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Ecco la stesura definitiva del testo di Padre Luigi Consonni dal titolo "Il Paradigma e il Rinnovamento dell'Evangelizzazione dentro e fuori della Chiesa", pubblicato l'11/09/2019.

 

NOTA: Può essere liberamente scaricato, divulgato e pubblicato con qualunque mezzo, citando l'Autore e la fonte.

 

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IL PARADIGMA E IL RINNOVAMENTO DELL’EVANGELIZZAZIONE

FUORI E DENTRO DELLA CHIESA

– Dalla Buona Notizia alla Buona Realtà –

 

Nota Preliminare: Questo elaborato è un primo passo. Semplicemente raccoglie dei punti e la traccia di un lavoro da completare e approfondire.

 

– Parte Prima –

IL RINNOVAMENTO DELL'EVANGELIZZAZIONE

NEL MONDO CONTEMPORANEO

 

INTRODUZIONE

RIPENSARE L’EVANGELIZZAZIONE

Nell’ambito occidentale è più che evidente la crisi dell’evangelizzazione in atto. Viene alla mente la nota e sconcertante affermazione del Card. Martini, poco prima della sua morte, riguardante l’arretratezza di duecento anni della Chiesa. Arretrata rispetto a che cosa? Non credo si riferisse agli studi biblici e teologici che, anzi, fanno passi da gigante. Suppongo riguardi – fra gli altri possibili aspetti – il fatto che la Chiesa sia rimasta come a metà strada nell’attuazione dei dettami del Concilio Vaticano II.

Si è avuto, indubbiamente, il rinnovamento teologico e biblico per una vita di comunione, fraternità e responsabilità di tipo circolare. Al riguardo è rimasta famosa l’immagine del cerchio, in cui tutti interagiscono sullo stesso piano, ma non si è andati oltre. Tutto il resto è, sostanzialmente, rimasto come prima, salvo alcuni aspetti secondari. Mi riferisco particolarmente alla modalità di prendere in considerazione il vissuto complesso, la struttura di potere e di comando, l’organizzazione centralizzata e il processo di evangelizzazione. Si è mantenuta, in sostanza, lo schema della piramide.

In realtà la riforma si è fermata a metà strada e la conseguenza è che si è registrata la consolidazione dell’autoreferenzialità per uscire dalla quale – la chiesa in uscita sollecitata dal Papa – è richiesta l’elaborazione di un nuovo paradigma dell’evangelizzazione, ossia di un nuovo modello da assumere incondizionatamente, ben consapevoli di incontrare, sicuramente, la resistenza di chi si propone di salvare il vecchio paradigma. Ma, prima o poi, giungerà, necessariamente, il momento in cui quest’ultimo modello sarà abbandonato.

Tuttavia, è doveroso prendere atto che tra il nuovo e il vecchio paradigma c’è un rapporto di continuità/discontinuità, in virtù della “riserva” escatologica, l’inesauribile “serbatoio” di amore, bontà, misericordia, giustizia, di vita eterna e altro.

L’evento escatologico della signoria di Dio – l’avvento del Regno nelle circostanze del passato -, conformando il vecchio paradigma, non esaurisce la sua realtà e potenzialità ma rimane una riserva. Ora, nel presente, lo stesso evento attualizza la signoria nelle nuove circostanze personali e sociali che conducono all’elaborazione del nuovo paradigma.

La continuità riguarda l’efficacia del mistero pasquale e la discontinuità attiene all’elaborazione di risposte audaci, creative e coraggiose. “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5) è l’obiettivo della continuità/discontinuità il cui collante è la tensione generata della riserva escatologica tra passato e futuro, come pure tra presente e futuro.

Pertanto, l’elemento determinante è il futuro, l’anima e il senso ultimo del paradigma vecchio e nuovo. Il farsi della Buona Notizia, come Buona Realtà nell’oggi, è realtà penultima, anticipo e tensione verso il futuro escatologico assunto per la fede, “tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,2), nella fondata intuizione di risposte adeguate alle sfide del presente.

IL “GIOCO” DELLA SAPIENZA.

È proprio dell’attività della Sapienza il “gioco”: “Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni opera, all’origine (…) io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Pr 8, 23.30-31).

La finalità del “gioco” è far “conoscere il mistero di Dio, il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra (Ef 1,9-10). Per Dio tutte le cose sono buone, meritevoli della comunione con Lui “Tu ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata”. (Sap11,24).

A tal fine la struttura di esso è sul modello del rapporto intra-trinitario, la cui metafora è il “gioco” delle tre persone divine che solidamente si danno le mani e, pur essendo sempre unite, avviene che spicca l’una o l’altra persona, secondo la competenza specifica. È l’insieme, il quadro olistico, proprio dell’evento escatologico.

Il progetto di Dio è coinvolgere nel “gioco” i progenitori – rappresentanti dell’umanità di ogni tempo – in alleanza e comunione con Lui. Ma in loro si intromette “il mistero dell’iniquità” (2Ts 2,2,7) – il male – la cui seduzione ha effetti devastanti di morte, non di vita. La seduzione è attivata dal serpente che striscia e si nutre della polvere. Come l’uomo è fatto anche di polvere, il brano rileva l’ambiguità nella persona, nella comunità e negli eventi storici per la presenza da un lato dello Spirito – per il soffio di Dio nella persona e l’azione trinitaria nella storia – e dall’altro la seduzione di criteri contrari alle direttive di Dio, la cui conseguenza accompagna l’esistenza e la vita di tutti e di tutto.

Nel porre rimedio al danno il “gioco” della Sapienza trova in Gesù e nello Spirito Santo – le due mani del Padre – coloro che provvedono con l’evangelizzazione al   compimento della volontà Trinitaria nello sconfiggere il male e la caduta nel peccato.

Il “gioco” della Sapienza raggiunge il suo apice nel mistero pasquale nel produrre vino nuovo e nel preparare otri nuovi dove versalo (Mc 2,22), in modo che le “delizie” di “un cielo nuovo e una terra nuova (…) e “di Colui che fa nuove tutte le cose (Ap. 21,1.5) coinvolgano tutti in modo che “abbiano vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv10,10) e la gioia piena (Gv 16,24).

IL “GIOCO” IN SÉ   

**Coinvolge la realtà umana costituita dai rapporti con sé stesso (dimensione antropologica), con gli altri (dimensione sociale), con il creato (dimensione ecologica), con l’universo (dimensione astrofisica) e infine con il mistero della vita (dimensione teologica o del mistero in sé per il non credente).

**È accessibile a ogni persona, al di là della cultura, della fede o meno che professa, attratta e affascinata dal mistero della vita e con la volontà di immergersi e indagarlo per il bene dell’umanità. È il meglio dell’umano che entra in “gioco”.

**Suscita attrazione, coinvolgimento, nella ricerca, nello sviluppo e nella crescita nell’ orizzonte del mistero che pur rimanendo tale trasmette la profondità di senso e qualità di vita personale e sociale.

** Inizia con l'entrare nel campo, nel vivo del contesto e della circostanza con lo “sporcandosi le scarpe” nel prendere atto dei problemi, delle dinamiche, della complessità del caso e l'esistenza di possibili dinamiche alternative auto-rigeneratrici rilevate dalla ricerca scientifica e teologica.

**Prosegue con l’intuizione strategica nell’introdurre nuovi elementi, nuove considerazioni, nel varco intuitivo aperto della speranza, in considerazione dei risultati attendibili di cui sopra. Ma occorre tener conto che l’intuizione strategica può portare a conflitti con l’istituzione, con la struttura sorretta dalla legge e dalla prassi consuetudinaria.

**Richiede l’audacia, il coraggio, la creatività e la tenacia connessa al rischio di non raggiunge i risultati sperati per il sopraggiungere di eventi imprevisti, per resistenze e opposizioni di vario genere, interne ed esterne, per errori di valutazione e altro.

** È come un’opera d’arte. A differenza dell'artista plastico che trasmette nella sua opera un messaggio di stupore, di totalità che colpisce l'osservatore, il “gioco” è l’opportunità per l’intelligente, audace e coraggiosa pratica della carità. Esso coinvolge nel dono di Dio, nell’avvento del suo regno, a favore del contesto e della circostanza specifica. L’evento fa della persona un’immagine sempre più assomigliante a Dio, al punto che Gesù afferma: “In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre” (Gv 14,12).

IL “MISTERO DELL’INIQUITÀ”.

L’installazione dell’ambiguità nei progenitori è opera dalla seduzione del serpente che da un lato segnala Dio come geloso del suo stato e dall’altro li seduce nel proporre quello che sarà solo la “mezza verità” “sareste come Dio” (Gen 3,5) e poi si rivelerà un inganno devastante.

L’ambiguità associa nella persona due poli opposti ed escludenti: il “mistero dell’iniquità” e il “mistero della salvezza” ovvero le “delizie” della Sapienza. Ma queste, di primo acchito, non appaiono come tali, anzi … vedi l’esperienza drammatica di Gesù.

L’ambiguità è portatrice di successo e di fallimento, di gioia e di tristezza … di vita e di morte. Al riguardo Mosè esorta il popolo:” Vedete, io pongo davanti a voi benedizione e maledizione: la benedizione, se obbedirete ai comandi del Signore (…); la maledizione se non obbedirete” (Dt 11, 26,28). Un esempio di ambiguità e la scoperta della scissione dell’atomo, gestibile per il progresso della medicina come per la distruzione del pianeta.

La persona nel gestire l’ambiguità non avvertendo o sottovalutando la seduzione e l’inganno, passa da un polo all’altro e si espone a risultati devastanti per sé stessa e per altri.

Per il “gioco” che coinvolge radicalmente la persona in primo luogo, in vista dell’uomo nuovo, la qualità del discernimento è essenziale e condizione necessaria per affrontare il “gioco” dell’evangelizzazione nell’ambito sociale.

L’EVANGELIZZAZIONE.

Il “gioco” è finalizzato al passaggio dalla buona notizia alla buona realtà. Richiede attenzione e analisi dell’attuale società dominata dalla tecnologia, dai media, da internet e dai social network che costituiscono un ottimo strumento per veicolare le idee, i bisogni e le attese del mondo contemporaneo.

Tuttavia, questi strumenti non possono costituire il mezzo esclusivo per agire efficacemente nel concretizzare il diritto ad una vita vera e giusta. Il pericolo è la falsa percezione di agire realmente nelle vicende umane ma, in effetti, si rischia di dissipare il proprio impegno relegandolo solamente al campo virtuale o intellettuale, alla buona notizia. Occorre per il buon esito del passaggio percorrere le strade del mondo "sporcandosi le scarpe" e toccando "la carne viva" di chi soffre una condizione disumana di esclusione, di sopraffazione e altro ancora peggio.

Gesù nel “gioco” della Sapienza.

 Gesù entra con determinazione nel “gioco” in modo sconcertante e sorprendente “essendo di condizione divina, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2,6-7). Pone come tra parentesi la sua condizione divina, si fa “carne” – la condizione umana a livello infimo – e povero fra i poveri per “farli ricchi per mezzo della sua povertà” (2Cor 8,9).

Di conseguenza in lui si instaura il conflitto per l’unione con lo Spirito fonte della Sapienza e la seduzione della “mezza verità” proposta dal serpente. Il “gioco” assume il conflitto magistralmente descritto dalle tentazioni nel deserto che lo accompagnerà in tutta la missione fino al momento estremo dell’agonia sulla croce – l’apice della lotta tra vita e morte – dove lo coglie nella massima fragilità e vulnerabilità: “Ha salvato altri! Salvi sé stesso, se è lui il Cristo, l’eletto (…) se tu sei il re dei Giudei salva te stesso” (Lc 23, 35-37).

Gesù lungo tutta l’attività pastorale sfida la solitudine, l’incomprensione dei discepoli e del popolo, l’opposizione tenace delle autorità religiose, nell’evangelizzare la complessa realtà sociale, politica e religiosa. La fiducia nel Padre e la tenacia nel compimento della promessa fanno sì che non venga meno alla missione e guadagna con essa l’autorevolezza per la vittoria sul “mistero dell’iniquità”.

