lc 4,21) della salvezza. Tale evento, pur essendo penultimo nel divenire della storia, è anticipo dell'Ultimo e Definitivo e orienta al Regno escatologico quando Dio si manifesterà “tutto in tutti” (1Cor 15,28). Il Regno di Dio abbraccia quindi ogni popolo, gruppo etnico e cultura, della quale ovviamente è parte la specifica la religione.

In questo quadro “La Chiesa (…) riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio” (LG 5). Non ci sono “significati univoci per le espressioni Regno di Dio e Regno di Cristo né del loro rapporto con la Chiesa (…). Possono esistere perciò diverse spiegazioni teologiche su questi argomenti” (Dichiarazione “Dominus Iesus” n.18[1]). Evidentemente, come afferma lo stesso documento, esiste “intima connessione tra Cristo, il Regno e la Chiesa”.

Le metafore prese dal mondo agricolo, quali persone, campo, terra e altre compongono un quadro d’insieme nel quale elaborare una possibile connessione tra Cristo, Chiesa e Regno di Dio. Ebbene, centrale è l’avvertimento di Gesù ai discepoli: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente” (Mt5,13), insieme alla metafora del fermento nella farina (Mt 13,33).

Esse riguardano l'imprescindibile qualità della testimonianza dell'evangelizzatore, indispensabile alla scoperta del Regno come tesoro nascosto nella storia, o d’incontro come perla preziosa nel vissuto personale, sociale, culturale e religioso. Sale e fermento sono rapportabili al comando di Gesù, “che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 15,12), la cui mirabile espressione e profondità è l’inno alla carità (1 Cor 13).

In quanto alla connessione, suggerisco la metafora del “boomerang”, lanciato dalla Chiesa nel mondo e in essa stessa, riguardo all’evangelizzazione. L’annuncio e la testimonianza del discepolo, dentro e fuori della Chiesa, ritorna alla Chiesa in termini di purificazione e consolidamento di se stessa e del discepolo, per il fatto di offrire alle culture d’origine, religiose, agnostiche o atee, l’opportunità di riconoscere nella loro stessa fede – per gli agnostici e atei nel loro operare – la carità che suscita sintonia e comunione nella diversità. Fra l’altro, il termine religione dice quello che lega realtà diverse fra loro, e lo fa in modo stabile e permanente per l’amore, o meglio, per quella sublimità dell’amore che è la carità.

Dal punto di vista della teologia cristiana si tratta della realtà del Regno, che la Chiesa è chiamata a sostenere con la sua missione, secondo l’esortazione di Gesù: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16).

In altre parole, il credente e la Chiesa testimoniano l’evento Gesù Cristo, e ritorna  l’effetto “ boomerang” come percezione della realtà del Regno per l’adesione alla pratica della carità e a ciò che deriva da essa, dentro e fuori della Chiesa. Evidentemente, nella Chiesa per alcuni sarà motivo di purificazione, mentre per altri non ancora. Alcuni si scopriranno essere discepoli di Gesù Cristo – e s’integreranno nella Chiesa, altri rimarranno nella propria fede religiosa o laica.
Tutti, come persone di buona volontà, potranno tuttavia ritrovarsi nella Carità, nella realtà del regno, sorgente della vita in abbondanza (Gv 10,10).

Questo significa che non tutta la realtà sociale deve diventare sale o lievito, nel senso proprio del discepolo che fa esplicita confessione di Cristo nella Chiesa. Ancora, il sale e il lievito nella misura corretta e al momento opportuno spariscono, risultano invisibili. Agiscono come elementi indispensabili che conferiscono il giusto sapore e il raggiungimento della piena potenzialità del cibo. Quello che si percepisce non è la materialità dei due, ma il frutto che sono in grado di generare.
 È proprio quello cui si riferisce Gesù: “Ogni albero buono produce frutti buoni (…) Dai loro frutti dunque li riconoscerete” (Mt7,17-20).

Attraverso una prima approssimazione, è possibile formulare alcune domande di discernimento, per la verifica del processo in cui i “segni dei tempi” e la causa del regno di Dio sono come le due eliche del DNA della vita:

1) La persona cresce dal punto di vista umano? Si fa sempre più persona, sul modello dell’“Ecco l’uomo” (Gv 19,5)? Con quelle parole, inconsapevolmente, Pilato stava affermando una grande verità: Il vero uomo, dal punto di vista di Dio, è colui che è capace di donare se stesso fino all’estremo, come Gesù. In tal modo, la persona diviene sempre più immagine comunitaria a somiglianza della Trinità.

2) La società progredisce nell’instaurazione del Diritto e della giustizia? Consolida la comunione e la fraternità, nel rispetto delle legittime diversità, incluso l’esercizio della fede del credente o del non credente? Sostiene il costituirsi della persona nella donazione di sé?

3) La natura e la creazione, il giardino che Dio ha messo nelle mani dell’uomo, vengono rispettate?

 

2a PARTE

Aspetti rilevanti della ricerca scientifica per l’evangelizzazione.

La ricerca scientifica nei diversi ambiti della vita, delle relazioni e dell'organizzazione umana sta facendo passi da gigante. Mi chiedo: che cosa e come un gruppo ecclesiale potrebbe beneficiare di tali contributi, in relazione all'indagine della complessità del mistero della vita a favore dell’evangelizzazione?

Il quadro sopra descritto offre una percezione della complessità nella quale la ricerca scientifica e la Chiesa camminano all’interno di un’unica storia. Il Concilio afferma che e la Chiesa ha un bisogno particolare dell’aiuto della ricerca scientifica per comprendere il farsi della realtà complessa (GS 44), anche perché “Le gioie e le speranze, le tristezza e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce, dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (GS.1).

L'attenzione teologica alla ricerca scientifica è motivata dal principio che la Grazia non sostituisce la natura, ma la integra e la sostiene nel processo di crescita e perfezione che non avrà mai fine. È l’attenzione a ciò che accade nella natura, realtà da indagare instancabilmente, e alla storia come il luogo della libertà umana che dovrà mettere in atto i principi del bene, insiti in ogni coscienza, per costruire un mondo di giustizia e di pace.

Le affermazioni del prologo di Giovanni“ Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste (…) dalla sua pienezza abbiamo ricevuto: grazia su grazia” (1,3.16) evidenziano che tutto è dono di Dio.
Tuttavia, la Grazia – il dono – non si esaurisce nell'esistente, ma è continuamente reiterata, attiva e creativa nel vissuto quotidiano, nella storia, e si manifesta nel processo di portare alla perfezione ciò che esiste, in virtù della tensione che innesta l’evento escatologico del regno di Dio. La Grazia sostiene il creato, e continua agendo in esso per e nella pienezza del mistero pasquale.

Quest’aspetto suscita  due domande: quali “segni dei tempi” dell’avvento del Regno oggi sono individuabili nella ricerca scientifica aconfessionale? Quale innovazione portano all’organizzazione della Chiesa,  al  metodo  e al processo di evangelizzazione  in modo da evitare il rimprovero di Gesù (Lc 12, 54-57)?

Il contributo della fisica moderna e della quantistica.

L’emergere dei “segni dei tempi” si manifesta nella nuova visione dell’esistente, a livello del micro cosmo e del macro universo. La biologia, l’astrofisica, la nuova cosmologia e la nuova scienza in generale sono gli artefici di tale processo. Ma la fisica moderna e la quantistica hanno un ruolo preminente per la maggiore radicalità del loro contributo, al punto da rimanere quasi inermi e spogliati di ogni logica. Quello che presentano è una realtà complessa, accostando fra loro componenti in continuo movimento.

 Il modello classico del tipo di scienza con il quale abbiamo familiarizzato nella vita quotidiana è adeguato, in alcuni casi. Tuttavia, nella maggioranza di essi non solo risulta inadeguato, ma addirittura fuorviante, vera e propria porta per un cammino falso.

La presentazione della “Teologia quantica” di Diarmuid O’Murchu si apre con un’affermazione di Tommaso d’Aquino: “Un errore sulle cose di questo mondo, ritorna un errore su Dio”. È doveroso, quindi, prendere in considerazione i risultati ritenuti consistenti e degni di fiducia, a partire dei quali confrontare e rielaborare il contenuto della rivelazione.

Gesù attiva lo stesso processo introducendo nel sistema elementi la cui accettazione richiede la rielaborazione del già consolidato patrimonio della teologia e prassi del momento. L’impatto nei destinatari è tale da lasciare sconcertato e nel dubbio addirittura il Battista che dal carcere manda chiedere: “Sei tu che deve venire o dobbiamo aspettare un altro” (Mt 11,3). Quell’agire e insegnamento di Gesù è parte dei “segni dei tempi”, nei quali riconoscere l’avvento del Regno già presente.

Su questa scia, oggi, la rielaborazione presuppone un nuovo modo di pensare. La realtà complessa, non riconducibile al pensiero lineare del modello classico, richiede una presa di coscienza delle caratteristiche ed esigenze del pensiero complesso, per procedere adeguatamente (vedremo più avanti).

Mi chiedo: non è questo sforzo il primo passo del processo di conversione auspicato da Gesù “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”? (Mc 1,15) L’impegno a trasformare e rinnovare l’attuale vissuto personale e sociale, senza trasformare e rinnovare il pensiero è come mettere vino nuovo in otri vecchi.

“Una mappa del sapere non è data dall’alto, non è data in anticipo: non si può sorvolare neppure per un momento, a volo di uccello, il territorio delle conoscenze nella sua totalità. Siamo inevitabilmente e costitutivamente all’interno del territorio, e dall’interno apriamo e percorriamo sentieri, raggiungiamo regioni diverse e progressivamente ci figuriamo, disfiamo e nuovamente disegniamo le nostre tappe” (9).

Il mistero della vita che la complessità indaga – il mistero di Dio in essa – è in ogni persona,  nella natura e nell’universo. L’umiltà – virtù presente nei grandi scienziati – permette di percepire, con maggiore ampiezza, i punti nodali di essa e rende percorribile il cammino della Carità come dono di Dio.
Con tale atteggiamento è doveroso percorrere il cammino nella complessità.

Alcuni aspetti specifici.

Riferisco  solo alcuni aspetti fra molti altrettanto importanti, con l’intento di percepire alcuni “segni dei tempi” in essi. 

Il sistema dinamico.

Prigogine – Nobel della fisica e della chimica – afferma che nei sistemi complessi tutto ciò che avviene è irreversibile, e mai tornerà al punto iniziale. Segnala come sia impensabile tornare indietro, e descrive il ruolo costruttivo dell’irreversibilità e dell’instabilità, caratteristiche proprie dei sistemi dinamici complessi nella grande maggioranza dei casi. Inoltre, l’instabilità attesta il costante movimento, la dinamica del sistema che non permettere determinare in anticipo la traiettoria del procedere.

Nella dinamica della fisica classica si elabora la descrizione deterministica tracciando l’unica traiettoria che collega il punto uno al due, traiettoria analizzabile punto dopo punto.  Nel sistema dinamico instabile ciò è impossibile, perché richiede la descrizione probabilistica che partendo dal punto “uno” si trova davanti il ventaglio di tutte le possibili traiettorie, che non permette di stabilire il luogo del “due”.
Il punto d’arrivo si va costruendo con il movimento, e non è già determinato in precedenza, come nel caso di un sistema stabile della fisica classica.

Contrariamente alla fisica classica, dove il futuro e il presente giocano lo stesso ruolo, nella fisica moderna invece essi svolgono compiti diversi, permettendo il passaggio “davvero fondamentale da una descrizione determinista della fisica classica a una descrizione probabilista, e questo passaggio è possibile per i sistemi dinamici” (10).

