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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1Re 19,9a.11-13a)

Dopo aver offerto il sacrificio sul monte Carmelo, e sterminati quattrocentocinquanta profeti di Baal, Elia fugge da Gezabele, che vuole la sua morte. È un momento drammatico e di profonda crisi del profeta in quanto non solo la fedeltà al Signore mette a rischio a sua vita, ma non riceve alcun appoggio dal popolo, come sperava; per questo motivo si ritiene abbandonato e lasciato al suo destino.

Elia sente la necessità di dirigersi sull’Oreb, la montagna di Dio, chiamata anche Sinai, dove tutto cominciò. È il luogo dove Dio si manifestò a Mosè e consegnò la Legge, stabilendo l’Alleanza alla quale Elia si è mantenuto rigorosamente fedele. E, nello stesso luogo, avverrà un accadimento decisivo per il futuro di Elia e del popolo d’Israele.

Per Elia è il ritorno alle radici, dalle quali tutto è sorto. È proprio dai momenti di crisi che sorge la necessità di verificare e trovare delle conferme, per sé stesso e la missione che svolge. È l’urgenza di esaminare e verificare la propria identità, profondamente scossa dagli ultimi e sconcertanti eventi.

In generale, ogni momento di profonda e sconvolgente crisi della propria attività e dei rapporti che la sostengono crea la necessità impellente di ritornare, con intelligenza e con il cuore, agli eventi decisivi della propria vocazione, per rivisitare l’origine delle decisioni fondanti e la loro correttezza nello svolgimento della missione. Pertanto, pur sapendo di dover affrontare un cammino arido nel deserto, per Elia è doveroso intraprendere il viaggio, sorretto dalla fiducia che in esso non mancherà l’aiuto del Signore.

Giunto al monte Oreb, luogo desolato, Elia entra in una grotta per passarvi la notte, “quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: ‘Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore’. Ed ecco che il Signore passò”.

L’autore descrive le modalità dell’attesa manifestazione di Dio con tre fenomeni: un vento talmente impetuoso da spaccare le montagne, un terremoto e il fuoco, gli stessi dell’esperienza di Mosè nel medesimo luogo. Infatti, “Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco”.

Ma, contrariamente all’esperienza di Mosè, in ciascuno dei fenomeni che accadono non c’è la manifestazione di Dio. Nell’antico Oriente la presenza di Dio in questo mondo viene spesso descritta mediante immagini ricavate da fenomeni naturali che, per una mentalità prescientifica appaiono, proprio per il loro carattere potente e misterioso, come la manifestazione del divino.

Tuttavia, in modo imprevisto e sorprendente, il Signore si manifesta nel “sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna”. Questo modo di rivelarsi del Signore non ha nulla a che vedere con l’esperienza di Mosè.

Dio non riprende gli stessi elementi per la sua auto-manifestazione, non si serve dei fenomeni descritti, come si attendeva nel mondo medio-orientale e in Israele, ma di un fenomeno inedito quale la brezza leggera. È probabile che l’autore voglia trasmettere l’imprevedibilità del Signore, percepito, in questo caso, nel silenzio del proprio mondo interiore, nel proprio cuore.

Va sottolineata, in tal caso, l’impossibilità di prevedere come il Signore si manifesta, basandosi sulle esperienze precedenti di altre persone.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 55,1-3)

Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete”. L’invito è rivolto al popolo, la cui attenzione è segnata dalla preoccupazione per la sopravvivenza. In esilio cerca in tutti i modi di trovare mezzi e incontrare situazioni che gli permettano di vivere decentemente. Dalle parole del Signore si deduce che l’intento non dà il risultato sperato: “Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro denaro per ciò che non sazia?”.

L’impoverimento e la frustrazione sono evidenti. Il Signore si rivolge a “voi tutti assetati, (…) voi che non avete denaro”. Non è difficile cogliere lo stato d’animo di chi percepisce di trovarsi su una strada senza sbocco, senza via d’uscita. È anche la condizione odierna di persone o di gruppi che, per diversi motivi e in differenti circostanze, soffrono rovesci generatori di crisi e di forte sconcerto. Questi momenti lasciano un senso di frustrazione e di delusione che scoraggiano, fanno cadere le braccia e, addirittura, mettono in dubbio il senso del vivere.

