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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ab 1,2-3; 2,2-4)

È un momento di grande tensione per Abacuc: "Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti”; si sente abbandonato e defraudato da Colui che lo ha chiamato alla missione profetica. Tutto ha un limite di sopportazione e di pazienza, oltre il quale subentra uno stato di esasperazione e di sconforto, proprio di chi è in un vicolo cieco, senza uscita. Lo sconcerto è totale per la mancanza di risposta. E rinnova la supplica chiedendo: “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”.

Il profeta descrive la condizione in cui si trova: “…Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese”, nella certezza che tutto passa sotto gli occhi del Signore e non muove un dito! Com’è possibile che ciò accada? Perché non fa niente? Angosciato e al limite della sopportazione il profeta sfoga la sua amarezza: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, e a te alzerò il grido: ‘Violenza!’?”, nella speranza di ottenere la risposta.

Il popolo e le autorità non rispettano l’Alleanza stabilita con l’uscita dalla schiavitù dell’Egitto. La liberazione, dono del Signore, non è assunta e vissuta come radice e linfa dei rapporti interpersonali, dell’organizzazione sociale sui binari del diritto e della giustizia, in modo che la terra promessa sia l’ambito di fraternità responsabile e luce per le altre nazioni.

La liberazione finalizzata a fare delle persone soggetti liberi, capaci di coltivare in sé stessi il dono della libertà, per coinvolgere e attrarre nell’avvento del regno i popoli stranieri si sta rivelando un fallimento. Non solo, ma quello che emerge è proprio il contrario: la terra promessa sta configurandosi come un nuovo Egitto – sinonimo di schiavitù e impero del male – tradendo la finalità dell’Alleanza.

Il profeta, chiamato dal Signore a rappresentarlo presso il popolo, avendo rilevato l’allontanamento di esso da Lui e dall’alleanza, si trova in una condizione di particolare disagio e sofferenza, a causa della consistenza e della radicalità della situazione che perdurerà indefinitamente. È il senso della domanda: “Fino a quando?” che, fra l’altro,  manifesta la stanchezza, il peso insopportabile dell’impotenza, della solitudine, la mancanza di percezione di una via d’uscita.

Nell’attualità, situazioni sociali incancrenite, interminabili guerre e conflitti, avvilenti esperienze personali di sofferenza, rovesci professionali, mancanza di lavoro, insuccessi affettivi, solitudini interminabili e altro portano alla stessa domanda: fino a quando? Se Dio esiste perché ciò accade? Perché non interviene? E molti si chiedono: ma allora davvero esiste?

Entra in crisi la fede nella bontà paterna di Dio, tanto è il peso dello sconcerto. Ci sono situazioni nelle quali è difficile trovare la risposta adeguata. Il mistero profondo di Dio si presenta come oscurità, nebbia, perdita di riferimento nel quale risalta tutta la sua incomprensibilità.

Tuttavia, arriva il momento in cui il Signore si fa sentire e si schiera: “Scrivi la visione, incidila bene su tavolette perché si legga speditamente”. Le parole offrono la certezza che, pur nel silenzio, Dio non è assente né ignora quello che sta succedendo. Più ancora, si compromette personalmente nell’intervenire con determinazione e chiarezza. Non stabilisce il momento esatto, perché il quando resta indeterminato: “È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà”.

L’esperienza assicura che il Signore è fedele alla promessa, a quello che dice.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Am 6,1a-4-7)

“Guai agli spensierati di Sion”. Il profeta si riferisce ai ricchi, alle loro condizioni di vita e alla spensieratezza di cui godono, in contrasto con la povera gente che non ha di che mangiare e vive nella più grande precarietà, insicurezza e sofferenza. Non solo, ma in quelle condizioni, i ricchi “si considerano sicuri sulla montagna di Samaria!”

Il profeta è profondamente sconcertato e annuncia l’imminente castigo del Signore ai ricchi la cui condizione di vita scandalosa è in radicale contrasto con le esigenze dell’Alleanza e l’avvento del regno di Dio. L’indignazione del Signore è che loro, “della rovina di Giacobbe – il popolo d’Israele – non si preoccupano”, ma vivono spensierati, sicuri, anche se la loro vita offende la dignità dei poveri, privandoli del necessario per vivere degnamente.

