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di Francesco Gesualdi – da Avvenire del 30 aprile 2019

Controindicazioni e limiti di una imposizione meno progressiva: ecco perché il sistema fiscale con tassa piatta fa crescere solo le disuguaglianze

 

Quando si avvicina una nuova tornata elettorale solitamente si torna a parlare di tasse. Anche quest’anno, in prospettiva delle elezioni europee del 26 maggio, la tradizione è stata rispettata. Tuttavia non lo si è fatto per ricordare agli italiani che la Costituzione ci richiama al «dovere inderogabile di solidarietà politica, economica e sociale», ma per assicurarci che saremo liberati da ciò che nell’immaginario collettivo si sta affermando come un’angheria. Il messaggio è stato indirizzato soprattutto ai più ricchi, i quali avendo di più sono anche quelli che hanno la sensazione di pagare di più. E poiché a determinare gli importi fiscali è l’aliquota, ossia la percentuale di tassazione, tutti i governi italiani degli ultimi trent’anni si sono prodigati per abbassarla sui redditi più alti, fino ad arrivare alla proposta di una flat tax, letteralmente 'tassa piatta', avanzata di recente anche in Italia.

La proposta, in realtà, nelle ultime settimane è un po’ rientrata, soprattutto per mancanza di risorse. Ma il tema resta sul tavolo. Le ipotesi circolate prevedevano un primo step di tassa piatta riservato ai redditi medi, tuttavia la prospettiva dell’estensione a tutti non è teorica. Il concetto della flat tax è quello di una aliquota unica, magari del 15%, applicata a tutti i contribuenti, sia che guadagnino 20mila euro l’anno, sia che intaschino due milioni. Unico elemento d’abbattimento ipotizzato sarebbe il carico familiare, anch’esso però uguale per tutti, per cui il principio alla fine non cambierebbe. Ed è opposto a quello dell’imposizione progressiva che spacchetta ciò che guadagniamo in scaglioni applicando a ciascuno di essi aliquote differenziate. Molto basse sui primi gradini, per diventare sempre più alte su quelli aggiuntivi. Una gradualità basata sulla constatazione che il reddito risponde a bisogni diversi via via che cresce: le quote più basse non possono essere toccate o devono essere toccate poco perché servono per i bisogni fondamentali. Viceversa le quote che si aggiungono sono accantonate o spese anche per beni di lusso, per cui possono essere tassate più pesantemente senza paura di compromettere la vita delle famiglie, ma anzi migliorandola perché le 'arricchiscono' fornendo più servizi pubblici alla collettività. Dunque la progressività è un principio fondamentale di equità, che però i sostenitori della flat tax contestano sulla base di due argomentazioni: ostacola la crescita e incentiva l’evasione. Ma è proprio così?

Secondo certe teorie è bene che i soldi rimangano in tasca a chi ne ha molti per avere chi investe e non consuma soltanto. E poiché l’investimento è ritenuto sinonimo di crescita, la conclusione è che la concentrazione fa bene alla collettività. In un articolo apparso il 5 gennaio 2019 sul 'New York Times', Paul Krugman ha messo in crisi questa impostazione, dimostrando che negli Stati Uniti il massimo livello di cresci- ta si è avuto negli anni Sessanta del secolo scorso, quando sopra il milione di dollari (valore di oggi) si pagava una tassa del 70%. Il fatto è che la crescita è un fenomeno complesso che si avvera solo se si realizzano varie condizioni che stanno in equilibrio fra loro: capitali che investono, ma anche adeguata capacità del sistema di assorbire ciò che viene prodotto; altrimenti i capitali non si indirizzano verso gli investimenti produttivi, ma verso quelli finanziari, che oltre certi limiti mandano il sistema in tilt come è successo nel 2008. Per questo l’equa distribuzione dei redditi è un importante fattore di stabilizzazione.