“Su ascoltatemi (…) Porgete l’orecchio e venite a me”. Nell’Antico Testamento è molto insistente l’esortazione: “Ascolta Israele!”. Non si tratta semplicemente di udire, ma d’impegnare tutte le facoltà della persona: l’intelligenza, la volontà, la memoria, coinvolte nell’amore per la causa di Dio, l’avvento del suo regno.

Si ascolta con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze. Ascoltare è la prima qualità del discepolo. Salomone, appena succeduto al padre nel governo, ancora molto giovane e in preda al panico su come e cosa fare, nel sogno in Gàbaon chiede a Dio che gli appare: “Signore dammi un cuore che sappia ascoltare”. Di rimando il Signore è molto soddisfatto della richiesta e gli concederà, oltre alla proverbiale sapienza, anche quello che era normale che un re chiedesse: lunga vita, vittoria sui nemici e ricchezza.

L’effetto dell'ascolto è la qualità di vita; “ascoltate e vivrete” è la meta sospirata quando le prospettive sono la sofferenza e il non senso dell’esistenza. È come risorgere, rinascere, rincontrare il cammino perso e trasformare la convivenza umana, e i rapporti interpersonali, nella dignità, da vivere con gioia ed entusiasmo.

Il motivo principale per aderire all'esortazione è che essa insegna e stabilisce la dinamica dall’Alleanza, cosicché dice il Signore: “Io stabilirò per voi un'Alleanza eterna, i favori assicurati a Davide”. Il patto eterno è garanzia della costante presenza del Signore, con le caratteristiche proprie del dono di sé stesso per la causa del diritto e della giustizia, ossia l’avvento del suo regno e l’accoglienza della sua sovranità.

I favori assicurati a Davide sono tesi a sostenere e contribuire alla realizzazione e al consolidamento del Regno, ad impiantare le condizioni di efficacia, in modo tale che la trasmissione della pienezza di vita sia costante e non manchi in ogni circostanza.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (1Re 3,5.7-12)

Il brano racconta il sogno di Salomone in Gàbaon. Alla morte del padre egli, essendo ancora giovane, ammette sinceramente: “sono solo un ragazzo; non so come regolarmi”. Tuttavia si trova a dover governare una situazione molto complicata, anche per la recente unione delle tribù con quella di Giuda, motivo per il quale Davide scelse quale capitale Gerusalemme, strategicamente collocata sul confine delle due.

Non è difficile immaginare il turbamento e l’ansia del giovane Salomone, non sapendo come fare e da dove iniziare, e con la corte che è un nido di vespe. Ebbene, quella notte in Gàbaon, il Signore gli apparve in sogno e disse: “Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda”. Il re è solito chiedere quello che Dio, conoscendo l’animo umano, si aspetta: molti giorni di vita, denaro e ricchezza, e la vittoria nelle battaglie sui nemici.

Invece Salomone chiede: “Concedimi un cuore che sappia ascoltare, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?”. Dio è profondamente compiaciuto dalla singolare e sorprendente richiesta; infatti, “Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa”.

Rilevanti sono le prime parole riguardo al cuore che sappia ascoltare, condizione imprescindibile per elaborare il progetto di governo che renda giustizia, e discerna in modo corretto il bene dal male a favore della singola persona e dell’organizzazione sociale. Il cuore è la sede dove si elabora e consolida il progetto, frutto dell’ascolto dei legittimi e indispensabili bisogni del popolo, in attenzione alle esigenze dell’Alleanza.

L’ascolto è caratterizzato dal coinvolgimento di tutte le facoltà della persona per impegnare, con determinazione, l’anima, la mente e le forze disponibili alla crescita del popolo e alle esigenze di ogni persona.

Fra l’altro, lo stesso coinvolgimento vale per il dialogo interpersonale finalizzato allo sviluppo adeguato e soddisfacente del rapporto simbiotico, nel quale percepire in filigrana la misteriosa presenza del Signore con l’avvento del suo regno, ossia con l’accoglienza della sua sovranità.