  • L’irreversibilità è una delle esigenze che Gesù pone come condizione per seguirlo nella causa del regno “Nessuno che mette la mano sull’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio” (Lc 9,62). L’avvento e l’installazione del regno sono parte di un processo  irreversibile. Lo fa capire quando, a proposito della costruzione del tempio, afferma “Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta” (Mc 13,2). Gli studiosi indicano che il termine usato lascia intendere chiaramente che sarà impossibile recuperare le pietre e ricongiungerle. Perciò, il discepolo dovrà valutare coscienziosamente le condizioni, le forze e la strategia per non retrocedere, in modo da non desistere fino alla fine (Lc14,28-32).
    L’irreversibilità è imprescindibile. Alle parole di Gesù riguardo al dover “nascere di nuovo”, Nicodemo perplesso domanda “Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?” (Gv3,4). Gesù non spiega come ciò avverrà, e allo stesso tempo afferma l’ineludibilità in virtù dell’azione dello Spirito (Gv 3,5-8). Certamente, non si tratta del ritorno al ciclo naturale.
  • L’instabilità attesta la costante dinamica del sistema a non permettere di determinare in anticipo la traiettoria del procedere. Si tratta di un “segno dei tempi” per la progressività della missione. Niente è prefissato in Gesù, che non si avvale di uno schema predeterminato, di un programma prestabilito. Egli afferma che “non ha dove posare il capo” (Lc 9,58), per la dinamica audace, creativa e innovativa della sua attività pastorale che sovverte quello che si riteneva intoccabile. L’unico riferimento costante è la volontà del Padre e la presenza dello Spirito nell’esercizio della carità affinché tutti abbiano la vita in abbondanza (Gv10,10).
  • L’attrattore (i). È dovuto al fatto che “Non appena si è in presenza di fenomeni irreversibili si possono dimenticare la cause iniziali. Questo è ciò che accade quando corro: il mio cuore batte più forte, ma quando ritorno allo stato di quiete esso riprende il suo ritmo iniziale. È un fenomeno tipico in cui si possono dimenticare le cause iniziali. In questo caso siamo in presenza di un attrattore, che è lo stato di quiete: se io lo perturbo si ritorna ad esso, e questo è ciò che si chiama un attrattore puntuale. Una delle scoperte degli ultimi anni è che questo è un caso estremamente  semplificato, e che esistono attrattori molto più complessi” (11). Per quello che riguarda questo scritto, sia a livello personale sia sociale è frequente lo stato di non equilibrio, dovuto all’irrompere o all’accoglienza del nuovo che emerge. Gli attrattori costituiscono dunque l’insieme di elementi che, nell’ambito della “chiusura di organizzazione”, stimolano l’evolvere del sistema dinamico verso nuovi sistemi, mantenendo l’identità – lo stato di quiete -, fino alla nuova apertura.  L’aspetto rilevante è che essi producono quello che serve al sistema per autoregolarsi e auto organizzarsi, senza alcuna interferenza esterna.

Lo Spirito Santo con l’energia dei suoi doni è un attrattore che opera nel credente in modo tale che “dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”(Gv 7,38). Quest’acqua viva gli permetterà di percepire la portata dei segni dei tempi e accedere all’esortazione di Gesù “perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12,57). Notevole è che Gesù dica alle persone che chiedono aiuto “La tua Fede ti ha salvato(a)” , indicando il compiersi di tale processo. La Fede, nella sua Parola, ha generato nel credente l’autoregolazione e organizzazione, in sintonia con la realtà del Regno.

Ebbene, l’attrattore conduce il processo probabilista verso gli eventi quotidiani, le circostanze e le persone coinvolte, segnando la traiettoria per ogni persona o comunità nella loro condizione ed esigenza specifica. Traiettorie che attualizzano il mistero pasquale, e convergono verso l’Ultimo e Definitivo proprio della fine dei tempi.

Il punto d’arrivo – e di nuova partenza – rispetta l’individualità, la soggettività (personale o comunitaria) valorizzandola adeguatamente. Ecco allora il farsi delle diversità nell’unità. Ciò è decisivo sul piano pastorale, come vedremo più avanti.

La funzione costruttiva del non equilibrio. Prigogine fa riferimento allo studio dell’instabilità di Bénard, in cui si scalda un liquido dalla parte inferiore e ha “potuto mostrare le magnifiche correnti e le grandi celle di convenzione che si producono in seguito al non equilibrio. Il non equilibrio trasforma completamente le proprietà della materia: a causa del non equilibrio le particelle diventano “sensibili” ad altre molecole che si trovano a distante macroscopiche. Mi piace dire, in certo qual modo, che nello stato di equilibrio la materia è “cieca” e che essa comincia a vedere nello stato di non equilibrio. Lontano dall’equilibrio si manifesta una grande varietà di comportamenti che non trovano analogie nel caso della fisica dell’equilibrio. Si sono date grandi sorprese nella fisica del non equilibrio, che oggi impegna centinaia di laboratori. Si chiede: Quali sono questi risultati? Penso che il risultato più inaspettato provenga dal ruolo costruttivo dal non equilibrio. Lontano dall’equilibrio, si creano stati coerenti e strutture complesse che non potrebbero esistere in un mondo reversibile” (12).

La causa del non equilibrio è il sopraggiungere del calore, come pure il “vento” e le “lingue di fuoco” nel caso dello Spirito. Il nuovo di ogni realtà umana è ambiguo, porta con sé possibilità di vita o di morte. Nel sopraggiungere e irrompere nell’ambito personale e sociale, esso porta a reciproca conoscenza realtà e vissuti non solo vicini, ma anche lontani. In particolare, le condizioni di ingiustizia, violenza, sofferenza e povertà umana e morale, ma anche la possibilità di successo e di esperienze positive in grado di sensibilizzare persona e società intrise dalla riserva escatologica. In altre parole, la spirale della carità  si sveglia, si allarga, si espande  e motiva  la ricerca  di nuovi equilibri in sintonia con il “ mistero della sua volontà (…) e il governo della pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra” (Ef 1,9-10) (1Cor 15,27-28)

Il disequilibrio generato dall’accoglienza del nuovo manifesta potenzialità che altrimenti rimarrebbero occulte. Allo stesso tempo, dà vita al processo di trasformazione e autoregolazione, nel quale il sistema del ricevente acquisisce luminosità più intensa di quella che ha. Ciò, perché lo Spirito rende possibile discernere l’ambiguità insita in esso, e attiva la crescita mettendo in campo attrattori che portano il nuovo sistema allo stato di quiete, di equilibrio, al dono dell’armonia e della pace, oltre il permanere di turbolenze e il conflitto per la “potenza di una vita indistruttibile” (Eb7,16), come testimonia l’esperienza del Crocifisso.

La potenzialità del nuovo sistema nel ricevente può attivare il processo di trasformazione e autoregolazione, o altri cammini, incluso quello dell’auto distruzione, dell’insignificanza o altro.

++Il contributo della quantistica.

La fisica classica ritiene che tutti gli elementi nell’universo siano stabili, isolati, indipendenti dagli altri, e agiscano come pezzi di una macchina dove ogni parte funziona in modo effettivo. Questo modello era virtualmente intoccabile.” Questa percezione era – e continua essendo –  ordinata, efficiente e molto facile da comprendere. Si sapeva a cosa attenersi (…). Le prime impressioni si consideravano obiettive e confidabili; quello che l’osservatore neutrale rilevava e verificava con l’esperimento si considerava la realtà” (13).

Con l’avvento delle fisica moderna, e in particolare della quantistica, non è più così. Quest’ultima “descrive un universo vivo nel quale le cose invece di essere isolate, tutto sembra connesso, interrelazionato e interattuante”(14).  Si tratta dunque di comprendere “in modo nuovo e più profondo della realtà che, di fatto, era già era conosciuta dai mistici vari millenni addietro” (15). (Fa al caso nostro la celebre affermazione di K. Rahner :“Il cristiano del futuro o sarà mistico o non sarà neppure cristiano” Nuovi Saggi – Roma – 1968).

Ciò fa sì che l’osservatore (e l’esperienza associata) “non sia un agente esterno totalmente neutrale e obiettivo. Al contrario, è sempre coinvolto nel processo di osservazione. Nonostante gli sforzi in senso contrario, sempre influirà nell’esperimento e nell’eventuale risultato, Egli non solo è coinvolto ma realmente occasiona quello che osserva (…) Di conseguenza, quello che osserviamo nel mondo che ci circonda è quello che scegliamo osservare, il nostro proprio atto di osservare porta la realtà all’esistenza (…) tutto dipenderà da quello che l’osservatore cerca” (16).

Il discepolo, il credente, non è un osservatore neutrale e obiettivo dell’evento della risurrezione che ha coinvolto Gesù. Tutto il contrario. Raccomanda la lettera agli Ebrei di tenere “fisso lo sguardo su Gesù, colui che da origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 3,12). In tal modo, porta alla realtà dell’esistenza la risurrezione di Gesù Cristo.

Il coinvolgimento è tale che gli permette di percepire il Risorto in un giardiniere, in un viandante sulla strada di Emmaus, in uno sconosciuto sulla riva del mare di Tiberiade. Il coinvolgimento è più ampio e tocca chi segue con tenacia e perseveranza la coscienza, in sintonia con la propria fede come il caso di Paolo, o mantiene un fondo di rettitudine etica come il “buon ladrone” crocifisso con Gesù.

Paolo afferma che Gesù Risorto “apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta”(1Cor 15,5). Non penso che il lasciarsi vedere – apparve – sia un semplice atto di arbitrarietà, ma il risultato della soggettività che si è mossa in quei parametri, in sintonia con la Grazia che non sostituisce la natura, ma la integra e la sostiene nel processo di crescita e perfezione.

La soggettività è l’asse dell’azione pastorale, come vedremo più avanti. È notevole che alla domanda su dove stiamo andando rivolta a Prigogine alla fine degli anni 80, risponda “Io spero che andiamo verso una società in cui ognuno, a suo modo, possa essere creativo. Non solo nella nostra civiltà  industriale, ma in tutto il mondo. Spero che la scienza produrrà mezzi sufficienti da consentire a ognuno di poter impiegare alcune ore della settimana per fare musica, per leggere, per andare a un concerto o per qualsiasi altra cosa. Penso che questo sia un’utopia. Ma non un’utopia impossibile. Voglio dire che non è impossibile in assoluto” (17)

++Il rapporto fra l’essere e il divenire.

 Prigogine affronta un aspetto molto importante con lo studio della termodinamica. “La concezione termodinamica ci permette di affrontare uno dei problemi fondamentali di cui la filosofia occidentale si è sempre occupata, e precisamente quello del rapporto fra l’essere e il divenire. Nella concezione deterministica della dinamica la differenza fra passato, presente e futuro non ha nessun significato fondamentale (…). Il presente non è nient’altro che un punto che separa il passato dal futuro. Nella fisica classica la materia è simmetrica rispetto al passato e al futuro, e le leggi della fisica classica conservano questa simmetria della materia attraverso il tempo. Oggi si viene a delineare una seconda relazione fra tempo e divenire, ed è la concezione della termodinamica ma intesa in un senso nuovo. La materia ha una freccia del tempo. È caratterizzata da una rottura di simmetria, e questa rottura di simmetria – che è ciò che fa la differenza fra passato e futuro – viene propagata da leggi caratterizzate anch’esse da una rottura di simmetria. (…)Viviamo in un universo caratterizzato dalla rottura di simmetria, e con esso la fisica e la chimica vengono quasi ad assumere una dimensione biologica” (18).

La termodinamica rompe con la simmetria. Il logico non ha alcun bisogno di riferirsi a essa: “Penso, dunque esisto”, anche se poi si constata che il pensato esiste come risposta parziale, come provvisorietà, come instabilità, nel mistero della vita. Per la stabilità il logico ha elaborato la “filosofia perenne”, valida per sempre e per tutti indistintamente. La rottura della simmetria obbliga a trovare la stabilità nella dinamicità.
Pertanto è necessario andare oltre il logico ed entrare nell’esistenziale “Amo, dunque esisto” e, nel contempo, oltre alla spirale che si espande all’infinito.
È la stabilità nell’asimmetrico.