Anche rispetto all’idea che le alte aliquote favoriscono l’evasione fiscale, ci sono studi che smentiscono questo luogo comune. Mettendo a confronto i livelli di pressione fiscale con i livelli di economia sommersa esistenti nei vari Paesi (dati Ocse e Fondo monetario internazionale), Rocco Artifoni, dell’associazione per la riduzione del debito pubblico (Ardep) dimostra che non esiste correlazione automatica fra i due fenomeni perché ci sono Paesi con alta pressione e bassa evasione fiscale e al contrario Stati con bassa pressione e alta evasione fiscale.

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di Giuseppe De Rita – www.corriere.it del 26/04/2019

 

Le riflessioni-guida della Via Crucis erano di una voluta potenza rispetto a chi, come tutti noi, vive senza memoria di tutto il dolore che c’è nel mondo.

 

Potrà sembrare una enfatizzazione personale, da fratello saggio del figliol prodigo, ma più torno sulla ultima Via Crucis al Colosseo, più mi convinco che la Chiesa di Roma si allontana ogni giorno da noi: è sempre meno romana, sempre meno italiana, sempre meno europea. Con una distanza che si fa sempre più evidente, anche sul piano delle opinioni correnti.

Parto da un fatto fenomenologico, sto alle facce, alle preghiere, alle riflessioni comunicative di venerdì scorso: era impressionante vedere il video pieno non dei volti tipici della nostra quotidianità, ma di volti «altri», quasi tutti asiatici ed africani; i pochi bianchi casualmente inquadrati erano dei consumatori di turismo, ed infatti non rispondevano alle preghiere collettive. Queste erano tutte orientate a ricordare, interpellare, condividere le pene di milioni di persone (lontane miglia e miglia da quella scenografica piazza) che soffrono la fame, l’emarginazione, le guerre, i genocidi. Ed in più le riflessioni-guida della Via Crucis, benché scritte da una suora novantenne, erano di una voluta potenza (mai udita nelle abitudini ecclesiali) rispetto a chi, come tutti noi, vive nell’egoismo e spesso nella fatuità narcisistica, senza memoria di tutto il dolore che c’è nel mondo.

Il Venerdì Santo era riservato ai protagonisti del dolore e della croce quotidiana. E così i volti, le preghiere, le riflessioni profonde hanno dato l’impressione che la Chiesa si stia allontanando da noi (romani e italiani) figli primogeniti. Questi forse non se ne accorgono, attenti solo a garantirsi quel servizio pastorale e devozionale che riteniamo utile per il nostro quotidiano galleggiamento religioso. Ma sotto sotto matura una reazione più forte, forse un rimprovero alla Chiesa che si allontana: come, noi romani, noi italiani, noi europei abbiamo fatto tanto per accumulare il suo patrimonio (storico, teologico, istituzionale, finanziario) ed essa ha occhi solo per altri da noi? Come minimo è irriconoscente, ma in più rischia di annullare il suo patrimonio, ed è di conseguenza naturale richiamare il rispetto del suo radicato insediamento nella nostra storia: girovagare altrove potrebbe renderla fragile.

Ed invece, proprio da figlio primogenito, venerdì scorso ho avvertito con chiarezza che la Chiesa si sta decisamente allontanando, sta andando altrove, vuole essere Chiesa Universale. Noi primogeniti non capiamo questa scelta di nuova destinazione, forse perché non abbiamo letto e capito la decadenza della Chiesa «romana e docente», che aveva in se stessa la verità e le certezze di una sua autoreferente identità.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 5,12-16)

Il testo è un breve riassunto dell’attività pastorale degli apostoli: “Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli”. Essi agiscono con gli stessi poteri di Gesù Cristo il quale ha affermato, durante la sua vita pubblica, che chi crede in lui compirà le sue stesse opere, anzi ne farà ancora più grandi delle sue.

L’inciso in cui si riferisce che la gente pone gli ammalati stesi su lettucci e barelle, “perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro”, trasmette l’idea che Gesù continua ad agire e a compiere la sua missione per mezzo degli apostoli. È la testimonianza della loro identificazione con il Risorto e la certezza che la missione continua.

