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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 18,6-9)

Il testo è una riflessione sull’azione di Dio a favore d’Israele e il coinvolgimento di quest’ultimo. L’iniziativa parte da Dio, che annunciò l’intervento di liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto (sinonimo del male e del peccato): “La notte della liberazione fu preannunciata ai nostri padri”. In nessun modo il popolo si sarebbe liberato con le proprie forze, tanto era stringente e ferreo il dominio degli oppressori.

Al popolo umiliato, schiacciato dalla schiavitù e senza speranza, l’annuncio dell’intervento del Signore è finalizzato “perché avessero coraggio, sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà”. È il coraggio necessario per una nuova società che gestisce la libertà, che gli è donata con la liberazione, nella pratica del diritto e della giustizia, fondamento della dignità di ogni persona e ambito dell’adeguata convivenza sociale in pace, armonia e pienezza di vita.

“Il tuo popolo, infatti, era in attesa della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici”. Riguardo a questi ultimi, il riferimento è a coloro che imposero la schiavitù. Evidentemente, la liberazione dei giusti – non perché fossero perfetti, anzi, – è conseguenza, frutto dell’azione di Dio, che li rende tali rompendo il progetto e gli interessi degli oppressori, per i quali l’evento è una disgrazia che sfocerà nella vicenda del mar Rosso: “Difatti come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te”. 

La memoria d’Israele ricorderà sempre che il Signore agì in loro favore con mano forte e braccio potente. La liberazione è la nuova chiamata all’alleanza, all’osservanza fedele e fiduciosa del cammino indicato dalla Legge, stipulata da Mosè sul Sinai. L’evento della liberazione e del Sinai è ritenuto manifestazione della gloria di Dio al suo popolo: “così glorificaste noi”, in virtù del suo amore.

Resi liberi dal peccato – dalla dipendenza, dalla schiavitù – e costituiti "figli santi dei giusti,”, coloro che accolsero e perseverarono nel dono della liberazione “offrirono sacrifici in segreto” celebrando il culto, la memoria di quell’evento, con la finalità non solo di ricordare il passato ma di attualizzarne gli effetti, come se in quel momento si ripetesse l’evento della liberazione, perché cova sempre il misterioso impeto di cedere alla seduzione e tentazione del male.

Come antidoto, nella celebrazione “si imposero, concordi questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli”, e strinsero un patto di solidarietà valido sempre, nelle condizioni favorevoli come in quelle avverse. La solidarietà e la responsabilità hanno un’impronta divina che sostiene e motiva la pratica dell’amore, con cui il Signore ha amato il suo popolo e ogni persona agendo a loro favore, liberandoli dalla schiavitù e conducendoli alla terra promessa.

La solidarietà e responsabilità fraterna non sono altro che la declinazione della familiarità di Dio nei loro confronti, la manifestazione del loro legame di giustizia e rispetto della Legge, espressione della presenza del Signore come loro re.

Essi, intonano “… subito le sacre lodi dei padri”. Qualunque sia la circostanza, favorevole o avversa, intonare “subito” le lodi a Dio manifesta la solidità, consistenza e supremazia della fede, della loro fiducia nel Dio liberatore.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Qo 1,2; 2,21-23)

“Vanità delle vanità, tutto è vanità”. Gli studiosi, interpretando il senso di queste parole, portano alla conclusione che la vita “è una bolla di sapone”. La morte conferisce all’interpretazione verità e comprensione e, in aggiunta, l’autore ironizza con pungente oggettività: “Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato”.

Una bolla di sapone è anche qualcosa di bello, che attrae l’attenzione per i colori, per la leggerezza e per la libertà di muoversi nell’aria; inoltre ispira sentimenti di delicatezza, tenerezza e soavità. Ma è fragile e inconsistente, al punto che una semplice puntura d’ago la fa sparire. E tutto ritorna alla realtà che prima occultava o dalla quale si era distratti.

Intelligenza, professionalità, impegno al limite delle possibilità, caratteristiche della serietà e dedicazione della vocazione all’attività sembrano svalorizzati, per non dire addirittura annullati. L’autore si chiede: “Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole?”; e traspare in esso un sentimento di delusione, di frustrazione e spoliazione per la perdita di ciò in cui si è investito fruttuosamente, aggravato dall’ironia che lo sforzo profuso andrà a beneficiare “un altro che per nulla vi ha faticato”.