Il riferimento a Sion e alla montagna di Samaria fa pensare al luogo del culto che, celebrato con devozione e correttamente, si declina nella sicurezza di stare con Dio, di averlo dalla propria parte. Fra l’altro la ricchezza era ritenuta come benedizione e protezione divina. Ebbene, il profeta ammonisce che il loro vivere nell’ingiustizia rende insignificante la celebrazione religiosa e illusorio l’incontro con Dio, perché la loro vita svuota il senso del culto e priva del coinvolgimento nella causa del diritto e della giustizia per tutti.

Il lusso e la corruzione rende il ricco insensibile alle condizioni di chi soffre la povertà e l’indigenza disumana. Non si preoccupano della sofferenza e meno ancora dell’infelicità dei poveri, degli esclusi e degli oppressi. Sono preoccupati solamente di sé stessi e pensano a godere la vita fra di loro: “Distesi su letti d’avorio (…), mangiano gli agnelli del gregge (…) canterellano (…) bevono vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati”.

La ricchezza, accompagnata dall’avarizia, chiude il cuore, uccide la sensibilità umana, distrugge i sentimenti di solidarietà e cancella i rapporti di fraternità. In altre parole,  allontana e sconvolge non solo dal rapporto umano ma anche dal rapporto con Dio.

I ricchi vivono in un mondo chiuso in sé stesso, schiavizzati dai propri beni, come lo è il dipendente dalla droga. Essi sono come in una gabbia d’oro ma, nonostante il fascino della ricchezza ed i vantaggi corrispondenti, è pur sempre la gabbia della solitudine, del vuoto e della povertà interiore, da colmare attraverso l’apparenza esterna che il lusso e il denaro sostiene.

Il profeta annuncia il castigo imminente di Dio: “Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti”. La storia registra che ciò accadrà con l’occupazione del territorio da parte dell’Assiria e la conseguente deportazione. Il profeta vede nell’evento il compimento della profezia, l’irrompere di una grande rovina e lo sconcerto di tutti loro.

L‘evento è indicativo della disgrazia che tocca le persone nelle loro stesse condizioni e con gli stessi atteggiamenti. Non si tratta di fatti storici analoghi, ma della condizione di “esilio” e disfacimento dovuto al vuoto interiore, alla condizione d’insipienza, superficialità e fragilità del rapporto fra loro. Essi vivono di apparenza, che costituisce l’esilio da sé stessi, dalla gioia duratura che si genera e rigenera nel profondo del cuore.

Mi diceva una persona, conoscitore dell’ambiente dei ricchi, che nei rapporti fra loro fingono di essere felici. Nell’“l’orgia dei dissoluti” non ha spessore né consistenza la vita e  appena manca il denaro, o alle prime difficoltà, mancano loro le condizioni per sostenere l’apparenza e il rapporto di amicizia viene meno.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Am 8,4-7)

Il Signore disse: “Certo non dimenticherò mai le loro opere”. Il profeta trasmette la grande sofferenza e lo sconvolgimento interiore del Signore per lo sfruttamento e la sorte riservata ai poveri e agli indigenti. Il Signore è così profondamente turbato da esprimersi con parole che risuonano come un giuramento, tanta è la determinazione nel procedere a loro favore.

Il brano indica le forme di sfruttamento e di corruzione, comuni in ogni tempo e luogo, motivate dell’avarizia, dall’accumulo del denaro e dalla ricchezza a tutti i costi, senza alcun riguardo per chi ne soffre le conseguenze o affonda ancor più nella precaria situazione in cui si trova. La corruzione è tale che il povero e l’umile, sperando nella sentenza corretta dei giudici, sono defraudati.

Da parte dei ricchi e delle autorità non ci sono né misericordia né compassione e, meno ancora, il rispetto del diritto e della giustizia. Le condizioni dell’Alleanza, stabilita da Mosè sul Sinai, sono stravolte. Altro che terra promessa e “popolo eletto”! Agli occhi del Signore la terra è diventata il nuovo Egitto e, di “eletto”, non è rimasto niente, perché costoro e i detentori del potere economico acconsentono a che ciò accada, qualificandosi come oppressori e nuovi aguzzini. È sotto gli occhi di tutti, e sulla pelle di tante persone, che oggi con la globalizzazione dell’economia non è cambiato molto rispetto ad allora, anzi!

Il Signore aveva liberato il popolo dalla schiavitù e condotto nella terra promessa affinché,  nella pratica dell’Alleanza, che malauguratamente stavano stravolgendo, impiantassero e consolidassero la liberazione attraverso lo sviluppo e la crescita della libertà per amare, quella che il Signore aveva donato. Si trattava di fare della liberazione, offerta da Dio, l’impulso della pratica di libertà per amare allo stesso modo di come Dio li aveva amati e insegnato loro il cammino della giustizia e del diritto.