 

Nel “sporcarsi le scarpe”, sfida le leggi della purezza legale, e tocca, con la mano, la “carne viva” di chi soffre la condizione disumana, mosso dalla compassione e dalla misericordia

Gesù, nel costante rapporto con il Padre nello Spirito, coltivato dalla preghiera, esce dall’ambito e dalle esigenze della prassi e dalla teologia consolidata per “sporcarsi le scarpe” nel quotidiano per la causa dell’avvento del regno nelle circostanze specifiche (vedi, ad esempio, i passi evangelici del servo del centurione (Lc 7, 1-10), l'incontro con la Samaritana (Gv 4,5-42) o l'insegnamento della parabola del buon samaritano (Lc 10,29-37)).

 

Il suo insegnamento e la sua pratica scorrono sulle due rotaie della soggettività autonoma e responsabile e dello sconvolgimento dell’Istituzione religiosa. Il binario dell’evangelizzazione imprescindibile per elaborare il paradigma.

 

 

 

                 

 

– Parte Seconda –

 

          L’ELABORAZIONE DEL PARADIGMA.

Definizione. Il paradigma è la matrice disciplinare che cristallizza una visione globale del mondo (della situazione) su cui indaga ed in cui opera. Nello specifico è un modello organicamente strutturato in cui rispecchiarsi e nel quale accedere a una diversa comprensione dell’evangelizzazione in vista di ottenere soluzioni soddisfacenti .

 

INTRODUZIONE

 

Due interventi di papa Francesco, molto conosciuti, vengono al caso: “la chiesa in uscita” (EG.20) e l’esortazione “siate pastori con l’odore delle pecore” (Messa Crismale del 2013)

Il primo: “la chiesa in uscita” è sulla scia di Abramo che accettò la chiamata a partire verso una terra nuova (cfr. Gen12,1-3)” e con l’arrivo in essa, dopo un lungo tempo e le note vicissitudini, si compie la Promessa, la nascita del figlio.

È la provocazione del Papa al credente e alla chiesa per uscire dall’autoreferenzialità verso la “terra nuova”, la nuova conoscenza della realtà costituita da risultati attendibili della scienza e della filosofia aconfessionale.

L’indagine della scienza e della filosofia della complessità riguardo al mistero della vita in tutti gli ambiti, compreso il creato, fa emergere conoscenze sorprendenti e sconcertanti per le quali ciò che si riteneva immutabile ora non lo è più. Per di più non sono definitivi ma penultimi in seguito alla dinamica inesauribile propria del mistero.

Da essa emerge la complessità del microrganismo e della macro-realtà. “La complessità è complicazione, disordine, contraddizione, difficoltà logica, problemi dell’organizzazione ecc. (…)  La complessità si presenta come nebbia, come confusione, come incertezza, come incomprensione e irriducibilità. È un ostacolo, è davvero una sfida (…). La complessità sembra negativa o regressiva perché costituisce la reintroduzione dell’incertezza in una conoscenza che era partita trionfalmente verso la conquista della certezza assoluta(1).

Riguardo alla complessità la scienza, e la filosofia gestiscono l’attività intellettuale che “costituisce il nucleo centrale di una transizione da un’epistemologia (e da una metafisica) della rappresentazione a un’epistemologia (e una metafisica) della costruzione” che non solo conserva l’identità ma la qualifica con maggiore profondità e ampiezza (2). (più informazioni in Google: Missione e Complessità ed Evangelizzare nella Complessità)

I risultati attendibili del processo sono un contributo non solo necessario ma imprescindibile per l’evangelizzazione. Il Concilio al riguardo afferma: “la Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genero umano. Essa ha un bisogno particolare di coloro che vivendo nel mondo, sono esperti delle varie situazioni e discipline, e ne capiscono la mentalità, si tratti di credenti o non credenti” (GS 44). Il motivo è che la grazia non sostituisce la natura ma la integra e la sostiene nel processo di crescita che non ha fine. E Tommaso d’Aquino afferma che un errore sulle cose di questo mondo, ricade in un errore su Dio. Un esempio è l’idea di Dio Creatore nel sistema tolemaico comparata con quella di oggi.

Il secondo: l’esortazione “siate pastori con l’odore di pecore”. Per la condizione ambigua della persona e dell’umanità i dati attendibili di cui sopra sono elaborati in modo etico o anti-etico (che declina il comportamento morale o immorale), per il bene di ognuno e di tutti o per il vantaggio di pochi a danno di molti.

Il profeta denuncia il potere del mistero dell’iniquità: “Figlio dell’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele, profetizza e riferisci ai pastori: Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele, che pascono sé stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e sono in preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate” (Ez 34,2-5).

Il Papa esorta alla solidarietà con gli sventurati – “sporcarsi le scarpe” nel partecipare alla loro sofferenza toccando la “carne viva” – nel farsi carico dell’etica evangelizzatrice di conversione per tutti; gli sventurati per un verso e le autorità irresponsabili per un altro.

IL QUADRO TEOLOGICO GENERALE.

Dalla ricerca teologica e dalla ricerca scientifica e filosofica aconfessionale che indagano il mistero della vita e dell'esistente emergono nuove conoscenze.

Nell’ambito teologico lo sfondo è l’escatologia presente e futura che coinvolge tutto e tutti nel mistero percepito come pienezza di vita e fonte di gioia. Nell’ambito scientifico e filosofico aconfessionale emergono aspetti importanti che modificano la conoscenza della realtà indagata.

I due ambiti non sono opposti né escludenti uno dell’altro. Nella storia e nella vita dell’umanità è attuante la presenza e l’azione trinitaria la cui dinamica è ineludibile per gestire correttamente i risultati attendibili. Tuttavia, l’ambiguità e la libertà fanno sì che prevalga il mistero dell’iniquità su quello della salvezza o viceversa.

Di tutti i modi, l’autonomia dei due ambiti si può rappresentare come le due rotaie del binario. Nel rispetto e salvaguardia dell’autonomia, accogliendo i contributi reciproci, le due rotaie paradossalmente convergono nella mono rotaia del mistero, del senso ultimo dell’esistenza di tutto e di tutti. La sfida è determinare ed elaborare correttamente gli elementi in gioco.

Gli indispensabili (tra altri) elementi del quadro:

+ la centralità dell’orizzonte escatologico

Josef Wohlmut (3) evidenzia la centralità dell’ambito estetico (l’orizzonte escatologico) dal quale declina quello logico (il metodo) e pratico (la strategia).

In estrema sintesi. L’orizzonte escatologico riguarda l’avvento di “un cielo nuovo e una terra nuova (…) Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap. 21,1.5); del vino nuovo e di otri nuovi (Mc 2,22) affinché tutti “abbiano vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv10,10), la gioia sia piena (Gv 16,24), “un futuro pieno di speranza” (Ger 29,11) e la vita eterna vincitrice della morte. Esso conforma l’ambito estetico di armonia, di pace, che affascina la persona, l’umanità tutta. È il sogno, la meta e il desiderio profondo del cuore.

È il modo di accogliere la sovranità di Dio per gli effetti del mistero pasquale quale esperienza di riscatto dal peccato, di liberazione dal male, di rigenerazione verificata nel farsi prossimo di chi soffre “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete… (Mt 25,35-36). Allo stesso tempo, emerge dall'intimo la responsabilità di operare a livello sociale nel diritto e nella giustizia ribaltando la perversa Istituzione di potere, sopruso e discriminazione con la pratica della giustizia e del diritto nell’orizzonte escatologico ultimo e definitivo tracciato dal Magnificat: “ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele – la persona e l’umanità – il suo sevo ricordandosi della sua misericordia” (Lc 1, 51-55).

Di conseguenza è necessario:

a) Il ritorno dell’escatologia dall'esilio in cui è stata confinata.

L’escatologia trasmette all’uomo e all’umanità intera il sogno di Dio. Essa è l’ambito estetico – la meraviglia, il fascino, lo stupore, … – della “pienezza della divinità” (Col 2,9-10) nel presente e, ancor più pienamente, nel futuro ultimo e definitivo, quando Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Ebbene, il testo più antico del Nuovo Testamento riporta, con parole molto impegnative, l’intervento di Paolo nella comunità di Tessalonica in riferimento all'evento escatologico che si riteneva imminente: “Sulla parola del Signore vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita con la venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso (…) discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita (…). Confortatevi dunque a vicenda con queste parole” (1Ts 4,15-18).

Anni più tardi, ormai prossimo alla morte, Paolo cambia registro: “Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione” (2Tm 4,8). L’evento escatologico, in tal modo, è collocato dopo la morte corporale; con altre parole, viene confinato fuori dal presente e dalla storia.

Con il passare delle generazioni l’Istituzione umana della Chiesa (d’ora in poi indicata sempre come Istituzione) ha consolidato la realizzazione della promessa escatologica (l’avvento del Regno di Dio) ai margini della storia, secondo questa successione: morte, giudizio, l'inferno o il paradiso (dal 14° secolo viene aggiunto anche il purgatorio). Per l’umanità, e il creato, ci sarà lo sconvolgimento terrorizzante dell’universo (premonitore della venuta del Signore), il giudizio finale di ammissione o esclusione dal regno (Mt 25,31-45) con l’avvento “di un cielo nuovo e una terra nuova” (Ap 21,1), il compimento escatologico ultimo e definitivo.

Di conseguenza, una volta confinata l’escatologia nel futuro – nell’esilio temporale, fuori dal tempo – l’Istituzione ha sviluppato l’evangelizzazione principalmente attorno a due poli: Cristo e la Chiesa, facendo sì che il credente, soltanto dopo la morte meriti il paradiso e l’eredità del Regno nel giudizio finale, alla fine dei tempi.

In tal modo l’evangelizzazione è indebolita del suo maggior punto di forza in quanto viene a mancare, nella comunità, la prospettiva, l’insegnamento e l’esperienza dell’avvento del regno di Dio nel presente, nelle vicende storico-sociali attuali. Si rinuncia oggi all'esperienza di totalità nello stupore e fascino coinvolgente del mistero di Dio, della quale un'interessante testimonianza è contenuta in un testo dei primi tempi del cristianesimo: la lettera a Diogneto – cap. 5.

Posticipata l'esperienza escatologica, ne deriva che essa può essere vissuta solo nella mistica individuale, nel rapporto personale con il Signore e prevalentemente nell’ambito del monachesimo e degli ordini religiosi.

Dal Concilio Vaticano II in poi è stata rivista e rielaborata dalla teologia l’impostazione Cristo-Chiesa, aprendo il presente della persona e della storia all’avvento del regno di Dio. Purtroppo, questa visione non ha ancora attecchito nella predicazione, nella prassi pastorale e, soprattutto, nella preghiera popolare, in cui emerge, purtroppo, ancora l’inversione dell’affermazione di Paolo: “dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia (Rm 5,20) con “dove abbondò la grazia sovrabbondò il peccato”.

La conseguenza negativa di questa inversione è l’eccesivo e ben radicato pessimismo antropologico – quale l’ininterrotta coscienza e prevalenza del peccato anche quando non c’è; l’insistente “valle di lacrime”; l’insopprimibile indegnità, anche immediatamente dopo l’evento sacramentale, ecc. – dovuto, appunto, all’aver esiliato il Regno di Dio alla fine dei tempi.

Ben altro effetto avrebbe la corretta lettura del testo paolino già citato: “dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia (Rm 5,20). Ogni credente, fermo restando il principio della fede e della responsabilità, proverebbe l'immensa gioia di sentirsi continuamente amato e sarebbe incoraggiato a vivere, in positivo, la propria fede e ad agire senza il timore di trovarsi perennemente "sub iudice", di essere impreparato o, peggio, di essere condannato senza appello.   

b) Il senso e la necessità del riscatto escatologico.

