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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 34,4b-6.8-9)

Mosè ritorna sul monte Sinai alla presenza del Signore, per ricevere di nuovo le tavole della Legge che aveva infranto contro il vitello d’oro costruito dal popolo, ai piedi del monte, stanco e sfiduciato per la lunga attesa del suo ritorno. Egli ammette la colpa del suo popolo e intercede presso il Signore: “Sì è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa di noi la tua eredità”. La colpa del popolo consiste nell'essersi consegnato a un Dio fatto a “propria immagine”, ossia secondo criteri propri.

L’idolo non è tanto la statua di metallo, ritenuta depositaria di poteri soprannaturali, ma ciò di cui essa è frutto: l’attribuzione di forza e di potere divino che risponda alle richieste, alle attese del richiedente quando invocato. L’idolo è il Dio che la persona, o la comunità, costruisce dentro di sé, invece di percepire la Sua presenza nell’ascoltare e riflettere sulla sua parole e insegnamento; invece di vivere, creativamente e con coraggio, la pratica della giustizia, del diritto e dell’amore nelle diverse circostanze e con le persone con cui si entra in relazione nel quotidiano, gli si chiede che compia quanto richiesto.

Mosè è cosciente che l’idolatria comporta la rottura dell’Alleanza, con conseguenze drammatiche. Perdendo la condizione di popolo di Dio – erede della promessa fatta ad Abramo – questi e lui stesso si trovano completamente allo sbando. Ecco, allora, la richiesta di perdono, nonostante la difficoltà del popolo nell’aprirsi, con fiducia, all’ascolto, alla promessa e alle premure del Signore nel condurlo verso la terra promessa.

Nella supplica Mosè impegna tutto sé stesso, sinceramente fiducioso nel Signore, nella certezza che lo esaudirà: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi”. Su comando del Signore, Mosè ritorna sul monte Sinai: “salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato con due tavole di pietra in mano”, giacché le prime due furono sfracellate nell’impeto d’ira per l’idolatria del popolo.

“Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui”. La nube è segno della presenza dello Spirito, per mezzo del quale Mosè percepisce la vicinanza del Signore. E, “Il Signore passò davanti a lui, proclamando: ‘Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà”. 

Ognuno di questi attributi merita attenzione e riflessione ma, tuttavia, sono motivo di profonde considerazioni che vanno oltre i limiti di questo breve commento; è sufficiente sottolineare come, nel loro insieme, offrono un’immagine del profilo di Dio Padre e del suo immenso amore per il popolo.

Mosè, pieno di meraviglia e di stupore, "si curvò in fretta fino a terra e si prostrò” in gesto di adorazione, dal quale procede e fluisce la supplica. Egli percepisce, nel profondo dell’animo, la verità, la misericordia e la magnanimità di Dio, dono di comunione e di grazia che, egli stesso, mette in risalto rivolgendosi a Dio: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi”.

È l’opportunità per chiedergli di ristabilire e sostenere l’alleanza, di continuare l’accompagnamento del suo popolo nel cammino pieno di prove e difficoltà, verso la terra promessa, e così introdurlo nell’eredità del Regno di Dio.

Questo Regno non è un luogo geografico, anche se ad esso sono diretti, ma il far sì che,  nella nuova terra, si stabiliscano e consolidino il corretto rapporto interpersonale di rispetto e fraternità, e il convivio sociale nel diritto e nella giustizia. Non solo, ma il termine ultimo è integrare nella convivenza tutti i popoli della terra, nel rispetto delle diversità.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 2,1-11)

La Pentecoste (che significa cinquanta giorni dopo la Pasqua) è l’evento decisivo per l’umanità di tutti i tempi, che si estende sino al “ritorno” del Risorto, da lui stesso promesso il giorno dell’Ascensione. Ogni manifestazione di Dio accade in modo imprevisto, di sorpresa, senza alcun avviso previo; essa irrompe nella vita delle persone, lasciandole sconcertate e confuse, senza sapere, in un primo momento, cosa pensare, dire e fare.

Nella circostanza i discepoli “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo” e, per paura dei giudei, stavano a porte chiuse, giacché la condanna a morte del maestro era valida anche per loro. Ed ecco, all’improvviso, la discesa dello Spirito su di loro: "Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso (…) Apparvero lingue come di fuoco”.