L’esercizio dell’amore, a livello interpersonale e sociale, configura l’azione liturgica e il culto che il Signore si aspetta dalla singola persona e dal suo popolo. Ma le autorità hanno fatto sì che il culto nel tempio sostituisse l'esercizio del corretto rapporto con il Signore, slegando le esigenze dell’alleanza – la pratica del diritto e della giustizia – a favore dell’interpretazione della Legge, con complicate regole di purezza legale e comandamenti.

Il profeta, con le durissime parole del brano, li richiama a prendere atto dell’equivoco e, allo stesso tempo, avverte il popolo che la corruzione e lo sfruttamento sono sotto gli occhi del Signore e suscitano la sua intensa e immensa indignazione.

Oggigiorno molti cristiani vivono la scissione, il distacco, fra il dovere religioso delle celebrazioni – la messa domenicale, il battesimo dei figli, la prima comunione e cresima, le abituali pratiche devozionali – e la pratica dell’onestà individuale, della responsabilità sociale a livello locale, nazionale, mondiale e della solidarietà nella giustizia per gli esclusi da una vita umanamente degna. Molti si autogiustificano, ritenendo sufficiente la tradizione consolidata, il costume sociale, un sentimento generico di appartenenza a Dio trasmessa dal battesimo e dalla devozione religiosa.

Comportarsi diversamente è come camminare contromano, dovendo pagare un “prezzo” ritenuto eccessivo.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 32,7-11. 13-14)

Mosè è alla presenza del Signore, sul monte Sinai, per stabilire l’Alleanza dopo la liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto. Con il popolo è in cammino verso la terra promessa nella quale, secondo i termini dell’Alleanza, dovrà instaurare un nuovo ordine sociale di pace e armonia, condizioni indispensabili per la realizzazione personale e sociale di ognuno e di tutti. È in tale processo che si manifesta l’avvento del Regno di Dio, o meglio, l’accoglienza della Sua sovranità.

Il prolungarsi dell’assenza fa sì che la debole e inconsistente fede del popolo dia spazio e concretezza allo sconcerto, alla sfiducia nei riguardi di Dio e al dubbio sulla fedeltà di questi alla promessa. Il comportamento conseguente è rilevato con amarezza da Dio che afferma: “Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato!” e si rivolge a Mosè: “Va, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito”.

Di conseguenza il popolo opta per dare a Dio sembianze e caratteristiche in sintonia con il modo di pensare. “Si sono fatti un vitello di metallo fuso”, attribuendo all’immagine la forza e il potere del Dio che li liberò dall’Egitto, nella convinzione che rendendogli il culto appropriato risponda nei tempi e nei modi ritenuti convenienti e opportuni.

È l’intento di avere dalle loro parte il Dio d’Israele esecutore della loro volontà. La visibilità dell’immagine dà loro maggiore certezza e sicurezza di essere esauditi. Non si tratta, quindi, di sostituire Dio liberatore con un altro dio; è lo stesso Dio, ma “modellato” sui propri criteri.

L’idolo, prima di concretizzarsi nell’immagine del vitello di metallo fuso, è prodotto nel loro intimo, incapace e impossibilitato a mantenere la fiducia nella promessa a causa delle difficoltà e dei rovesci lungo il cammino verso la terra promessa. Fiducia che viene meno nel ritenere che Dio, davanti al quale Mosè sta inaspettatamente prolungando la sua presenza, eluda il rapporto di reciprocità per il quale "Lui è il nostro Dio e noi il suo popolo eletto” e, di conseguenza, venga meno quel tipo di rapporto che si aspettano.

Quanto successo allora accade anche oggi, nel senso di modellare nella propria mente un’immagine di Dio secondo le proprie attese e convinzioni. Come allora il vero idolo è elaborato nell’intimo della persona stessa. In tal caso è particolarmente difficile da individuare e distruggere, perché modella e sostiene il proprio punto di vista che blinda ogni alternativa. E il Signore constata: “Ho osservato questo popolo: ecco è un popolo di dura cervice”.

L’elaborazione di un’idea di Dio è inevitabile e necessaria ma occorre evitare di trasformarla in un idolo. Le circostanze della vita, la pluralità e la singolarità degli avvenimenti, spingono a rielaborare l’idea di Dio, tenendo presente il significato ultimo dell’alleanza, i presupposti basilari del regno, la qualità di vita per tutti, il rispetto delle circostanze e delle diversità, in modo da personalizzare l’evento della conversione nell’orizzonte della comunione fraterna, espressione del mistero dell’amore che proviene da Dio e a Lui conduce.