Ma allora è meglio far niente? La verità del brano è stimolo di passività? Meglio ritornare su sé stessi in maniera egocentrica, come indica il libro della Sapienza: “La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio quando l’uomo muore (…) Venite dunque e godiamo dei beni presenti, gustiamo delle creature come nel tempo della giovinezza! Lasciamo dappertutto i segni del nostro piacere. Spadroneggiamo nel giusto, che è povero, (…) La nostra forza sia legge della giustizia, perché la debolezza risulta inutile”? (Sap 2-14). Evidentemente no, la stessa Sapienza condanna tale pensiero e la condotta corrispondente.

Quello che nel brano è messo in discussione è il tempo cronologico, il suo susseguirsi in passato, presente e futuro, scandito dalle lancette dell’orologio. Non è considerata la qualità del tempo, il presente, il momento vitale. Di fatto il passato già non esiste, rimane nel passato e la memoria trattiene qualcosa di esso, soprattutto nel caso di un evento importante e decisivo per la vita. Il futuro anch’esso non esiste se non come una possibilità, una speranza o un timore che, pur nella possibilità che si avveri, nella grande maggioranza dei casi non si realizza, e molte volte sorprende.

Quello che appartiene pienamente è il presente: l’attimo fuggente. Il presente merita tutta l’attenzione e polarizza l’impegno affinché sia gratificante, pieno di contenuto e di senso. Si tratta del momento favorevole e, per essere tale, richiede attenzione all’aspetto qualitativo, esistenziale, poiché porta con sé l’opportunità del dono di immergersi in effetti positivi e soddisfacenti, pieni di senso e di vita, o di evitare, sminuire, il danno e la delusione.

Generalmente l’attività, le preoccupazioni e le responsabilità fanno sì che l’unica dimensione del tempo presa in considerazione è quella cronologica.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 18,20-32)

Il Signore disse: “Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave”. Egli si presenta sotto forma di una persona che vuole rendersi conto di quel che realmente sta succedendo nelle due città e verificare la portata del peccato nel quale sono immerse. E così entrano in scena i tre misteriosi uomini che Abramo accolse alle Querce di Mamre, i quali “partirono di là e andarono verso Sòdoma (vedi la prima lettura della scorsa domenica).

È come se il Signore e l’umanità dovessero prendere coscienza della forza del male e delle conseguenze del peccato.

Le due città sono sinonimo del potere e della forza del peccato, al punto da scambiare il male per il bene. La loro condizione si presenta irreversibile alla comprensione e allo sforzo umano di conversione, tanto grande è il dominio del male su tutti gli abitanti. Di fatto, quando ci si abitua al male, si diventa insensibili al bene e al danno che porta con sé e, anche volendone uscire, non ci sono le forze e le condizioni per farlo. Dirà il profeta Geremia: “Può un etiope cambiare la pelle o un leopardo le sue macchie? Allo stesso modo: potete fare il bene voi, abituati a fare il male?” (Ger 13,23).

In che consiste il grande e molto grave peccato? Per molti secoli è stato identificato con le pratiche omosessuali, basato sulla richiesta degli abitanti Lot: “dove sono gli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi perché possiamo abusarne!” (Gen 19,5). Secondo l’opinione degli studiosi il grave peccato di cui si sono macchiati non è riconducibile alle pratiche omosessuali; l’interpretazione più plausibile consiste nella mancanza di rispetto dei diritti dell’ospite, dello straniero, esattamente il contrario di quella di Abramo verso i tre sconosciuti che accolse alle Querce di Marme.

Abramo percepisce che il destino di Sòdoma e Gomorra è segnato. Chi si allontana da Dio si autodistrugge; chi fa il male diventa vittima dello stesso. Mosso dalla compassione Abramo dice al Signore: “Davvero sterminerai il giusto con l’empio? (…) E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?”. Per la sua compassione e misericordia, Dio ascolta Abramo ed entra in “gioco” con Abramo con un tira e molla sul numero di giusti per i quali intende risparmiare le città dal castigo imminente.

Suscita simpatia e ammirazione il racconto di come i due cercano una via di uscita a favore del trionfo della vita, e la cercano insieme: basterebbe trovare un numero di giusti, sempre più ridotto, addirittura fino al numero dieci, oltre il quale Abramo non osa spingersi,  ormai convinto della risposta negativa.