A scanso di equivoci il riscatto non si propone fare del vangelo un manifesto politico, pur essendo socialmente rivoluzionario e, meno ancora, di concepire l’Istituzione come un’organizzazione democratica o una monarchia assoluta. È opportuno sottolineare che l’obiettivo va oltre e riguarda l’organizzazione sociopolitica della fraternità, responsabile del bene di ognuno e di tutti. In termini teologici, l’avvento del regno nel presente, nella circostanza attuale.

Il senso e la necessità del riscatto si inquadra nelle parole di John P. Meier, tratte dal suo ampio studio sul regno di Dio: “Cominciamo a intuire perché Gesù non fosse interessato a riforme politiche e sociali concrete né abbia fatto dichiarazioni del genere per il mondo in generale né per Israele in particolare. Gesù non proclamava la riforma del mondo; egli proclamava la fine del mondo [del mondo organizzato in quel modo, non dello sconvolgimento dell’universo. Certamente che in quel modo è senza dubbio sconvolgente…] (…) È vano cercare dichiarazioni altrettanto esplicite di Gesù sui mali sociali più scottanti e sulle linee politiche del suo tempo: per esempio la schiavitù (…) La ragione di questo silenzio imbarazzante è semplice: Gesù era un profeta escatologico (…). L’obiettivo definitivo del dominio regale di Dio era imminente” (4) (il sottolineato è mio).

Il riscatto dall’esilio dell’evento escatologico pone l’avvento del regno di Dio come elemento centrale della triade indicata da Papa Francesco e di seguito espressa.

c) la centralità del Regno

Papa Francesco, nel maggio 2016, in un discorso rivolto alla CEI, affermava: “la triplice appartenenza che ci costituisce: appartenenza al Signore, alla Chiesa, al Regno. Questo tesoro in vasi di creta va custodito e promosso! Avvertite fino in fondo questa responsabilità, fatevene carico con pazienza e disponibilità di tempo, di mani e di cuore”.(5)

La reintroduzione, a pieno titolo, del regno nella storia ne sancisce il ritorno dall’esilio in cui era stato relegato. Il pieno titolo porta con sé la centralità della triplice appartenenza. Ispirandomi all’iconografia cristiana, dove dei tre personaggi raffigurati quello centrale è sempre il più importante, ritengo auspicabile che l'immagine del Regno venga collocata al centro, in quanto la centralità del regno evidenzia il senso ultimo della missione di Gesù e la sua continuazione nella missione della Chiesa, quale sale, lievito e luce dell’avvento del regno nelle circostanze specifiche della storia di ogni luogo e tempo.

La centralità richiama l’estetica dell’escatologia e, con essa, la riflessione teologica. Aprendo la prima pagina di alcuni volumi della monumentale opera di H.U.von Balthasar appare la scritta “già e non ancora”, con evidente riferimento all’evento escatologico nel presente e futuro alla fine dei tempi; ovvero, evento inquadrato nel tempo cronologico.

Nell’elaborazione del paradigma è necessario considerare anche il contrario – “il non ancora nel già” -, suffragato sul versante scientifico dal principio ologrammatico di Edgar Morin: “Non solo la parte è nel tutto, ma il tutto nella parte” e, sul lato teologico, dall’affermazione di Paolo: “È In lui – Gesù Cristo – che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui” (Col 2,9-10).

Il “tutto” o “la pienezza della divinità” è percepito come attimo coinvolgente nel mistero dell’amore di Dio. Attimo che sparisce come il bagliore del fulmine che, nel buio, tutto illumina e la cui memoria è incancellabile, rimanendo, pertanto vivo, pur nello scorrere del tempo cronologico, per l’intensità e la caratteristica propria del “tutto” o “la pienezza della divinità”.

d) il regno di Dio presente e futuro.

La ricerca aconfessionale elabora e fa emergere dalla realtà complessa i “segni del nostro tempo” a disposizione della persona e dell’umanità, portatori di bene e di male. Un dettaglio: la scoperta di Enrico Fermi riguardo all’atomo nelle mani dell’uomo è possibilità di vita e di morte.

Oggi i “segni del nostro tempo” diventano l’evangelico “segni dei tempi” (Mt 16,3) dell’avvento del regno nel presente, quando l’evangelizzazione – di un determinato problema nel contesto e nella circostanza specifica – discerne, nell’orizzonte escatologico, i punti nodali imprescindibili e la dinamica per trasformare qualitativamente la vita individuale e sociale delle persone, incluso la cura del creato.

In tal modo il discernimento e la trasformazione accolgono la sovranità di Dio – l’avvento del regno – quale realtà penultima aperta a future rielaborazioni per il corso degli eventi.

Nella realtà complessa i “segni dei tempi” sono presenti a macchia di leopardo. Essi sono tali per il rovesciamento ultimo e definitivo dell’esistenza nella persona rigenerata quale nuova creatura, liberata dal male e riscattata dalla schiavitù del peccato. Allo stesso tempo essa è coinvolta nell’urgenza e nella necessità di assumere la responsabilità nell’impiantare un nuovo ordine sociale in sintonia con il sogno di Dio, la cui sintesi (Lc1, 51-54).

 I “segni dei tempi” sono in opposizione e conflitto con coloro che fanno dei “segni del nostro tempo” la bandiera contraria alla volontà del Signore. Opposizione e conflitto configurati dalla parabola del grano e la zizzania (Mt 13,24-30).

d) il rapporto del tempo cronologico con l’attimo coinvolgente, l’istante qualitativo.

Il tempo cronologico e l’attimo camminano insieme. Graficamente il tempo cronologico segue il suo percorso su una freccia orizzontale, (dal passato, al presente, verso il futuro). Invece l’attimo è un punto su questa linea orizzontale che si sviluppa verticalmente sia verso l'alto che verso il basso, perdendosi nell’infinito. Esso conduce all’esperienza del “tutto” o della “pienezza della divinità”, grazie al coinvolgimento nel mistero di Dio.

Merita attenzione il fatto che, nel quarto vangelo, dopo la lavanda dei piedi agli apostoli, e prima di entrare nell’orto degli ulivi, il testo riporta le parole di Gesù in termini di gioia; fra esse: “dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in sé stessi la pienezza della mia gioia” (Gv 17,13).

Considerando l’imminenza di quello che gli accadrà sono parole – incluse quelle proferite durante la passione, e alla fine: “È compiuto!” (Gv 19,30) – irricevibili per la sola esperienza umana, se questa non fosse intrisa del “tutto”, della “pienezza della divinità” e per “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16) e se la testimonianza non fosse suffragata, successivamente, dall’esperienza di coloro che, con coraggio e determinazione, soffrirono o soffrono per la stessa causa.

+ Il metodo flessibile nella realtà complessa.

Il metodo è l’ambito logico del paradigma e indica come procedere. Espresso nei tre termini “VEDERE, GIUDICARE, AGIRE” (sorto nell’ambito della gioventù operaia cattolica per tradurre in termini concreti i principi e le direttive della Dottrina Sociale della Chiesa e l’avvallato del Papa Giovanni XXIII nell’enciclica “Mater et Magistra” del 1961) applicato alla realtà complessa richiede un aggiornamento specifico.

“VEDERE” è interpretare la realtà che fa capo al pensiero lineare o al pensiero complesso. In forma schematica e sintetica:

Il pensiero lineare procede secondo un susseguirsi di punti posti lungo una linea. Parte dalla definizione di un’idea molto semplice ed evidente che abbia uno svolgimento regolare senza acrobazie e senza sofisticazioni. Da alcuni presupposti perviene a conclusioni basate, rigorosamente, sugli stessi presupposti in modo da collegare fra loro gli elementi del vissuto in forma lineare.

Cosicché la fisica di Newton divenne il modello esemplare di conoscenza vera, costituita da una serie di leggi considerate valide universalmente. La logica classica fungeva da verità assoluta e generale e quando ci s’imbatteva in una contraddizione, il pensiero doveva fare marcia indietro perché era un segnale che indicava l’errore.

Tale pensiero continua per certi aspetti con il suo valore, ma per altri è sorpassato dall’emergere della complessità nella concretezza dei fenomeni.

Il pensiero complesso, più elaborato rispetto al pensiero lineare, è proprio della filosofia della complessità.

 “Il metodo della complessità è una sorta di appunti preliminari, una specie di promemoria. Richiede, di pensare senza mai chiudere i concetti, di spezzare le sfere chiuse, di ristabilire le articolazioni fra ciò che era disgiunto, di sforzarsi di comprendere la multidimensionalità, di pensare con la singolarità, con la località, con la temporalità località, di non dimenticare mai le totalità integratrici” (6). (L’informazione esauriente rimanda necessariamente a E. Morin. Le poche righe che seguono sono solo per indicare l’importanza).

Esso procede dal pensare la globalità nella relazione fra le parti e il tutto. Nell’analizzare le interazioni delle parti con il tutto e viceversa, determina i “punti nodali” – appunti preliminari, una specie di promemoria della realtà complessa – e individua processi e auto rigenerativi e auto distruttivi del sistema, della realtà stessa.

Alcune caratteristiche di esso si riscontrano, nell’insegnamento e nella pratica pastorale di Paolo e di Gesù:

a) il principio ologrammatico per il quale la parte è nel tutto e il tutto nella parte. Adotta un tipo di spiegazione circolare, una spiegazione in cui cercare di comprendere il fenomeno che va dalle parti al tutto e dal tutto alle parti – “È in lui – Gesù Cristo – che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui (Col 2,9-10), la singola parte vive la totalità dell’insieme.

b) il principio ricorsivo, circolare, per il quale la causa produce l’effetto e questi a sua volta la causa. Se un corrotto (causa) promuove una struttura per salvaguardare i propri interessi personali o di lobby (effetto), la struttura diventa causa della corruzione di altre persone.

Il risultato è così devastante che Gesù procede all’implosione della struttura: “Avete inteso che fu detto agli antichi (…) ma io vi dico” (Mt 5,21 ss); “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mc 2,27), come condizione per l’avvento del regno.

c) il principio dialogico nell’ambito della multidimensionalità, con concetti antagonisti ed elementi perturbatori motivo di disordine, incertezza e rischio, con audacia coraggio e creatività. Al riguardo Gesù esorta: “abbiate coraggio: io ho vinto il mondo” (Gv16,33) nell’instaurare la dinamica dell’avvento del regno con la sorprendente filosofia di vita e la sconcertante pratica, al punto che il Battista dal carcere manda chiedere: “Sei tu che deve venire o dobbiamo aspettare un altro” (Mt 11,3).

“GIUDICARE”. Riguardo al pensiero complesso è determinante elaborare il contenuto e il ruolo della “chiusura organizzazionale”, un neologismo di Edgar Morin, che apre e chiude il sistema, ovvero l’insieme da evangelizzare.

Metaforicamente, ha la funzione della cerniera che apre e chiude la giacca a vento. L’apertura per accoglie nuovi elementi per i quali la giacca assume nuove caratteristiche e nuove dimensioni. E la chiusura è ovviamente necessaria al nuovo indumento. Si è operato su di essa un evento di rottura/continuità.

È quello che segnala Gesù con l’avvento del regno: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile al padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52). Nel padrone di casa il tesoro dell’avvento del regno, nel contesto e nella circostanza specifica, gli permette di discernere cose nuove da assumere (in rottura con il passato) e riprendere le cose antiche (in sintonia con la finalità dell’Alleanza, la Tradizione). Egli è in condizione di gestire il rapporto rottura/continuità.

Con la “chiusura organizzazionale”, afferma Morin, “Il pensiero complesso elabora l’etica che ha nell’amore la solo autentica religione dell’iper complesso”. È in sintonia con l’insegnamento e la pratica di Gesù. La conciliazione della chiusura con l’apertura è sorretta dallo stesso motivo quale la crescita nella carità insita nel rapporto rottura/continuità.

Essa è imprescindibile per elaborare la griglia di discernimento nell’orizzonte escatologico in modo da giudicare l’ambiguità insita nella persona e nell’Istituzione riguardo ai risultati attendibili della scienza o delle norme dell’Istituzione non adeguate o devianti dal fine – “il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge” (1Cor 15,56) – e discernere il processo, la strategia e il bricolage dell’agire.