Dio, nella sua bontà, suscita avvenimenti o persone che distruggono l’idolo, ben sapendo che la costruzione di un altro nuovo può ripetersi in altri modi e con nuovi contenuti. Quest’ultimo aspetto è un pericolo costante che esige, da parte del credente, di non abbassare la guardia e sostenere la creatività e l’audacia nel processo di conversione, in attenzione al momento e alla circostanza.

La vita in Dio è una costante lotta per abbattere gli idoli che costruiamo nel nostro intimo, avvicinandoci o addentrandoci sempre più nell’amore in Lui, a Lui stesso. La conversione permanente prima di essere un evento di carattere etico è di ordine teologico riguardo l’idea di Dio che non può essere “imprigionata” in nessuno schema o sintesi operata dal credente.

Dio dice a Mosè: “Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione”. Solo una persona che ama molto reagisce con tanta determinazione nel sentirsi defraudato e deluso dalla persona amata. Tuttavia, la promessa rimane valida, per cui Egli manifesta l’intenzione di costituire un altro popolo che corrisponda a ciò che gli è dovuto.

Mosè intercede efficacemente: “Ricordati di Abramo di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto (…)”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 9,13-18)

“I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le sue riflessioni (…) A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano”. Il testo è una riflessione sulla condizione umana riguardo alla limitata capacità delle persone di comprendere, in modo esauriente, le cose a portata di mano, nonostante gli sforzi. È il riconoscimento del limite umano, della verità della condizione di ogni di persona nell’orizzonte della fondamentale virtù dell’umiltà, cammino di vita verso risultati soddisfacenti.

È proprio della persona chiedersi e indagare sul senso, il mistero della vita nella quale è immersa, e trovare risposte alle legittime domande del perché e della finalità di ciò che accade in lei, nella società e nella creazione. Nella maggioranza dei casi essa fa riferimento a persone che hanno speciale competenza nel settore da loro indagato e assumono con fiducia i risultati attendibili e le azioni corrispondenti.

È vero che ogni grande ricercatore percepisce il limite del proprio lavoro, della provvisoria e parziale conoscenza dell’oggetto indagato, ed è cosciente che il risultato va considerato  come punto di partenza per altri approfondimenti che possono confermare, accrescere o modificare quello già ottenuto. La scienza è aconfessionale e ha un metodo di indagare proprio, le cui conclusioni si avvalgono della razionalità, dell’esperienza e della verifica.

Pertanto molti ricercatori, dopo una chiara professione di ateismo o agnosticismo, nell’incomprensibilità del mistero nel quale è coinvolto l’esistente e il fenomeno, non escludono l’esistenza di chi per la fede religiosa crede in Dio. Strutturalmente, ogni grande uomo è profondamente umile e percepisce la portata dell’affermazione: “ma chi ha investigato le cose del cielo?”; in altre parole, della verità completa che sfugge, si occulta alla comprensione umana.

Tuttavia il senso e la volontà di potere e di dominio, trasmesso dai positivi risultati delle ricerche, genera ottimismo sul risultato di successivi traguardi riguardo al mistero che coinvolge l’origine della vita, l’esistente, il progresso nel migliorarne la qualità. Il fascino che attrae la ricerca suscita e stimola la tenacia e la perseveranza affinché, giorno dopo giorno, si vada oltre le barriere ritenute invalicabili.

Ma la persona che crede in Dio – dal quale tutto proviene, perché presente nella storia e nel cammino degli uomini – arrivata sulla soglia del mistero e al limite del conoscibile, è interpellata e sfidata dalle domande: “Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?”.

L’umiltà che ne consegue non mortifica, non scoraggia né sottomette passivamente a un sapere superiore, ma apre l’intelligenza e il cuore alla sapienza di Dio: “Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?”.

Umiltà imprescindibile perché, prendendo spunto dalla cultura greca, il “corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni”. È noto che Dio sfugge a ogni prova scientifica. Tuttavia si fa esperienza di Lui per la fiducia nella sua auto-rivelazione nella storia, registrata dalla scrittura, dal vissuto individuale e comunitario dei discepoli e dei testimoni.

La comunione con Dio immerge nel suo mistero, come il pesce è immerso nell’oceano. Essa è propria di chi si dispone, nell’umiltà, alla “sapienza che viene dall’alto”, per mezzo del Suo “santo spirito”. La persona creata a immagine e somiglianza di Dio è chiamata a sintonizzare con la sua presenza, con la sua azione, valicando i criteri razionali dell’umano.