Al riguardo è opportuno ricordare il bellissimo brano della Sapienza: “Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza? Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita” (Sap11,23-26).

Nonostante l’intercessione di Abramo e la buona disposizione del Signore, non c'è niente da fare e, sconsolato, Abramo lascia la città al suo destino.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gn 18,1-10a)

Abramo, motivato dalla fiducia in Dio, esce dalla sua terra verso una meta sconosciuta che il Signore indicherà a mano a mano. La fiducia è riposta nella promessa di paternità di un popolo numeroso, come il numero delle stelle del cielo e dei grani di sabbia della spiaggia del mare, nonostante l’età avanzata e la sterilità della moglie Sara.

Gli anni passano e il figlio non arriva. Tuttavia, una notte, osservando nel deserto le innumerevoli stelle del firmamento, Dio gli appare e rinnova la promessa e Abramo, “sperando contro ogni speranza” (Rm 4,18), rinnova la sua fiducia. Il che piacque molto al Signore.

Le fede e la speranza caratterizzano i due eventi. Il brano odierno è il terzo segnato dalla carità, in virtù dell’accoglienza di tre misteriosi personaggi. “Il Signore apparve ad Abramo (…) Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui”. E Abramo si rivolge loro come se fossero un solo soggetto, dicendo loro: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo”. E ordina l’attenzione verso di loro propria dell’accoglienza, nel portare l’acqua in modo che, lavati i piedi, si accomodino sotto l’alberoNella tradizione teologica i tre sono ritenuti come se fossero un’anticipazione di quella che poi si rivelerà come la Trinità, ma studi recenti lo escludono. (A essa fa riferimento la famosa icona di Rubliev).

D’altro lato si ritiene che i tre uomini rappresentino tutti i popoli, e in essi si configura la misteriosa presenza del Signore. Accoglierli, offrire loro tutto ciò di cui hanno bisogno per proseguire il viaggio, è il momento culminante della comunione con il Signore.

Ogni giorno è necessario elaborare e offrire all’umanità quello di cui ha bisogno per continuare il cammino verso la pienezza dell’avvento della sovranità di Dio, l’avvento del suo regno, della comunione in e con Lui.

Abramo, appena li vide, “corse loro incontro e si prostrò fino a terra dicendo: ‘Mio signore (…) dopo potete proseguire, perché è ben per questo che siete passati dal vostro servo’”. All’accoglienza essi aderiscono positivamente: “Fa pure come hai detto”.

Abramo attiva una cura considerevole preparando il meglio di cui dispone e un rispetto singolare, come se fosse il loro servo: “Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono”. Non fa nessuna domanda, semplicemente li accoglie con grande disponibilità, attento ai loro bisogni.

L’evento configura la personalità di Abramo nel trascorrere degli anni. Tuttavia, già passarono ventiquattro anni dal giorno della chiamata, rimanendo fiducioso nella promessa umanamente impossibile. Mantenne la fiducia, rinnovando in modo sorprendente la speranza nella promessa e, infine, accoglie in modo così singolare – la carità – degli sconosciuti nei quali percepisce la presenza del suo Signore.

In virtù di cosa avviene ciò? La fiducia e la speranza declinano la carità. È la triade che apre l’evento della presenza e comunione con il Signore nella vita ordinaria.

I tre chiesero della moglie e, alla risposta di Abramo che stava nella tenda, ripresero: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dt 30,10-14)

Mosè, dopo aver stabilito l’Alleanza con Dio in nome del popolo liberato dalla schiavitù in terra d’Egitto (Egitto è sinonimo del male e del peccato), e in cammino verso la terra promessa, trasmette e indica loro la Legge come patto dell’Alleanza, affinché esso viva, cresca e consolidi la propria identità e i rapporti interpersonali e sociali nella libertà donata da Dio.

Alla trasmissione segue l’esortazione: “«Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge, e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima»”, affinché il popolo sia fedele all’alleanza nel discernere il cammino e, in esso, la corretta pratica di vita, frutto dell’indispensabile conversione.

La conversione che il Signore si aspetta è la pratica dell’amore che ha realizzato nei loro riguardi, liberandoli dalla schiavitù dell’Egitto. La finalità è che si mantengano liberi dal dominio del male e del peccato.