 

++ La strategia e il bricolage

“AGIRE”. È l’ambito pratico e riguarda la strategia costruttiva nella fedeltà alla causa del regno. Essa impegna:

*La strategia.

**L’evangelizzatore gioca” con la “chiusura organizzazionale” con coraggio, audacia e creatività nell’orizzonte del regno di Dio “oggi” (Lc 4,21), nella dinamica trinitaria – la “pericoresi” la cui ricaduta nella storia è la “Kenosi” e altri aspetti decisivi – includendo la teologia negativa, l’esperienza mistica corrispondente a quella di tipo “solitudine abitata” nell’esperienza dei grandi evangelizzatori lungo la storia.

**Il coraggio, l’audacia e la creatività dell’evangelizzatore elabora la strategia costruttiva nel “gioco” conflittuale tra il “mistero della salvezza” e il “mistero dell’iniquità”. Essa è necessaria per la crescita simultanea negli avvenimenti del grano e della zizzania (Mt 13,24-30)  la cui causa ha diversi fattori quali: gli errori nel discernimento: “Il comandamento, che doveva servire per la vita, è divenuto per me motivo di morte” (Rm 7,10); la fragilità e vulnerabilità nelle seduzioni: “in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7,18-19) e altro ovviamente.

Si stabilisce la lotta agonica fino all’ultimo respiro (7) – Gesù disse: “È compiuto! “(Gv 19,30) -. È qui che si “gioca” l’incontro con il mistero pasquale e la ricapitolazione in Cristo. Nel “gioco” l’evangelizzatore è cosciente della flessibilità del metodo per la singolarità di ogni caso e per ottenere risultati apprezzabili riguardo al rapporto tra le diversità e l’unità (la sfida multietnica, multiculturale e multireligiosa) e al rapporto soggettività e comunione (la sfida tra l’autonomia personale e comunione ecclesiale nell’orizzonte infinito del mistero di Dio).

 

Non solo. La flessibilità sviluppa le irriducibili diversità che, percorrendo i diversi sentieri nell’unico cammino, orienta alla finalità di “conoscere il mistero del suo volere – di Dio -, il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1,9-10).

**La strategia costruttiva è propria del paradosso cristiano – “chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,25) – e costituisce la qualità della testimonianza. Dovendo gestire la complessità, non c’è una ricetta semplice. Si tratta di convivere con essa e con lo stato di conflitto, cercando di non sprofondarvi dentro e anche di non infrangersi contro di essa. Morin afferma che la strategia “solo essa può consentirci di avanzare entro ciò che è incerto e aleatorio. L’arte della guerra è la strategia. È un’arte difficile che deve tener conto non soltanto dell’incertezza dei movimenti del nemico, ma anche all’incertezza relativa a ciò che pensa il nemico, e quindi a ciò che pensa che noi pensiamo. La strategia è l’arte di utilizzare le informazioni che si producono nell’azione, di integrarle, di formularle in maniera subitanea in determinati schemi d’azione, e di porsi in grado di raccogliere il massimo di certezza per affrontare ciò che è incerto(8).

**La strategia nell’elaborare un procedere adeguato è un elemento imprescindibile alla    combinazione rottura/continuità propria delle sintesi audaci, coraggiose, creative e adeguate alla novità, alla complessità del vissuto, così da accrescere il patrimonio di fede. San Paolo ha dato esempio con l’elaborazione della giustificazione e la pretesa necessità della circoncisione per ottenere la salvezza.

 

Da essa dipende anche l’avvenire dell’uomo. Marco Montagnino (9) evidenza che da ogni parte dobbiamo scegliere tra strategie (vie nuove) e programmi (soluzioni predeterminate).

 

**La strategia richiede lucidità nell’elaborazione e nella condotta, gioco d’iniziative e di responsabilità, pieno impiego delle competenze individuali, con altre parole pieno impiego delle qualità dell’evangelizzatore. Con l’organizzazione che garantisce capacità strategiche evolutive – contrapposta a quella di eseguire programmi -, diventa possibile correggere o compensare ogni errore decisionale, ogni cedimento strutturale o locale. L’errore non è solo ineliminabile, ma è un momento ontologico costitutivo dell’organizzazione. Ciò aumenta esponenzialmente la possibilità di gestire con maggior successo gli errori e loro conseguenze ingannevoli.

 

**Pertanto, la strategia non inibisce semplicemente la possibilità d’errore, ma interagisce con l’errore stesso attraverso la condivisione della sua funzionalità, che inietta contenuti positivi – derivanti dal punto di vista teologico dalla grazia – e che possono rivelarsi l’unica soluzione. È il caso dell’esperienza di san Paolo (Rm 7,14-23).

 

*Il bricolage. La strategia e l’attività responsabile – individuale/collettiva – richiamano necessariamente il lavoro di bricolage. Esiste un’attività che racchiude una strategia opportuna con l’utilizzo di materiali di provenienze disparate, ed eventualmente separati dalla loro funzione primaria, un grande bricolage. Cosicché il bricolage rivela probabilmente il vero volto della razionalità complessa, che lavora e si confronta con il disordine, il rischio, l’evento, la perturbazione, che comporta, probabilmente, irrazionalità e iper-razionalità insieme.

 

La bibbia stessa è un grande lavoro di bricolage (vedi, per esempio, il testo della creazione i cui elementi sono presi da altre culture). La domanda è: che cosa avvalla la bontà e la consistenza del bricolage? Non si tratta di unire “pezzi” presi dagli ambiti più disparati ma l’adeguatezza etica ed efficace all’obiettivo proprio della “chiusura organizzazionale”. Dalla qualità del frutto si stabilisce la bontà dell’albero (Mt 7,16). Così l’insieme della “chiusura organizzazionale”, strategia e bricolage in ordine alla carità.

 

++ La verifica dell’evangelizzatore

 

Risponde all’incirca a tre domande: 

1)La persona cresce dal punto di vista umano? Si fa sempre più persona, sul modello dell’“Ecco l’uomo!” (Gv 19,5)? Con queste parole, inconsapevolmente, Pilato afferma una grande verità: il vero uomo, dal punto di vista di Dio, è colui che è capace di donare sé stesso per la causa del regno fino all’estremo come Gesù.

Ma c’è di più. Il testo greco attribuisce a Gesù “Ecco l’uomo!”. Con ciò Gesù rivela il processo per il quale entrando nel mondo come il Verbo che “si è fatto carne” (Gv 1,14), caricando su di sé la condizione infima della persona, ora con la consegna esce dallo stesso come vero uomo. La persona raggiunge l’apice.

 

2)La società progredisce nell’instaurazione del Diritto e della giustizia? Nella società si consolidano la comunione e la fraternità, nel rispetto delle legittime diversità, incluso l’esercizio della fede del credente o del non credente? Sostiene il costituirsi della persona nella donazione di sé?

3)Nel coltivare e custodire il giardino che Dio ha messo nelle mani dell’uomo (Gen 2,15), la natura e la creazione vengono rispettate? L’azione intelligente e ponderata a tale riguardo della persona e della società riesce ad assicurare l’armonia del creato e il bene dell’umanità?

Con esso irrompe nel sistema l’amore trinitario con l’intento di trasformare la vita di ogni persona e impiantare un nuovo ordine sociale. Pertanto, il processo conduce a trovare la stabilità nella dinamicità nell’andare oltre il logico cartesiano “penso (dubito), dunque esisto a favore dell’evangelico “Amo, dunque esisto” e con esso entrare nella spirale che si espande all’infinito.

 

 

 

 

 

 

LA CONFIGURAZIONE DEL PARADIGMA.

Non è un quadro fisso. La configurazione è elaborata a partire dall’individuazione dei punti nodali – una specie di appunti preliminari direbbe Morin -, dal loro collegamento in attenzione alla singolarità del contesto, della circostanza e delle persone coinvolte, pur trattandosi casi affini.

È l’abilità, l’intuizione, la competenza, e soprattutto il dialogo dell’evangelizzatore di ricerca e discernimento con le persone coinvolte che porta alla configurazione di un disegno unico e singolare.

Nel condurre il “gioco” l’evangelizzatore si qualifica quale soggetto responsabile e autonomo dell’evangelizzazione, lontano dal pericolo del soggettivismo e del relativismo che sostengono interessi estranei all’evangelizzazione. Tale soggetto è decisivo nell’ambito del paradigma. È il tema che segue.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parte Terza –

LA RESPONSABILITÀ AUTONOMA DELL’EVANGELIZZATORE.

 

1)LA RESPONSABILITÀ DELL’EVANGELIZZATORE.

 

++ Inquadramento.

“Dio è amore, e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1Gv 4,16). L’amore costituisce nel rapporto Trinitario l’essenza e l’esistenza di Dio. Di esso partecipa l’opera delle sue mani “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste” (Gv 1,3), affinché le persone abbiano vita in abbondanza (Gv 10,19) e la gioia piena (Gv 16,24) nell’accogliere già “oggi” (Lc 4,21) il dono della sovranità di Dio, l’avvento del Suo Regno e con esso la trasformazione personale e sociale per l’attento discernimento dell’ambiguità “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5).

La trasformazione non è definitiva ma penultima in attenzione al contesto, alla circostanza e allo scorrere della vita. Imprescindibile e determinante è mantenere saldo il fine dell’evangelizzazione nella dinamica di rottura/continuità all’irrompere del nuovo, anticipo e caparra dell’avvento ultimo e definitivo del regno di Dio alla fine dei tempi, quando Dio sarà “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28).

++ La responsabilità.

La persona per l’auto rivelazione Dio in Gesù “cammino, verità e vita” (Gv14,6) – affascinata dall’insegnamento, dalla pratica e dalla promessa di un futuro personale, sociale ed ecologico radioso con l’avvento del dono del Regno per l’azione dello Spirito – immediatamente è coinvolta nel “gioco” nell’emergere in lei responsabilità, elemento costitutivo dell’immagine e somiglianza di Dio, quale dono del soffio dello Spirito di Dio.

La responsabilità non è imposizione né obbligo. È esortazione e invito da accogliere o da rifiutare. Liberamente accolta la responsabilità assume l’evangelizzazione.  Caso contrario, siede sulla panchina dell’indifferenza, dell’ignavia, nell’evenienza di decidersi pro o contro, dato che nessuna persona si chiude ermeticamente in sé stessa. La responsabilità è anteriore alla libertà, la persona non può esimerla né escluderla. La libertà si esercita in funzione della responsabilità.

Nella responsabilità il ruolo e la capacità dell’evangelizzatore sorretti dall’insegnamento, dalla pratica di Gesù e dall’energia dello Spirito – le due mani del Padre – fanno in modo che l’amore trinitario corregga e sconfigga in lui le cadute di stile nel rinvigorire l’audacia, il coraggio e la creatività nel conflitto con il “mistero dell’iniquità”.

++ L’etica

Il disegno di Dio per l’opera delle sue mani è caratterizzato dalla qualità dei rapporti umani in sintonia con l’amore trinitario.  Ebbene, la responsabilità, attenta a che il rapporto assomigli sempre più a Dio, imbatte immediatamente nell’etica.

Al riguardo è illuminante il breve commento di Emmanuel Lévinas sull’episodio biblico dell’uccisione di Abele: “a Dio che gli domanda: “Dov’è tuo fratello?” Caino risponde: “Sono forse il custode di mio fratello?” (Gen4,9). Commenta Lévinas: Non bisogna prendere la risposta di Caino come se deridesse Dio o rispondesse infantilmente. La risposta di Caino è sincera. In essa manca l’etica, vi è solamente ontologia: io sono io e lui è lui”. Come se l’ontologia rimanesse intrappolata nel rischio del solipsismo dell’identità e nella sua solitudine (10). (L’autore ha lavorato profondamente sul tema. Non è qui il luogo per andare oltre, solo mi riferisco ad alcuni stimoli della sua opera).

Il significato di etica è “la teoria del vivere”. Nell’ambito dell’evangelizzazione declina l’orizzonte escatologico e più precisamente nell’avvento del regno di Dio nel presente, anticipo e caparra di quello futuro alla fine di tempi.