La loro predicazione non è accolta da tutti: lo indica il fatto che, nel portico di Salomone,  “nessuno degli altri osava associarsi a loro”. Non è spiegato il motivo per cui chi era presente nel portico mantenesse la distanza, tuttavia può essere attribuito all’incomprensione del messaggio o alla volontà di non scontrarsi con l’ostilità delle autorità alla predicazione nel constatare la crescita del numero di aderenti.

Si può ipotizzare che, per la loro vita personale, sociale e formazione religiosa, non abbiano ritenuto convincente la predicazione e l’annuncio del regno nei termini proposti dagli apostoli. Un giustiziato sulla croce – quindi maledetto da Dio – annunciato come il Messia atteso e salvatore è un salto gigantesco, rompe con tutti gli schemi ben consolidati.

Porre come centro il mistero pasquale era qualcosa di sconvolgente, incomprensibile, fuori dai loro orizzonti, che non li riguardava o ritenevano di non aver bisogno, per cui viene meno la motivazione per osare di fare un passo in avanti, avvicinandosi alla cerchia dei credenti.

Al contrario, invece, “il popolo li esaltava (…). Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva”; quindi, “sempre più venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e donne”. La guarigione degli ammalati e di “persone tormentate da spiriti impuri” era ritenuta segno della presenza del Messia, o per lo meno di un profeta, un inviato da Dio.

L’adesione entusiasta del popolo è più che giustificata, non solo per il beneficio della salute, il recupero delle forze e delle condizioni psicologiche e morali, ma anche per la vita che rifiorisce con la riammissione, a pieno diritto, nella comunità e nella convivenza sociale.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 10, 34 a.37- 43)

Nessuno degli apostoli dice di aver visto né assistito alla risurrezione di Gesù, per cui non si sa né quando né come tale evento si è svolto, e come è successo. Il testo odierno è tratto dal discorso di Pietro il giorno di Pentecoste. Solo allora, per lo Spirito Santo, gli apostoli prendono coscienza della portata e dell’importanza della risurrezione di Gesù, evento che si manifesta loro lungo i quaranta giorni che precedettero l'ultima apparizione, l'Ascensione.

Pietro, anche a nome degli altri apostoli, afferma: “noi siamo testimoni di tutte le cose da lui – Gesù Cristo – compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme”, e riassume alcuni aspetti rilevanti dello stare e camminare con Lui, “il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui”.

Beneficare e risanare sono due termini che sintetizzano la finalità dell’azione di Gesù. Essi manifestano il compiersi del regno di Dio quale azione di guarigione verso ogni tipo di sofferenza, e di riscatto da ogni forma di esclusione e ingiustizia, individuale e sociale. Gesù è mosso dalla compassione e dalla misericordia verso ogni persona o gruppo sociale prigioniero dalla schiavitù che separa, e allontana, dalla pratica dell'amore, della giustizia fraterna e dalla responsabilità per un mondo più umano, in armonia e in pace.

La pretesa messianica di Gesù gli costò il rifiuto estremo da parte delle autorità: “Essi lo uccisero appendendolo dalla croce". Morì come un maledetto dagli uomini e da Dio, così ritenevano coloro che approvarono la sua crocifissione. Tuttavia, costoro rimasero sconcertati e increduli quando risuonò l’annuncio: “ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno”. Con tale evento il giudizio di Dio su Gesù è ribaltato completamente.

Il terzo giorno non è un tempo cronologico ma teologico. Esso indica il momento del radicale e definitivo intervento di Dio a favore dell’umanità. Cosicché la risurrezione è l’evento dirimente, lo spartiacque del prima e dopo nella storia e nella vita dell’umanità di tutti i tempi.

Ebbene, Dio “volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio …”, a coloro che camminarono con Lui, seguendolo dall’inizio della sua attività. Il legame fra risurrezione e attività svolta è di grande importanza. La risurrezione è intrinsecamente legata alla vita di ogni giorno: è l’anima, la forza dell’autentico e indistruttibile divenire. Ciò che unisce vita e risurrezione è l’amore per la causa del Regno,  attivo nel disinteresse per sé stesso, per la propria vita, e a favore del bene delle persone e dell’umanità: “per noi uomini, per la nostra salvezza discese dal cielo”, recita il credo.