La sapienza di Dio non nega questi criteri: semplicemente non si esaurisce in essi ma va ben oltre.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 3,19-21.30-31)

“Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso”. Riguardo alla mitezza, erroneamente si ritiene che ad essa si riconduca la difficoltà di interloquire, la tendenza a sottostare al giudizio altrui, a non ribattere e non replicare, a restare sottomessi e, soprattutto, il timore alla propria affermazione. È come mettersi in un angolo rendendosi inesistenti e diventando una nullità.

Ma la mitezza è ben altro. Consiste nell’intelligenza di comunicare con dolcezza, con calma, con pazienza e serenità. Ma, soprattutto, comprendere che quelle parole, profferite in modo diverso, verrebbero prese come affronti o rimproveri. È sinonimo, quindi, di mansuetudine paziente e benevola.

È altresì la capacità di unire la fermezza alla delicatezza. In altre parole, manifestare il pensiero con garbo, senza far trapelare la propria superiorità, anche quando c’è. Essa sostiene rapporti interpersonali armoniosi; un insieme di attenzione e di sincera accoglienza che crea l'incontro, nel quale emergono sentimenti di benessere, di soddisfazione e di comunione fraterna.

Condizione previa è coltivare nel proprio intimo la chiara identità di sé stesso, la consapevolezza della qualità del rapporto interpersonale e sociale, la finalità e il destino ultimo della vita, e l’accettazione dei propri difetti e pregi, così come delle attitudini e delle incapacità.

Il mite è un soggetto piuttosto completo, sempre perfettibile – com’è proprio della condizione umana – e in pace e serenità con sé stesso. Ascolta tutti e cerca la comunione fraterna, non dipende da nessuno e possiede una buona autonomia di gestione di sé. Il vangelo afferma che i miti “avranno in eredità la terra” (Mt 5,5), e si capisce bene in che senso, non certamente per spadroneggiare e dominare.

La generosità dona il necessario, soprattutto nel momento del bisogno, ma anche come segno di amicizia e di stima. È una dimensione importante che manifesta l’attenzione verso persone disagiate moralmente, fisicamente o economicamente, ossia in situazioni di sofferenza. Essa è frutto del sentimento di condivisione e di solidarietà insito nella mitezza.

C’è un modo di esercitare la generosità, che coinvolge profondamente il donante e il ricevente quando la mitezza e l’umiltà procedono di pari passo: “Quanto più sei grande, tanto più fatti umile”. Il mite è anche umile perché sa che non sa… L’umiltà non è negare o diminuire le proprie virtù e capacità, ma assumerle con gratitudine e intelligenza come dono del Signore. E, pur essendo frutto del proprio sforzo e merito, lo trasmette, lo condivide per il bene altrui e della collettività.

Per l’esercizio dell’umiltà “troverai grazia davanti al Signore”. Ai miti “Dio rivela i suoi segreti”, nell’intimità e familiarità con Lui. Essi ne condividono la vita, la gioia e la pratica dell’amore vicendevole, quali testimoni e segno della manifestazione della sua presenza, “perché grande è la potenza del Signore (…)”. In tal modo accolgono l’avvento della sovranità di Dio – il regno -, motivano e favoriscono la crescita di un mondo più giusto, più umano, fraterno e solidale.

Pertanto, “(…) dagli umili egli è glorificato”. L’autore riconosce la grandezza e il potere di Dio, testimoniato dall’umiltà del mite con parole e atteggiamenti opportuni, in virtù della Sua gloria e santità, presente in lui per quello che la condizione umana consente. All’umile si addice la celebre espressione di S. Ireneo (II secolo d.C.): “l’uomo vivente è gloria di Dio e la vita dell’uomo è la lode a Dio”, vivente per l’amore ricevuto e trasmesso, fonte di vita in abbondanza.

Il contrario dell’umile è l’orgoglioso: “Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi (…) per la misera condizione del superbo non c’è rimedio, perché in lui è radicata la pianta del male”. L’orgoglio è la caratteristica della persona che fa del proprio sapere, della propria attività, un riferimento irrinunciabile e indiscutibile della propria competenza e professionalità. Ne fa questione di dignità, d’onore, nel presumere che nessuno e niente la possa intaccare. Diventa impermeabile a ogni osservazione o contributo che non rientri nei propri parametri. L’amor proprio è così grande da sentirsi ferito e infastidito da ogni contrarietà.