Più che la Legge in sé – i precetti di cui è composta – è lo spirito di essa, o meglio il motivo e la finalità per cui è promulgata, che costituisce il permanente riferimento per il suo compimento, quale griglia di discernimento quotidiano nelle diverse e nuove circostanze,  per vivere e crescere nel dono della libertà.

Rimanere nella pratica dell’amore e crescere in esso è garanzia del compimento della promessa di Dio nel condurre il popolo verso la nuova terra, punto finale del cammino nel deserto. Con esso si instaurerà la nazione come “popolo eletto”, nel testimoniare agli altri popoli l’eccellenza della loro esperienza, affinché vi aderiscano.

La Legge, a prima vista, sembra impossibile da rispettare. Essa proviene da Dio e il popolo ha l’impressione che soddisfarne il compimento richieda l'adozione di comportamenti impossibili per la persona e per il popolo, avendo sperimentato nella traversata del deserto ogni sorta di limiti, paure e difficoltà che, nell’insorgere,  deluderebbero le attese del Signore.

Nell’affrontare nuove situazioni, nell’iniziare un cammino sconosciuto e nel trovarsi in circostanze di pericolo e angustianti, come già era successo nel deserto, compiere la Legge esige una fede più consistente e tenace di quella che già ha fatto cilecca varie volte – prova della fragilità del popolo – al punto da ritenere la presenza e la promessa del Signore non rispondente alle loro attese.

Mosè li rassicura e li esorta a non spaventarsi, né tirarsi indietro: “Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto da te, né troppo lontano da te”. Non è impossibile compierlo come se esso fosse in alto nel cielo o nella profondità del mare e, perciò,  irraggiungibile al punto che il popolo si domanda: “Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farlo udire, affinché possiamo eseguirlo?”.

Mosè li rassicura: non è così; anzi, “questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”. 

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ATTENZIONE: Aggiornamento del 12/07/2019

Rete Restiamo Umani a Manifestazione ed assemblea contro il Decreto Sicurezza Bis

E’ stato da poco confermato che l’inizio della discussione sul Decreto Sicurezza Bis, inizialmente calendarizzata per il 15 luglio, è stata spostata, sotto richiesta del Presidente degli Affari Costituzionali Giuseppe Brescia del M5S, al prossimo 22 luglio.

Questa richiesta è evidentemente un espediente per poter poi, dati i tempi limitati per l’approvazione del Decreto Bis, porre la fiducia in sede di votazione, evitando così il dibattito parlamentare ed eludendo, ancora una volta, il processo democratico.

Nonostante tale cambiamento, confermiamo la nostra presenza lunedì 15 luglio a piazza Montecitorio e invitiamo nuovamente alla più larga e plurale partecipazione.
Facciamo sentire le nostre voci a chi sarà dentro Montecitorio!

Una settimana non cambia i contenuti del Decreto bis né cambia le nostre posizioni!

#RestiamoUmani

 

di Alex Zanotelli – Missionario Comboniano

E’ come missionario che lancio questo appello contro il Decreto Sicurezza bis.

Sono vissuto per dodici anni dentro la baraccopoli di Korogocho (Nairobi) e ho sperimentato nel mio corpo l’immensa sofferenza dei baraccati (oggi sono duecento milioni i baraccati nella sola Africa!). Siamo passati dall’apartheid politica a quella economica: l’1% della popolazione mondiale ha tanto quanto il 99% . E’ questa una delle ragioni fondamentali per le migrazioni, insieme alle guerre e ai cambiamenti climatici. Per questo, come missionario, denuncio il cinismo con cui il governo giallo-verde respinge i “ naufraghi dello sviluppo”.

Non avrei mai pensato che un governo italiano avrebbe potuto regalarci un boccone avvelenato come il Decreto Sicurezza bis , che il 15 luglio verrà presentato in Parlamento per essere trasformato in legge.
Un Decreto le cui clausole violano i principi fondamentali della nostra Costituzione, del diritto e dell’etica.

