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di Pierpaolo Loi

 

Quando tocchi il limite
del tuo umano esistere
e resistere
nel mondo
e tutto sembra sfaldarsi
intorno,
guardare dovresti
oltre l’orizzonte
delle mura domestiche
o delle frontiere nazionali.

Aprirti al più ampio spazio
dell’universo
racchiuso, talvolta,
in uno sguardo benevolo;
più spesso in un implorante
rispetto,
accoglienza sincera.

Non siamo monadi,
ma nodi intrecciati
in reti di fratellanza,
relazioni multiple d’amore.

 

 

 

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‘Ero straniero e mi avete accolto’: la grande attualità del messaggio ‘antirazzista’ di Gesù

 

di Alberto Maggi * –  31.08.2017


Quello dell'accoglienza dei migranti è un tema cruciale della nostra epoca. E se quotidianamente si sente purtroppo parlare di razzismo, su ilLibraio.it il biblista Alberto Maggi riparte dal messaggio di Gesù

“Prima noi”, è il mantra con il quale si mascherano spietati egoismi e si giustificano inaudite durezze di cuore. È la formula magica di quanti chiariscono subito “non sono razzista, però…”, un “però” eretto come un invalicabile muro a difesa del “noi”, pronome che include, a secondo degli interessi, un popolo o la famiglia, una religione o un quartiere. Mentre per “prima” s’intende l’accesso e l’esclusiva precedenza a tutto quel che permette alla vita di essere dignitosa, dalla casa al lavoro, dall’assistenza sanitaria alla scuola; beni e valori che, sono fuori discussione, devono essere riservati per primi a chi ne ha pienamente diritto per questioni di lignaggio. Ovviamente, al “noi” si contrappone il “loro”, che include per escluderli, tutti quelli che non appartengono allo stesso popolo, alla stessa cultura, società, religione, o famiglia.

“Prima noi”, poi, eventualmente, se proprio ci avanza, si possono dare le briciole a chi ne ha bisogno, ovvero all’estraneo che attenta al nostro benessere economico, ai valori civili e religiosi della nostra società e alle nostre sacrosante tradizioni. “Loro” sono gli stranieri, i barbari. In ogni cultura chi proviene da fuori, incute paura. Lo straniero è un barbaro, colui cioè che emette suoni incomprensibili, (dal sanscrito barbara = balbuziente), colui che parla una lingua incomprensibile e che nel mondo greco passò a significare quel che è selvaggio, rozzo, feroce, incivile, indigeno.


Ero straniero

Nonostante nella Scrittura si trovino indicazioni che mirano alla protezione dello straniero (“Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, Es 22,21), Gesù si è trovato a vivere in una realtà dove il forestiero andava evitato, e persino dopo la morte veniva seppellito a parte, in un luogo considerato impuro (“Il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri” Mt 27,7). Al tempo di Gesù vige una separazione totale tra giudei e stranieri, come riconosce Pietro: “Voi sapete come non sia lecito a un giudeo di aver relazioni con uno straniero o di entrar in casa sua” (At 10,28).
In questo ambiente stupisce il comportamento del Cristo che da una parte arriva a identificarsi con gli ultimi della società (“Ero straniero e mi avete accolto”, Mt 25,35.43), e proclama benedetti quanti avranno ospitato lo straniero  (“Venite benedetti del Padre mio”¸ Mt 25,34), dall’altra, Gesù accusa con parole tremende quelli che non lo fanno (“Via, lontano da me, maledetti… perché ero straniero e non mi avete accolto”, Mt 25,41.43), con una maledizione che richiama quella del primo assassino della Bibbia, il fratricida Caino (“Ora sii maledetto”, Gen 4,11). Se la risposta alle altrui necessità era un fattore di vita, la mancata risposta è causa di morte. Per Gesù negare l’aiuto all’altro è come ucciderlo.

Gesù non solo si identifica nello straniero, ma nei vangeli il suo elogio va proprio per i pagani, personaggi tutti positivi (eccetto Pilato in quanto incarnazione del potere) e portatori di ricchezza. Si teme sempre cosa e quanto si debba dare allo straniero e non si riconosce quel che si riceve dallo stesso. Nella sua attività Gesù si troverà di fronte ottusità e incredulità persino da parte della sua famiglia e dei suoi stessi paesani, ma resterà ammirato dalla fede di uno straniero, il Centurione, e annuncerà che mentre i pagani entreranno nel suo regno, gli israeliti ne resteranno esclusi (Mt 8,5-13; Mt 27,54).