Ciò è possibile per la purezza del cuore, lontano da ogni ambiguità e sinceramente determinato a cercare la verità nella trasparenza con sé stesso e con le persone nel contesto specifico, e con attenzione e ascolto alle diverse situazioni giornaliere. Si accompagna tale processo il cuore libero da ogni preconcetto e pregiudizio, condizione imprescindibile per il buon proposito di servire la causa del regno.

L’ambiguità riguarda la conformità e la giustificazione di realtà incompatibili, a progetti personali o di lobby motivati da interessi personali a scapito dei corretti sentimenti e proposti espressi da Salomone. Essa è il contrario del “cuore puro”, sincero e trasparente, con il quale, per lo stato di beatitudine, è permesso di vedere Dio, come afferma Gesù nel discorso della montagna.

Non si pone in ascolto chi ritiene di sapere abbastanza dell’ambiente e dell’argomento, di avere già la risposta pronta in conformità alle leggi, alle norme e alle tradizioni consolidate dall’esperienza e dalla consuetudine. Non ascolta chi ritiene che l’interlocutore non sappia, né sia in condizione di sostenere e realizzare il cammino, assumendo i mezzi adeguati da prendere in considerazione per il successo dell’azione di governo.

Ci sono anche aspetti di ordine personale e stati d’animo – preoccupazioni, sofferenze, ansie, ecc. – che intralciano l’accoglienza e l’ascolto. Perciò l’ascolto è l’autentico primo passo dell’accoglienza del Regno.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sap 12, 13.16-19)

L’autore loda la cura di Dio per tutte le sue creature, affermando che "Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose”, giacché tutto proviene da Lui, dall’opera delle sue mani – Il Figlio e lo Spirito Santo -. Il motivo dell’affermazione è confutare l’accusa che Dio sia un “giudice ingiusto”.

Punto centrale della riflessione è la forza di Dio: “La tua forza è principio di giustizia”. Al contrario di quello che, dal punto di vita umano comunemente s’intende per forza quale energia impositiva e coercitiva, essa ha tutt'altre caratteristiche. Dio è amore e, pertanto, la forza, la sorgente e il principio della giustizia, è rapportabile all’amore, che costituisce l'essenza e l’esistenza di Dio stesso.

In tal modo “Mostri la tua forza quando non si crede nella pienezza del tuo potere e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono”. Il rigetto da parte dell’offeso ingiustamente è un modo per non farsi prendere dalla delusione, dal sentirsi defraudato e permettere che, nell’intimo, si covino sentimenti di ostilità e propositi di rivalsa o di castigo.

Al contrario, l’autore pone in evidenza la magnanimità di Dio che, “Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché quando vuoi, tu eserciti il tuo potere” indicando, in tal modo, che la forza e il potere motivano l’esercizio inaspettato e intenso del suo amore.

Significativa, al riguardo, è la supplica del profeta Geremia: “Lo so, Signore: l’uomo non è padrone della sua vita, chi cammina non è in grado di dirigere i suoi passi. Correggimi, Signore, ma con giusta misura, non secondo la tua ira, per non farmi venir meno” (10,23-24). Lui è “padrone” del potere la cui forza è l’amore, essenza e senso della sua esistenza, che declina la sua immensa misericordia.

Questa condizione gli permette di esercitare la mitezza, la grande virtù di intervenire, in modo corretto, nel pieno dominio di sé stesso e, conoscendo la situazione in cui si trova il destinatario, gli consente di agire in modo appropriato. Inoltre da essa procedono la propensione al perdono e la disposizione a giustificare gli errori; in altre parole, l’indulgenza.

Il fine della giustizia è far sì che gli uomini diventino sempre più umani e l’autore afferma: “Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini (…)”. Con altre parole, apre e coinvolge nell’amore divino coloro che accolgono il dono del suo amore in modo che diventino imitatori del suo amore verso altri uomini crescendo in umanità.