La risurrezione non è un atto di potere, di forza, d’imposizione, davanti al quale rimanere annichiliti, stupiti e necessariamente sottomessi. Se così fosse Gesù sarebbe sceso dalla croce, e si sarebbe presentato al Sommo Sacerdote e a Pilato per prendersi la rivincita. Essa è il trionfo della vita spesa come quella di Gesù.

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di Marco Tarquinio, giovedì 18 aprile 2019

Dopo i tweet, le cannonate. Non quelle in corso tra loro, tra i libici. Ma quelle impossibili: le nostre. Cannonate su persone inermi, ma colpevoli di emigrazione. Cannonate che abitano tweet e dirette social da anni, che esplodono in barzellette cattive e furibonde invettive, e corrono con le monumentali bufale che han fatto alzare e incattivire l’inusitato coro xenofobo che echeggia dall’Alpi al Canale di Sicilia. Ma non accadrà. Non può e non deve accadere. Deve piuttosto esserci una presa di responsabilità umanitaria, corale, senza tentennamenti, una volta tanto esemplare. Perché dovremmo prepararci solo ad aggiungere cannonate a cannonate, se avessero ragione Matteo Salvini e Fayez al-Sarraj. Se, cioè, davanti ai disperati di Libia, all’orda di «migranti, libici e terroristi» annunciata con enfasi, non ci fosse nessuna seria e generosa iniziativa euro-africana e ci fossero, invece, solo «porti chiusi».

Già. Porti chiusi. Lo slogan preferito di Salvini. Il ministro dell’Interno e faso-tuto-mi nel governo giallo-verde (Difesa, Esteri, Trasporti, Finanze, persino Presidenza… ) ha ribadito più volte a parole ciò che non sta scritto (come abbiamo acclarato su queste pagine) in nessun atto ufficiale, ma che a ogni “tragedia migrante” sventata nel Mediterraneo si realizza per le misteriose vie del potere che il segretario della Lega si è dato e che sino a ieri – negli ultimi giorni, per la verità, con sempre meno entusiasmo e più disagio – il Movimento 5 Stelle gli ha concesso: i porti italiani, appunto, «sono chiusi», anche se soltanto per richiedenti soccorso e asilo poveri e dalla pelle scura (per gli altri naturalmente no). Ho appena scritto “misteriose vie del potere”, ma da oggi lo sono un po’ meno. Ciò che oggi siamo infatti in grado di pubblicare, fatti e carte alla mano che il collega Nello Scavo (LEGGI QUI) ha verificato, disegna un quadro di decisioni politiche assunte senza trasparenza e senza legge, interna e internazionale. Un quadro pesante, tanto quanto i disumani respingimenti ciechi di richiedenti asilo compiuti in questi mesi dall’Italia. Respingimenti in maschera libica (cioè, a quanto va emergendo, per interposta e pilotata Guardia costiera libica) e in nome di una legalità proclamata, ma in realtà svuotata di sé. Sono umiliati gli alti princìpi del nostro civile ordinamento, sono invase – esse sì – le responsabilità di altre istituzioni da parte di un ministro dell’Interno propenso non solo, come si sa, a indossare giubbe e giubbetti dei diversi corpi dello Stato, ma anche a mettersi cappelli non suoi, persino quelli dei comandanti e capi di stato maggiore delle nostre Forze armate.