Potrebbe essere una risposta a ciò che Prigogine segnala come una sorta di sfida alla lacerazione dell’essere: “Sono sempre stato colpito dalla lacerazione dell’essere presente nel pensiero occidentale. È una lacerazione espressa assai bene da Jean Wahl quando scrive: ‘Giungeremo così a dire che vi è una sensazione dell’essere, o piuttosto che ce ne sono due. Una è la separazione dell’essere in quanto separato da tutte le cose, un’altra è la sensazione dell’essere in quanto unificatore di tutte le cose’. ‘L’essere’ scrive ancora Jean Wahl ‘può essere espresso soltanto attraverso delle antitesi, e del resto in maniera incompleta’. Si tratta davvero della descrizione di duemila cinquecento anni di filosofia” (19).

Prigogine annota che l’essere, in quanto separato dal resto delle cose, conduce a un’esistenza individuale e un debole senso di appartenenza. Quest’ultimo, invece, è espresso in maniera prepotente nella filosofia induista dall’armonia fra il mondo interiore e quello esteriore. Egli aggiunge, “i due concetti di isolamento e appartenenza mi sembrano molto incompleti, estremamente insufficienti per caratterizzare il mondo in cui viviamo. Mi sembra che lo sviluppo della fisica contemporanea ci possa fornire uno strumento naturale per esprimere il duplice aspetto dell’autonomia e dell’appartenenza, che in certa misura tocca noi interpretare (…). Giungiamo a un universo la cui immagine comincia ad avere una complessità paragonabile a quella che viviamo dentro di noi. Mi chiedo spesso se questa convergenza fra il mondo attorno a noi e il mondo dentro di noi non sia uno degli avvenimenti più significativi del nostro secolo.” (20).

La materia ha in sé elementi attraverso i quali il costituirsi dell’autonomia rafforza il senso di appartenenza e di comunione con l’ultimo e definitivo, l’uno, l’essere, l’eschatòs. È il compiersi della soggettività nella comunione, quello che la rivelazione stimola e motiva ogni persona e l’umanità a prendere atto e realizzare, collaborando in ogni circostanza all’atto creatore di Dio.

Fra parentesi, “la soggettività non è mai in nessun momento un indugiare solitario e auto soddisfatto presso se stesso, ma un essere da sempre occupato con il mondo circostante” (H.U. von Balthasar. La verità nel mondo, p.50)

++La chiusura del sistema complesso e la sua autonomia.

  • La chiusura organizzazionale. Che cos’è la chiusura “organizzazionale”? Mi sono concesso l’utilizzo di un neologismo di Morin per meglio etichettare un concetto che ora andrò ad esplicitare. Esso affonda le radici nella concezione di complessità “organizzazionale”, coniato appunto da Edgar Morin: “tale concetto si propone di mettere in rilievo il carattere attivo e creativo della complessità. In francese la differenza emerge chiaramente perché egli cambia organisation con organisaction. In italiano essa può rendersi per iscritto con organizz-azione, ma nella lingua parlata si può apprezzare meglio nell’attributo appunto organizzazionale” (21) Il sottolineato è mio.
     

Mauro Ceruti prende in considerazione l’epistemologia genetica di Jean Piaget “il cui merito è di avere chiaramente riconosciuto che ciò che mancava nello studio dei sistemi fino ai primi anni Sessanta era la chiara considerazione del concetto di chiusura. Egli osservava che la chiusura deve essere riferita all’organizzazione del sistema e che perciò non si contrappone ma si accompagna alla sua apertura termodinamica. L’equivoco fondamentale è quello del “sistema aperto”, perché, se si tratta di un sistema, interviene qualche cosa che somiglia a una chiusura e che deve essere conciliata con l’apertura (…)  L’apertura è dunque il sistema degli scambi con l’ambiente, ma non esclude affatto la chiusura (22) Pertanto, la chiusura “organizzazionale” non si contrappone, ma  accompagna l’apertura, perché lo stesso motivo che apre il sistema è anche quello che lo chiude, una volta accolti in esso gli elementi di novità. Senza la chiusura il sistema si dissolve. Per fare un esempio, la chiusura è come lo zip della giacca a vento: senza di essa, non serve a nulla.

Sul versante teologico “l’apertura del sistema” è imprescindibile per ascoltare e accogliere l’alterità – e altre complessità – in nome dell’orizzonte ultimo e definitivo, l’eschatòn verso il quale tutto tende, e dal quale proviene il dono dell’unità e della comunione. La conciliazione della chiusura con l’apertura è sorretta dallo stesso motivo, ossia alla crescita nella carità. A questo punto, entrano in gioco elementi imprescindibili del cammino di fede: oltre all’escatologia e al regno di Dio “oggi” (Lc 4,21), la dinamica trinitaria – la pericoresi il cui seguito nella dimensione spazio-tempo, nella storia, è la “Kenosi”-, e il nesso e connesso di altri aspetti decisivi, includendo la teologia negativa e l’esperienza mistica corrispondente a quella del tipo “solitudine abitata”.

 

  • L’autonomia del sistema complesso. Mauro Ceruti rileva un aspetto di grande importanza nel nesso fra la chiusura “organizzazionale” e il dominio cognitivo del sistema: “La chiusura organizzazionale di un sistema è alla base di ciò che si definisce come il dominio cognitivo del sistema stesso. Il dominio cognitivo di un sistema autonomo, cioè dotato di una chiusura organizzazionale, costituisce il dominio delle interazioni in cui il sistema può entrare senza la perdita della sua chiusura, cioè senza la perdita della sua identità, poiché la perdita della chiusura caratterizzerebbe la disintegrazione del sistema in quanto tale” (23).

 

Francisco Varela afferma che il sistema “è organizzato in forma reticolare, e vi è convergenza e coerenza simultanea di tutte le parti in questione (…) sono sistemi dotati di una specifica forma di chiusura organizzazionale: le conseguenze delle operazioni del sistema sono le operazioni del sistema, in situazione di completo auto riferimento” (24). È auto riferimento aperto, perché proteso alla qualità della vita , verso il raggiungimento della sua pienezza.

In termini di lavoro, si tratta di una costante apertura all’eschatòn, quindi, d’identità dinamica. Evidentemente, non si tratta di quella gattopardesca identità dinamica, tendente al cambiare tutto per non cambiare nulla, nel senso di mantenere intatti privilegi scandalosi e il dominio sul popolo, ma del crescere ognuno nel processo di purificazione dalle ambiguità proprie della cultura e, pertanto, nella fraternità, nella solidarietà, nella scoperta della presenza del regno di Dio come tesoro e perla preziosa.

Due aspetti imprescindibili in ogni persona, gruppo o sistema, sono il crescere nell’autonomia e il rafforzare sempre più la propria identità, nello sviluppo della dinamica insegnata da Gesù Cristo, al fine di raggiungere livelli sempre più profondi di vita in abbondanza (Gv10,10). Fra l’altro, questa importante dinamica e il fine stesso aiutano a comprendere la possibile causa di tensioni che, se non risolte, creano disagio –  come indossare una “camicia stretta” – per la mancanza di spazio e l’inevitabile sconcerto per l’appannamento o, addirittura, perdita d’identità.

“La nozione di chiusura organizzazionale e di dominio cognitivo costituiscono un’importante formalizzazione, nella teoria dei sistemi contemporanea, del carattere irriducibile e costruttivo delle limitazioni e delle precondizioni costitutive dell’identità di ogni punto di vista e di ogni sistema (…),ciò che è ritenuto primario è il mantenimento dell’autonomia del sistema espressa nella forma della sua chiusura “organizzazionale”. È essa che seleziona, fra gli stimoli dell’ambiente, quelli significativi e quelli che non lo sono e, soprattutto, è essa che determina quale significato attribuire a questi stimoli in vista dei mutamenti del sistema in corso” (25).

L’assenza della chiusura “organizzazionale” del sistema può spiegare quella caratteristica autoreferenziale per la quale, nella pratica pastorale della comunità credente, si fa costante riferimento alla persona di Gesù Cristo, alla Chiesa in generale e alle sue norme in particolare, alla spiritualità cristocentrica e mariana, alle varie forme di devozione. Tuttavia, rimane molto in ombra, per non dire quasi assente, l’impegno per la causa del regno di Dio e la conoscenza dell’indispensabile dinamica trinitaria, con la conseguente pratica nello Spirito.

Le indicazioni per elaborare l’adeguata soggettività  e autonomia sono segni dei tempi. Sviluppate nell’orizzonte escatologico e nel farsi del regno di Dio nell’oggi (Lc 4,21), esse non rimangono chiuse su se stesse, ma ripartono per orizzonti nuovi e ulteriori, sintesi di maggiore espressione e consistenza. Sono come la persone in bicicletta, che per stare in piedi devono pedalare. Ciò evita la degenerazione,  possibile se si fa della chiusura “organizzazionale”- il Regno, la Carità –  uno strumento, un’opportunità per interessi personali o di lobby.

Non è difficile scorgere nella pratica e nell’insegnamento di Gesù la valorizzazione del soggetto e della sua autonomia (adultera, lebbroso ecc.), tesa all’incontro con se stesso e la propria autenticità. Aderendovi per mezzo della fede, l’individuo riscontra nell’atteggiamento e nella parola di Gesù la correttezza del proprio credere e la conferma che “la tua fede ti ha salvata” (Lc 7,50).

 

3a PARTE

Il pensiero complesso, il metodo e l’organizzazione circolare

All’affermazione fatta poco prima della sua morte dal Card. Carlo Maria Martini sull’arretratezza di duecento anni della Chiesa, mi sono chiesto: arretrata rispetto a che cosa? Non credo si riferisse agli studi biblici e teologici, che fanno passi da giganti. Suppongo riguardi (fra gli altri possibili aspetti), l’assunzione del pensiero complesso, il metodo pastorale, l’organizzazione dell’Istituzione in ordine all’evangelizzazione.

La Chiesa chiede aiuto agli uomini del suo tempo per essere in grado di leggere attentamente i fenomeni umani; è una Chiesa povera, consapevole che la verità è ricerca comune, e che essa la possiede solo in una prospettiva escatologica. “La Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genere umano. Essa ha un bisogno particolare dell'aiuto di coloro che, vivendo nel mondo, sono esperti delle varie situazioni e discipline, e ne capiscono la mentalità, si tratti di credenti o non credenti” (GS 44).

Il pensiero lineare ellenistico  e  il pensiero complesso.

Il pensiero lineare ellenistico procede secondo un susseguirsi di punti posti lungo una linea. Parte dalla definizione di un’idea molto semplice ed evidente, che presenta uno svolgimento regolare, senza acrobazie e senza sofisticazioni. Da alcuni presupposti perviene a conclusioni basate rigorosamente sugli stessi presupposti, in modo da collegare fra loro gli elementi del vissuto in forma lineare.

Esso offre un modo d’interpretare la realtà. Esattamente come la fisica di Newton divenne il modello esemplare di conoscenza vera, costituita da una serie di leggi considerate valide universalmente, così la logica classica fungeva da verità assoluta e generale: quando ci s’imbatteva in una contraddizione, il pensiero doveva fare marcia indietro perché era un segnale  che indicava l’errore.
Ipse dixit – l’ha detto lui, non si deve più discutere -.

–  In sintesi alcune caratteristiche:

a) – Il principio di non contraddizione. Non accetta la contraddizione, ossia, allo stesso tempo una cosa e il suo contrario, o l’uno o l’altro.

b) – La concezione dualista. Essa separa anima e corpo, dando maggiore importanza all’anima sul corpo. Alla teoria, all’idea, segue dunque la pratica. La prima costituisce la base dell’ideologia, mentre la pratica è ritenuta una mera conseguenza.

c) – Il principio di causa-effetto. Tutto succede come risultato di qualcosa che lo causa. La mancata osservanza di questo principio comporta l'intervento correttivo.

 d) – Il principio gerarchico. Su di esso si fonda la determinazione delle priorità, la subordinazione a chi detiene il potere per competenza o per l’autorità conferitagli. Stabilisce il proprio posto, con divisioni di compiti, in modo da distinguere chi comanda e decide da chi obbedisce ed esegue. Il rapporto funzionale prevale dunque sulla relazione personale.

 f) – La determinazione dell’ordine logico. Prevale sull’immaginazione e sull’intuizione. La programmazione, modi e tempi di esecuzione, sono incentrati su questo schema.