L’evento è difficile da descrivere esattamente perché non ci sono parole adeguate; è possibile solo fare comparazioni con accadimenti di vario genere, giacché l’evento va molto oltre la loro capacità di comprensione. Pertanto è doveroso sottolineare che non si tratta né di vento né di lingue di fuoco, ma di qualcosa che potrebbe assomigliare a ciò.

Gesù promise l’invio dello Spirito Santo ed è quello che avviene. I discepoli sono ben lontani dal pensare che avvenisse in quel modo e in quella circostanza. Di fatto, “tutti furono colmati di Spirito Santo (…)”.

(…) cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi”. Lo fecero riguardo “alle grandi opere di Dio”, nel prendere coscienza della portata e del significato della morte e risurrezione di Gesù che, sino ad allora, era in parte incomprensibile e indecifrabile, soprattutto per quanto riguarda la ricaduta sulle persone e sull’umanità intera.

La Pentecoste suscita la nuova comprensione di sé stessi, in virtù degli effetti dell’evento pasquale, e motiva l’atteggiamento con le autorità, il popolo e le persone di altre origini e culture. Con essa i discepoli prendono coscienza che la discesa dello Spirito non è solamente per loro e per il popolo giudeo, ma per l’umanità di tutti i tempi. La lista dei popoli indica, appunto, le nazioni del mondo intero allora conosciuto.

La presenza dello Spirito in tutti i popoli della terra fa sì che essi comprendano, nella loro lingua, le "grandi opere di Dio” a loro favore, senza rinnegare la propria cultura o il modo di vivere. Le “grandi opere di Dio” permeano il loro vissuto e rendono comprensibile, in esso, la dinamica dell’amore, discernendo ciò da preservare da quello da lasciare, in virtù dell’insegnamento e della pratica di Gesù, avallata dalla morte e risurrezione per la causa del Regno di Dio.

Con la missione di Gesù non è nata una nuova religione, in conflitto con le altre esistenti, per imporsi come unica su tutta la faccia della terra. Egli ha svelato il modo di rapportarsi con sé stessi, con gli altri e con l’ambiente, la dinamica, il metodo e la strategia accessibile a tutte le religioni nella misura in cui esse fanno riferimento alla trascendenza del mistero della vita, il cui culmine è la legge dell’amore.

Gesù invia i discepoli per il mondo intero a insegnare e testimoniare alle genti la legge dell’amore a favore di tutti, come Lui l’ha vissuta. Essa costituisce il dono della salvezza nella comunione con Dio, Padre di tutte le religioni. In un certo senso, Egli ha purificato, rinnovato e rigenerato tutti i comportamenti – anche quelli dell’agnostico e dell’ateo pratico – nel rispetto delle specifiche caratteristiche culturali, organizzative e sociali.

Gesù ha fatto lo stesso nel suo rapporto con i pagani, colpito dalla loro fede in virtù della quale operò il miracolo di guarigione al servo del centurione (Mt 8,5-13). Egli non ha chiesto al centurione la conversione alla religione giudaica né, in seguito, ad un’altra forma religiosa che prenderà, successivamente, il nome di “cristianesimo” che, a sua volta, nell’espandersi per il mondo intero avrebbe soppiantato, o peggio ancora, sarebbe divenuta motivo di conflitto con le altre religioni.

Paradossalmente, proprio la religione scaturita dall’auto-intervento di Dio sul popolo d’Israele diventa omicida nei confronti di Dio stesso, nella persona di Gesù.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 1,1-11)

Il libro degli Atti degli Apostoli è la continuazione del Vangelo di Luca – “Nel primo racconto” – e testimonia l’azione dello Spirito Santo nella diffusione del vangelo in Israele e nel resto del mondo allora conosciuto e, con esso, la conseguente nascita e crescita delle comunità cristiane.

L’introduzione del libro presenta Gesù nel periodo che va dalla risurrezione all’ascensione – simbolicamente quaranta giorni, un periodo esteso -, durante i quali parlava "… delle cose riguardanti il regno di Dio”. Non parla di  sé stesso, della grande ingiustizia e violenza di cui fu vittima, del tradimento e abbandono degli apostoli, ma solo della finalità della missione: l’avvento del regno di Dio.

Gesù testimonia un distacco da sé stesso sorprendente, dagli eventi tragici della crocifissione. È come se parlasse senza che nulla di particolare lo avesse coinvolto. La sua tensione e le sue preoccupazioni riguardano la missione, il raggiungimento del fine per il quale è entrato nel mondo e nella storia. Non ritiene conclusa la sua missione, anche se l’evento pasquale costituisce l’evento determinante e decisivo al riguardo.