Dio, sommo pedagogo, insegna al suo popolo che il giusto è tale nella misura in cui è capace di amare, coltivando in tal modo la fedeltà all'Alleanza nell’imitazione dell’amore del Signore che, con l’avvento della sua sovranità, – l’avvento del Regno di Dio -, coinvolge ogni persona e l'intera società.

“(…) e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento”. 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 55,10-11)

La metafora della pioggia e della neve trasmette molto bene l’idea dell’efficacia della Parola di Dio diretta a tutta l’umanità. La Parola (da intendere non solo come fonema che esce dalla bocca ma anche come fatto, azione) è il dono di Dio per tutti indistintamente, senza privilegi o differenze di sorta, come suggerisce il riferimento alla pioggia e alla neve.

Per mezzo di essa Dio si auto-rivela per chiamare alla comunione con sé tutta l’umanità e fare in modo che essa, con tutto il creato, manifesti l’avvento del regno di Dio, della sua sovranità, nel quale ogni persona, e l’umanità intera, sperimentino il dono della vita in abbondanza.

Sulla scia della pioggia e della neve anche la Sua Parola “non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata”. Il sogno, il desiderio di Dio è che gli uomini sintonizzino con l’amore (simbolizzato dall’azione feconda della pioggia e della neve) che motiva la sua azione, la sua auto-manifestazione.

Il regno di Dio, che intende impostare con essa, è la risposta su come continuare a vivere e crescere nel dono della libertà, il cui artefice è Dio stesso, quale operatore della liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto – sinonimo del male e del peccato -. La finalità dell’avvento del regno è fare della terra promessa, in cui il popolo si trova, il luogo,  l’ambito del diritto, della giustizia, della fraternità e della solidarietà.

La Parola non è solo espressione del sogno, del desiderio di Dio, ma traccia il cammino e indica i mezzi per realizzarlo. Accoglierla, pertanto, non consiste solo nell’acconsentire ad essa ma nel praticare con audacia, coraggio e creatività tutto ciò che insegna a livello di contenuto e di metodo, giacché essi – il popolo eletto – sono stati liberati per vivere e crescere nella libertà, che sintonizza con l’amore che Dio ha manifestato a loro favore con la liberazione e la promessa di una nuova terra.

La liberazione si manifesta, e la libertà cresce, per la pratica dei valori di cui sopra, quando assunti e vissuti nella gratuità, in attenzione ai bisogni che fanno dei destinatari persone sempre più umane e attente ai meno favoriti, perpetuando, in tal modo, la spirale in continua espansione della dinamica dell’amore quale pratica della libertà.

La missione non è un dovere da compiere ma l’esigenza e la condizione per crescere dal punto di vista umano e nello Spirito. Essa richiede, ovviamente, di farsi carico in modo responsabile e solidale delle condizioni del popolo e delle persone deboli, il che presuppone incomodarsi, sintonizzare e fare proprie le loro sofferenze e difficoltà. Il desiderio è sentimento, la pratica è azione. È noto il detto: fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, per indicare lo iato da superare per sintonizzare con il dono dell’avvento del Regno.

La parola viva – la missione – illumina e sostiene l’argomentazione, per “rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3,15).

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Zc 9,9-10)

Il profeta annuncia la venuta del Messia: “Ecco viene il tuo re”. Il re per Israele è il riferimento centrale della vita individuale e sociale della nazione; egli è il salvatore, e la sua missione consiste nel difendere le persone esposte al sopruso, quali principalmente sono il povero, la vedova e lo straniero. È il garante dell’Alleanza che, nel compimento della giustizia e del diritto, stabilisce l’armonia fra tutti e con tutto, in una parola onnicomprensiva, la pace.

Il profeta traccia il profilo del re: “Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino”. La giustizia è riferita alla fedeltà all’Alleanza i cui canoni riguardano l’avvento del regno di Dio che, pur essendo un dono, necessariamente richiede la collaborazione responsabile del re e del popolo.

La vittoria è il risultato del conflitto, della lotta, contro avvenimenti, circostanze, e forze avverse particolarmente violente, nel quale il re “farà sparire il carro della guerra da Éfraim – il popolo – e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato”. L’impegno tenace e costante del re – e di conseguenza del popolo – è condizione previa e indispensabile per instaurare il nuovo ordine sociale, nel quale rilevare l’avvento del Regno quale azione della bontà paterna di Dio.