In quest’organizzazione la struttura dei rapporti interpersonali è piramidale, dall’alto verso in basso e a senso unico. Questo rapporto sostiene espressioni filantropiche di tipo assistenzialista, di aiuto, per risolvere determinati problemi, ma non coinvolge le persone, in quanto ognuno rimane nel proprio ambito.

Tale pensiero continua per certi aspetti con il suo valore, anche se per altri è nettamente sorpassato dalla fisica moderna, che conduce all’esplorazione della complessità nel mondo concreto e reale dei fenomeni.

Il pensiero complesso. La sua necessità è dettata dal fatto che il pensiero dominante è caratterizzato dalla “pesante eredità lasciataci da una tradizione di pensiero dualistico – oppositiva sorta con la separazione cartesiana”. “Perciò è necessaria un’operazione auto riflessiva che indaghi i presupposti da cui partiamo nell’approcciarci agli altri, a noi stessi e ai fatti del mondo, vale a dire le idee poste a fondamento della nostra esistenza” (26).

Nel segnalarne le caratteristiche, faccio riferimento alla metafora del lavoro a maglia. Non molto tempo fa – in tempi di povertà e scarsa capacità acquisitiva – le donne erano abituate a disfare il maglione o altro in gomitoli, per recuperare la lana, eliminando quella che non serviva, aggiungendo dell’altra nuova e  fare l’indumento su nuove misure. Era un prodotto unico, proprio del lavoro artigianale.

Il pensiero complesso segue il medesimo procedimento. Si tratta infatti di disfare il pensiero attuale (lineare ellenista), separare quel che va mantenuto e aggiungere dell’altro, “i nuovi fili di lana” dell’indagine scientifica. Il prodotto riguarda dunque l’oggi della salvezza (Lc 4,21), anticipo in tensione verso l’evento finale (1Cor 15, 26-28).

1) La salvezza è per oggi, ma non vale per domani, perché sopraggiungono nuovi elementi o condizioni per cui bisogna rielaborare quello di ieri con una nuova chiusura. Si entra quindi nella spirale, dove il punto di arrivo oggi è lo stesso di partenza domani. La spirale non avrà fine, è un cammino nell’infinito. Gesù dice di essere il cammino (Gv 14,6), non la meta.

2) La salvezza di oggi non è oggetto di possesso da parte dell’uomo né di Gesù – possedere è distruggere – ma dono, è una tappa del cammino. Domani si intrecceranno altri “fili di lana” per il nuovo che si presenta verso un’altra tappa. (Fra parentesi, ciò è costitutivo  della fedeltà alla Tradizione di fede – con la t maiuscola –  come processo creativo e innovativo che fa crescere il deposito della Rivelazione).

3) Sempre è attività nella quale si rapportano e si richiamano a vicenda due (o più) ferri da maglia nell’intrecciare i fili e tessere il prodotto. Essi sono la/e persona/e unite in Gesù Cristo (la comunità credente e l’autorevolezza del magistero), mossi dalle mani dello Spirito e dalla volontà del Padre, secondo un disegno, un piano prestabilito che riguarda non solo l’utilità, la buona esecuzione, ma anche l’estetica, il bello. Per l’altro, nessuno indosserebbe un prodotto che mancasse di quest’ultima qualità. L’estetica è la qualità di vita, più ancora, la sua abbondanza (Gv10,10):“la gloria di Dio è il ridere dell’universo”, espressione molto felice di Moltmann.

4) Le due mani al lavoro si avvalgono della consulenza dello stilista, l’esperto di turno in materia. Non si tratta della persona stabilita dall’autorità per semplice designazione o filiazione divina ma, ispirandomi a Morin, di quella che acquisisce autorevolezza per il corretto intreccio circolare con gli altri ferri da maglia – il metodo, vedi sotto – e la chiusura “organizzazionale”.

5) È quello che acquisisce il Figlio per la singolare “chiusura organizzazionale” con il Padre e lo Spirito nell’ambito Trinitario, la pericoresi (il “perdersi” totalmente e senza riserve nei due per ritrovarsi più autenticamente se stesso: il Figlio più Figlio e, per la stessa dinamica di svuotamento, il Padre più Padre e lo Spirito più Spirito). Per quanto riguarda il Gesù storico e il suo rapporto con l’umanità e la persona corrotta, la Kenosi.

6) L’attività dei ferri da lana determinano la circolarità del rapporto, soprattutto quando sono più ferri. Li associa e unisce nello stesso cammino, nello stesso impegno, nella stessa fatica e gioia, e permette di elaborare l’adeguata chiusura “organizzazionale”: il collo o la cerniera del maglione, per restare nella metafora.

7) La circolarità fra i membri permette che il rapporto causa-effetto, nell’eventualità che il secondo non fosse soddisfacente per l’imperizia umana, sia immediatamente corretto con la strategia corrispondente e l’aggiunta, se fosse necessario, di nuovi elementi.

8) La chiusura “organizzazionale” del maglione è il collo su misura o la cerniera. Nel primo caso si tratta della compassione e dalla misericordia e il cursore. Nel secondo le cremagliera della giustizia e della pace, chiuse dal cursore della povertà evangelica (2Cor 8,9), la Kenosi, (Fil 2,7). In altre parole, l’amore, la carità, chiudono il sistema di evangelizzazione immergendo tutti i coinvolti nella realtà del Regno.

La struttura dei rapporti interpersonali è circolare e pone tutti sullo stesso piano. Questo tipo di rapporto sostiene espressioni filantropiche coinvolgenti e i valori del regno di Dio quali la solidarietà, responsabilità, trasparenza e la carità. Un nuovo sapere, oltre a formare la capacità del pensiero di apprendere i problemi globali e fondamentali della complessità, educa alla comprensione reciproca tra le persone, i popoli, le etnie, svolge un grande ruolo civilizzatore e stimola un circolo virtuoso che contribuisce  solidificare i valori del Regno.

 Il metodo

Si tratta di un processo artigianale nel quale il buon risultato – l’abilità dell’artigiano – è frutto d’interazioni circolari fra diversi soggetti o elementi. A tal fine è necessario fare chiarezza sui punti di riferimento e la corretta filosofia del loro rapporto nella dinamica di scambio.

Afferma Morin “Il metodo è una sorta di appunti preliminari, una specie di promemoria. Il metodo della complessità richiede di pensare senza mai chiudere i concetti, di spezzare le sfere chiuse, di ristabilire le articolazioni fra ciò che era disgiunto, di sforzarsi di comprendere la multidimensionalità, di pensare con la singolarità, con la località, con la temporalità, di non dimenticare mai le totalità integratrici” (27) (il sottolineato è mio).

Caratteristica del cammino.

** Gesù disse “io sono la via …”, la strada da percorrere e in essa le indicazioni necessarie al raggiungimento della meta. Ebbene, ll cammino della complessità ha due sponde che Morin indica come il principio ologrammatico  e il principio dell’anello ricorsivo.

–Il primo è proprio dell’organizzazione sociale, comporta“ che si abbandona un tipo di spiegazione lineare e si adotta un tipo di spiegazione in movimento, circolare, una spiegazione in cui per cercare di comprendere il fenomeno si va dalle parti al tutto e dal tutto alle parti” (28).

Nella riunione di due o tre persone in nome di Gesù Cristo, si fanno presente la sua Persona e tutta la Chiesa. Esse non sono parte della Chiesa, come la fetta della torta, ma tutta la Chiesa con la presenza del Risorto . Questo vuol dire che nel cammino si può incontrarlo in ogni momento e circostanza, se ci si allontana dalla spiegazione lineare per quella di tipo circolare. Che cosa ciò implica e vuol dire lo vedremo più avanti. Questo principio si riscontra anche nel fatto che in ogni frammento dell’Eucaristia c’è tutto il Cristo e il mistero pasquale.

–Al primo principio si connette il secondo, quello dell’anello ricorsivo “Una società è prodotta dalle interazioni fra individui, ma queste interazioni producono una totalità organizzatrice che retroagisce sugli individui per co-produrli quali individui umani” (29). Infatti, essi non sarebbero umani se non disponessero dell’educazione, del linguaggio e della cultura che la società elabora e sostiene.

Una volta strutturata, la società forma le persone con quello che essa dispone.  Cosicché la causa produce l’effetto, ma a sua volta quest’ultimo diventa causa. Se un gruppo corrotto (causa) promuove una struttura per salvaguardare i propri interessi (effetto), la struttura diventa causa che forma le persone alla corruzione. Il risultato è così devastante che Gesù con il suo insegnamento e pratica ha mostrato agli ascoltatori come procedere all’implosione della struttura: “Avete inteso che fu detto agli antichi (…) ma io vi dico” (Mt 5,21 ss); “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mc 2,27), come condizione per la manifestazione del regno.

Il risultato è l’evento pasquale, e con esso il regno è impiantato nella  persona di Gesù Cristo e nell’umanità che Gesù rappresenta davanti al Padre. Ora, il regno è disponibile e alla portata di chi crede il Lui e lo imita. Cosicché, la persona trasformata, redenta e rigenerata dall’evento pasquale promuova la struttura nella giustizia e nel diritto. A sua volta, tale struttura forma le persone in sintonia con il comandamento della carità e le beatitudini, e le incoraggia  perseverare in essi.

Tale principio è di grande importanza per il procedere dell’evangelizzazione, in quanto il vissuto personale e la struttura corrispondente non sono bianchi o neri, ma una grande varietà di sfumature di grigio, una mescolanza di regno e antiregno, e il soggetto oscilla da un polo all’altro, per cui un determinato momento partecipa pienamente degli effetti pasquali della realtà del regno e in un altro all’opposto, uscendo da esso (Mt 18, 17-23).

** “(perché) … verità e vita”. Il regno di Dio è in sintonia con la verità e la vita. Dovuto alla grande varietà di culture e popoli non c’è una formula fissa e prestabilita per elaborare verità e vita in abbondanza (Gv10,10).
Fra l’atro, Gesù non accenna al raggiungimento della meta perché si tratta di un processo in continua evoluzione ed espansione, come lo svolgersi della spirale.
In tutti i modi, la filosofia della complessità di Morin aiuta nel determinare punti di riferimento, che costituiscano gli elementi da elaborare nel cammino per il farsi della verità e della vita in abbondanza.

È quello che si riscontra nella prassi pastorale di Gesù. Egli non ha creato una nuova religione, anzi ha fatto saltare quella che c’era. Ha indicato una serie di “punti nodali”- appunti preliminari – e li ha combinati, legati fra loro in attenzione alle diverse circostanze e situazioni nelle quali si è trovato di fronte, avendo come chiusura “organizzazionale” il riscatto e la salvezza, ossia, la versione circostanziata di “verità e vita”. In tal modo ha suscitato nell’interlocutore la fiducia in se stesso per effetto della sua persona e nelle sue parole, al punto da percepire l’efficacia rinnovatrice e la conseguente trasformazione nello sgorgare “dal suo grembo – del credente -fiumi di acqua viva” (Gv 7,38).

Il “successo” fu tale che stupì lo stesso Gesù nel trovare più fede in un pagano che in Israele “In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! (…)và, avvenga per te come hai creduto” (Mt 8,10.13). Addirittura un infedele è proposto come modello di fede!

La strategia e il bricolage.

Per operare efficacemente per quanto riguarda “ la verità e la vita”, oltre alla “chiusura organizzazionale”, la strategia e il lavoro di bricolage sono imprescindibili.

++ La strategia. La complessità è realtà difficile, non c’è una ricetta semplice. Si tratta di convivere con essa e con lo stato di conflitto, cercando di non sprofondarvi dentro e anche di non infrangersi contro di essa. Morin afferma che “Essa richiede una strategia, perché solo essa può consentirci di avanzare entro ciò che è incerto e aleatorio. L’arte della guerra è la strategia. È un’arte difficile che deve tener conto non soltanto dell’incertezza dei movimenti del nemico, ma anche all’incertezza relativa a ciò che pensa il nemico, e quindi a ciò che pensa che noi pensiamo. La strategia è l’arte di utilizzare le informazioni che si producono nell’azione, di integrarle, di formularle in maniera subitanea in determinati schemi d’azione, e di porsi in grado di raccogliere il massimo di certezza per affrontare ciò che è incerto” (30).