Come ha potuto mantenere il distacco dalle sue dolorosissime vicende? Il brano non riferisce alcuna parola di critica o di lamento riguardo all’ingratitudine del popolo, alla debolezza degli apostoli e non c’è rivalsa verso chi l’ha esplicitamente condannato, ma porta l'attenzione, nella conversazione con i discepoli, sull’avvento del Regno di Dio.

In quei momenti, l’evento pasquale non è adeguatamente compreso dagli apostoli che domandano: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostruirai il regno d’Israele?”.Essi , infatti, aspettano la realizzazione del regno, in sintonia con le attese del popolo e di Giovanni Battista, con l’espulsione degli invasori romani e la purificazione del popolo che non osserva la Legge mosaica. Non hanno capito la portata e l’importanza dell’evento, nonostante la presenza del Risorto.

Gesù non si sorprende, né riprende la spiegazione perché sa che non sono ancora in grado di capire, ma segnala quel che avverrà, affinché non perdano il senso e la finalità della missione. Avranno piena comprensione solo con l’invio dello Spirito Santo e, pertanto, afferma: “Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere”, e motiva la successiva azione del Padre, che avverrà sicuramente.

Aggiunge ancora: “riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra”. Lo Spirito li farà coscienti della portata e del valore della Sua morte e risurrezione, per loro stessi e per l’umanità intera. Di conseguenza sono coinvolti negli effetti di questi avvenimenti continuando, in suo nome, la missione riguardo l’avvento del Regno di Dio.

Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato e una nube lo sottrasse ai loro occhi”. La nube raffigura la presenza dello Spirito Santo. Con l’ultima apparizione, la persona di Gesù Cristo entra definitivamente con il suo corpo nell’ambito trinitario, nell’ambito del divino, dopo aver universalizzato la missione e conferito la responsabilità agli apostoli.

Attraverso i due messaggeri –“due uomini in bianche vesti” – Dio esorta gli apostoli a non rimanere semplicemente stupefatti dell’evento, paralizzati a guardare il cielo.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 8,5-8.14-17)

Al tempo di Gesù la divisione fra giudei e samaritani era molto profonda e non si prospettava alcuna possibilità di riconciliazione. Se un giudeo avesse voluto insultare un connazionale, il solo apostrofarlo come "samaritano" avrebbe scatenato una violenta lite. Pertanto è particolarmente significativa l’iniziativa di Filippo di evangelizzare in una città della Samaria. All’apostolo non è mancato il coraggio, l’audacia e la determinazione attribuibili, probabilmente, all’esperienza del Risorto e alla Pentecoste.

L’annuncio è puntuale e preciso: “predicava loro il Cristo”. L’iniziativa abbatte barriere che sembravano insuperabili per l’odio consolidato: “Le folle, unanimi, prestavano attenzione (…) da molti indemoniati uscivano spiriti impuri (…) molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città”. Sono gli stessi segnali dell’azione pastorale di Gesù.

Il testo non dice come fu presentata la persona di Gesù, quali i fatti e le parole messe in evidenza, gli argomenti più persuasivi, le resistenze e le difficoltà sorte negli uditori, e altro che sarebbe interessante conoscere. Rileva solo che le “folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo”.

Filippo conosceva già l’ambiente e la vita della gente? Ebbe l’appoggio di conoscenti? C’è stata qualche preparazione previa al suo arrivo? A queste domande non vi è risposta. L’efficacia delle sue parole è confermata “dai segni che egli compiva ” e dai miracoli, evidenti manifestazioni della presenza del Regno. Tutto fa riferimento alla predicazione, allo stile di vita e all’agire di Gesù.

Il successo dell’azione pastorale non poteva passare inosservato alla chiesa madre di Gerusalemme; infatti gli apostoli “seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni”.

La visita è tesa a confermare il legame con la comunità di Gerusalemme. L’ordine di Gesù, di annunciare il Vangelo a tutti i popoli, incontra in Pietro e Giovanni la dovuta attenzione affinché gli effetti della predicazione e le adesioni di nuovi credenti rispecchino la fede e la comunione fraterna, necessaria per la loro integrazione nel nuovo popolo di Dio che stava formandosi e crescendo.

Pietro e Giovanni “scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo (…) imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo”. Il motivo è che “non era ancora disceso su nessuno di loro, ma erano soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù”. Sul contenuto di queste brano (e altri) la Chiesa ha riconosciuto il sacramento della cresima.