Generalmente è così sicuro di sé stesso che guarda gli altri dall’alto verso il basso. Di conseguenza il seme del male va crescendo sempre più, sostenendo l’impossibilità di comunicare e crescere nel rapporto fraterno, sincero e trasparente, in modo da  qualificare l’autenticità di sé stesso. Si involve su sé stesso nell’isolarsi da tutti e da tutto, vittima del proprio inganno.

Perciò il testo esorta: “Il cuore del sapiente medita le parabole, un orecchio attento è quanto desidera il saggio”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 66,18b-21)

Il brano testimonia come il Signore va oltre l’indignazione e l’ira per l’infedeltà del popolo all’Alleanza, e si propone non solo di riscattarlo dalla condizione ignobile in cui si è posto, ma di ricondurlo sul cammino della fedeltà, in modo da compiere la finalità per la quale è stato eletto, “collaborando” con il Signore per la salvezza universale dei popoli.

“Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria”. È il progetto del Signore di coinvolgere persone di ogni razza e lingua, che suscita grande sconcerto in Israele perché la purezza della discendenza – la cui origine risale ad Abramo e all’Alleanza testimoniata dalla circoncisione – era ritenuta imprescindibile per entrare, a pieno diritto, nel regno di Dio con la venuta del Messia.

Annunciare che tutte le genti “verranno e vedranno la mia gloria” aumenta lo sconcerto e la confusione nel popolo, che riteneva la partecipazione alla gloria di Dio, ricezione della sua santità, fonte di vita piena. E allora che differenza c’è fra il popolo eletto e tutte le genti? Verrà meno l’esclusività, il privilegio di Israele come popolo eletto?

Per di più costoro saranno costituiti missionari, e trasmetteranno il dono per coinvolgere altri che ancora non lo conoscono o sono lontani, in modo che nessuno sia escluso. Dice il Signore al riguardo: “Io in essi porrò un segno”, il segno della fraternità, della solidarietà, della giustizia, della pace e della concordia; in altre parole, la fratellanza e la solidarietà universale.

In tal modo “essi annunceranno la mia gloria alle genti”, suscitando ammirazione, stupore e desiderio di aderirvi per instaurare un nuovo ordine personale e sociale, manifestazione della forza, del potere e della santità di Dio. Essi saranno come una calamita che attrae e “Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Signore su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari al mio santo monte di Gerusalemme”. L’impatto sarà così forte e sorprendente da muovere, con qualsiasi mezzo a disposizione, un gran numero di persone provenienti da tutte le parti.

Notevole rilevare come la missione di ricondurre al Signore tutte le genti costituisce “l’offerta al Signore”, dello stesso valore di “come i figli d’Israele portano l’offerta in vasi puri nel tempio del Signore”. Pertanto la purezza dell’offerta è costituita dalla comunione fraterna fra le genti di ogni razza e nazione, e non più nella qualità pregiata degli oggetti di culto.

Ancora più sconcertante è l’affermazione: “Anche tra loro mi prenderò sacerdoti leviti, dice il Signore”, considerati dal Signore alla stessa stregua dei membri d’Israele, il popolo eletto, formando l’unica famiglia di Dio.

La loro integrazione, allo stesso livello degli israeliti di pura origine, ha sorpreso non poco gli uditori. Basta considerare che ai tempi di Gesù, per essere eletto sacerdote, oltre ad appartenere alla tribù di Levi, si doveva verificare negli archivi del tempio, in Gerusalemme, la purezza razziale fino alla quinta generazione da parte del padre e della madre, senza nessuna mescolanza con altre etnie.

Il fatto che addirittura stranieri, anche se convertiti al giudaismo, saranno “sacerdoti leviti” è il massimo dello sconcerto.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 38,4-6.8-10)

 

“Quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male”. Parole durissime, pesanti come un macigno che cade sulle spalle del profeta Geremia, con le quali i capi del popolo lo accusano davanti al re. Con l’assedio di Gerusalemme, da parte del re babilonese Nabucodonosor, i capi e le autorità del popolo esortano i cittadini a resistere, fiduciosi per la loro condizione di popolo eletto e nel tempio, quale pedana dove Dio poggia i suoi piedi e che è ritenuto l’ombelico del mondo che collega cielo e terra. Pertanto, nella concezione comune, mai Dio permetterebbe la profanazione né la vittoria dei nemici. Egli è a loro lato per liberare l’assedio.

Geremia invece predica il contrario: che la città che verrà invasa, il tempio distrutto, il popolo deportato in esilio a Babilonia a causa della infedeltà all’alleanza. Gli argomenti e le esortazioni dei capi sono ritenuti dal profeta un terribile e devastante inganno.