Da essa dipende anche l’avvenire dell’uomo. Marco Montagnino evidenza che, in qualsiasi luogo ci troviamo, dobbiamo scegliere tra strategie (vie nuove) e programmi (soluzioni predeterminate). (31) Su scala umana, la strategia richiede lucidità nell’elaborazione e nella condotta, gioco d’iniziative e di responsabilità, pieno impiego delle competenze individuali; in altre parole un profondo utilizzo delle qualità del soggetto. Con l’organizzazione che garantisce capacità strategiche evolutive – contrapposta a quella di eseguire programmi – diventa possibile correggere o compensare ogni errore decisionale, ogni cedimento strutturale o locale. L’errore non solo è ineliminabile, ma è anche un momento ontologico costitutivo dell’organizzazione. Ciò aumenta esponenzialmente la possibilità di gestire con maggior successo gli errori e le conseguenze ingannevoli.

Pertanto, la strategia non inibisce semplicemente la possibilità d’errore, ancora non sufficiente, ma interagisce con l’errore stesso attraverso la condivisione della  sua funzionalità in grado di iniettare contenuti positivi, derivanti dal punto di vista teologico dalla Grazia, che possono rivelarsi l’unica soluzione. È il caso dell’esperienza di san Paolo (Rm 7,14-23).

La strategia è un elemento imprescindibile di fedeltà al deposito della fede; la Tradizione con la t maiuscola nell’elaborare risposte corrette. Essa permette quella singolare combinazione di continuità e discontinuità propria delle sintesi audaci, coraggiose, creative, adeguandole alla novità e alla complessità del vissuto, andando in questo modo ad accrescere il suo patrimonio. Ancora san Paolo ha dato l’esempio attraverso l’elaborazione del tema della giustificazione e della pretesa necessità della circoncisione per ottenere la salvezza.

++ Il bricolage. La strategia e l’attività responsabile – individuale e collettiva –  richiamano necessariamente il lavoro di bricolage. Esiste un’attività che racchiude una strategia efficace, attraverso l’utilizzo di materiali di provenienze disparate, ed eventualmente separati dalla loro funzione primaria, un grande bricolage. Cosicché il bricolage rivela probabilmente il vero volto della razionalità complessa, che lavora e si confronta con il disordine, il rischio, l’evento e la perturbazione che comportano, probabilmente, irrazionalità e iper razionalità insieme.

La Bibbia stessa è un grande lavoro di bricolage. La domanda è: Che cosa avvallano la bontà e la consistenza del bricolage? Non si tratta del fatto di unire “pezzi” presi dagli ambiti più disparati, ma l’adeguatezza etica ed efficace all’obiettivo proprio della chiusura “organizzazionale”. Dalla qualità del frutto si stabilisce la bontà dell’albero (Mt 7,16). Così l’insieme della chiusura “oganizzazionale”, strategia e bricolage in ordine alla carità.

 

 Un’analisi critica dell’organizzazione.

Mi avvalgo del lavoro di Marco Montagnino. Tutto quello che non si riferisce ad aspetti biblici e teologici è estratto o rielaborato (internet), indicando fra parentesi la pagina.

 

–La povertà “organizzazionale ” (p.93-98).

Nelle pagine precedenti, l’autore analizza criticamente il tipo di organizzazione, e con essa l’emergere dei fenomeni/problemi legati a tre aspetti: a)la specializzazione; b)la gerarchia; c)la centralizzazione, che ha creato fraintendimenti, false evidenze e semplificazioni grossolane da far sembrare specializzazione, gerarchia e centralizzazione vincoli ed esigenze “razionali” agli sviluppi della funzionalità e dell’efficacia in ogni organizzazione (p.76).

Tutto – scrive Morin – conferma questa visione. La nostra società comporta necessariamente uno Stato e un governo, ovvero un centro di comando/controllo, una gerarchia d’istanze nazionali/regionali/locali e di gruppi, caste o classi, a partire dalla gerarchia tra coloro che decidono e coloro che eseguono, così come una divisione del lavoro che sviluppa innumerevoli specializzazioni (p 76).

L’approccio semplificante ai concetti di specializzazione, gerarchia e centralizzazione ha e continua a ispirare le teorie della leadership più accreditata dalle elite dominanti. Per esse resta ideale l’organizzazione che procede dalla struttura piramidale centralista/gerarchica/specializzatrice con al vertice un unico centro di computazione/decisione/comando, organizzato come un clan, un’elite, saldamente mantenuto e trasmesso ereditariamente. Sui gradini le gerarchie di controllo, funzione e trasmissione di tale dominio, infine alla base gli operatori specializzati.

La più grande preoccupazione per chi comanda, in questo tipo di organizzazione, è conservare il potere in seno al gruppo di appartenenza e sviluppare, quindi, strategie solo in questa direzione (tra le quali, oltre la violenza fisica e non, la costruzione di adeguati impianti/sistemi simbolici). Si tratta di un apparato che presenta vantaggi certi, soprattutto quando il centro ha una competenza molto alta e ricca (del resto, è proverbiale che “sapere è potere”).

In sintesi, è un’organizzazione piramidale il cui vertice è il centro decisionale al quale sottostanno i diversi piani gerarchici; a un livello inferiore, le specializzazioni al loro servizio e sottoposta, infine, la base che accoglie e compie.

Tale organizzazione appare economica, razionale, funzionale. La decisione può essere presa molto rapidamente e non c’è pericolo che si abbia divergenza o conflitto sul suo principio o sulla sua esattezza. Si dà trasmissione/adattamento delle istruzioni a molteplici livelli di integrazione. Infine, una simile organizzazione beneficia della precisione e dell’efficacia operazionale propria della specializzazione.

L’autore si domanda cosa si nasconde dietro questa evidenza. Ecco i rischi che tale sistema comporta:

– Spreco: Il sotto-impiego delle competenze ai livelli subordinati e specializzati comporta che una decisione erronea, che non può essere ostacolata dagli esecutori, possa rivelarsi fatale, oltre che rischiare di far perdere tempo perché occorre che il centro riconosca e corregga il suo errore annullando il presupposto vantaggio della rapidità.

– Rigidità: di fronte ad ogni situazione nuova o inattesa la base specializzata deve riferirsi alla gerarchia, la quale trasmette il problema al vertice, che non è sul campo, e dal quale la decisione deve seguire a ritroso il percorso gerarchico per ritornare al punto arduo. Più in generale la lentezza di reazione che ne consegue, insieme allo spreco delle competenze locali e alla pesantezza dei vincoli gerarchici, determinano una rigidità permanente del sistema di fronte al rischio, all’incerto e al mutevole.

– Fragilità: il concentrarsi in una sola testa la competenza globale, la decisione e  l’iniziativa rende l’insieme mortalmente vulnerabile in quest’organo unico. Le organizzazioni policentriche hanno invece teste di riserva, anzi teste che rispuntano: le Idre di Lerna resistono agli Ercoli. Ognuno è indispensabile, questo sembra voler dire Morin.

– Parassitismo: l’individuo o la casta che detengono il potere di stato possono appagare senza freno (non essendo controllati dalla regola che controllano) i loro appetiti egocentrici e parassitano l’insieme del corpo sociale pur assumendo più o meno correttamente le loro funzioni di interesse generale.

Si può osservare che rigidità, spreco, fragilità e parassitismo si alimentano a vicenda in un circolo vizioso.

— Aspetti da prendere in considerazione per una soluzione emancipatrice.

Le società umane, osserva il filosofo del pensiero complesso, in particolare le nostre società storiche, hanno introdotto nel cuore dei rapporti umani l’opposizione drammatica del padrone e dello schiavo, cioè l’asservimento, lo sfruttamento e l’assoggettamento. Specializzazioni, centralizzazione, gerarchia comportano strutture di dominio/sottomissione e in particolare di assoggettamento.

Non si può nemmeno tenere in considerazione, come soluzione emancipatrice, l’ipotesi di una società senza antagonismi e conflitti interni, perché nulla è più ottuso, asservente e assoggettante di una società che pretenda di annullare i suoi conflitti e antagonismi. La sfida è rimane quella di tentare di superare quest’aporia.

L’autore domanda: Come immaginare una società in cui il gioco degli antagonismi e dei conflitti non produca dominio e sottomissione, asservimento e assoggettamento? E ancora, come risolvere il problema, non facilmente dissociabile dal precedente, del rapporto di assoggettamento tra la società e l’individuo?

Ogni società, anche la più burocratizzata, la più tecnicizzata, la più totalitaria e totalitarista, realmente non obbedisce allo schema della “pseudo razionalità mono-centrica, mono gerarchica, onni specializzata”, anche se anarchismo e pluralismo sono subordinati e assoggettati all’ordine centrico gerarchico. Inversamente, non possiamo ipotizzare per la società moderna una risposta di pura e semplice anarchia.

Possiamo cercare risposte solo nel senso di una complessità più alta di quella delle società esistenti o esistite in passato (…). Sembra, infatti, possibile concepire un progresso “organizzazionale”, fondato sulla regressione delle specializzazioni, delle gerarchie e della centralizzazione. Da esso deriverebbe la regressione correlativa degli asservimenti/assoggettamenti sullo sviluppo delle comunicazioni e delle fraternizzazioni, sul pieno impiego delle qualità strategiche, innovative e creatrici, ancora fortemente inibite o non coltivate nella nostra società.

Tale progresso consentirebbe di affrontare non più in termini di alternativa ingenua (rafforzamento o ‘deperimento’) il problema, perché consentirebbe la "complessificazione" del rapporto individuo/società e non la subordinazione di un termine all’altro.

In questo modo i tre aspetti – specializzazione, gerarchia e centralizzazione – sono rilevati dall’autore non solo nella specificità del termine, ma anche nella contemporaneità e complementarietà di altri termini che li integrano, completano e costituiscono le differenze in ognuno di essi. Pertanto, al centrismo –la centralizzazione – è legato il policentrismo e l’acentrismo; alla gerarchia  l’eterarchia e l’anarchia (quest’ultima non è la non-organizzazione, è l’organizzazione che si effettua a partire dalle associazioni/interazioni sinergiche di esseri computanti, senza che ci sia bisogno per questo di comando o di controllo proveniente da un livello superiore); alla specializzazione la diversità e la differenziazione.

Questi elementi sono necessari per far parte a pieno titolo dell’organizzazione – chiamata organismica – che costituisce la “base del processo creativo e ‘terreno su cui stare’ per rispondere alla sfida dei nostri tempi turbolenti, (…) tendente verso un ordine superiore di sintesi creativa (…) che fa crescere l'unità all'interno della molteplicità” (32)

Si può dunque notare il fatto che l’ordine superiore di sintesi creativa, che fa crescere l’unità all’interno della molteplicità, e il senso della complessità, più alta di quella delle società esistenti o esistite in passato cui fa riferimento l’autore, è rapportabile, nell’ambito teologico, al regno di Dio e specificamente all’evento escatologico e trinitario che si manifesterà pienamente alla fine dei tempi, ma già attuante nella storia.

Riprendendo le tre entità diverse e irriducibili puntualizzate come sei, nove e dodici, esse hanno per MCD – massimo comun divisore – il tre, perfettamente contenuto in ognuna di esse. Ma ciò non risponde alla loro totalità che rimarrebbe diminuita e mortificata. Invece il trentasei mcm – minimo comune multiplo – contiene perfettamente le totalità delle tre entità, fra l’altro inserite in ciò che le trascende: la riserva escatologica propria della Trinità e del mistero di Dio.

— La pratica di Gesù in rapporto a tali aspetti.

Mi sono chiesto se i “segni dei tempi” in ordine all’avvento del Regno siano rilevabili, e come l’evangelizzazione può avvalersi di essi in modo che la Buona Notizia diventi Buona Realtà?

== La specializzazione.