Di fatto lo Spirito, nel battesimo, agisce come agente che sigilla nel credente gli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo, stabilisce la nuova alleanza e la condizione di figlio di Dio adottivo, con tutte le conseguenze che ne derivano.

La predicazione e la testimonianza di Filippo hanno aperto la mente e il cuore in ordine alla determinazione di aderire al dono offerto, come conseguenza alla trasformazione interiore e al cambio di vita.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 6,1-7)

Nessun gruppo sociale, compresa la comunità dei credenti – la Chiesa -, è scevro da lacune o difetti che generano malessere, scontento e critiche da parte dei componenti e, di conseguenza, formulano richieste ai responsabili affinché provvedano a risolverle in modo adeguato. È quello che evidenzia il brano: i convertiti “di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove”.

Il brano non riferisce la causa o il motivo della trascuratezza, ma registra solo il malcontento. Le autorità – i Dodici – quali responsabili della comunità si fanno carico del disagio e convocano il gruppo dei discepoli per risolvere il problema. Punto di partenza è che “Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense”. Con buon senso gli apostoli, quali testimoni dell’evento Gesù Cristo, provvedono a distribuire i compiti, riservandosi l’aspetto specifico del loro servizio.

Lo svolgersi della salvezza lungo la storia "comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia, finalizzate al riscatto, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto. La profonda verità (…) risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta l’intera Rivelazione” (Conc. Vat.II, Costituzione sulla divina Rivelazione n.2). La citazione è centrata su Gesù che disse: "chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste” (Gv 14,12), coinvolgendo i discepoli nelle opere.

Non si tratta di divisione di compiti quanto del buon senso di complementarietà, perché il servizio alla mensa, con giustizia e carità fraterna, non è meno importante di quello della parola comunemente intesa. Tuttavia, è necessario dedicarsi al servizio della parola per la specifica competenza al riguardo al corretto orientamento della comunità, in sintonia con l'organizzazione delle attività dell’avvento del regno di Dio, nella pratica del diritto, delle pari opportunità, della giustizia e della fraternità.

Gli effetti dell’evento Gesù Cristo sono individuali e sociali. Essi generano la rigenerazione individuale, associata allo stile di vita fraterno e corresponsabile, nell’affermare e consolidare i valori etici e spirituali del regno di Dio, avvicinandosi sempre più al sogno di Dio, coincidente con la finalità della missione di Gesù.

La risposta al disagio, dunque, è: “cercate fra di voi sette uomini di buona reputazione pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico”. Gli apostoli danno incarico alla comunità di scegliere e presentare le persone adeguate. Essi, semplicemente, confermano la scelta e conferiscono il mandato in nome del Signore: “Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani”.

Gli apostoli si riservano lo svolgimento di aspetti di propria competenza per la vita e il mantenimento della comunità e affermano: “Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola”. Dalla qualità del servizio della Parola – da intendere non solo come istruzione, insegnamento, ma anche stile di vita, discernimento e pratica corrispondente nello stabilire il corretto rapporto interpersonale e sociale.

La formazione intellettuale, la pratica della carità, la qualità dell’organizzazione comunitaria e sociale, il processo di evangelizzazione organicamente strutturato nell’insieme delle esigenze formano la qualità, o meno, della testimonianza.

L’annuncio e la testimonianza delle persone e della comunità sono sconvolgenti per la novità e la qualità della proposta, mediata dal discepolo attento al discernimento. A tale riguardo per quest’ultimo è imprescindibile la formazione di base e il costante approfondimento per elaborare la necessaria, creativa e coraggiosa sintesi, in attenzione alla singolarità del contesto e alla specificità della circostanza.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 2, 14a.36-41)

Nel giorno di Pentecoste le provocatorie parole di Pietro agli abitanti di Gerusalemme e della Giudea cadono come un fulmine a ciel sereno: “Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”. Alle orecchie della gente cosa giustifica il passaggio di Gesù, da bestemmiatore e maledetto da Dio, a Cristo Signore e Salvatore? Il fatto che gli apostoli testimoniano di averlo visto vivo, risorto dai morti.

Per la forza dello Spirito Santo il corpo di Gesù crocefisso come bestemmiatore è costituito e rivelato da Dio Padre come Unto, come Cristo, come il Messia atteso e Signore. È l’approvazione del Padre per l’opera del Figlio, contrariamente al ripudio violento messo in atto delle autorità e dal popolo che lo ritenevano, in base all’interpretazione della Legge, meritevole di condanna perché ateo e blasfemo.