E’ proprio l’etica ad essere colpita a morte perché questo Decreto dichiara reato salvare vite umane in mare. Ne abbiamo subito visti i vergognosi risultati con la Sea Watch 3 con la capitana Carola Rackete e con il veliero Alex di Mediterranea!
E in commissione Affari costituzionali e Giustizia, la Lega e i Cinque Stelle hanno ulteriormente peggiorato quel testo con nuovi giri di vite contro i migranti.
Infatti il Decreto rimaneggiato prevede lo schieramento delle navi della Marina e Guardia di Finanza in difesa del ‘confine’ delle acque territoriali; l’impiego massiccio di radar e monitoraggi con mezzi aerei e navali sulle coste africane per intercettare le partenze di migranti e segnalarle alle autorità libiche perché li riportino nei lager; il regalo di altre dieci motovedette al governo di Tripoli per riportare i rifugiati nell’inferno libico; infine un incremento delle multe fino a un milione di euro a navi salva-vite in mare, con l’arresto del comandante e sequestro dell’imbarcazione.

Nessun accenno al fatto che in Libia è in atto una spaventosa guerra e che Tripoli non è “ un porto sicuro”!

Questo Decreto Sicurezza bis , che sarà discusso e votato in Parlamento, ad iniziare dal 15 luglio, è un obbrobrio giuridico e etico che viola i dettami costituzionali ed è uno schiaffo al Vangelo. “Sono poliche criminali – afferma giustamente L. Ferrajoli – che provocano ogni giorno decine di migliaia di morti, oltre all’apartheid mondiale di due miliardi di persone.
Verrà un giorno in cui questi atti saranno ricordati come crimini e non potremo dire che non sapevamo, perché sappiamo tutto!”. Trovo vergognoso che i Cinque Stelle si siano allineati e sostengano le posizioni leghiste. Per questo mi appello a quei parlamentari grillini che non condividono le posizioni razziste e criminali della Lega a disobbedire come hanno fatto la storica attivista del Meet-up di Napoli, Paola Nugnes e il comandante G. De Falco. Non si può barare su vite umane, nello specifico, vite dei poveri!

E’ l’ora delle decisioni: se stare dalla parte della vita o della morte. Ma questo vale per ogni cittadino perché è in ballo la nostra democrazia e i suoi valori fondamentali (uguaglianza, solidarietà…), ma vale anche per ogni cristiano perché è in ballo il cuore del Vangelo.

Per questo uniamoci a “Restiamo Umani” che ha indetto un presidio davanti a Montecitorio, il 15 luglio alle ore 16, per dire NO a questo Decreto criminale. Noi ci saremo come “Digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti”, che da un anno, ogni primo mercoledì del mese, digiuniamo davanti al Parlamento contro le politiche migratorie del governo giallo-verde. Anche quel giorno digiuneremo.

Chiedo a tutte le forze sindacali (CGIL,CISL, UIL), a tutto l’associazionismo laico, alle reti, ai comitati di resistenza di scendere in piazza. Ma soprattutto mi appello all’associazionismo cattolico (Azione Cattolica, Caritas, Migrante, Focolarini, ACLI, FOCSIV…) perché si unisca alle forze laiche per dire no all’imbarbarimento della nostra società.
Mi appello ai missionari italiani, che hanno toccato con mano la sofferenza di quest’Africa crocifissa, perché alzino la voce e scendano in piazza contro leggi razziste e disumane.
Chiedo soprattutto ai nostri vescovi perché prendano posizione contro questo Decreto che nega radicalmente l’etica della compassione e della misericordia e propongano alle Parrocchie giornate di digiuno e di preghiera.

Uniamoci, credenti e laici, per difendere quei valori fondamentali negati da questo Decreto che, criminalizzando la solidarietà, disumanizza i migranti e tutti noi.

Restiamo umani e resistiamo!

Alex Zanotelli
Napoli, 11 luglio 2019

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a Lettura (Is 66,10-14c)

 

Il brano è una raccolta di oracoli composta dopo il ritorno dei giudei dall’esilio babilonese. E sono ripresi per annunziare l’inizio di un’era di pace, in cui tutti avranno lunga vita e abbondanza di beni materiali, unitamente al favore divino.

“La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi”. Il tempo futuro (La mano….. si farà conoscere)  segnala che essa ora è inattiva per la vita del popolo, come quando lo era in esilio, in terra straniera, con la deportazione dalla terra promessa e la distruzione del tempio di Gerusalemme. Allora fu come un fulmine a ciel sereno, un grande trauma per Israele, uno sconcerto totale. La certezza della fedeltà di Dio all’Alleanza, e la condizione di popolo eletto, furono dissolti nel nulla ed il popolo fu privato della ragione del proprio essere, come respinto e dimenticato da Dio.