Sarà un re umile, l'opposto di chi esercita il potere organizzativo e ideologico nell’imporre dall’alto il timore e l’ossequio della sua indiscutibile volontà e progetto. La sua immagine è di chi “cavalca un asino, un puledro figlio d’asina”, il contrario di quella maestosa, esuberante e trionfale del cavalcare il miglior destriero per stupire, e impressionare, per il potere dalla forza ineguagliabile.

Invece l’umiltà è porsi sul livello e nelle condizioni di ciò che è basso – terra – socialmente irrilevante, condizione imprescindibile per stabilire autentici rapporti umani. L’autorità conferita, da chi ha il ruolo e la missione al riguardo, si rivela in chi la detiene con autorevolezza, come la capacità di elaborare risposte adeguate di buon governo, conforme ai canoni dell’Alleanza.

Il timore, il rispetto dovuto al re sono guadagnati sul campo, e precisamente nello svolgere la missione conferitagli. Non è frutto di pre-condizioni sociali e organizzative, motivate e sostenute dalla convenienza, della paura o da interessi individuali o di lobby.

L’autorevolezza del re è riconosciuta, e bene accolta, per i frutti del suo governo, che fa “sparire il carro da guerra (…) l’arco da guerra sarà spezzato”. Si tratta della vittoria sulla guerra, sulla violenza, del giusto sull’ingiustizia e sul male nelle sue diverse espressioni. Positivamente, egli instaura “la pace alle nazioni (…)” e, propriamente, costituisce la finalità dell’Alleanza , ovvero il sogno di Dio per l’umanità intera.

“(…) il suo dominio sarà di mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra”. Il compimento della promessa non rimarrà nel solo ambito di Israele, ma abbraccerà il mondo intero e avrà il carattere di stabilità. L’azione del re sarà universale e motivo di grande gioia.

La gioia del popolo sarà la stessa del Signore. Pertanto, "Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme!”, per l’avvento della Sua sovranità, per l’avvento del Regno di Dio.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Re 4,8-11.14-16a)

Eliseo, per la sua condizione di profeta, è ospitato ed invitato a mangiare da un'illustre donna. Dirà lei stessa al marito:“Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi”. Il brano non specifica in che modo, e per quale azione o parola del profeta, è rimasta interiormente colpita da lui o dalla missione che svolge; viene riportato solo che tutte queste cose hanno suscitato in lei la convinzione che si tratti di un autentico “ uomo di Dio”.

In quanto “uomo di Dio” ella, spontaneamente e in accordo con il marito, gli offre un'ospitalità di tutto riguardo: “Facciamo una piccola stanza superiore, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e un candeliere; così venendo da noi, vi si potrà ritirare”. La donna è un chiaro esempio di generosità, determinata unicamente dalla fede nel Dio cui Eliseo si è posto al servizio.

Quale uomo di Dio, Eliseo appare molto distaccato nei confronti delle persone, delle cose che lo circondano e dedica tutto sé stesso al ministero. Egli non conosce nulla della situazione della donna e s'informa con il suo servo, al quale chiede: “Che cosa si può fare per lei?”.

Non è insensibile alle attenzioni della donna e le è profondamente riconoscente per la sua condotta ospitale. Venuto a sapere dal servo che non ha figli – “Purtroppo lei non ha un figlio e suo marito è vecchio” – capisce subito che, per lei, la maternità è la cosa più importante. Quasi impulsivamente dice:“Chiamala!” e “La chiamò; ella si fermò sulla porta. Allora disse: «L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu stringerai un figlio fra le tue braccia»” .

Il messaggio che il brano trasmette riguarda la qualità del rapporto interpersonale fra i due, improntato sull’autenticità dei sentimenti, delle azioni e delle scelte. Ognuno assume l’impegno in sintonia con il proprio mondo interiore, con sentimenti nobili, senza cedimenti di convenienza, di opportunismo né di alcuna forma di ipocrisia nel manifestare quello che non è, o nascondere quello che è.