L’etica elaborata dalla riflessione teologica e sostenuta dalla preghiera per il dono dell’avvento del Regno – “venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà” rileva i riferimenti imprescindibili da declinare nel contesto e nella circostanza da evangelizzare in comportamenti e azioni adeguate proprie della morale.

È conosciuta affermazione: “l’agire è conseguenza dell’essere” che pone un prima e un dopo dell’essere rispetto alla morale, “l’io sono” rispetto all’agire, al comportamento, all’azione. E l’etica che posto ha? È Lévinas che audacemente l’antepone all’essere. Essa va oltre l’essere. È il ribaltamento del senso e del valore dell’ontologia per la necessità di andare oltre. Non si tratta di svalutare l’essere, ma di andare oltre e precisamente nell’orizzonte escatologico, nel mistero della vita e dell’esistente per cogliere i riferimenti cui l’etica deve attenersi.

Tali riferimenti sono declinati nell’azione, nelle opere – la morale -che consolidano e amplificano nell’evangelizzatore la percezione del mistero dell’essere e rafforzano il processo di crescita nel sintonizzare con il seme divino nel profondo dell’identità di figlio di Dio.

Affacciandosi al di là dell’essere l’evangelizzatore entra nell’orizzonte escatologico ultimo e definitivo dell’esistenza, e, allo stesso tempo, assume la passività contemplativa per la quale l’“io” responsabile nell’accogliere in sé stesso l’avvento del Regno si dona per la causa dello stesso a favore del destinatario, per il comune coinvolgimento nella vita piena di senso e di gioia.

    2) LA PERSONA E LA SOGGETTIVITÀ.

++ La persona

Lévinas puntualizza tre aspetti che conformano la persona: l’Io, il medesimo e l’alterità (11) ai quali mi riferisco nel tracciare il profilo del soggetto evangelizzatore. Sinteticamente:

= Essere “Io” significa avere l’identità come contenuto. Ma l’“Io” non resta sempre lo stesso per le alterazioni in atto nella vita. Tuttavia, nel suo esistere ritrova la propria identità in quello che succede e in cui è coinvolto. È identico anche nelle alterazioni e ritrova sé stesso. (Nella foto da ragazzo e da vecchio l’”Io” riconosce sé stesso).

= Essere “Medesimo”. È il risultato dell’integrazione dell’”Io” – garante dell’identità – nelle alterazioni. L’integrazione stabilisce l’inseparabile unione “Io-Medesimo” sul tipo materia – forma.

= Essere “Alterità” si riferisce all’unione “Io-Medesimo” quale soggetto che pensa riguardo il futuro imminente o lontano. Nel pensare l’“Io-Medesimo” ascolta sé stesso e, per sé, si percepisce un altro. Percepisce la novità o la profondità che ha davanti a sé, si ascolta nel pensare o si spaventa. Un modello di spavento è quello che accadde a Isaia “Ohimè Io sono perduto (…) Eccomi, manda me!” (Is 6,8); a Geremia “Ahimè Signore Dio! Ecco, io non so parlare, perché sono giovane” (Ger 1,6) per poi ricevere sostegno.

Dal punto di vista teologico l’“alterità”, metaforicamente, è come la calamita che attrae “’Io-Medesimo” nella Trinità immergendolo nell’avvento del regno nel presente, anticipo e caparra di quello futuro alla fine dei tempi. Con altre parole l’”Alterità” è il mistero di Dio insito nella persona quale desiderio inesauribile.

È nell’ambito escatologico che si forma l’identità dinamica della persona in continua evoluzione e crescita. Essa nel farsi integra nuovi elementi, sviluppa e mantiene l’identità la cui potenzialità di vita è sostenuta e attratta dall’evento escatologico finale quando Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor, 15,28). In rapporto all’oggi, al presente, è una condizione penultima per la quale Paolo afferma “Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò anch’io come sono conosciuto” (1Cor 13,12).

I tre aspetti formano nella persona un soggetto irriducibile nella sua unicità e specificità non riconducibile alle categorie del soggetto conoscente o nell’orizzonte dell’essere quale orizzonte della conoscenza. A meno che la persona tenda a una conoscenza possessiva, di dominio, di possesso, il che è contrario al comportamento di Gesù che nella notte della passione non interviene per distogliere dalla l’unicità specifica Pietro dal rinnegamento e di Giuda dal tradimento, ma lascia aperta la sproporzione, il divario della radicale alterità fra lui e loro, pur sapendo quello che gli accadrà.

Con il suo atteggiamento Gesù testimonia che non è determinante la comprensione parziale o addirittura nulla del suo essere e agire, al punto da affermare ai discepoli sconcertati dallo scandalo delle sue affermazioni: “Volete andarvene anche voi?” (Gv 6,67). Determinante, invece, è il senso di essere e agire a favore loro, dell’umanità e della causa del regno.

++ La soggettività.

Ebbene, nella persona la soggettività conforma l’identità dell’evangelizzatore. Essa ha come sfondo l’adozione di “figlio di Dio”. “Dio mandò suo Figlio (…) per riscattare quelli che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. (…). Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio” (Gal 4,4-7).

La persona è la più grande e nobile delle creature, è immagine e somiglianza di Dio, ma non è figlio. Assume tale dono per la fede “nel Figlio”. “A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono generati” (Gv 1,13). Dio nella persona di Gesù è sceso a livello infimo dell’umano – si è fatto carne – per donare la l’adozione filiale nell’accogliere l’avvento della sua sovranità per la fede negli effetti del mistero pasquale.

L’adozione di “figlio di Dio” è propria dell’avvenuta trasformazione e rigenerazione, la nuova creazione. Tuttavia, la generalizzazione dell’espressione “figlio di Dio” come dato scontato, come se figlio di Dio fosse sinonimo di creatura, come se tutte le creature fossero figli di Dio, provoca il corto circuito riguardo alla corretta comprensione dell’adozione.

Nell’esperienza umana, all’adottato il genitore trasmettere l’affetto, il nome, l’educazione, il patrimonio, ma non la somiglianza a sé. C’è sempre lo iato (in senso figurato è il tratto che separa e unisce due parole) per la diversa origine, provenienza, cultura e altro.

Nel caso dell’adozione a “figlio di Dio” lo iato tra Dio e la persona ha la caratteristica paradossale che da un lato l’immagine e somiglianza di Dio nella persona va sempre più assomigliando a Dio per la pratica dell’amore con cui è da Lui amata, consolidando sempre più la comunione. Dall’altro lato sancisce la separazione, la distanza, fra lei e Dio per la quale è garantita l’assoluta trascendenza di Dio, l’assoluta separazione tra l’umano e il divino.

L’evento paradossale è l’unione e la crescita nella separazione. Nella crescita della somiglianza, l’umano esprime il divino. Allo stesso tempo “la natura conseguente” del divino (distinta dalla “natura primordiale” trascendente e inaccessibile) in virtù dell‘umanità di Gesù si consolida e cresce. È il processo della comune crescita nell’amore donato mutuamente. Un Dio che solo dà e non riceve perché perfettissimo, genera solo distanza, timore e paura.

Nella comunione l’umano è sempre più umano e il divino sempre più divino per la trascendenza. Nel contesto e nella circostanza specifica la persona è immersa nello stupore, nel fascino, nella pienezza di vita, nella gioia e consolida in lei la responsabilità etica.

Prendendo lo spunto da E. Lévinas “l’escatologia mette in relazione con l’essere, al di là della totalità o della storia (…). Essa è la relazione con un sovrappiù sempre esterno alla totalità o alla storia, come se la totalità oggettiva non soddisfacesse la vera misura dell’essere, come se un altro concetto – il concetto dell’infinito – dovesse esprimere questa trascendenza nei confronti della totalità” (12). Teologicamente il sovrappiù è la “riserva escatologica”, l’inesauribile mistero di Dio.

“l’idea, il concetto, dell’infinito” è lo iato nel quale accoglie e coinvolge, come il pesce nell’oceano, il rapporto di comunione/separazione per il quale in esso l’umano esprime il divino. È l’orizzonte escatologico dell’avvento del regno, presente nella persona come realtà oggettiva – rappresentativa tale che va al di là di quanto essa possa comprendere con la propria mente finita.

Si rivela quindi il “disegno formale” del rapporto con l’altro nella relazione asimmetrica e palpitante della sproporzione, quale, per esempio, il rapporto già segnalato di Gesù con Pietro e Giuda.

In Gesù tale esperienza si dà per l’avvento della sovranità di Dio in Lui nello “svuotamento di sé stesso assumendo la condizione di servo” (Fil 2,7) per la causa del regno.  Con esso opera su sé stesso, sul proprio “Io” umano, “un processo di decentramento, erosione, sradicamento, de- nucleazione” (13) come una destrutturazione al limite di quasi farlo saltare ed esplodere, per costruire “la soggettività non a livello puramente egoista, né per l’angoscia di fronte alla morte, ma fondata “nell’idea di infinito” (14), teologicamente nella pienezza escatologica del mistero di Dio.

Si comprende quindi l’affermazione di Paolo: “È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate di essa” (Col 2,9-10) e come Gesù esprima l’Infinito nel finito della sua corporeità per la condizione di servo, di svuotamento di sé stesso, sintonizzando e accogliendo con l’alterità di Pietro e di Giuda e la loro libertà.

Pertanto, l’orizzonte escatologico – l’idea di Infinito – rivela l’apertura che trascende il pensiero. Pensarlo non è alla stregua di pensare un oggetto. In realtà significa “più” che pensare una traccia di assoluta dipendenza che la coscienza si porta dentro.  

     3) L’AUTONOMIA RESPONSABILE DELL’EVANGELIZZATORE.

++ Considerazione generale.

Le parole di Gesù dirette alle folle conferiscono un’autonomia sorprendente e inaspettata a ognuno di loro: “Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: ’Arriva la pioggia’, e così accade. E quando soffia lo scirocco dite: ‘Farà caldo’, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate da voi stessi quello che è giusto?” (Lc 12,54-57). Il “tempo” e il “giusto” si riferiscono all’avvento del regno che Gesù sta impiantando. È lui stesso a conferire l’autonoma responsabilità ad ogni soggetto che accoglie e sintonizza con il suo insegnamento e la sua pratica, eventi e parole intimamente connessi.

È da considerare che nel contesto di allora, l’attesa del Messia e dell’avvento del regno segnano profondamente la coscienza individuale e sociale delle folle. C‘era molta attesa accompagnata dal sorgere di pseudo profeti che per il loro intento rivoluzionario erano massacrati dai Romani.

Oggi il contesto è tutt’altro e il regno di Dio è confinato nell’altra vita, dopo la morte. Il regno di Dio quale realtà già presente è totalmente ignorato dalla pratica pastorale, pur essendo oggetto di profondi studi biblici e teologici.  Come mai? È stato rilevato che la citazione di Lc 12,54-57cui sopra non appare mai nei documenti magisteriali della Chiesa (lo fa anche la liturgia domenicale dell’anno C con il passaggio dalla 19a alla 20a domenica del T.O). Non sorprende, quindi, che solo il termine “autonomia” generi estraneità nei credenti e una velata, ma non troppo, diffidenza nella gerarchia.

++ Il riscatto dell’autonomia dell’evangelizzatore.

Lo esige non solo il testo citato e la pratica pastorale di Gesù e degli apostoli – specialmente Paolo – ma anche la cultura odierna, soprattutto delle generazioni del dopo Concilio, incentrata sul concetto di libertà autonoma. Quest’ultima è attualmente un’esigenza personale ineludibile in attenzione al nuovo, alle dinamiche del vissuto odierno e all’intreccio di complessità di cui è portatore.

L’ineludibile trova l’avvallo in Gesù e in Paolo con l’affermazione perentoria: “Cristo ci ha liberati per la libertà!” (Gal 5,1a) quale condizione e sostegno all’attività creativa, audace e coraggiosa nell’evangelizzare in contesti e situazioni molto diversi uno dall’altro a favore della causa del Regno di Dio nel presente, anticipo e tensione dell’ultimo e definitivo.