Sorprende la fermezza, la determinazione e il coraggio di Pietro: “Si alzò in piedi e a voce alta parlò. Sappia con certezza…”. Lui, come gli altri apostoli, durante la passione di Gesù, era pieno di angoscia e paura che anche a loro accadesse quanto successo al Maestro.

Ma l’esperienza del Risorto fu di tale impatto che non solo rovesciò i criteri di comprensione dell’accaduto, ma per Pietro in particolare, in considerazione della sua triplice negazione avvenuta il giovedì della passione, è l’opportunità per rifarsi davanti al popolo e alle autorità, manifestando il suo ravvedimento con forza e coraggio.

Pietro parlò con tale convinzione che “all’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore” per l’errore commesso nei riguardi di Gesù. Si sentirono come persi e sconcertati per aver condannato chi ora è giustificato da Dio.

Il loro grande sconcerto suscita la domanda che rivolgono a Pietro: “che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. È significativo che si rivolgano agli apostoli chiamandoli “fratelli”, segno dell’efficacia della predicazione.

La prima parola di Pietro è: “Convertitevi”, per dare seguito e consistenza al processo di conversione teologica, cominciando dalla comprensione di quanto sia stata ingannevole la loro valutazione dell’agire di Dio nella persona, nelle parole e nei gesti di Gesù.

La conversione richiede lo stravolgimento delle proprie convinzioni nei riguardi di Dio, dell’avvento del Regno, l’attesa speranza d’Israele. È, metaforicamente, simile all'inversione di marcia sull’autostrada, ovvero uscire dalla prima direzione per entrare nella seconda in senso opposto. Di conseguenza la conversione etica sarà in sintonia con la filosofia, l’insegnamento e la pratica di Gesù, nell’orizzonte di fedeltà alla causa del Regno di Dio.

La conversione non riguarda solo il momento iniziale, ma tutta la vita e l’attività pastorale del discepolo. Lo testimonia la stessa vita di Pietro e di altri. Essi dovettero ripetutamente ripensare e ridisegnare le proprie convinzioni per individuare cammini opportuni e fedeli alla missione – alla causa del regno di Dio – che il Signore aveva loro affidato.

Le nuove circostanze, e i fatti inediti non rapportabili al passato, li obbliga a formulare nuove risposte, con riferimento alla portata e al significato dell’evento pasquale, affinché procedano correttamente nel compiersi nel promessa tanto attesa, nel ridisegnare i loro rapporti interpersonali e sociali quale manifestazione della gloria di Dio.

Il processo di conversione porta all’adesione per la quale "ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei peccati (…)”. Il battesimo sigilla l’autenticità del processo di conversione in atto, nell'accogliere e lasciarsi immergere negli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo.

Allo stesso tempo trasmette la certezza di appartenere a Cristo una volta e per sempre, accogliendo la nuova ed eterna Alleanza in sostituzione dell’antica, sigillata dalla circoncisione.

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Questa intervista è stata inviata a Padre  Luigi Consoni dall'Arcivescovo di Lima, Carlos Gustavo Castillo Mattasoglio. È molto interessante (anche se un po' ostica) e si presta benissimo a una lettura filosofica, sociologica e, perché no, anche teologica per chi è credente.

 

Edgar Morin*: «Questa crisi riconducibile alla pandemia Covid-19 ci spinge ad interrogarci sul nostro modo di vivere,

sui nostri veri bisogni mascherati nelle alienazioni del quotidiano»

 

Intervista a Edgar Morin a cura di Nicolas Truong

Fonte: “Le Monde” del 20 aprile 2020 (traduzione: www.finesettimana.org)

 

In un’intervista a Le Monde, il sociologo e filosofo dichiara di ritenere che la corsa alla redditività, come le carenze del nostro modo di pensare, sono responsabili di innumerevoli disastri umani causati dalla pandemia di Covid-19.

 

Nato nel 1921, ex partigiano, sociologo e filosofo, pensatore transdisciplinare e indisciplinato, dottore honoris causa di trentaquattro università in tutto il mondo, Edgar Morin è, dal 17 marzo, confinato nel suo appartamento a Montpellier in compagnia di sua moglie, la sociologa Sabah Abouessalam.