Come è ovvio in situazioni del genere, la tensione fra Geremia e le autorità giungono al culmine, al punto che i capi chiedono al re la sentenza di morte: “Si metta a morte Geremia, appunto perché scoraggia i guerrieri (…) e scoraggia tutto il popolo”, perché non vuole il bene del popolo ma il suo male. È l’accusa di tradimento.

Il re non ha la forza politica di opporsi, anche se interiormente non è d’accordo con la condanna. Egli aveva ascoltato Geremia in un incontro segreto e era rimasto  particolarmente impressionato. Tuttavia, non può opporsi agli accusatori e, di conseguenza, decide: “Ecco egli è nelle vostre mani; il re non ha poteri contro di voi "; e costoro lo gettano nella cisterna di fango, condannato a morire di stenti.

È il dramma dei profeti di ogni tempo. Chiamati da Dio, non si comportano da teologi di corte dicendo quel che le autorità e il potere si aspettano. Al contrario, smontano i loro piani e creano sconcerto nelle persone, nel popolo. La solitudine dei veri profeti è radicale, al punto che si domandano perché e che senso abbia la loro chiamata e l’affidamento della missione profetica.

Entra in scena Ebed-Mèlec, l’etiope, un eunuco che era nella reggia al servizio del re. Mosso a compassione e rattristato per quanto accaduto, si avvicina al re fuori della reggia, lontano dagli occhi e dalle orecchie indiscrete e supplica: “quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta (…) morirà di fame, perché non c’è più pane nella città”.

Per mezzo suo, uno straniero e per giunta eunuco (il tipo di persona più disprezzato dal popolo d’Israele), il Signore interviene a favore di Geremia strappandolo dall’inevitabile morte. È sorprendente e sconcertante che Dio agisca in tal modo, ma è proprio della libertà del Signore agire fuori da schemi o canoni ritenuti vincolanti e, pertanto, qualsiasi persona mossa dal senso di giustizia e di rettitudine media la volontà e l’azione del Signore, indipendentemente dalla nazione o dalla religione che professa.

Si profila l’apertura riguardo ai rapporti fra il Signore e le persone che appartengono alle più diverse origini e fedi. In essa si discerne l’azione di Dio nelle circostanze che sviliscono la giustizia e il diritto, in nome della dignità e sacralità della vita ingiustamente ferita o disprezzata. Il re, una volta liberato dalle precedenti pressioni, ordina d’intervenire immediatamente: “Prendi tre uomini di qui e tira su il profeta Geremia dalla cisterna prima che muoia”.

Normalmente l’attività profetica, che non si lascia corrompere da interessi di vario tipo (denaro, prestigio, incarichi di governo, benevolenza delle autorità costituite, ecc.), suscita divisioni, conflitti, tensioni con le istituzioni, i governanti e anche con le persone care legati da affetti sinceri.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 18,6-9)

Il testo è una riflessione sull’azione di Dio a favore d’Israele e il coinvolgimento di quest’ultimo. L’iniziativa parte da Dio, che annunciò l’intervento di liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto (sinonimo del male e del peccato): “La notte della liberazione fu preannunciata ai nostri padri”. In nessun modo il popolo si sarebbe liberato con le proprie forze, tanto era stringente e ferreo il dominio degli oppressori.

Al popolo umiliato, schiacciato dalla schiavitù e senza speranza, l’annuncio dell’intervento del Signore è finalizzato “perché avessero coraggio, sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà”. È il coraggio necessario per una nuova società che gestisce la libertà, che gli è donata con la liberazione, nella pratica del diritto e della giustizia, fondamento della dignità di ogni persona e ambito dell’adeguata convivenza sociale in pace, armonia e pienezza di vita.

“Il tuo popolo, infatti, era in attesa della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici”. Riguardo a questi ultimi, il riferimento è a coloro che imposero la schiavitù. Evidentemente, la liberazione dei giusti – non perché fossero perfetti, anzi, – è conseguenza, frutto dell’azione di Dio, che li rende tali rompendo il progetto e gli interessi degli oppressori, per i quali l’evento è una disgrazia che sfocerà nella vicenda del mar Rosso: “Difatti come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te”. 

La memoria d’Israele ricorderà sempre che il Signore agì in loro favore con mano forte e braccio potente. La liberazione è la nuova chiamata all’alleanza, all’osservanza fedele e fiduciosa del cammino indicato dalla Legge, stipulata da Mosè sul Sinai. L’evento della liberazione e del Sinai è ritenuto manifestazione della gloria di Dio al suo popolo: “così glorificaste noi”, in virtù del suo amore.