L’autonomia è il principio organizzatore dell’attività dell’evangelizzatore che connette nell’orizzonte escatologico la riflessione, il discernimento e l’azione sulla base di fattori  rilevati dal contesto, dalla circostanza e dal patrimonio teologico. La condizione minima è che l’evangelizzatore non sia affetto da patologie debilitanti o da condizioni oppressive e costrittive, che sia autonomo.

“L’autonomia connessa alla responsabilità/etica declinata dall’avvento escatologico nel presente – “venga il tuo regno” (Mt 6,10) – pone una barriera al paternalismo sia nelle sfere personali e informali che nelle arene legali. (…) Esistono almeno quattro significati di ‘autonomia’ nella filosofia morale e nella politica. Essa va intesa: 1) come capacità di auto-regolamentarsi, 2) come condizione attuale dell’auto governo, 3) come ideale personale, 4) come una serie di diritti che esprimono la sovranità dell’individuo su sé stesso”.

“Alcuni autori affermano che una persona autonoma debba mostrare, oltre all’indipendenza procedurale, anche quella “sostanziale” che implica a ragione la valutazione dei contesti e delle circostanze in cui l’azione può essere valutata come autonoma – (nell’ambito dell’evangelizzazione Gesù e S. Paolo sono maestri) -. Ciò non comporta la rinuncia alla riflessione critica, che però deve tener conto del riferimento alla propria storia personale, alla narrazione consapevole della propria biografia oppure alla capacità di rispondere alle buone ragioni, vale a dire ‘obiettivamente’ in modo competente”.

Gli studi attuali “introducono una concezione ‘relazionale’ dell’autonomia che si oppone alla tradizionale concezione individualista poiché sottolinea il ruolo ineliminabile che la relazione gioca sia nella relazione personale con sé stesso che nello stesso auto-governo” (15) – i tre paragrafi virgolettati)

++ Il profilo dell’evangelizzatore.

 

Gesù ha evangelizzato come soggetto autonomo e responsabile le singole persone e il gruppo di discepoli affinché, insieme a Lui, diano inizio ad una società alternativa con

l’avvento del regno, sintetizzando i tre ambiti – estetico, logico e strategico – sopra annunciati.

Egli esercita l’autorevolezza della soggettività autonoma e responsabile nella complessa realtà sociale, politica e religiosa del tempo e precisamente nel contesto e nella circostanza specifica del momento. Con essa attiva il processo di discontinuità/continuità proprio della dinamica del regno nell’esperienza del mistero di Dio, i cui effetti saranno propri dello scriba – dell’evangelizzatore – che, divenuto discepolo del regno dei cieli, “è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt13,52): prima le nuove e poi le antiche, in sintonia con l’avvento del regno del quale Gesù è maestro e artefice.

L’importanza dell’autonomia responsabile è affermata anche dalla scienza aconfessionale per il fatto che “seleziona, fra gli stimoli dell’ambiente, quelli significativi e quelli che non lo sono e, soprattutto, nel discernere quale significato attribuire a questi stimoli in vista dei mutamenti del sistema in corso” (16).

 

Con frequenza l’evangelizzatore si trova nelle stesse condizioni per il contesto e le circostanze complesse inedite e nuove. Egli, acquisita l’autonomia responsabile, è nelle condizioni di discernere le proposte e gli stimoli significativi da quelli che non lo sono in ordine all’avvento del regno.

Al riguardo:

 

= Dialoga con il destinatario – persona o comunità – l’insieme dei dati attendibili:

 

  • Della scienza, riguardo alle sorprendenti e, a volte, sconvolgenti conoscenze della realtà.
  • Della filosofia che, percependo l’inestricabile e irriducibile complessità, elabora i modi per gestirla correttamente.
  • Dei riferimenti etici declinati dall’escatologia e dal patrimonio teologico attinente all’argomento.

= Verifica:

  • la configurazione e la prassi del paradigma nell’orizzonte delle beatitudini.

 

  • la “produzione” del vino nuovo e degli otri nuovi in cui versarlo

 

  • il processo di ricapitolazione in Cristo nel cammino dell’unità delle diversità e della soggettività nella comunione ecclesiale

 

Nell’accogliere “quello che è giusto” (Lc 12,57), secondo l’esortazione di Gesù, evita il pericolo di cadere nel soggettivismo e nel relativismo, due ismo che indicano lo stravolgimento del patrimonio di fede per interessi particolari estranei all’evangelizzazione e all’autonomia dell’evangelizzatore.

 

     4) IL RAPPORTO CON LA CHIESA.

Evidente che autonomia responsabile non è indipendenza dalla Chiesa. Paolo afferma che “Quattordici anni dopo, andai di nuovo a Gerusalemme (…). Esposi loro il vangelo che io annuncio fra le genti, ma lo esposi privatamente alle persone più autorevoli, per non correre o aver corso invano” (Gal 2,1-2).

Quindi, l’Istituzione nell’esercizio del proprio compito riguardo al sostegno della soggettività responsabile e autonoma dell’evangelizzazione, nel sintonizzare con il paradigma deve rielaborassi, rigenerarsi: “La Chiesa ha urgente bisogno di un’autorità che sappia riconoscere che il proprio ruolo fondamentale è quello di ‘autorizzare’. Non però, come concessione paternalistica (…). Piuttosto, nel senso più originario di ‘rendere autori’, accettando la presa di responsabilità e lasciando andare un po' del proprio dominio, per un audace accompagnamento al passo coraggioso e creativo della fede. Un’autorità generativa che non ha paura delle relazioni asimmetriche, continuamente proposte dalla vita, ma che è capace di giocare tale squilibrio in favore della crescita dell’altro a favore di tutti, invece che del suo dominio a proprio vantaggio. Un’autorità che serve è dunque una autorità che autorizza (…). L’autorità generativa non è accentratrice, perché consapevole di essere fondata si altro, e dunque essere un tramite” (17).

È l’argomento che segue.

 

 

 

 

– Parte Quarta –

L’AUTO-EVANGELIZZAZIONE E L’AUTO-RIGENERAZIONE DELL’ISTITUZIONE CHIESA

INTRODUZIONE

È scontato che il paradigma dell’Istituzione non può essere diverso da quello dell’evangelizzatore autonomo e responsabile.  Il “gioco” della Sapienza trinitaria, nella quale la Chiesa stessa è coinvolta e della quale è depositaria perché Corpo di Cristo, non riguarda solo il credente ma anche l’Istituzione destinataria e bisognosa di evangelizzazione e di rigenerazione o, meglio, di auto-evangelizzazione e di auto-rigenerazione, in virtù della “riserva” escatologica.

L’Istituzione, come ogni società, è una struttura costituita da un insieme di norme coordinate fra di loro che definiscono i rapporti individuali, interpersonali e sociali. Essa guida il comportamento legittimato da valori e dall’etica per raggiungere il fine e  trasmette un obbligo e un attaccamento emotivo, intellettuale e pastorale declinato nelle abitudini e nei costumi.

Ebbene, l’Istituzione rimasta orfana della dimensione escatologica ha sviluppato l’evangelizzazione principalmente sull’asse Cristo-Chiesa. Di conseguenza, agendo nel mondo ha assorbito il modello dal quale Gesù l’aveva posta in guardia, nonostante l’avvertenza ai discepoli che sono nel mondo ma non sono del mondo (Gv 17,9-19),

L’assorbimento è stato tale che l’Istituzione sì è organizzata totalmente sul modello piramidale giungendo addirittura a competere per affermare, lungo i secoli e fino a non molto tempo fa, la superiorità politica-sociale sul potere secolare.

Nello stesso tempo, al suo interno ha solidificato il modello piramidale di sudditanza per conservare una stretta organizzazione gerarchica (Papa, vescovi, sacerdoti, religiosi e laici), esercitata attraverso un rapporto di obbedienza e di mera esecuzione delle direttive dell’evangelizzazione, mortificando, in tal modo, l’autonoma responsabilità delle fasce inferiori.

 

++ Un’analisi critica a un modello organizzativo dell’Istituzione.

 

Mi avvalgo del lavoro di Marco Montagnino (18).

 

 == La povertà “organizzazionale” (p.93-98).

 

Nelle pagine anteriori l’autore analizza criticamente il tipo di organizzazione, e con essa l’emergere dei fenomeni/problemi legati a tre aspetti: a) la specializzazione; b) la gerarchia; c) la centralizzazione, che ha creato fraintendimenti, false evidenze e semplificazioni grossolane, così da sembrare che specializzazione, gerarchia e centralizzazione siano vincoli ed esigenze “razionali” agli sviluppi della funzionalità e dell’efficacia in ogni organizzazione (p.76).

 

Tutto – scrive Morin – conferma questa visione: la nostra società comporta necessariamente uno Stato e un governo, cioè un centro di comando/controllo, una gerarchia di istanze nazionali/regionali/locali e di gruppi, caste o classi, a cominciare dalla gerarchia tra coloro che decidono e coloro che eseguono, e una divisione del lavoro che sviluppa innumerevoli specializzazioni (p 76).

 

L’approccio semplificante ai concetti di specializzazione, gerarchia e centralizzazione ha e continua a ispirare le teorie della leadership più accreditata dalle élite dominanti. Per esse resta ideale l’organizzazione che procede dalla struttura piramidale centralista/gerarchica/specializzatrice: al vertice un unico centro di computazione/decisione/comando, organizzato come un clan, un’élite, saldamente mantenuto e trasmesso ereditariamente: sui gradini le gerarchie di controllo, funzione, trasmissione di tale dominio, alla base gli operatori specializzati.

 

La più grande preoccupazione per chi comanda, in questo tipo di organizzazione, è di conservare il potere in seno al gruppo di appartenenza e sviluppare, quindi, strategie solo in questa direzione (tra le quali oltre la violenza, fisica e non, la costruzione di adeguati impianti/sistemi simbolici). Si tratta di un apparato che presenta vantaggi certi, soprattutto quando il centro ha una competenza molto alta e ricca (del resto, è proverbiale che “sapere è potere”).

 

In sintesi, l'Istituzione è un’organizzazione piramidale il cui vertice è il centro decisionale al quale sottostanno i diversi piani gerarchici e poi, a un livello inferiore, le specializzazioni al loro servizio e sottoposta, infine, la base che accoglie e compie.

 

Tale organizzazione sembra economica, razionale, funzionale. La decisione può essere presa molto rapidamente; non c’è pericolo che si abbia divergenza o conflitto sul suo principio o sulla sua esattezza; si dà trasmissione/adattamento delle istruzioni a molteplici livelli di integrazione; infine, una simile organizzazione beneficia della precisione e dell’efficacia operazionale propria della specializzazione.

 

L’autore si chiede: che cosa si nasconde dietro questa evidenza? Ecco i rischi che tale sistema comporta:

 

– Spreco: Il sottoimpiego delle competenze ai livelli subordinati e specializzati comporta che una decisione erronea, che non può essere ostacolata dagli esecutori, possa rivelarsi fatale oltre che comunque fare perdere tempo, perché occorre che il centro riconosca e corregga il suo errore annullando il presupposto vantaggio della rapidità.

 

– Rigidità: di fronte ad ogni situazione nuova o inattesa la base specializzata deve riferirsi alla gerarchia, la quale trasmette il problema al vertice, che non è sul campo, e dal quale la decisione deve seguire a ritroso il percorso gerarchico per ritornare al punto arduo. Più in generale la lentezza di reazione che ne consegue, insieme allo spreco delle competenze locali e alla pesantezza dei vincoli gerarchici, determinano una rigidità permanente del sistema di fronte al rischio, all’incerto, al mutevole.

 

– Fragilità: il concentrarsi in una sola testa della competenza globale, della decisione, dell’iniziativa rende l’insieme mortalmente vulnerabile in quest’organo unico. Le organizzazioni policentriche hanno invece teste di riserva, anzi teste che rispuntano: le Idre di Lerna resistono agli Ercoli. Ognuno è indispensabile: questo sembra volere dire Morin.