Nella persona di Gesù, l’azione divina s’inserisce pienamente in quella umana per instaurarvi il regno dell’amore di Dio. Il divino pervade l’umano senza snaturarsi né snaturare l’umano per la salvezza di tutto e di tutti.

Il Verbo, inserito a pieno nella natura umana, la pervade e fa sì che il tutto – il mistero di Dio – sia in ogni parte, ossia entra in sintonia con il processo ologrammatico indicato da Morin, pur non esaurendosi o rimanendo prigioniero in esso, in virtù dell’inesauribile trascendenza.

La specializzazione – il Verbo – vi entra in modo sorprendente e stupefacente (2Cor 8,9 e Fil 2,7) nella natura umana e fa sì che essa, una volta inserita nel tutto, “attivi una relativa despecializzazione, nella quale ritrova una certa autonomia e attraverso la quale essa continua ad operare a favore dell’integrità dell’organismo, pur essendosi sottratta, in qualche modo al suo controllo” (p.80).

Avviene una sorta di depotenziamento e un assoggettamento, perché tale è la natura umana rispetto al mistero di Dio, cosicché Dio stesso si umanizza nel suo “tutto”. Si snoda un’attività di despecializzazione/rispecializzazione. Aggiunge l’autore, “gli esseri specializzati racchiudono qualcosa di fondamentalmente non specializzato (…), che Morin chiama competenze potenziali, scrivendo, appunto, che la specializzazione è soltanto uno degli aspetti, una delle tendenze, una delle espressioni negli sviluppi organizzazionali della diversità” (p.81).

La capacità di despecializzarsi, là dove si manifesta, è una qualità individuale propriamente rigeneratrice che torna a vantaggio della comunità. Un’organizzazione vivente (a qualunque grado essa emerga), fondata totalmente sulla specializzazione, sarebbe incapace di far fronte ai problemi posti dai rischi, dalle concorrenze e dagli antagonismi, intrinsecamente presenti al suo interno all’emergere dell’individualità/soggettività.

Gesù, il Verbo depotenziando la sua specificità divina (messa come tra parentesi) -“ Kenose”-, entra pienamente in sintonia con la dinamica vivente a favore dell’umanità. Il depotenzaimento è un attributo divino perché profondamente vitale e necessario alla crescita e alla qualità di vita. Ciò fa di Gesù “colui che dà origine alla fede e la porta compimento” (Eb 12,2).

Il divino non è alternativo all’umano, ma il suo necessario completamento. La “ Kenose” non è estranea alla dinamica del credente perché crea in lui le condizioni per accogliere quello che non è specifico e attuare la rispecializzazione a favore del tutto, nell’orizzonte del mistero di Dio. La dinamica aiuta a capire come Gesù Cristo “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2Cor 8,9).

Morin ipotizza uno sviluppo ipercomplesso delle società umane in grado di farsi in/e attraverso la regressione delle specificità a vantaggio delle policompetenze e delle competenze generali. Questo suggerisce l’ipotesi per cui la depotenzializzazione assunta da Gesù, e quindi la conseguente preferenza verso i poveri, gli esclusi e i marginalizzati, non risponde tanto all’insondabile volontà trinitaria, ma anche alla profonda conoscenza della realtà umana e alla strategia necessaria per la salvezza di tutti e di tutto. Ecco, allora, che la Grazia – il Verbo fatto carne – non sostituisce la natura ma la integra e la porta alla sua perfezione.

== La gerarchia.

È comune la comprensione semplificata della gerarchia, concepita fondamentalmente in termini di livelli/piani d’inglobamento/integrazione, o in termini di dominanza/subordinazione. Cosicché l’organizzazione vivente oscilla in modi diversi tra due polarizzazioni: dominio da una parte e integrazione/inglobamento dall’altra (p.82). La gerarchia, se concepita in modo semplificatore, o s’identifica in moto puro e semplice all’asservimento e al dominio o maschera tale asservimento con i colori rosei dell’integrazione e della funzionalità (p. 88).

In primo luogo, Gesù con il suo comportamento mostra un’autorevolezza sorprendente perché ha davanti a sé una sorta di lavoro di architettura di un intero in continua espansione e crescita, che diventa sempre più complesso, dovendo rispondere alle situazioni più diverse, conflitti e inedite circostanze.

Lavoro che svolge con fermezza e sicura competenza, acquisita non perché la condizione di figlio di Dio gli dia delle doti speciali, ma per il permanente contatto con il Padre nello Spirito – la preghiera -, sostenuto dalla potenza dell’amore che motiva la sua de-specializzazione e lo mette in condizione di re-specializzarsi in uscite sorprendenti i cui risultati lo stupiscono, come il constatare maggiore fede in un pagano che in Israele. L’autorità è guadagnata sul campo; è altra da quella umana acquisita per eredità o elezione; è altra da quella derivante dalla semplice condizione di Figlio e dalla singolare e insondabile combinazione di vero Dio e vero uomo.

Non fa della sua singolare condizione il caposaldo gerarchico sul tipo in atto nella società, sarebbe una contraddizione con quello appena sopra.  Invece si potrebbe pensare il contrario, come la punta della piramide rovesciata verso il basso e non  verso l’alto. Infatti, ai discepoli non propone nessun tipo di gerarchia. Quando interviene perché litigano su chi fosse il più importante, rovescia la concezione piramidale di allora. Inoltre non stabilisce nessuna carica specifica ed esorta alla fratellanza nella pratica dell’amore vicendevole, con tutto quello che ne consegue.

Più ancora, sprona le folle che lo seguono, con parole molto dure, a discernere e capire i segni dei tempi (Lc 12, 54-57) presenti per la sua parola e azione (Mt 11,4-6) e agire in sintonia con l’avvento del regno. Quest’intervento sembra indurre all’anarchia, ma, in effetti, chiama alla solidarietà e alla responsabilità creativa e innovativa a favore del regno.

Tutto ciò ha riscontro nel fatto che, in ogni organizzazione vivente, “ l’organizzazione gerarchica ha bisogno di organizzazione non gerarchica”; esige la presenza di gerarchie concorrenti e di forme antagoniste alla gerarchia. Si ritrova la logica “organizzazionale” del fenomeno della specializzazione. È assolutamente necessario, afferma Morin, che vi sia al suo interno una componente anarchica. “L’anarchia senza controllo superiore costituisce un tutto che stabilisce il suo controllo superiore […] la componente anarchica, quando interviene tra esseri ineguali quanto a capacità e a mezzi d’azione, crea di per se stessa gerarchia senza tuttavia che si inaridisca la fonte anarchica (…).Un organismo si auto-produce in modo anarchico pur organizzandosi in modo gerarchico.” (p.87).

Bisogna evitare che la gerarchia sviluppi assoggettamento, e quindi, che i sistemi, gli esseri, gli individui, diventino sotto-sistemi, sotto-esseri, sotto-individui, e quando si tratta di esseri umani, che essi siano ridotti allo stato di sotto-uomini (p.87).

Per arricchire la nozione di gerarchia, dunque, è necessario comprenderla proprio nella sua complessità, nella sua dialettica, porla in costellazione con le nozioni di anarchia, di eterarchia, di poliarchia, con le quali si svolgono relazioni complesse perché essa sia effettivamente “organizzazionale”. È necessario che si abbia al suo interno elasticità e gioco tra i livelli, autonomia degli assoggettati, possibilità di decisione, e, di conseguenza, distribuzione della responsabilità già alla base dell’organizzazione.

Questa formula risponde alle caratteristiche ed esigenze della grande mistica la quale afferma che, per arrivare al punto che non conosci devi intraprendere il cammino che non conosci. Non conoscere, e la ricaduta a livello umano psicologico, morale e sociale, è proprio la caratteristica primordiale della complessità

Evidentemente quello che attrae come la calamita la limatura di ferro affinché la complessità si organizzi in modo gerarchico, è il punto che non conosci, l’escatologico, la Trinità, il Regno, costituito e sorretto dalla dinamica di continuità e discontinuità, gerarchicamente organizzata dalla prassi della carità.

Al credente l’audacia, il coraggio e la creatività nel cammino.

 

== La centralizzazione.

Concependo l’organizzazione vivente in modo soltanto gerarchico, e la gerarchia in modo unicamente piramidale, si crede, dice Morin, che tale organizzazione abbia bisogno, al suo vertice, di un unico centro dotato di competenza generale, che possa garantire il comando e il controllo.

Per la fede la competenza generale trasmessa al credente e alla comunità (Lc 12, 54-56) è sostenuta e alimentata dalla presenza del Risorto e dello Spirito effuso sulla creazione nella Pentecoste che garantiscono il comando e il controllo e con essi la corretta soggettività nel relativo della circostanza.

In tal modo si stabilisce il rapporto per cui il centrismo della Trinità connette, in relazione complessa, con l’acentrismo e il policentrismo della comunità – due o tre riuniti nel nome del Signore – e della persona.

Un’organizzazione policentrica racchiude tanti centri computanti quanti sono gli individui che la compongono. In altre parole, tutto ciò che è acentrico è in qualche modo policentrico, e tutto ciò che è policentrico è in qualche modo acentrico. Il cervello è un esempio il cui policentrismo/acentrismo celebrale, non è un tratto di sottosviluppo ma di straordinaria complessità.

Un’organizzazione può essere detta acentrica quando è la totalità del sistema a stabilire ordinamento/controllo/regolazione per retroazione sulle parti. Le proprietà globali (auto-riparazione, adattamento, apprendimento, regolazione, cooperazione, ecc.) sono assicurate dai centri locali che, in un certo modo, si sincronizzano.

La totalità del sistema è il regno nel presente, anticipo e speranza del futuro alla fine dei tempi. Le proprietà globali (le beatitudini, il denaro, il matrimonio, potere, ecc.) sono assicurate dalle comunità locali e dall’audacia, coraggio e creatività del credente. In tal modo cresce l’unità nella diversità.

L’individuo vive dunque non soltanto alternativamente, non soltanto complementarmente, non soltanto conflittualmente, ma anche indistintamente e concorrentemente con l’ “oikos” . Per l’uomo quest’ambiente è anche la società in cui vive.

L’ambiguità conseguente sta nel fatto che entrambi, ciascuno a suo modo individuo con la sua testa, rispondono a una logica apparentemente centrica, ma in un’altra prospettiva costituiscono una stessa organizzazione. L’ambiguità è ineliminabile e ci rammenta costantemente che centrismo, policentrismo e acentrismo sono caratteri complessi, diversamente e dialogicamente legati, che ritroviamo in ogni parte dell’universo vivente (p.92).

L’impostazione organizzativa dell’evangelizzazione.

Il grande problema di un’organizzazione è anche quello di essere capace di affrontare gli errori, le incertezze, i pericoli; cioè avere capacità strategiche ed evolutive. L’importante per un’organizzazione non è soltanto l'adattarsi ma apprendere, inventare, creare.

Non esiste formula o «logica» organizzazionale che possa eliminare dall’organizzazione il disordine o l’errore. Ogni concezione ideale di un’organizzazione che sia solo ordine, funzionalità, armonia, coerenza è un sogno d’ideologi e/o tecnocrati; è soltanto irrazionalità che elimina la vita. Non si può tralasciare che il mondo è una realtà ambigua di grano e zizzania, e lo sarà fino alla fine dei tempi.

È pure illusione l’efficacia dell’esercizio del comando in sintonia con il pensiero lineare. Esso solo risolvere i problemi d’informazione e comunicazione, perché, preso alla lettera, preclude ogni decisione a livello diverso da quello del comando, ma anche ogni iniziativa o creatività; quindi annichilisce ogni individualità che non sia quella rappresentata dal centro di comando e dai suoi membri.

Andare oltre -il pensiero complesso – per Morin vuol dire l’arte/scienza del pilotare insieme, in cui la comunicazione non è più uno strumento del comando ma una forma simbiotica complessa di organizzazione (p.105). Si realizza la riorganizzazione del destinatario e del suo rapporto con l’ambiente. Si può leggere in esso il “camminare umilmente con il tuo Dio” di (Mi 6,8).