Nella sinagoga di Nazaret, il suo paese, Gesù rischierà il linciaggio per aver avuto l’ardire di tirare fuori dal dimenticatoio due storie che gli ebrei preferivano ignorare: Dio in casi di emergenza e di bisogno non fa distinzione tra il popolo eletto e i pagani, ma dirige il suo amore a chi più lo necessita. Così nel caso di una grande carestia che colpì tutto il paese, aiutò una straniera, una pagana, “una vedova a Sarepta di Sidone”  (Lc 4,26), e con tutti i lebbrosi che c’erano al tempo del profeta Eliseo, il signore guarì uno straniero:  “Naamàn, il Siro” (Lc 4,27).

Prima noi? Gesù, manifestazione vivente dell’amore universale del Padre, vuole condividere i pani in terra pagana così come ha fatto in Israele (Mt 14,13-21). La resistenza dei discepoli di portare anche agli stranieri la buona notizia, viene dagli evangelisti raffigurata nell’incontro di Gesù con una donna straniera, cananea (fenicia) che invoca la liberazione della figlia da un demonio (Mt 15,22).

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Nm 11,25-29)

L’attività profetica è essenziale alla vita del popolo d’Israele. Infatti, Elia è il prototipo dei profeti e Mosè è colui che ha trasmesso la legge che sancisce l’alleanza di Dio con il popolo. La Legge e la profezia – Mosè ed Elia – sono come le due gambe sulle quali cammina il popolo dell’Alleanza, chiamato a testimoniare alle altre nazioni l’avvento del regno di Dio ovvero l’esercizio della sua sovranità.

In particolare, il profeta vigila sul corretto cammino del popolo, affinché sia in sintonia con la legge interpretata dalle autorità. Egli agisce quale coscienza critica che valuta, e giudica,  il cammino e le circostanze personali e sociali nelle quali essa è applicata.

L’intervento del profeta non è quasi mai bene accetto, soprattutto quando segnala e sanziona il governo. le autorità e i notabili per azioni compiute in modo contrario alle esigenze dell’alleanza. Essi vengono esposti all’incomprensione, all’isolamento, all’esilio e,  talvolta, al ripudio violento.

Ancora, nel cammino nel deserto, prima dell’arrivo nella terra promessa, è molto impegnativa per Mosè anche l’attività profetica a causa dell'impossibilità di dirimere le innumerevoli cause del popolo. Perciò Il Signore parlò a Mosè e “tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i settanta uomini anziani”. In fondo è una decisione di buon senso, e istituisce persone per il servizio, inviando e donando loro lo Spirito.

Desta attenzione che l’esercizio della profezia non è legato solo all’istituzione dei settanta  ma alla libera determinazione della volontà di Dio. La profezia è, e rimarrà, sempre un dono, mai un possesso del profeta e, meno ancora, dell’istituzione, in modo tale che essa ne possa disporre a suo piacimento. Perciò, “quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito”. Non è detto il perché e se corrisponde all’esplicita volontà del Signore.

Possedere è dominio e potere sullo Spirito. Attribuirsi tale condizione è appropriarsi di quel che appartiene unicamente a Dio ed è, quindi, un abuso. Pertanto, pur avendo ricevuto l’investitura profetica, l’esercizio di essa dipende unicamente, ed esclusivamente, dalla libertà di Dio, dalla sua volontà per far compiere il servizio che Dio lo ritiene opportuno.

Accade che su due uomini, che erano rimasti nell’accampamento, “Lo spirito si posò su di loro; erano fra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento”. I due non presenziarono alla celebrazione e non ne viene spiegato il motivo; ciò lascia un alone di mistero e confusione in merito al modo di procedere di Dio. È evidente, quindi, che la sua azione non è soggetta a nessun vincolo previo, neanche all’investitura ufficiale da Lui stesso approvata.

Dio è libero dalle sue stesse determinazioni nel fare ciò che ritiene necessario per il bene del popolo. Sconcerta e pone fuori rotta chi pretende che Dio abbia un criterio fisso per agire, come nel caso del giovane che corre da Mosè, annunciando che “Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento” e chiede: “Mosè, mio signore, impediscili!”.

Quante volte nella storia della chiesa, e nell’attualità, persone a capo dell’istituzione ordinarono di far tacere voci profetiche perché dissonanti da quel che consideravano corretto e veritiero? E dopo anni e, nella grande maggioranza dei casi, dopo la morte degli stessi, sono state riabilitate, assumendo l’errore e chiedendo il perdono?

L’istituzione auto-giustifica sé stessa, ammettendo di essere, allo stesso tempo, santa e peccatrice, e riconoscendo di essersi appropriata di ciò che non era dovuto. Il peggio è che molti pensano che ciò sia inevitabile e dovrà ancora accadere, senza analizzare le cause dell’errore e pensare ad un’organizzazione e ad un procedere dell’istituzione che sia alternativa.