 

– Parassitismo: l’individuo o la casta che detengono il potere di stato possono appagare senza freno (non essendo controllati dalla regola che controllano) i loro appetiti egocentrici e parassitano l’insieme del corpo sociale pur assumendo più o meno correttamente le loro funzioni di interesse generale.

 

Si può osservare che rigidità, spreco, fragilità e parassitismo si alimentano a vicenda in un circolo vizioso.

 

== Aspetti da prendere in considerazione per una soluzione emancipatrice.

 

* Premessa

 

Le società umane, osserva il filosofo del pensiero complesso, in particolare le nostre società storiche, hanno introdotto nel cuore dei rapporti umani l’opposizione drammatica del padrone e dello schiavo, cioè l’asservimento, lo sfruttamento e l’assoggettamento. Specializzazioni, gerarchia, centralizzazione, comportano strutture di dominio/sottomissione e in particolare di assoggettamento.

 

Non si può nemmeno tenere in considerazione, come soluzione emancipatrice, l’ipotesi di una società senza antagonismi e conflitti interni, perché nulla è più ottuso, asservente e assoggettante di una società che pretenda di annullare i suoi conflitti e antagonismi. La sfida è comunque, tentare di superare quest’aporia.

 

L’autore domanda: Come immaginare una società in cui il gioco degli antagonismi e dei conflitti non produca dominio e sottomissione, asservimento e assoggettamento? E ancora, come risolvere il problema, non facilmente dissociabile dal precedente, del rapporto di assoggettamento tra la società e l’individuo?

 

Ogni società, anche la più burocratizzata, la più tecnicizzata, la più totalitaria e totalitarista, realmente non obbedisce allo schema della “pseudo razionalità mono-centrica, mono gerarchica, onnispecializzata”, anche se anarchismo e pluralismo sono subordinati e assoggettati all’ordine centrico gerarchico. Inversamente, non possiamo ipotizzare per la società moderna una risposta di pura e semplice anarchia.

 

*Aspetti per una soluzione emancipatrice.

 

Possiamo cercare risposte solo nel senso di una complessità più alta di quella delle società esistenti o esistite in passato (…). Sembra, in effetti, possibile concepire un progresso “organizzazionale”, fondato sulla regressione/de-potenziamento delle specializzazioni, delle gerarchie, della centralizzazione; da esso deriverebbe la regressione/de-potenziamento correlativa degli asservimenti/assoggettamenti sullo sviluppo delle comunicazioni e delle fraternizzazioni, sul pieno impiego delle qualità strategiche, innovative e creatrici, ancora fortemente inibite o non coltivate nella nostra società.

 

Tale progresso consentirebbe di affrontare non più in termini di alternativa ingenua (rafforzamento o ‘deperimento’) il problema, perché consentirebbe la "complessificazione" del rapporto individuo/società e non la subordinazione di un termine all’altro.

 

Cosicché I tre aspetti – specializzazione, gerarchia e centralizzazione – sono rilevati dall’autore non solo nella specificità del termine, ma anche nella contemporaneità e complementarietà di altri termini che li integrano, completano e costituiscono le differenze in ognuno dei tre aspetti.

 

 Pertanto, al centrismo –la centralizzazione – è legato il policentrismo e l’acentrismo; alla gerarchia, l’eterarchia e l’anarchia (quest’ultima non è la non-organizzazione, è l’organizzazione che si effettua a partire dalle associazioni/interazioni sinergiche di esseri computanti, senza che ci sia bisogno per questo di comando o di controllo proveniente da un livello superiore); alla specializzazione la diversità e la differenziazione.

 

Questi elementi sono necessari per far parte a pieno titolo dell’organizzazione – chiamata organismica – che costituisce la base del processo creativo e il ‘terreno su cui stare’ per rispondere alla sfida dei nostri tempi turbolenti, (…) tendente verso un ordine superiore di sintesi creativa (…) che fa crescere l'unità all'interno della molteplicità” (19).

 

Balza alla mente che l’ordine superiore di sintesi creativa, che fa crescere l’unità all’interno della molteplicità, e il senso della complessità più alta di quella delle società esistenti o esistite in passato cui fa riferimento l’autore è rapportabile, nell’ambito teologico all'avvento del regno di Dio, l’evento escatologico e trinitario attuante nella storia, la cui pienezza si manifesterà alla fine dei tempi.

 

L'ordine superiore svolge un ruolo affine al trentasei, MCD (Massimo Comun Divisore) di sei, nove e dodici, che li contiene perfettamente in forma multipla. Più ancora, ognuno dei tre elementi partecipa di ciò che li trascende, che va oltre, equiparabile in termini teologici alla riserva escatologica propria della Trinità e del mistero di Dio.

== L'insegnamento e la pratica di Gesù in rapporto a tali aspetti.

 

Mi sono chiesto: come Gesù si è rapportato e ha orientato il gruppo dei discepoli in modo che l’attuale Istituzione possa riferirsi per l’auto-evangelizzazione e l’auto-realizzazione?

 

*Premessa.

 

“Il Verbo si è fatto carne” (Gv1,14) e con esso Gesù assume il livello infimo della condizione umana a causa del peccato, pur non avendo commesso peccato. Con l'incarnazione avviene in Lui il de-potenziamento “essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò sé stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2,6-7) e la regressione “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2Cor 8,9).

 

“Essendo di condizione divina” il de-potenziamento non è una magnanima concessione, ma la condizione divina attiva e operante nell'umanità sottomessa al peccato. Umanità che Gesù assume quale servo simile agli uomini e fa di Lui “colui che dà origine alla fede…” . Nel dare “origine alla fede” – la fiducia nel Padre, nello Spirito e nella causa – elabora l'istruzione e la pratica che susciteranno le ben note reazioni “… e la porta compimento” (Eb 12,2) con l'evento pasquale.

 

Attività alla quale si aggiunge la sorprendente scelta da ricco di farsi povero “perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” che testimonia nell’insieme il processo per il quale il de-potenziamento/regressione del Verbo nell’umanità di Gesù –“Colui che non aveva conosciuto il peccato, Dio la fece peccato in nostro favore” (2Cor 5,21) – fa sì che la stessa umanità sia condotta e immersa nell’ambito della “potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16), nella comunione nell'amore trinitario.

 

È il processo dell’evento di rottura/continuità. Gesù stigmatizza la teologia e la pratica in modo profondo e radicale. Instaura la rottura e con essa la diacronia per andare oltre, al di là … Nell’ambito filosofico Lévinas lo sostiene quando afferma: “Noi dobbiamo ancorarci alla situazione estrema di un pensiero diacronico (…). Pensare in esso esige, forse, tanta audacia da ostentare lo scetticismo che non teme di affermare l’impossibilità dell’enunciato pur osando realizzare questa impossibilità attraverso l’enunciato stesso di questa impossibilità (20).

 

L’impossibile all’uomo è possibile a Dio (Lc 1,37) presente e attuante nell’amore per la causa che sostiene la parresia del processo, chiude il sistema nella crescita della qualità di vita per l’inesauribilità del suo amore e immette nel cammino paragonabile alla spirale in costante espansione che non si fermerà mai.

 

== a) La specializzazione.

 

Un’organizzazione vivente (a qualunque grado essa emerga), fondata totalmente sulla specializzazione, sarebbe incapace di far fronte ai problemi posti dai rischi, dalle concorrenze e dagli antagonismi presenti al suo interno intrinsecamente, all’emergere dell’individualità/soggettività.

 

Gesù fa proprio il de-potenziamento nell’attivare in sé stesso “una relativa de-specializzazione, nella quale ritrova una certa autonomia che, comunque, opera a favore dell’integrità dell’organismo, pur essendosi sottratta, in qualche modo al suo controllo” (p.80), e snoda in se stesso un’attività di de-specializzazione/rispecializzazione, di rottura/continuità.

 

Aggiunge l’autore, “gli esseri specializzati racchiudono qualcosa di fondamentalmente non specializzato (…), che Morin chiama competenze potenziali, scrivendo, appunto, che la specializzazione è soltanto uno degli aspetti, una delle tendenze, una delle espressioni negli sviluppi organizzazionali della diversità” (p.81). La capacità di de-specializzarsi, là dove si manifesta, è una qualità individuale propriamente rigeneratrice che torna a vantaggio della comunità.

 

 

Gesù de-potenziando la sua specificità divina entra pienamente in sintonia con la dinamica vivente a favore dell’umanità. Il de-potenziamento crea le condizioni per accogliere quello che non è specifico e attuare la rispecializzazione a favore del tutto, nell’orizzonte dell’avvento del regno di Dio. La dinamica aiuta capire come Gesù Cristo, “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2Cor 8,9).

 

L’insegnamento e la pratica di Gesù manifestano un’autorevolezza sorprendente che svolge con fermezza e sicura competenza per la potenza dell’amore nella causa, e fa sì che il rapporto rottura/continuità si declini nella de-specializzazione/ ri-specializzazione con azioni sorprendenti i cui risultati lo stupiscono, come constatare maggiore fede in un pagano che in Israele.

 

Morin ipotizza che uno sviluppo ipercomplesso delle società umane possa farsi in/e attraverso la regressione delle specificità a vantaggio delle policompetenze e delle competenze generali.

 

Questo suggerisce l’ipotesi che la de-potenzializzazione assunta da Gesù per dare un futuro pieno di speranza (Ger 29,11) ai poveri, agli esclusi ai marginalizzati, non risponde solo all’insondabile volontà trinitaria ma anche alla profonda conoscenza della realtà umana e alla strategia necessaria per la salvezza di tutti e di tutto. Ecco allora che la grazia – Gesù de-specializzato/ri-specializzato – non sostituisce la natura ma la integra e la porta alla perfezione.

 

==b) La gerarchia.

 

È comune la comprensione semplificata della gerarchia, concepita fondamentalmente in termini di livelli/piani d’inglobamento/integrazione, o in termini di dominanza/subordinazione. Cosicché l’organizzazione vivente oscilla in modi diversi tra due polarizzazioni: dominio da una parte e integrazione/inglobamento dall’altra (p.82). La gerarchia se concepita in modo semplificatore, o s’identifica in moto puro e semplice all’asservimento e al dominio o maschera tale asservimento con i colori rosei dell’integrazione e della funzionalità (p. 88).

 

Gesù ha davanti a sé un lavoro di architettura complesso in continua espansione e crescita, che diventa sempre più complesso, dovendo rispondere alle situazioni più diverse, conflitti e inedite circostanze.

 

Egli stigmatizza l’istituzione politica e religiosa del tempo e prende lo spunto dallo sdegno degli apostoli verso i figli di Zebedeo in merito alla richiesta di sedere uno alla destra e l’altro alla sinistra nel suo regno. Afferma che non sanno quel che chiedono e riprende: “Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così, ma chi vuole diventare più grande tra di voi, sarà il vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la vita in riscatto di molti” (Mt 20, 25-28). “Tra voi non è così” (Mc 10,43); “Voi però non fate così” (Lc 22,26).

La triplice insistenza “tra voi” raccomanda attenzione all’incompatibilità con il modello di governo delle nazioni, organizzate mediante una struttura di potere e di dominio.  Non c’è riferimento ad alcuna gerarchia piramidale. Non stabilisce nessuna carica specifica né fa della sua singolare condizione il caposaldo gerarchico sul tipo in atto nella società.

Invece esorta i discepoli alla fratellanza nella pratica dell’amore vicendevole, con tutto quello che ne consegue. Ai discepoli non propone nessun tipo di gerarchia, ma stabilisce la qualità dei rapporti fra i discepoli, i membri della comunità: “Ma voi non fatevi chiamare ‘rabbi’, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate ‘padre’ nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare ‘guide’, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi di voi è più grande sarà il vostro servo” (Mt 23,8-11). L’intervento sembra indurre all’anarchia, ma, in effetti, chiama alla solidarietà e alla responsabilità autonoma, creativa e innovativa a favore del regno.