È quello che si rileva dalla missione di Gesù. Si rivolge alle folle e ai discepoli – uomini e donne comuni senza specifiche competenze – e li istruisce riguardo al regno; non elabora una dottrina né un programma ma si attiene alla strategia che gli permette di apprendere, inventare e creare, caso per caso, la risposta adeguata.

Gesù è cosciente dell’inevitabile scontro con l’ufficialità e delle conseguenze che ne derivano. Suscita sgomento e perplessità con l’insegnamento e l’azione connessa, al punto che un uomo della portata di Giovanni Battista, in carcere, rimane profondamente scosso (Mt 11, 2-6).

 

4a Parte

Tirando i fili verso un ipotetico quadro generale dell’evangelizzazione.

 ++Le parallele convergenti.

Nel rispetto delle reciproche convinzioni della ricerca aconfessionale e teologica sul mistero della vita, Morin si distanzia dal contenuto in se stesso, pur usando la terminologia comune alla teologia. Ho estratto dall’autore – Montagnino –  alcuni passi, riportati di seguito, che mostrano la fragilità delle barriere che si erigono nell’affermare la propria identità e appartenenza, riguardo a ciò che si ritiene lontano o incomunicabile perché diverso.

“L’essere umano è un vivente tra i viventi (…). L’ipercomplessità richiede delle virtù che corrispondono alla sua natura, tra queste la fraternità e l’amore. La nozione di fraternità è ambivalente: è fraternizzazione contro l’esterno, ma comporta anche aspetti di rivalità, conflittualità e ineguaglianza. Ma è questa fraternità che fonda la società, e non la struttura piramidale che vi si sviluppa grazie alle dialogiche antagonistiche che la stessa fraternità comporta. Il legame sociale è nella relazione fraterna (…)

L’ipercomplessità antropo-sociale richiede, dunque, non solo il ritorno alle origini della fraternità fondatrice, ma una nuova fraternità, che superi, continuamente, l’ineluttabile processo rivalitario e, correlativamente, aprono la fraternità chiusa, che si fonda e si alimenta nel e grazie al rigetto immunologico dell’estraneo, in una fraternità, al contrario, fondata sull’inclusione dell’estraneo. (…)

Queste due esigenze hanno bisogno di essere continuamente rigenerate da una fonte d’amore, scrive Morin. L’amore è insieme mezzo e fine dell’ipercomplessità (poiché di essa costituisce il compimento più ricco). In questo senso, l’amore è la vera religione – nel senso originario del termine, ciò che raccoglie – dell’ipercomplessità: raccoglie le individualità egocentriche nei loro caratteri più intimamente e intensamente soggettivi.” (p 111-113).

“Preme a Morin mettere in risalto che l’indebolimento della percezione del globale conduce all’indebolimento della responsabilità (perché ciascuno tende a essere responsabile solo del suo compito specializzato), nonché all’indebolimento della solidarietà (in quanto ciascuno non sente più il legame con gli altri): più i problemi diventano multidimensionali, più si è incapaci di pensare la loro multidimensionalità; più progredisce la crisi, più progredisce l’incapacità a pensare la crisi; più i problemi diventano planetari, più diventano impensati. Incapace di considerare il contesto e il complesso planetario, l’intelligenza cieca rende incoscienti e irresponsabili.” (p. 115).

Quasi senza accorgersene e portati dall’onda del mistero della vita, nel quale tutto e tutti sono immersi, l’individuo si trova partecipe dell’ambito dell’altro. Il che manifesta che le due rotaie, rigorosamente parallele, convergono nella monorotaia dell’etica sul treno ad alta velocità della storia.

++ La monorotaia etica.

L’Umanità ha cessato di essere una nozione solamente ideale – scrive Morin -, ed è ormai una nozione etica: è ciò che deve essere realizzato da tutti e in tutti e in ciascuno. Poiché la specie umana continua la sua avventura sotto la minaccia dell’autodistruzione, l’imperativo è divenuto: salvare l’Umanità realizzandola.” (p. 119).

Considerando che l’ethos è la filosofia della vita e l’impulso vitale nella ricerca della felicità e del senso dell’esistenza, esso può essere connotato come il fondamento che sostiene l’umano, l’origine delle norme e della diversità di culture e di religioni. Pertanto, si può intendere come il primo sigillo del Creatore impresso negli esseri umani. Non a caso, dall’ethos procedono le norme e le diversità delle relazioni fondamentali con se stesso, con gli altri, con la natura e con Dio.

Se l’etica è la filosofia, la morale è la pratica: le due sono strettamente unite. La prima è come la coscienza della seconda, e ne determina la correttezza o meno. Per questo, la morale elabora nuovi rapporti con tutto. Il risultato è la formazione della coscienza di un nuovo essere che, crescendo e consolidandosi, conforma tutta la persona come soggetto di unità nella diversità e autonomia nella comunione.

“Per Morin le fonti dell’etica (dove attinge la morale) sono “la solidarietà e la responsabilità. La rigenerazione etica si può solo realizzare all’interno di un complesso processo di trasformazione e rigenerazione umana, sociale e storica. Come tutto ciò che è vivo, l’etica è allo stesso tempo autonoma e dipendente. Quest’autonomia non deve mai dissolversi e, per rigenerarla, bisogna riformare i contesti che possono portare alla sua rigenerazione: la riforma delle menti, la riforma della vita (del modo di vivere), la riforma sociale, la riforma dello Stato; la rigenerazione etica della solidarietà e della responsabilità dipende da una rigenerazione generale, che dipende dalla rigenerazione etica. L’anello riformatore, così emerso, dovrebbe implicare solidarietà vissute, nuove regole economiche, la supremazia della qualità della vita, e infine la convivialità”. (p.117).

Di conseguenza, sorge la passione del possibile riguardo alla trasformazione sociale, come logico sbocco e continuazione del processo personale. In effetti, dimensione personale e dimensione sociale formano un tutt’uno interdipendente e interagente.

Il versante teologico offre un’ulteriore spinta in tale direzione. La trasformazione del mondo interiore operata da Cristo e accolta con gratitudine, sfuggente al sentire e ai criteri umani, si fa realtà visibile nelle azioni e nelle scelte concrete. Queste ultime diventano stile di vita, scelte consapevoli, sapienza e sapore del vissuto nell’esercizio della solidarietà e responsabilità, declinano in modo sempre più lucido, radicale e veritiero le indicazioni del decalogo e delle beatitudini del Vangelo.

Ancora, il presente acquista spessore e importanza, e in esso trascendenza e immanenza s’incontrano come congiunzione di opposti, si introducono alla soglia del mistero dove la persona percepisce la pienezza di senso e la vita in abbondanza promessa da Gesù.

La passione del possibile riguardo alla trasformazione sociale, come logico sbocco e continuazione del processo personale, si manifesta nella successione per la causa del Regno, nel conflitto e lotta tra la vita e la morte (quest’ultima non solo fisica, ma nelle sue declinazioni di disumanizzazione, di vuoto e non senso, di comportamento aberrante a livello personale e sociale, per aver reso inefficace la presenza dello Spirito). La profondità etica è indicata dal profeta “Uomo, ti è stato indicato ciò che è buono, e ciò che il Signore richiede da te: praticare la giustizia, amare la bontà e camminare umilmente con il tuo Dio” (Mi 6,8).

Tutto ciò non è una realtà acquisita una volta e per sempre, in quanto il nuovo irrompe molte volte inaspettatamente, e l’attualizzazione del dono per la nuova sintesi non è mera proprietà personale. Inoltre, l’esperienza della propria fragilità e inconsistenza – il peccato – trasmette la percezione di vuoto, di non senso, di allontanamento da tutto e di tutti, come se tutto fosse stato solo un sogno.

Tuttavia, dal profondo dell’animo la memoria suscita l’impulso, il desiderio di quell’esperienza, la convinzione del riscatto e la volontà di riassumere le condizioni necessarie in virtù della dimensione escatologica della speranza, la presenza del divino.

 

Dall’etica al Regno di Dio. Alcuni aspetti che accompagnano il processo.

 

  1.  L’impulso creativo e l’emergere di nuove risposte,

A motivare Gesù all’azione sono la compassione e la misericordia. Le opere che egli realizza partono dalla disumanità e dalla sofferenza in cui giacciono gli sfruttati, i più esposti al sopruso – lo straniero, la vedova e l’orfano, le vittime dell’ipocrisia religiosa e quelle dominate dall’arroganza e prepotenza dei ricchi, dai governatori e autorità la cui funzione è mantenersi al potere. Per tutti costoro, Gesù elabora una nuova risposta e apre un cammino alternativo.

La sua è una risposta coraggiosa, che rielabora il cammino stabilito da leggi e consuetudini, sostenute anche da una teologia che, essendo divenuta un’ideologia religiosa spacciata come volontà di Dio e cammino di salvezza, invece di liberare, mantiene o produce ingiustizia e oppressione continua.

Ecco, allora, l’audacia di Gesù “Avete inteso che fu detto (…) ma io vi dico” del discorso della montagna e l’agire liberatorio in tempi proibiti nel proporre e vivere Lui stesso, con i suoi discepoli, uno stile di vita e di rapporti fra le persone – esclusi, stranieri, autorità costituite – totalmente inusuale e innovativo.

Per l’impulso creativo egli realizza le opere del Padre. Dice a chi lo segue che faranno opere ancora maggiori “chi crede in me, anch’egli compirà opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste” (Gv 14,12). Sembra un’esagerazione, una stravaganza, un dire tanto per dire. Invece, stimola i discepoli al coraggio e all’audacia di andare oltre, mantenendoli incrollabili di fronte a chi li invita a desistere.

Interiorizzare quanto lui ha detto e fatto rende la persona efficace destinataria delle due profezie “vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme” (Ez 36,26-27), e “Questa sarà l’Alleanza (…) porrò la mia legge dentro di voi, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo” (Ger 31,33).

In tal modo, il rapporto diretto crea le condizioni del legittimo agire, che lui stesso incoraggia (Lc 12, 57).  Vagliare e riconoscere quello che è giusto nelle sue parole e azioni equivale all’incontro fra l’escatos e il nuovo che sorge, nel quale percepire i segni dei tempi del Regno già presente, e di conseguenza elaborare risposte e comportamenti che portano alla luce quello che prima non esisteva o restava sommerso.

L’impulso della paternità dell’escatos e della maternità dell’accoglienza fiduciosa fecondano un nuovo essere, che si percepisce e riconosce di appartenere a Dio come figlio adottivo, così come Dio lo riconosce come parte integrante del suo Regno. I due si appartengono mutuamente, a livelli diversi: l’uomo si divinizza e Dio si umanizza.

Dio nel discepolo ha creato una nuova realtà, sul modello di Maria che ricevendo l’escatos ha dato alla luce quella singolare unione del divino con l’umano. In un certo senso, la generazione del Verbo continua, non terminerà mai, forse neanche quando Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

 

  1. Affermazione della soggettività autonoma.

A questo punto, la coscienza dell’unicità e dell’irriducibilità della persona si arricchisce per l’integrarsi in Gesù Cristo. Essa scopre con evidenza che la sua vera identità non sta in se stessa, ma in Lui. Ricerca e rielabora in Lui e con Lui l’ identità, che sarà contemporaneamente acquisita, per la dinamica della carità. Sarà sempre un dono e mai un possesso.

È ciò che san Paolo audacemente afferma di sé: “non sono più io, ma Cristo vive in me” (Gal2,20). Attenzione: quest’affermazione è posta in mezzo ad altre due: “Sono stato crocefisso con Cristo (…) E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me”. Egli, con altre espressioni, manifesta la solidità e consistenza di tale identità, la quale lascia intravedere grandi passi in avanti del “già” riguardo al “non ancora”.

Pertanto, la soggettività guadagna sempre più consistenza e forza per il proprio agire. Diviene una realtà autonoma, in condizioni di bere dal proprio pozzo: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva» (Gv 7,37-38). Tale realtà è sempre più capacitata e motivata a svolgere la missione con decisioni e atteggiamenti sorprendenti, che vanno oltre la Legge, come lo è stato per Paolo quando cominciò a predicare ed agire riguardo alla circoncisione, sino a scontrarsi apertamente con Pietro in Antiochia.