La causa fu il non aver rispettato le esigenze dell’Alleanza. Constatando come la terra promessa era divenuta il contrario di quello che Dio si aspettava, nonostante i profeti ripetutamente avessero messo in guardia il popolo e le autorità sulle conseguenze nefaste. Ma i capi del popolo ritennero che la condizione di “popolo eletto” avrebbe, in ogni caso, assicurato l’incolumità e la protezione da ogni invasione straniera e non considerarono seriamente che potesse avvenire l’invasione e la deportazione in terra pagana.

Ebbene, nell’attualità dei nostri giorni, si ripetono le condizioni di allora; ed ecco il mancato rispetto delle più elementari norme etiche di convivenza e dignità fra persone, culture e nazioni, in nome dell’avidità per il denaro facile, il potere, il dominio e la sottomissione a condizioni disumane, impensabili per chi ha buon senso e dignità. La triste condizione è percepita come “l’assenza della mano del Signore”, e le conseguenze ricadono non solo sulle persone, ma sulle risorse e sull'ambiente necessario alla vita umana e alla bellezza del creato, affidato dal Signore alla cura degli uomini.

Il Signore è privato di ciò che gli appartiene e del rispetto che merita. Lui stesso è come esiliato dalla sua creazione: la sofferenza e il lutto lo accompagnano costantemente. Nel lutto, l’umanità degradata e il Signore sono uniti dalla stessa sofferenza. Ma il Signore è fedele nell’amore per la sua creazione, opera delle sue mani, fra le quali il popolo eletto – Israele – che ama Gerusalemme: “voi che l’amate”. Nell’attualità, l’amore del Signore coinvolge tutti i popoli e l'intero creato.

È in virtù dell’amore che “la mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi”, sperando che Israele e l’umanità, rassicurati dalla promessa, si comportino eticamente e stabiliscano rapporti interpersonali e sociali nello stesso amore con cui sono amati, e ricostruiscano un mondo nuovo nei dettami dell’Alleanza, con l’avvento del regno di Dio.

Una nuova epoca – una rinnovata creazione – ha inizio con l’intervento del Signore. Questi è “come una madre che consola il figlio”, con tale affetto e intensità che “Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come erba”. Egli da' inizio a un futuro pieno di speranza, che si apre davanti a loro per la rinnovata fiducia nella promessa,  percependo l’azione del Signore e, con essa, l’attualizzazione della condizione del nuovo popolo di Dio.

Il Signore non abbandona il suo popolo, nonostante l’infedeltà di questi, né si dimentica della sua promessa ma, per l’amore fedele, lo reintegra nel piano divino quale umanità rinnovata e trasformata con l’accoglienza della sua sovranità. Per Israele e l’umanità sarà un’esperienza indimenticabile. Annuncia il profeta: “Esultate (…) sfavillate con essa – Gerusalemme – di gioia (…) sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni; succhierete e vi sazierete al petto della sua gloria”.

“Il petto” si riferisce alla gloria di Dio, alla sua giustizia e al suo amore per il popolo, alimento gioioso e conveniente che sosterrà la fedele osservanza all’Alleanza, in modo che i cittadini delle nazioni manifestino la fraternità, la giustizia e il diritto che Dio trasmette loro.

Tale alimento sarà sorprendente per abbondanza ed efficacia: “Ecco io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace: come un torrente in piena, la gloria delle genti”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1Re 19,16b. 19-21)

 

Elia riceve da Dio l’incarico di ungere Eliseo come profeta e suo successore. Per lui è arrivato il momento di dare le consegne. Che cosa abbia provato nel suo animo il brano non lo dice, ma l’esperienza insegna che la fine di una tappa o di una missione è un momento di crisi, di giudizio, di valutazione del compito svolto e di apprensione per il nuovo, il futuro prossimo.

Semplicemente il redattore del testo riferisce la prontezza nel compiere l’ordine di Dio. È un segnale positivo di docilità alla volontà divina: “Partito da lì, Elia trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi”. 

Con sorpresa Elia irrompe nella vita di Eliseo; infatti “passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello” senza alcuna conversazione previa, più ancora, senza chiedere un esplicito consenso. Tuttavia Eliseo accoglie l’investitura giacché il mantello è simbolo della personalità e dei diritti di chi lo indossa; con il gesto di Elia gli è trasmessa la condizione di profeta per continuare la missione.