I valori etici di tale condizione portano alla fecondità dell’esistenza su due piani diversi. Per la donna, la futura maternità che è come una risurrezione, per la vittoria sulla sterilità (allora ritenuta quasi come una maledizione).

Per Eliseo, è l’opportunità di dispiegare e manifestare il coinvolgimento con il Signore, che lo ha costituito come profeta. È il farsi della verità dell’esistenza, e con essa la gioia della vita da ambo le parti. Il quadro è un riferimento per la qualità dei rapporti interpersonali ed è inutile dire che è valido per tutti i tempi, e per ogni rapporto interpersonale e sociale.

Un testo del Siracide riassume è sintetizza i valori etici e le indicazioni che Dio ha posto nell’intimo di ogni persona: “Il Signore creò l’uomo dalla terra e ad essa di nuovo lo fece tornare. Egli assegnò loro giorni contati e un tempo definito, dando loro potere su quanto essa contiene. Li rivestì di una forza pari alla sua e a sua immagine li formò.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 20,10-13)

 

È noto il detto “la lingua non ha le ossa, ma rompe le ossa”; tale è la forza della calunnia, della diceria, dell’imputazione coscientemente falsa diretta a distruggere l’integrità morale e la reputazione di una persona. È il caso del profeta Geremia, destinatario di tale atteggiamento “Sentivo la calunnia di molti”, con l'intento di costoro di arrecargli il maggiore danno possibile. “Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo”. Un complotto senza scampo.

La motivazione è l’ingrato compito del profeta, al quale è conferita dal Signore la missione di compiere tale incarico nel trasmettere parole, messaggi e prospettive radicalmente opposte alle attese delle autorità e del popolo.

Da un lato il profeta denuncia il comportamento del popolo e delle autorità, contrario ai termini dell’Alleanza per il mancato rispetto della giustizia e del diritto riguardo ai poveri, gli indifesi, così come il sopruso dei potenti verso i deboli.

Dall’altro lato, il tempio – centro del potere religioso e politico, luogo sacro del legame fra Dio e il suo popolo eletto e segno della presenza di Dio celebrata nel meticoloso e puntuale culto – è ritenuto come garanzia di difesa e di protezione contro ogni avversità.

Geremia osa proprio affermare che tale sicurezza è fallace, poiché non c’è rispetto ai termini dell’Alleanza. Di conseguenza, va formandosi e crescendo l’opposizione, e il rigetto diventa drammatico e determinato: “Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo”.

Addirittura sono coinvolti gli amici, le persone dalle quali si aspetta appoggio, aiuto o, per lo meno, un sostegno. Invece è tutto il contrario, dato che essi ne aspettano la caduta o il suo passo falso: “Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta”.

Sconcertante, drammatica e radicale è la solitudine di Geremia; si sente defraudato e ingiustamente abbandonato dal Signore, nonostante la sua fedeltà alla missione non preveda sconti per nessuno. Il suo lamento è tale da esclamare: “Me infelice, madre mia! Mi hai partorito uomo di litigio e di contesa per tutto il paese! Non ho ricevuto prestiti, non ne ho fatti a nessuno, eppure tutti mi maledicono” (15,10).

Al massimo dello sconforto e della prova, il Signore risponde alle lamentazioni: “Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi dovranno tornare a te, non tu a loro” (15,19). Non è che il Signore si è allontanato o dimenticato del profeta, ma il fatto è che, nello svolgimento della missione, Geremia non ha saputo distinguere ciò che è prezioso da quel che non lo è.

In cosa consista il contenuto dei due fattori contrapposti non è specificato. Tuttavia, l’indicazione è estremamente preziosa per qualsiasi azione profetica di tutti i tempi, per l’inevitabile drammaticità del radicale rigetto. Normalmente si accusa il destinatario di tutto il male, ma occorre anche l’auto-analisi, in ordine alla qualità del discernimento per riappropriarsi della serenità d’animo, della fiducia nel Signore e continuare nel cammino.

“Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso”. Si tratta, come afferma il profeta Michea, di“camminare umilmente con il tuo Dio” (6,8d). È proprio nell’umiltà il corretto discernimento, in virtù del quale i “persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo, sarà una vergogna eterna incancellabile”.

In tale circostanza, dal mondo interiore sorge un nuovo stato d’animo, opposto a quello precedente: “Signore degli eserciti, che provi il giusto (anche se imperfetto nel discernimento o nella sua totalità), che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa!”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dt 8,2-3.14b-16a)

Il testo sprona vigorosamente il popolo a non dimenticare l’opera del Signore e il cammino che l’ha condotto alla terra promessa, di cui ora prenderà possesso: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere”.

“Ricordare” (o fare “memoria”) nella mentalità di allora ha una valenza specifica. Non si tratta solo di ricordare un evento del passato che rimane là, confinato nel passato, ma è un imparare a memoria quale patrimonio interiore in modo che, nella circostanza e nel contesto specifico, la persona e la comunità vivano e attualizzino gli effetti di quell’evento.

Pertanto la memoria (“fate questo in memoria di me”, dirà Gesù riguardo all’Eucaristia) è imprescindibile e fondamentale per mantenere e sviluppare l’identità individuale di persona redenta e l’identità sociale, con l’avvento oggi, nella circostanza specifica, del Regno. Il che dà senso alla vita e la rende già oggi partecipe del destino finale.

Mosè ricorda loro di “Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile”, l’evento fondante e centrale di tutto l’Antico Testamento. Per il popolo l’Egitto è sinonimo di schiavitù; in altre parole, del peccato e causa del male e di ogni tipo di sofferenza.

Quel vissuto, quell’esperienza, è passata; ora il popolo è libero ed è costituito da persone libere e riscattate nella loro dignità. Il popolo è il “popolo che appartiene a Dio” per l’Alleanza, in cammino verso la nuova realtà, terra promessa, per organizzarsi secondo l’insegnamento del Signore.

La promessa è la terra dove scorre “latte e miele”, metafora della pienezza di vita e della gioia, non solo per il popolo d’Israele ma per tutte le nazioni che stabiliranno, nella giustizia e nel diritto, la convivenza fraterna, solidale e responsabile. In tal modo, accogliendo la Sua sovranità, si compie la promessa di Dio ai padri e la manifestazione dell’appartenenza al regno di Dio.

Ebbene, il cammino nel deserto “grande e spaventoso” è caratterizzato da tanti pericoli, quali “serpenti velenosi e scorpioni”, mancanza di acqua e di alimento ai quali Dio provvederà in modo sorprendente. La finalità è fare in modo che il popolo non dimentichi la Sua presenza ed il Suo intervento nelle future prove e difficoltà, accogliendo fiducioso la sua presenza e assumendo scelte e comportamenti fedeli all’Alleanza. Perciò Mosè esorta: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto”.

Fare memoria, per non dimenticare – cosa molto facile una volta raggiunto il benessere nella terra promessa – è sostenere la fiducia e la determinazione nell’elaborare il farsi della giustizia e del diritto nelle nuove circostanze della vita del popolo e riguardo all’apertura alle nazioni, con audacia, coraggio e creatività. Atteggiamento caratterizzato dalla libertà per amare. percependo, in essa, il dono dell’avvento del Regno di Dio.

Si tratta di fare, dell’esperienza del deserto, scuola di sapienza e di saggezza, in considerazione del fatto che nella terra promessa non mancheranno pericoli, prove e tentazioni riguardo alla fedeltà all’alleanza, e la sconfitta sarebbe come ritornare alle condizioni vissute in Egitto.

Mosè mette in risalto il senso e il perché del lungo cammino – quaranta è un numero simbolico che fa riferimento a un periodo lungo – “per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi”. È nella prova e nella difficoltà che si valuta, e si prende coscienza, del grado e della qualità del rapporto interpersonale, della consistenza e della fermezza di ciò in cui si dice di credere e di amare.