A questo punto soggettività e missione camminano assieme, tanto che Paolo dirà: guai a me se non evangelizzassi. Come Paolo, nessuno è un soggetto isolato. Solitario sì, in virtù dell’unicità e irriducibilità della soggettività – il proprio essere in Cristo – ma non isolato. Infatti, ognuno vive nel mondo e in comunione con chi condivide la fede e partecipa della stessa missione, la Chiesa, la comunità credente. Una comunione che non è uniformità ma rapporto simbiotico.

 

  1.  Il  possibile rapporto simbiotico fra soggettività e Istituzione.

Il corretto rapporto di crescita dell’istituzione e del soggetto, congiuntamente e secondo la specificità del proprio ruolo, è determinato dall’insieme cui fa riferimento, in particolare l’escatos – il citato trentasei – il misterioso Ultimo e Definitivo di Dio.

Il processo si attiva per il servizio disinteressato e gratuito che apre la mente e dilata il cuore alla fiduciosa ricerca della verità, con umiltà creativa, perché l’amore di Dio è versato nel cuore delle persone e su tutta creazione dallo Spirito Santo. Nel processo, il rapporto si rinvigorisce e costituisce l’elemento di crescita differenziata, nel senso che il soggetto riconosce se stesso in cammino verso orizzonti di pienezza di vita, e l’istituzione è arricchita dalla coscienza di svolgere, con maggiore sensibilità e risultato, la finalità del proprio servizio.

Nel rapporto circolare, l’insieme – soggetto e istituzione – cresce in qualità, sviluppa le sue potenzialità e si pone come riferimento per la ricerca di sempre nuove risposte. È un insieme dinamico, che non si esaurisce nella ripetizione conservatrice ma per l’audacia e la creatività elabora risposte adeguate in continuità/rottura con il consuetudinario e abituale: “divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e antiche” (Mt 13,52).

Il trentasei rende necessariamente umili ascoltatori e servi. Cosicché la persona nell’assumere nuovi orizzonti di senso ed elaborare nuove risposte – sempre penultime – realizzi il comandamento del Signore (Gv 15,12), trasmettendo  luce e iniettando sale e fermento nel vissuto giornaliero. Sull’altro versante, l’istituzione esercita la propria autorevolezza nel percepire e sostenere la comunione delle soggettività,  gestendo la tensione verso nuovi passi in avanti, mediando nel penultimo il “già” del “non ancora”.

  1.  Il fallimento del rapporto simbiotico.

È diffusa l’opinione che l’escatos – il trentasei – sia un riferimento troppo alto, astratto, teorico, disincarnato, irraggiungibile, adatto a sognatori senza piedi per terra. Salvo momenti specifici o situazioni particolari, esso non è preso in dovuta considerazione perché ritenuto evasione dalla realtà.

Eppure il sogno è importante, anche dal semplice punto di vista dell’esperienza umana. Basta ricordare il famoso discorso di Martin Luter King e la straordinaria energia di Ghandi nel perseguire il proprio progetto. Per non parlare di Oscar Romero e tanti altri che hanno “sognato”, convinti che un mondo diverso fosse possibile.

L’opposto è fare riferimento al tre, il massimo comune divisore di sei, nove e dodici. In tal caso, si configurano rapporti e risultati ben diversi e addirittura contrapposti al trentasei. Questo perché il tre offre all’istituzione maggiori possibilità di esercitare il potere e verificare la visibilità dell’unione, constatabile nell’osservanza di alcune norme e gesti stabiliti. Inoltre, permette pronte risposte ad ogni circostanza e in qualsiasi caso, atteggiamento proprio di chi possiede tutta la verità.

Per il soggetto è una facile e comoda conformità a un livello minimo, che avalla il senso d’appartenenza per la soddisfazione di alcune richieste stabilite dall’istituzione stessa. Fa propri gli aspetti segnalati (p.6) che costituiscono l’imperare della mediocrità. Si evidenzia l’incapacità di gestire la diversità, la complessità e la soggettività, nonostante l’affermazione condivisa che la persona per la sua diversità è un valore e fonte di arricchimento reciproco – che restano, purtroppo, mere espressioni verbali. La soggettività è ritenuta arricchimento, purché non metta in discussione o vada oltre il parametro precostituito, e non sia una minaccia all’autorità e alla competenza del potere costituito.

Si stabilizza dunque una doppia convenienza della persona e dell’istituzione, dovuta alla mancanza di spessore, alla formalità esteriore senza animo e vera vita, che avvia alla disintegrazione del gruppo e alla sua morte.

 

  1. Gli effetti, la tensione verso il peccato o il cammino nella grazia.

Il trentasei e il tre costituiscono i due estremi, bianco e nero, in netta opposizione tra di loro come la grazia e il peccato. Raramente il soggetto assume pienamente un polo o l’altro. Il più comune dei casi è la grande varietà di grigio soggetto a mutabilità, per avvicinarsi a un polo o all’altro secondo i casi e le circostanze. Il grigio è la condizione del “già” chiamato a determinarsi verso un “non ancora” costituito da uno dei due poli.

L’autoreferenzialità chiusa in se stessa fa tendere o rimanere nel tre con conseguente declino nel ripetersi, nella monotonia, insignificanza, indifferenza, e allo stesso tempo suscita opposizione, rifiuto e conflitto verso chi si determina sul versante opposto. I motivi possono essere molteplici, ben noti e voluti per alcuni, inconsapevoli ed involontari – in buona fede – per altri. Di tutti i modi la posta in gioco è la crescita della persona, come pure il futuro dell’istituzione, della missione e delle persone impegnate in essa.

Nella tensione verso il trentasei, la persona ritrova se stessa nella vera e autentica realtà come soggetto donato, che non è frutto del proprio sforzo, come lo è il risultato del proprio lavoro, ma di una provenienza che sfugge al proprio dominio in quanto dono e grazia.  Di conseguenza, si ritrova in sintonia con il tutto e con tutti, con uno sguardo affine a quello di Dio sull’opera delle sue mani. In tal senso, chi è stato causa di ripudio, di sofferenza nei suoi riguardi, è percepito nell’ottica della compassione e della misericordia per il profondo abisso in cui è immerso e, pertanto, destinatario delle parole di Cristo sulla croce.

A questo punto, la persona si configura come “solitudine abitata”, ed entra nell’orizzonte mistico. In altre parole, percepisce se stessa come qualcosa che non gli appartiene, perché semplicemente donata, anche nei gesti minimi che richiedono la propria volontà, decisione, partecipazione e determinazione. Tutto quello che sembrava gli appartenesse e sul quale poteva avere il consenso di tutti al diritto di proprietà, non lo è più. Gli appartiene, senza dubbio, ma in un modo diverso, come dono.

Nella “solitudine abitata” il mistero presente in essa si riappropria di tutto, anche della vita e dell’esistenza e, allo stesso tempo, non toglie niente lasciando tutto com’è. Si collega con l’esperienza di Paolo “non sono più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). È il trionfo del Regno di Dio in lui.

 

  1. La dimensione di eternità nel presente.

La buona notizia del Vangelo diventa buona realtà, il presente è carico di futuro. Ecco allora sorgere lo stupore, la meraviglia e il senso della giusta direzione delle scelte decisive, per le quali valeva la pena affrontare difficoltà e ostacoli.

Soddisfazione e gioia sono presenti nella solitudine, nella perdita e nella sofferenza (il contrario della gioia non è la sofferenza, ma la tristezza che proviene dal “tre”) e, con esse, la valorizzazione della soggettività. Essa è tale perché comunione e integrazione di tutto e di tutti. Si configura come un microcosmo come parte integrante di tutto l’universo già redento, rigenerato e rinnovato dalla grazia di Cristo.

A questa percezione si possono attribuire tutte le categorie teologiche e mistiche che l’abbondante letteratura al riguardo offre. Si è in sintonia e partecipi di un qualcosa già pensato, descritto e ascoltato, perché l’avvicinarsi e il raggiungere questa condizione è l’immersione nell’amore stesso: “ Dio è Amore”.

  1. Il ciclo riprende

 

Per il misterioso disegno dell’Ultimo e Definitivo nessuno può trattenere, per se stesso, il momento presente. È una proprietà della spirale che si espande sempre più, simile a una trivella che scende in profondità inimmaginabili. Allora il punto di arrivo coincide, allo stesso tempo, con quello di un nuovo inizio per avanzare nella profondità inesauribile dell’oceano della vita, ossia del mistero di Dio.

 

Un pensiero finale con occhio sulla nostra realtà.

Mi chiedo se il lodevole impegno in atto riguardo le diverse forme di povertà disumana, di sfruttamento della persona, di ingiustizia e discriminazione sociale, di salvaguardia del creato e altro, non copra solo il 50% dell’attenzione.  Manca l’altro lato, l’attenzione alla complessità, della quale questo lavoro costituisce un semplice richiamo. Metaforicamente, è come cucinare un lato della frittata, con il pericolo di bruciarlo, lasciando crudo l'altro. Si tratta di voltarla senza romperla, perché sia commestibile e buona. Il vino nuovo richiede otri nuovi.

Inoltre, parafrasando l’affermazione di K.Rahner: “La missione sarà cammino nell’evento mistico o non sarà la missione di Cristo”.  Forse, non si deve anche a questa “disattenzione” lo svuotarsi delle chiese, e il preoccupante calo delle vocazioni in Europa?

 

NOTE

Salvo diversa indicazione le citazioni sono tratte da GIANLUCA BOCCHI e MAURO CERUTI (a cura) – La sfida della complessità, Feltrinelli, Milano, 1987 3a Ed. (Nuova edizione 2007)

  1. Wasim Salam. Desiderio e grazia. Levinas e de Lubac. (internet).
  2. Diarmuid O’Murchu. Teologia quantica  – Ed. Abya Yala 2014 p.9 “dice varie volte S.Tommaso d’Aquino nella sua opera ”.          
  3. Antonio Nitrola. Trattato di Escatologia 1. Spunti per un pensare escatologico. San Paolo 2001 pag 19-90.
  4. Edgar Morin. Le vie della complessità  o.c. p. 57.
  5. Jean-Louis le Mogne. o.c. p. 89
  6.  Edgar Morin. o.c. p.49
  7.     “          “                p.57
  8. Sintesi di contributi sul tema di Bordignon, Fisichella, Ruggeri e Molari (internet).
  9. Mauro Ceruti. La hybris dell’onniscienza e la sfida della complessità. o.c. p.43
  10. Ilya Prigogine. L’esplorazione della complessità. o.c. p.187.
  11.    “          “         o.c. p..180.
  12.    “             “           p. 180.
  13. Diarmuid O’Murchu. Teologia quantica  – Ed. Abya Yala 2014. p.44
  14.    “             “       p.46
  15.    “            “        p. 48
  16.    “            “        p. 52
  17. R. Parascandolo . Tempo ed  entropia, Stralcio dell’intervista a Prigogine.  (internet)
  18. Ilya Prigogine. o.c. p.190-191
  19.     “             ”               p.192
  20.    “              “               p.192
  21. Marco Montagnino. Differenza, autonomia, complessità organizzazionale.Dialettica del pensiero complesso di Edgar Morin. Ed. petite plaisance 2012. (Anche internet p.VII.)
  22. Mauro Ceruti. o.c. La hybris dell’onniscienza e la sfida della complessità. p.37
  23.      “           “       o.c. p.37
  24. Francisco J. Varela.  o.c. Complessità del cervello e autonomia del vivente, p. 146-147.
  25. Mauro Ceruti. o.c. p.37.
  26. Valentina Casirati. Traiettorie di epistemologia della complessità. (internet) pag 4 e 3.
  27. Edgar Morin. o.c. p.59
  28.  “            “                 p.52
  29.     “          “               p.53
  30.    “           “                p. 59
  31. Marco Montagnino. o.c. Interessante analisi del rapporto strategia- programma p. 62-67.
  32. Martha Crampton. A cura di Luciano Marchino. Vedi le caratteristiche e i presupposti – Centro di Documentazione Wilhelm Reich (internet).
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