Elia compie l’ordine del Signore: “Ungerai Eliseo (…) come profeta al tuo posto”, ed Eliseo, probabilmente molto sorpreso e sconcertato, di punto in bianco è coinvolto nella missione che cambia la sua vita radicalmente.

Questo modo libero e sovrano dell’agire di Dio sorprende e sconvolge qualsiasi persona. È ben lontano dal modo di procedere umano fra persone, in dialogo e discernimento di ciò che è giusto e conveniente riguardo l’idoneità, la convenienza, la verifica delle attitudini e il grado di convinzione e determinazione per il corretto svolgimento del compito.

Nel caso specifico, la riconosciuta competenza e fama del profeta probabilmente ha attutito gli effetti sconcertanti dell’investitura, e facilitato Eliseo a disporsi alla volontà divina. Il testo registra semplicemente che “lasciò i buoi e corse dietro a Elia”, senza specificarne lo stato d’animo o aggiungere altro commento.

Il fatto rivela la sicurezza e la determinazione di Elia nel trasmettere la missione profetica,  senza attendere risposta alcuna di assenso o dissenso. Alla fermezza Eliseo risponde prontamente: “lasciò i buoi e corse dietro a Elia”.

Questi, cosciente delle conseguenze nei riguardi della famiglia, chiede ad Elia il consenso per il commiato: “Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò”.

Normalmente, in casi simili, la separazione, l’uscire da casa è un colpo molto forte, probabilmente lo è stato anche per Eliseo. Elia percepisce lo stato d’animo e la difficoltà, e risponde prontamente: “Và e torna, perché sai che cosa ho fatto per te”. È come se mettesse Eliseo in guardia dal non lasciarsi sopraffare dal sentimento verso i genitori o dal timore del futuro nei loro riguardi o verso di sé. La coscienza dell’investitura – “cosa ho fatto per te” – è anche appello al coraggio, e trova sostegno nella fiducia nel Signore che lo chiama alla missione.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 14,18-20)

“Melchìsedek, re di Salem”, di Gerusalemme, è un personaggio misterioso del quale il testo non dice nulla, eccetto che “era sacerdote del Dio altissimo”, identificato con lo stesso Dio di Abramo. La lettera agli Ebrei dirà che era “senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita” (Eb 7,3) e lo associa ad una prefigurazione di Gesù Cristo, anch’egli con le stesse caratteristiche.

Ebbene, “in quei giorni”, dopo che Abramo aveva sconfitto i nemici, liberato il fratello Lot, recuperato “tutti i beni…, i suoi beni, con le donne e il popolo” e ridato libertà e dignità al suo popolo riscattandolo da un futuro di tristezza, di schiavitù e di dolore, entra in scena Melchisedek che incontra Abramo, al quale offre “pane e vino” – cibo che alimenta il corpo e bevanda che rallegra il cuore -, simboli augurali di bene e felicità.

Questi, quale “sacerdote del Dio altissimo”, esercita il suo servizio di mediazione benedicendolo: “Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra”. Con queste parole Dio onora e mostra il suo compiacimento per l’opera compiuta da Abramo. Dio, creatore del cielo e della terra, è principio di ogni opera buona e approva la liberazione e il riscatto del fratello, non tollera la caduta nelle mani degli oppressori e la destinazione a un futuro di schiavitù e di morte.

La benedizione è parola “efficace” e irrevocabile. Pronunziata anche da un uomo, realizza il suo contenuto poiché è Dio stesso che benedice. L’effetto è rivolto alla fraternità, alla solidarietà e all’unione esercitata fruttuosamente nella libertà; la schiavitù, il dominio e l’oppressione sono abominio agli occhi di Dio. Ciò vale non solo nel rapporto con gli altri popoli o nazioni, ma anche all’interno della stessa comunità. Dio elegge Abramo quale capostipite del nuovo popolo che gli appartiene, e completa l’opera delle sue mani avvalendosi della sua collaborazione obbediente.

Più ancora, Melchìsedek onora, loda e dà gloria al “Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici”. Egli attribuisce la vittoria di Abramo in primo luogo a Dio, del quale essa manifesta la sua presenza attiva nell’accompagnare, con la sua forza, il procedere di Abramo.