Contemporaneamente, negli ultimi giorni, il capo del governo che governa assai poco in una Libia che da otto anni come Stato non esiste più e non ha nemmeno ufficiali in grado di far funzionare la sua Guardia costiera (a quanto pare “commissariata” nei fatti immigratori da ufficiali italiani), ha annunciato che ottocentomila persone, cittadini libici e immigrati, alcuni pericolosi, starebbero preparandosi a fuggire verso l’Italia e l’Europa. Persone in fuga dalla guerra che nell’ex Jamairiya è tornata a divampare e che dunque non viene più combattuta a bassa intensità contro gli stessi poveri di cui sopra (i circa 65 mila immigrati attualmente tenuti nei “lager”), ma aperta anche contro i civili libici renitenti all’ingresso nelle milizie tribali, e sempre più apertamente, contro il comune senso di umanità. Se avessero ragione Salvini e al-Sarraj, non resterebbero, dunque, che le cannonate.

Che cos’altro con le logiche imperanti in Italia e in Europa, ma anche nella stessa Africa? Che cos’altro considerata l’indifferenza e il cinismo dei potenti del mondo? Solo le impossibili cannonate sugli inermi sembrano poter tenere insieme, con gli ovvi e fastidiosi effetti collaterali, il puzzle afroeuro- mediterraneo: guerra alla siriana in Libia, lager per profughi e migranti diventati contendibili, porti italiani chiusi, barconi stracarichi di uomini e donne e bambini lasciati alla deriva o andati a fondo, morti e dispersi, coscienze in subbuglio…

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di giovedì 18 aprile 2019
 
Alcune registrazioni nelle comunicazioni interne tra Italia e Tripoli svelano anomalie e irregolarità che rischiano di trascinare le autorità italiane davanti alle corti internazionali

La nave Mare Jonio aveva soccorso 49 persone a 40 miglia dalle coste libiche il 18 marzo, poi aveva fatto rotta su Lampedusa a causa di condizioni meteomarine avverse. La nave aveva ricevuto il divieto (mai formalizzato) di avvicinarsi alle coste italiane, ma il capitano Pietro Marrone si era rifiutato: «Abbiamo persone da mettere in sicurezza, non fermiamo i motori». Poi alle 19.30 del 19 marzo i migranti erano stati fatti sbarcare a Lampedusa.

 

«Ma in questi casi non c’è una procedura?», domanda sbigottito un ufficiale italiano a un collega delle Capitanerie di porto. «No – risponde l’altro – è una decisione politica del ministro, stiamo ancora aspettando le direttive». Intanto, però, senza ordini formali la nave Mare Jonio subisce un tentativo di blocco. Poche ore prima, sulle linee telefoniche Roma-Tripoli, si era consumato l’ennesimo riservatissimo scaricabarile a danno dei migranti.

L’inchiesta giornalistica che viene pubblicata oggi in contemporanea da un pool di testate internazionali e per l'Italia Avvenire e Repubblica svela anomalie e irregolarità. Tra questi alcune registrazioni audio (disponibili sul canale Youtube di Avvenire) ottenute nel corso di indagini difensive, che rischiano di trascinare le autorità della penisola davanti alle corti internazionali che stanno investigando sui respingimenti e i morti in mare.

Sono ore convulse quelle tra il 18 e il 19 marzo, quando la nave italiana della Missione Mediterranea aveva a bordo 49 persone salvate nel Mar Libico. Una motovedetta della Guardia di finanza aveva intimato di fermarsi e spegnere i motori. Dopo lo sbarco a Lampedusa il comandante e il capo missione vengono indagati per aver disobbedito, ma ora emergono registrazioni audio e documenti che raccontano un’altra storia e su cui la procura di Agrigento vuole vedere fino in fondo, risalendo l’intera catena di comando fino al vertice politico.

L’ascolto di tutte le registrazioni audio e l’esame della documentazione lasciano sul campo molte domande. A cominciare da quelle sulla reale capacità della Guardia costiera libica di intervenire, ma che segretamente ottiene la supplenza di militari italiani.