L’umiliazione ferisce l’intimo della persona per la coscienza della distanza del cuore da Dio. Il cuore – sede del pensiero, della riflessione, del progetto di vita e delle scelte conseguenti -, allontanato dalla volontà di Dio, prende strade diverse da quella dell’Alleanza. Cosicché il cuore deviato dalla seduzione di altri cammini, manifesta la debolezza, la fragilità e l’inconsistenza nel rispondere, adeguatamente, all’immenso e gratuito dono della liberazione dal peccato, come la schiavitù, e dal male corrispondente.

“i suoi comandi” sono le indicazioni per rispondere, in modo appropriato, alla nuova condizione di libertà e garanzia, in modo che il popolo perpetui e consolidi il dono del Regno.

 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 34,4b-6.8-9)

Mosè ritorna sul monte Sinai alla presenza del Signore, per ricevere di nuovo le tavole della Legge che aveva infranto contro il vitello d’oro costruito dal popolo, ai piedi del monte, stanco e sfiduciato per la lunga attesa del suo ritorno. Egli ammette la colpa del suo popolo e intercede presso il Signore: “Sì è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa di noi la tua eredità”. La colpa del popolo consiste nell'essersi consegnato a un Dio fatto a “propria immagine”, ossia secondo criteri propri.

L’idolo non è tanto la statua di metallo, ritenuta depositaria di poteri soprannaturali, ma ciò di cui essa è frutto: l’attribuzione di forza e di potere divino che risponda alle richieste, alle attese del richiedente quando invocato. L’idolo è il Dio che la persona, o la comunità, costruisce dentro di sé, invece di percepire la Sua presenza nell’ascoltare e riflettere sulla sua parole e insegnamento; invece di vivere, creativamente e con coraggio, la pratica della giustizia, del diritto e dell’amore nelle diverse circostanze e con le persone con cui si entra in relazione nel quotidiano, gli si chiede che compia quanto richiesto.

Mosè è cosciente che l’idolatria comporta la rottura dell’Alleanza, con conseguenze drammatiche. Perdendo la condizione di popolo di Dio – erede della promessa fatta ad Abramo – questi e lui stesso si trovano completamente allo sbando. Ecco, allora, la richiesta di perdono, nonostante la difficoltà del popolo nell’aprirsi, con fiducia, all’ascolto, alla promessa e alle premure del Signore nel condurlo verso la terra promessa.

Nella supplica Mosè impegna tutto sé stesso, sinceramente fiducioso nel Signore, nella certezza che lo esaudirà: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi”. Su comando del Signore, Mosè ritorna sul monte Sinai: “salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato con due tavole di pietra in mano”, giacché le prime due furono sfracellate nell’impeto d’ira per l’idolatria del popolo.

“Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui”. La nube è segno della presenza dello Spirito, per mezzo del quale Mosè percepisce la vicinanza del Signore. E, “Il Signore passò davanti a lui, proclamando: ‘Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà”. 

Ognuno di questi attributi merita attenzione e riflessione ma, tuttavia, sono motivo di profonde considerazioni che vanno oltre i limiti di questo breve commento; è sufficiente sottolineare come, nel loro insieme, offrono un’immagine del profilo di Dio Padre e del suo immenso amore per il popolo.

Mosè, pieno di meraviglia e di stupore, "si curvò in fretta fino a terra e si prostrò” in gesto di adorazione, dal quale procede e fluisce la supplica. Egli percepisce, nel profondo dell’animo, la verità, la misericordia e la magnanimità di Dio, dono di comunione e di grazia che, egli stesso, mette in risalto rivolgendosi a Dio: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi”.

È l’opportunità per chiedergli di ristabilire e sostenere l’alleanza, di continuare l’accompagnamento del suo popolo nel cammino pieno di prove e difficoltà, verso la terra promessa, e così introdurlo nell’eredità del Regno di Dio.

Questo Regno non è un luogo geografico, anche se ad esso sono diretti, ma il far sì che,  nella nuova terra, si stabiliscano e consolidino il corretto rapporto interpersonale di rispetto e fraternità, e il convivio sociale nel diritto e nella giustizia. Non solo, ma il termine ultimo è integrare nella convivenza tutti i popoli della terra, nel rispetto delle diversità.

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