L’efficacia della presenza di Dio, quale fedeltà alla promessa, si manifesta nella vittoria sui nemici. Essa per Abramo sarà motivo di fiducia, serenità e fermezza, per continuare il cammino che Dio gli va indicando e far sì che gli eventi si svolgano in obbedienza e in sintonia alla Sua volontà.

Come per Abramo, così ogni creatura sperimenta la potenza e la fedeltà di Dio nel corso della propria vita, nelle circostanze in cui è coinvolta. Essa sostiene la determinazione nella battaglia di liberazione a favore della dignità della persona e del popolo, nel rispetto del creato che Dio ha posto nelle sue mani a favore dell’umanità. Il credente non è solo,  quando agisce in sintonia con la volontà di Dio, giacché nella comunione con Lui risiede la forza e la speranza della vittoria sul male.

Come risposta alla benedizione, Abramo “diede a lui la decima di tutto”, ossia ritorna al Dio altissimo una parte consistente di quello che possiede, quale espressione di gratitudine e riconoscimento che tutto proviene dall’opera delle sue mani, dalla sua provvidenza per il bene degli uomini. È un atto di adorazione alla santità di Dio, alla sua gloria che si manifesta e accompagna la persona e l’attività di Abramo.

Non si sa per quale finalità, e come, Melchìsedek disporrà della copiosità dei beni ricevuti. Quale re e sacerdote dell’Altissimo fa supporre che saranno destinati al bene dei poveri e al necessario per lo svolgimento dei suoi compiti.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Pr 8,22-31)

Il brano presenta la Sapienza come una persona in rapporto con Dio: “Così parla la Sapienza di Dio”, e rivela la sua origine: “Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra”. Essa è in Dio e con Dio fin dall’eternità, da prima della creazione.

Dio non è un soggetto individuale e solo; la Sapienza è al suo lato, partecipa della sua essenza, della sua esistenza nel testimoniare che il Signore, quando “fissava i cieli, io ero là”, e “quando disponeva le fondamenta della terra io ero con lui come artefice”, coinvolta nella creazione dell’universo quale mistero dell'insieme organicamente strutturato e sintonizzato a favore del progetto di sviluppo e crescita dell'umanità, del bene comune.

L'insieme ha in sé stesso gli elementi e le condizioni di comunione fra le persone e i popoli che lo compongono. Esso si può paragonare agli elementi di un’orchestra nella quale ognuno svolge la parte che gli compete, in sintonia con il progetto di armonia e pace proprio della Sapienza, conforme alla volontà del Signore.

È doveroso non perdere di vista tale aspetto perché ogni persona, ogni gruppo umano, ogni elemento del creato non è casuale né superfluo o senza senso, ma è necessario per il ridere dell’universo, che è l’estasi di Dio, come ben dice un teologo della portata di Moltmann, ovvero l’avvento del suo regno.

Tale estasi aggancia il con ruolo della Sapienza: “ero la sua delizia ogni giorno, giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”, il cui gioco nell'ambito divino coinvolge gli uomini nell'elaborare e testimoniare l'evento della comunione, nell'orizzonte dell'armonia e della pace.

Cosicché ogni momento è camminare insieme nel dono di uno per l’altro, nel trovarsi l’uno nell’altro nel gioco, nell’allegria sincera, disinteressata, gratuita, senza secondi fini, nella trasparenza dell’autentico rapporto.

Sotto tale profilo un’immagine affine all’esperienza della vita in Dio è offerta da tre bambini in tenera età attratti dal gioco che li accomuna nello stare insieme. Essi vivono il presente con tutto se stessi, con intensità, nella pura gratuità, senza rivalità o competizione, ma totalmente presi e coinvolti nel gioco puro e semplice, il cui fine è la gioia.

È il gioco che in Dio suscita stupore e delizia: “ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno”, e fa sì che la Sapienza lo riversi nella creazione: "giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”.

Purtroppo gli stessi “figli dell’uomo” non si lasciano coinvolgere, resistono al gioco a causa della distorsione profonda del loro mondo interiore, deviato su altri cammini, spinti dalle loro immediate percezioni e sentimenti, sperando, ma allo stesso tempo illudendosi, di raggiungere gli stessi risultati.

Per loro il gioco ha tutt’altre caratteristiche.

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