Abbiamo ricostruito i momenti ad alta tensione con vite alla deriva, mentre tra Roma e Tripoli passano minuti e ore prima che qualcuno provi a darsi davvero una mossa. Leggi il resto di questo articolo »

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 50,4-7)

Il brano è tratto dal terzo dei quattro cantici del “Servo”, che tracciano il profilo e l’azione di un personaggio (alcuni ritengono, in modo fondato, che si tratti di un soggetto collettivo, il “resto” del popolo d’Israele fedele all’Alleanza) chiamato e unto dallo Spirito per la missione. Dopo la morte e risurrezione di Gesù, i discepoli e gli apostoli identificarono il misterioso personaggio con Gesù Cristo.

La missione consiste nell’attività profetica in nome di Dio, nell’insegnare e indicare il cammino corretto riguardo al rapporto con sé stessi, con le altre persone, con la società e il creato, in sintonia con la volontà di Dio riguardo all’avvento del suo regno, nel presente e nelle concrete circostanze della vita personale e sociale.

L’avvento del regno nell’oggi, nell’attualità, è un anticipo e caparra della realtà ultima e definitiva che si manifesterà alla fine dei tempi, con il ritorno del Risorto, nella quale si rivelerà la portata dell'affermazione di Paolo per la quale “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).

A tal fine Dio ha dato al “Servo” una lingua da discepolo, perché “sappia indirizzare una parola allo sfiduciato”, ossia a chi ha perso speranza e fiducia in un futuro di redenzione dalle sofferenze e dall’umiliazione; a chi è schiavo del peccato e del male e desidera il riscatto, la liberazione e la nuova vita con l’entrata nel regno di Dio.

La liberazione – la nuova vita – si qualifica per la duplice conversione, personale e sociale,  nell’assumere la nuova filosofia di vita, la rinnovata organizzazione sociale in attenzione al diritto e alla giustizia in sintonia con i termini dell’alleanza, per la vita più umana, fraterna, responsabile e degna di ogni singola persona e della società.

È Dio stesso che indica il cammino e il modo di procedere, perciò “Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli”. L’umiltà di chi ascolta e impara è la prima caratteristica del discepolo. L’istruzione, riguardo allo svolgimento della missione, ha dello sconvolgente: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. Si tratta di un cammino difficile e drammatico per le resistenze e opposizioni al processo di cambiamento.

Ora il Servo descrive le sofferenze e le umiliazioni che ha incontrato: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. È l’esperienza del grande disprezzo, da parte del popolo,  per la portata e la radicalità del rifiuto, ossia del rigetto del “Servo”. Essa è interpretata dagli aguzzini come manifestazione dell’abbandono di Dio, per aver osato attribuirsi la pretesa messianica. Una blasfemia imperdonabile e meritevole di quanto sopra riportato.

Il Servo, invece di mostrare abbattimento, depressione, delusione, scoraggiamento, manifesta uno stato d’animo singolare; afferma di non restare svergognato né confuso. Manifesta una forza d’animo, uno stato psicologico e una capacità di sopportazione del dolore fisico sorprendente, oltre ogni umana attesa.

La causa è da ricercarsi nella presenza del Signore: “Il Signore mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso”. In cosa consista concretamente l’aiuto non è specificato. È probabile che, paradossalmente, il "Servo" percepisca “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb7,16),  come linfa vitale proveniente dalla radicale fedeltà di Dio, anticipo della sconfitta del male e vittoria sul peccato.

Questo fa sì che il Egli, in virtù della sua fedeltà alla missione e per la fiducia nella promessa del suo Signore, percepisca nel profondo del suo animo, nella sua persona, la trascendenza del suo Dio o, meglio ancora, la potenza dell'amore insita nella causa del Regno.

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Papa Francesco sorprende tutti e in ginocchio 
bacia i piedi dei leader sudsudanesi 
per chiedere la pace
 

 

 

 

 

 

Il Papa bacia i piedi per la pace in Sud Sudan

 

 

 

 

 

 
A Casa Santa Marta, il Papa bacia i piedi al presidente della Repubblica del Sud Sudan Salva Kiir Mayardit, e ai vice presidenti designati presenti, tra cui Riek Machar e Rebecca Nyandeng De Mabio. Un gesto per chiedere la pace nel Paese al termine dei due giorni di ritiro spirituale per le autorità civili ed ecclesiastiche.
 