La risposta di Mosè mostra la grandezza e la consistenza dell’uomo di Dio: “Sei tu geloso di me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 2, 12.17-20)

È un testo di grande attualità, elaborato della sapienza ebraica nella città di Alessandria d’Egitto, e scritto circa cinquant’anni prima della nascita di Gesù.

Tutto il capitolo descrive il contrasto fra il giusto, che teme Dio e si comporta in sintonia con la Legge, e l’empio, il suo contrario. Non è un contrasto sulle idee di Dio ma sulla condotta, sul comportamento. Ed è quest’ultimo che determina la condizione di credente o di ateo pratico – non teorico – come diremmo oggi. È descritta, con precisione, la distorta e perversa condotta dell’empio, che si comporta come se la Legge non esistesse affatto.

“Dissero gli empi”, infastiditi e incomodati dalla condotta del giusto, dal suo comportamento che “si oppone alle nostre azioni”, incluso quello di non associarsi e mantenersi distante da loro. Sono due mondi vicini, ma contrapposti.

Gli empi ricevettero la stessa educazione ma preferirono un altro genere di vita, contrario allo stile di vita del giusto. Quest’ultimo è un continuo richiamo all’educazione che gli empi rinnegano, rimuovono e vorrebbero mai ricordare.

Essi sono molto infastiditi della presenza del giusto che, per il solo fatto di esistere, “ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta”. Il comportamento, accompagnato dal silenzio, è più provocante della parola e del richiamo verbale.

Lontani dal voler cambiare vita sorge in loro un sentimento d’avversione e il contrasto giunge un punto tale da essere avvertito come una seria minaccia ai loro convincimenti, al loro stile di vita e al loro agire. L‘avversione cresce fino a generare la determinazione di sopprimere il giusto.

È quello che mettono in atto: “Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione”. L’intento è distruggerlo, fisicamente e moralmente, in modo da sopprimerne non solo la presenza ma anche la memoria, infangandola affinché non diventi un martire, un modello per le generazioni future.

A ciò si aggiunge il sarcasmo della verifica riguardo alla consistenza della bontà e della mitezza nel tormento e nella sofferenza, ritenute caratteristiche di colui che si ritiene "giusto". Ancora più audacemente, l’empio sfida addirittura Dio, dal quale aspetta la manifestazione, l’intervento a favore del giusto, ritenuto figlio di Dio come insegna l’educazione ricevuta: “Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari (…) perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà”.

L’intervento diretto di Dio è prova definitiva e irrefutabile.

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Se lo straniero non è mio fratello, Dio non è mio padre.

Questa affermazione cambia la prospettiva abituale da cui si considera Dio. Siamo cresciuti nella convinzione che “Dio è nostro Padre, dunque tutti – anche gli stranieri- sono nostri fratelli/sorelle”.


Il centro dell'attenzione è Dio, l'amore fraterno ne è la conseguenza.

Qui si inverte la prospettiva: chi considera gli stranieri come fratelli, implicitamente crede in una paternità comune. É la Fraternità universale che ci fa credere in una Paternità universale. Negare la Fraternità universale (se lo straniero non è mio fratello) equivale a negare una Paternità universale (Dio non è mio Padre).

Mettere al centro dell'attenzione Dio (l'Essere perfettissimo della filosofia, cioè una nozione astratta, non dimostrabile scientificamente) mette l'Umanità in secondo piano, come una deduzione logica. Mettere al centro la fraternità universale dell'umanità (che è una nozione scientificamente dimostrata) nel nostro comportamento quotidiano (poiché tratto lo straniero come tratto un mio fratello) rende superflua la conseguenza teorica.

Il comportamento (cioè l'etica) è il criterio per la valutazione della validità di un messaggio filosofico (o religioso) autenticamente umano. Anche il messaggio di Gesù di Nazaret (Matteo 25) privilegia il comportamento pratico rispetto alle motivazioni teoriche (avete fatto…non sapevamo…)

Dio non lo ha mai visto nessuno. Il mio fratello (lo straniero) che vedo lo rende visibile e mi offre la possibilità di verificare la coerenza delle mie affermazioni nei confronti di Dio.

 

 

 

 

(1 Giov 2, 23) Chiunque nega (non riconosce) il figlio, non ha (non riconosce) nemmeno il padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre.

(1 Giov 3, 18-19) Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore,

(1 Giov 4, 12) Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi.
(citazioni di Gianfranco Monaca)

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