Resi liberi dal peccato – dalla dipendenza, dalla schiavitù – e costituiti "figli santi dei giusti,”, coloro che accolsero e perseverarono nel dono della liberazione “offrirono sacrifici in segreto” celebrando il culto, la memoria di quell’evento, con la finalità non solo di ricordare il passato ma di attualizzarne gli effetti, come se in quel momento si ripetesse l’evento della liberazione, perché cova sempre il misterioso impeto di cedere alla seduzione e tentazione del male.

Come antidoto, nella celebrazione “si imposero, concordi questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli”, e strinsero un patto di solidarietà valido sempre, nelle condizioni favorevoli come in quelle avverse. La solidarietà e la responsabilità hanno un’impronta divina che sostiene e motiva la pratica dell’amore, con cui il Signore ha amato il suo popolo e ogni persona agendo a loro favore, liberandoli dalla schiavitù e conducendoli alla terra promessa.

La solidarietà e responsabilità fraterna non sono altro che la declinazione della familiarità di Dio nei loro confronti, la manifestazione del loro legame di giustizia e rispetto della Legge, espressione della presenza del Signore come loro re.

Essi, intonano “… subito le sacre lodi dei padri”. Qualunque sia la circostanza, favorevole o avversa, intonare “subito” le lodi a Dio manifesta la solidità, consistenza e supremazia della fede, della loro fiducia nel Dio liberatore.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Qo 1,2; 2,21-23)

“Vanità delle vanità, tutto è vanità”. Gli studiosi, interpretando il senso di queste parole, portano alla conclusione che la vita “è una bolla di sapone”. La morte conferisce all’interpretazione verità e comprensione e, in aggiunta, l’autore ironizza con pungente oggettività: “Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato”.

Una bolla di sapone è anche qualcosa di bello, che attrae l’attenzione per i colori, per la leggerezza e per la libertà di muoversi nell’aria; inoltre ispira sentimenti di delicatezza, tenerezza e soavità. Ma è fragile e inconsistente, al punto che una semplice puntura d’ago la fa sparire. E tutto ritorna alla realtà che prima occultava o dalla quale si era distratti.

Intelligenza, professionalità, impegno al limite delle possibilità, caratteristiche della serietà e dedicazione della vocazione all’attività sembrano svalorizzati, per non dire addirittura annullati. L’autore si chiede: “Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole?”; e traspare in esso un sentimento di delusione, di frustrazione e spoliazione per la perdita di ciò in cui si è investito fruttuosamente, aggravato dall’ironia che lo sforzo profuso andrà a beneficiare “un altro che per nulla vi ha faticato”.

Ma allora è meglio far niente? La verità del brano è stimolo di passività? Meglio ritornare su sé stessi in maniera egocentrica, come indica il libro della Sapienza: “La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio quando l’uomo muore (…) Venite dunque e godiamo dei beni presenti, gustiamo delle creature come nel tempo della giovinezza! Lasciamo dappertutto i segni del nostro piacere. Spadroneggiamo nel giusto, che è povero, (…) La nostra forza sia legge della giustizia, perché la debolezza risulta inutile”? (Sap 2-14). Evidentemente no, la stessa Sapienza condanna tale pensiero e la condotta corrispondente.

Quello che nel brano è messo in discussione è il tempo cronologico, il suo susseguirsi in passato, presente e futuro, scandito dalle lancette dell’orologio. Non è considerata la qualità del tempo, il presente, il momento vitale. Di fatto il passato già non esiste, rimane nel passato e la memoria trattiene qualcosa di esso, soprattutto nel caso di un evento importante e decisivo per la vita. Il futuro anch’esso non esiste se non come una possibilità, una speranza o un timore che, pur nella possibilità che si avveri, nella grande maggioranza dei casi non si realizza, e molte volte sorprende.

Quello che appartiene pienamente è il presente: l’attimo fuggente. Il presente merita tutta l’attenzione e polarizza l’impegno affinché sia gratificante, pieno di contenuto e di senso. Si tratta del momento favorevole e, per essere tale, richiede attenzione all’aspetto qualitativo, esistenziale, poiché porta con sé l’opportunità del dono di immergersi in effetti positivi e soddisfacenti, pieni di senso e di vita, o di evitare, sminuire, il danno e la delusione.

Generalmente l’attività, le preoccupazioni e le responsabilità fanno sì che l’unica dimensione del tempo presa in considerazione è quella cronologica.

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