 

 
 
 
La richiesta del cuore è un gesto che spezza il protocollo, che arriva in modo spontaneo, che non risponde ad alcun testo scritto ma solo a quel sentire forte che la riconciliazione è l’unica strada da seguire. In ginocchio, chino sui piedi dei leader sudsudanesi, Francesco chiede “con sentimenti più profondi” la pace per il piccolo Paese africano. Nel calore della sua Casa, che ha offerto per il ritiro spirituale di due giorni, il Papa non nasconde – dialogando spontaneamente – le future difficoltà ma insiste nella richiesta. Lo fa come “fratello”, lo fa lasciando parlare il suo cuore, lo fa chiedendo ai leader di raccogliere la sfida per diventare “da semplici cittadini”, “padri della Nazione”.
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di Virginia Di Vivo

Generalmente non mi espongo su questi fatti, perché non sono informata a modo, ma questa cosa ve la devo troppo raccontare.

#MoreMed2019

Mi reco molto assonnata al congresso più inflazionato della mia carriera universitaria, conscia che probabilmente mi addormenterò nelle file alte dell’aula magna. Mi siedo, leggo la scaletta, la seconda voce è “sanità pubblica e immigrazione: il diritto fondamentale alla tutela della salute”. Inevitabilmente penso “e che do bali”. Accendo Pokémon Go, che sono sopra una palestra della squadra blu. Mi accingo a conquistarla per i rossi.

Comincia a parlare il tale Dottor Pietro Bartolo, che io non so chi sia. Non me ne curo. Ero lì che tentavo di catturare un bulbasaur e sento la sua voce in sottofondo: non parla di epidemiologia, di eziologia, non si concentra sui dati statistici di chissà quale sindrome di *lallallà*. Parla di persone. Continua a dire “persone come noi”. Decido di ascoltare lui con un orecchio e bulbasaur con l’altro.

Bartolo racconta che sta lì, a Lampedusa, ha curato 350mila persone, che c’è una cosa che odia, cioè fare il riconoscimento cadaverico. Che molti non hanno più le impronte digitali. E lui deve prelevare dita, coste, orecchie. Lo racconta:”Le donne? Sono tutte state violentate. TUTTE. Arrivano spesso incinte. Quelle che non sono incinte non lo sono non perché non sono state violentate, non lo sono perché i trafficanti hanno somministrato loro in dosi discutibili un cocktail antiprogestinico, così da essere violentate davanti a tutti, per umiliarle. Senza rischi, che le donne incinte sul mercato della prostituzione non fruttano”.

Divento Perplessa. Ma non era un congresso ad argomento clinico? Dove sono le terapie? Perché la voce di un internista non mi sta annoiando con la metanalisi sull’utilizzo della sticazzitina tetrasolfata? Decido di mollare bulbasaur, un secondino, poi torno Bulba, devo capire cosa sta dicendo questo qua.

“Su questi barconi gli uomini si mettono tutti sul bordo, come una catena umana, per proteggere le donne, i bambini e gli anziani all’interno, dal freddo e dall’acqua. Sono famiglie. Famiglie come le nostre”. Mostra una foto, vista e rivista, ma lui non è retorico, non è formale. È fuori da ogni schema politically correct, fuori da ogni comfort zone.

“Una notte mi hanno chiamato: erano sbarcati due gommoni, dovevo andare a prestare soccorso. Ho visitato tutti, non avevano le malattie che qualcuno dice essere portate qui da loro. Avevano le malattie che potrebbe avere chiunque. Che si curano con terapie banali. Innocue. Alcuni. Altri sono stati scuoiati vivi, per farli diventare bianchi. Questo ragazzo ad esempio”, mostra un’altra foto, tutt’altro che vista e rivista. Un giovane, che avrà avuto 15/16 anni, affettato dal ginocchio alla caviglia. Mi dimentico dei Pokémon.