Nell’ambito scientifico il riscontro è nel fatto che, in ogni organizzazione vivente, “l’organizzazione gerarchica ha bisogno di organizzazione non gerarchica”; esige la presenza di gerarchie concorrenti e di forme antagoniste alla gerarchia. Si ritrova la logica “organizzazionale” del fenomeno della specializzazione. È assolutamente necessario, afferma Morin, che vi sia al suo interno una componente anarchica. “L’anarchia senza controllo superiore costituisce un tutto che stabilisce il suo controllo superiore […] la componente anarchica, quando interviene tra esseri ineguali quanto a capacità e a mezzi d’azione, crea di per sé stessa gerarchia senza tuttavia che si inaridisca la fonte anarchica (…). Un organismo si auto-produce in modo anarchico pur organizzandosi in modo gerarchico.” (p.87).

 

Bisogna evitare che la gerarchia sviluppi assoggettamento, e quindi, che i sistemi, gli esseri, gli individui, diventino sottosistemi, sotto-esseri, sotto-individui, e quando si tratta di esseri umani, che essi siano ridotti allo stato di sotto-uomini (p.87). Gesù va oltre; sprona le folle che lo seguono, con parole molto dure, a discernere e capire i “segni dei tempi” (Lc 12, 54-57) presenti per la sua parola, nella sua azione e agire in sintonia con l’avvento del regno.

 

Per arricchire la nozione di gerarchia, dunque, è necessario comprenderla proprio nella sua complessità, nella sua dialettica, porla in costellazione con le nozioni di anarchia, di eterarchia, di poliarchia, con le quali si svolgono relazioni complesse perché essa sia effettivamente “organizzazionale”. È necessario che si abbia al suo interno elasticità e gioco tra i livelli, autonomia responsabile degli assoggettati, possibilità di decisione, e, di conseguenza, distribuzione della responsabilità già alla base organizzativa dell’Istituzione.

 

Questa formula risponde alle caratteristiche e alle esigenze della grande mistica la quale afferma che, per arrivare al punto che non conosci devi intraprendere il cammino che non conosci. Non conoscere, e la ricaduta a livello umano psicologico, morale e sociale, è proprio la caratteristica primordiale della complessità

Evidentemente quello che attrae, come la calamita la limatura di ferro affinché la complessità si organizzi in modo gerarchico, è il punto che non conosci, ovvero, l’escatologico, la Trinità, il Regno, nella dinamica di continuità/discontinuità, gerarchicamente organizzata dalla prassi della carità.

 

 

==c) La centralizzazione.

 

Concependo l’organizzazione vivente in modo soltanto gerarchico, e la gerarchia in modo unicamente piramidale, si crede, dice Morin, che tale organizzazione abbia bisogno, al suo vertice, di un unico centro dotato di competenza generale, che possa garantire il comando ed il controllo.

 

L’esistenza di un apparato centrale di comando/controllo non costituisce la regola nell’universo vivente e, anche dove è presente, l’apparato neuro-cerebrale, osserva Morin, non comanda tutto. Al centrismo il filosofo del punto di vista organizzazionale connette in relazione complessa le nozioni di acentrismo e di policentrismo: “Un’organizzazione può essere detta acentrica quando è la totalità del sistema a stabilire ordinamento/controllo/regolazione per retroazione sulle parti – con il centro che finisce così per essere dappertutto e da nessuna parte. (…) le proprietà globali (auto-riparazione, adattamento, apprendimento, regolazione, cooperazione, ecc.) sono assicurate dai centri locali, che in un certo modo si sincronizzano (…) tutto ciò che è acentrico è in qualche modo policentrico, e tutto ciò che è policentrico è in qualche modo acentrico” (p.89)

 

Teologicamente la Trinità e la sua dinamica è il centro unico dotato di competenza generale, ma la caratteristica di essa è in sintonia con il pensiero di Morin. E già nel XV secolo Niccolò Cusano affermava qualcosa di analogo nel dire che Dio è “come un cerchio il cui centro è in nessuna parte e la circonferenza in nessun luogo”, che configura la complessa dinamica in “gioco”.

 

La totalità del sistema è il Regno di Dio nel presente, anticipo e speranza del futuro alla fine dei tempi. Le proprietà globali (le beatitudini, l’uso dei beni, del denaro, il matrimonio, il potere, ecc.) sono assicurate dalle comunità locali, dall’audacia, coraggio e creatività del degli integranti, del credente. In tal modo cresce l’unità nella diversità.

 

In effetti, la competenza generale – la dinamica trinitaria – è donata al credente e alla comunità (Lc 12, 54-56) sostenuta e alimentata dalla presenza del Risorto e dello Spirito effuso sulla creazione nella Pentecoste che garantisce l’esercizio della corretta soggettività responsabile e autonomo.

 

In tal modo si stabilisce il rapporto per cui il centrismo della Trinità connette, in relazione complessa, con l’acentrismo e il policentrismo delle comunità – due o tre riuniti nel nome del Signore – e della persona.

 

L’autore afferma, nella prospettiva fin qui svolta, che ogni organismo vivente o società, e più in generale ogni essere vivente, si auto-produce in modo anarchico, cioè insieme policentrico e acentrico, pur organizzandosi in modo centrico (…).  L’individuo vive dunque non soltanto alternativamente, non soltanto complementarmente, non soltanto conflittualmente, ma anche indistintamente e concorrentemente con l’“oikos”. Per l’uomo quest’ambiente è anche la società in cui vive (p.92).

 

=== L'organizzazione dell'Istituzione.

 

+L'organizzazione.

 

Andare oltre – il pensiero complesso – per Morin vuol dire l’arte/scienza del pilotare insieme, in cui la comunicazione non è più uno strumento del comando ma una forma simbiotica complessa di organizzazione (p.105).

 

Non esiste formula o “logica organizzazionale” che possa eliminare dall’organizzazione il disordine o l’errore. Ogni concezione ideale di un’organizzazione che sia solo ordine, funzionalità, armonia, coerenza è un sogno di ideologi e/o tecnocrati; è soltanto irrazionalità che elimina la vita. Non si può tralasciare che il mondo è una realtà ambigua di grano e zizzania. E lo sarà fino alla fine dei tempi.

 

È pure illusione l’efficacia dell’esercizio del comando in sintonia con il pensiero lineare. Esso solo risolvere i problemi d’informazione e comunicazione, perché, preso alla lettera, preclude ogni decisione a livello diverso da quello del comando, ma anche ogni iniziativa o creatività; quindi annichilisce ogni individualità che non sia quella rappresentata dal centro di comando e dai suoi membri.

 

Il grande problema di un'organizzazione è anche quello di essere capace di affrontare gli errori, le incertezze, i pericoli; nell'avere capacità strategiche ed evolutive. L’importante per un’organizzazione non è soltanto l'adattarsi ma apprendere, inventare, creare e il paradigma quale strumento è imprescindibile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 CONCLUSIONE

 

IL PARADIGMA DELL’EVANGELIZZAZIONE.

 

Tornando alla definizione: il paradigma è un modello organicamente strutturato in cui rispecchiarsi per una diversa comprensione dell'evangelizzazione in vista di ottenere soluzioni soddisfacenti.

 

Il modello non è il rovesciamento della piramide gerarchica, sarebbe passare dalla padella alla brace. La figura non è il cerchio, ma quella posta sullo stesso piano che prende forma nel ridisegnare l’insieme del rapporto della soggettività autonoma e responsabile con l’Istituzione.

 

Il modello è un fisso riguardo all’insieme dei “punti notali” che garantiscono il contenuto e l’identità dinamica. È flessibile per la dinamica e il processo di unione di essi nel corretto procedere di rottura/identità.

 

 

In linea generale il modello riguarda:

 

# il quadro teologico:

 

  1. l'orizzonte escatologico come punto di partenza e anticipo del presente dell'avvento del regno in tensione verso l'ultimo e definitivo.
  2. La centralità dell’avvento del regno di Dio nel presente nell'orizzonte del principio ologrammatico.
  3. I “segni dei tempi” discerniti dai segni del nostro tempo.
  4. L'ottimismo antropologico per la grazia in opposizione e conflitto al pessimismo devastante del peccato.
  5. l'esperienza mistica dell'attimo coinvolgente.

 

# il metodo:

 

  1. valutare se procedere con il pensiero lineare o il pensiero complesso.
  2. la strategia e l’attenzione all’eventuale necessità del bricolage.
  3. La verifica dei risultati da parte dell’evangelizzatore. E la verifica di essi con la Chiesa.

 

# il rapporto Evangelizzatore – Istituzione.

  • Il contributo e il discernimento della scienza aconfessionale.
  • la responsabilità e l'etica.
  • L’autonoma in sintonia con l'insegnamento e la pratica di Gesù.
  • Il processo di rottura/discontinuità.
  • La dinamica di de-potenziamento versus la potenza di vita indistruttibile.
  • l'impostazione organizzativa
  •  

 

CONSIDERAZIONE FILALE.

 

Il paradigma pretende costituire un insieme organicamente strutturato nel quale la persona, la comunità – “dove sono due o tre riuniti in mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20) – e l’istituzione esprimano nel finito della loro condizione umana l’infinito, con altre parole, l’avvento del regno, della sovranità di Dio, raccogliendo l’esortazione del profeta: “Uomo, – nel processo di rottura/ continuità – ti è stato insegnato ciò che buono e ciò che il Signore vuole da te: praticare la giustizia, amare la misericordia, camminare umilmente con il tuo Dio” (Mi 6,8). E con esso si esprima nella persona, nella comunità e nell’Istituzione l’eterna giovinezza di cui la Chiesa è depositaria in virtù della realtà escatologica.

 

 

Rebbio, 11- 09 – 2019                                                P. Luigi Consonni

 

 

 

NOTE.

 

  1.  Edgar Morin – Le vie della complessità p.56-57 – GIANLUCA BOCCHI e MAURO CERUTI (a cura) – La sfida della complessità, Feltrinelli, Milano, 1987 3a Ed -.

 

  1. Mauro Ceruti – La hybris dell’onniscienza e la sfida della complessità – o.c. p.34

 

  1. Josef Wohlmut – Il mistero della trasformazione. Tentativo di una escatologia tridimensionale in dialogo con il pensiero ebraico e la filosofia contemporaneaQueriniana BTC, Brescia 2013.

 

  1. John P. Meier – Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico – Queriniana BTC vol.2 2012. pag.430-31).

 

  1. Papa Francesco – Discorso alla CEI – 16 Maggio 2016 (Googol)-.

 

  1. Edgar Morin – o.c. – p. 59.

 

  1. Miguel de Unamuno – L’agonia del cristianesimo – Corbacci, Milano 1993.

 

  1. Edgar Morin – o.c.- p.59.

 

  1. Marco MontagninoDifferenza, autonomia, complessità. Dialettica del pensiero complesso di E. Morin, p. 62-67, Google.

 

  1. Rosa Laura Guzzetta – Soggettività come responsabilità: la provocazione di Lévinas – p. 2, nota 25 Google.

 

  1. Emmanuel Lévinas – Totalità e infinito – Jaca Book, Milano 2018, p.34-35

 

  1. .     “                 “                  “ p. 21.

 

  1. Rosa Laura Guzzetta – o.c. – p.4

 

  1. Emmanuel Lévinas – o.c. – p.24

 

  1. Raffaela Giovagnoli – Autonomia: questione di contenuto, p.2-3 – Google -.

 

  1. Mauro Ceruti – o.c. p.37.

 

  1. Chiara Giaccardi e Mauro Magatti – La scommessa cattolica – Mulino, Bologna 2019, p.150.

 

  1. Marco Montagnino – o.c – N.B. esclusi gli aspetti biblici e teologici, il contenuto è estratto e in alcuni punti rielaborato. Tra parentesi la pagina.

 

  1. Martha Crampton. A cura di Luciano Marchino. Vedi le caratteristiche e i presupposti – Centro di Documentazione Wilhelm Reich – Googol -.

 

  1. Emmanuel Lévinas – Altrimenti che essere o al di là dell’essenza – Jaca Book, Milano 2018, p. 11.
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