“Lui è sopravvissuto agli esperimenti immondi che gli hanno fatto. Suo fratello, invece, non ce l’ha fatta. Lui è morto per essere stato scuoiato vivo”. Metto il cellulare in tasca.
 

”Qualcuno mi dice di andare a guardare nella stiva, che non sarà un bello spettacolo. Così scendo, mi sembrava di camminare su dei cuscini. Accendo la torcia del mio telefono e mi trovo questo..”
Mostra un’altra foto.
Sembrava una fossa comune. Corpi ammassati come barattoli di uomini senza vita.

 

“Questa foto non è finta. L’ho fatta io. Ma non ve la mostrano nei telegiornali. Sono morti li, di asfissia. Quando li abbiamo puliti ho trovato alcuni di loro con pezzi di legno conficcati nelle mani, con le dita rotte. Cercavano di uscire. Avevano detto loro che siccome erano giovani, forti e agili rispetto agli altri, avrebbero fatto il viaggio nella stiva e poi, con facilità, sarebbero usciti a prendere aria presto. E invece no. Quando l’aria ha cominciato a mancare, hanno provato ad uscire dalla botola sul ponte, ma sono stati spinti giù a calci, a colpi in testa. Sapeste quanti ne ho trovati con fratture del cranio, dei denti.

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Storia vera, tratta dal libro "Non lasciamoli soli" di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti.
 

"Mi hanno portato in disparte, lontano dagli altri prigionieri, ma io non volevo lasciare mia figlia da sola e così l'ho portata con me. Non avrei dovuto farlo, ma non potevo immaginare quello che mi sarebbe successo e soprattutto quello che sarebbe accaduto a mia figlia. Erano in tre, mi hanno violentata, ripetutamente, uno dopo l'altro, e tutto questo davanti a lei. Stava lì, mi guardava e gridava: "Mamma, mamma", come se volesse aiutarmi. ma che poteva fare la mia piccola figlia? Lei piangeva, ma io ero impotente sotto quegli uomini, non potevo abbracciarla, non avevo la forza di tranquillizzarla, di dirle che non stava succedendo niente. ma lei, la mia piccola era lì, e anche se aveva solo quattro anni aveva capito che quegli uomini mi avevano fatto del male."


Un pianto dirotto blocca il racconto di Osedayne. E' evidente che per lei proseguire è uno shock troppo grosso il colloquio con il medico si interrompe. "Tranquilla, non devi continuare se non te la senti. Ci vediamo tra un paio di giorni" le dice quella donna gentile. Osedayne sollevata si alza, mormora un saluto e gira le spalle. Ma due giorni dopo non si presenta. Ci vorranno due settimane perché si renda conto che, tutto sommato, parlare con quella dottoressa può farle bene.
 

Ed eccola che ricomincia ad aprirsi, con gli occhi bassi, i suoi sussurri sono a malapena udibili ma rimbombano come tuoni in quella stanzetta dell'ambulatorio. Le due donne, una di fronte all'altra, trattengono entrambe il respiro. "Dopo aver violentato me, quei cannibali hanno violentato anche la mia bambina e io ho dovuto assistere costretta, impotente a quello che le facevano. Piangeva, gridava "Mamma, mamma", implorava aiuto. Ma che potevo fare? Quelli mi tenevano legata, ridevano e mi costringevano a guardare. Avrei almeno voluto non vedere, chiudevo gli occhi ma le grida di mia figlia mi costringevano a riaprirli……è stato orribile, atroce. Avrei voluto morire, ma non morivo, ero ancora viva e l'unico pensiero era riuscire a salvare la mia bambina, portarla via da quell'inferno sperando che con il tempo potesse dimenticare.
 

Osedayne era convinta che il peggio fosse ormai passato, che dopo tutto ciò che lei e la sua bambina avevano dovuto subire, quei mostri non le avrebbero più sottoposte ad altre violenze. Ma la sua era una pura illusione.
Lei e la figlia erano di nuovo in viaggio, su un camion, lungo una pista nel deserto. Avevano già superato il confine con la Libia.

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