Dalla via Jean-Jacques Rousseau, dove risiede, l’autore di La Voie (2011) e di Terre-Patrie (1933), e che ha recentemente pubblicato Les souvenirs viennent à ma rencontre (Fayard, 2019), opera di più di 700 pagine nel quale l’intellettuale ricorda nella loro profondità le storie, gli incontri e i “magnetismi” più forti della sua esistenza, ridefinisce un nuovo contratto sociale, si lascia andare a qualche confessione e analizza una crisi globale che lo “stimola enormemente”.

 

La pandemia dovuta a questa forma di coronavirus era prevedibile?

Tutte le futurologie del XX secolo, che predicevano l’avvenire trasportando nel futuro le correnti che attraversavano il presente, sono crollate. Eppure, si continua a predire il 2025 e il 2050 mentre si è incapaci di comprendere il 2020. L’esperienza delle irruzioni dell’imprevisto nella storia non è ancora penetrata nelle coscienze. L’arrivo di qualcosa di imprevedibile era prevedibile, ma non la sua natura. Da cui, la mia massima permanente: “Aspettati l’inatteso”.

Inoltre, io ero parte di quella minoranza che prevedeva catastrofi a catena provocate dallo sbrigliamento incontrollato della globalizzazione tecnico-economica, ad esempio quelle derivanti dalla degradazione della biosfera e della degradazione delle società. Ma non avevo assolutamente previsto la catastrofe virale.

Però ci fu un profeta di questa catastrofe: Bill Gates, in una conferenza dell’aprile 2012, aveva annunciato che il pericolo immediato per l’umanità non era nucleare, ma sanitario. Aveva visto nell’epidemia di Ebola, che aveva potuto essere dominata abbastanza rapidamente per fortuna, l’annuncio di un pericolo mondiale, di un possibile virus a forte potere di contaminazione, ed esponeva le misure di prevenzione necessarie, tra cui un’attrezzatura ospedaliera adeguata.

Ma, nonostante questo avvertimento pubblico, non è stato fatto nulla né negli Stati Uniti né altrove. Perché la pigrizia intellettuale e l’abitudine non sopportano i messaggi che le disturbano.

 

Come spiegare l’impreparazione francese?

In molti paesi, tra cui la Francia, la strategia economica del just-in-time, sostituendo quella dello stoccaggio, ha lasciato il nostro sistema sanitario sprovvisto di mascherine, di strumenti per i test, di apparecchiature respiratorie; questo, unito alla dottrina liberista, che sottomette l’ospedale alla logica aziendale e ne riduce quindi i mezzi, ha contribuito allo sviluppo catastrofico dell’epidemia.

 

Di fronte a quale tipo di imprevisto ci mette questa crisi?

Questa epidemia ci offre un festival di incertezze. Non siamo sicuri dell’origine del virus: mercato insalubre di Wuhan o laboratorio vicino, non conosciamo ancora le mutazioni che subisce o potrà subire il virus nel corso della sua propagazione. Non sappiamo quando l’epidemia regredirà, e se il virus resterà endemico. Non sappiamo fino a quando, e fino a che punto il confinamento ci imporrà restrizioni, impedimenti, razionamento. Non sappiamo quali saranno le conseguenze politiche, economiche, nazionali e planetarie delle restrizioni causate dai confinamenti. Non sappiamo se dobbiamo aspettaci di meglio, di peggio o entrambe le cose insieme: andiamo verso nuove incertezze.

 

Questa crisi planetaria è una crisi della complessità?

Le conseguenze si moltiplicano in maniera esponenziale e, pertanto, superano la nostra capacità di appropriarcene, e soprattutto lanciano la sfida della complessità: come paragonare, selezionare, organizzare queste conoscenze in maniera adeguata, collegandole. e per di più aggiungendovi l’incertezza.

Per me questo rivela, una volta di più, la carenza del tipo di conoscenza che ci è stato inculcato, che ci fa disgiungere ciò che è inseparabile e ridurre ad un solo elemento ciò che forma un tutto, che è insieme uno e diverso.

In effetti, la rivelazione folgorante degli sconvolgimenti che subiamo è che tutto ciò che sembrava separato è collegato, poiché una catastrofe sanitaria catastrofizza a catena la totalità di tutto ciò che è umano.

È tragico che il pensiero disgiutivo e riduttivo regni da padrone nella nostra civiltà e abbia la massima influenza sulla politica e l'economia.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 2, 14.22-33)

Dopo la discesa dello Spirito Santo, il giorno di Pentecoste, le parole di Pietro testimoniano il significato degli eventi pasquali: "Gesù (…) consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano dei pagani, l’avete crocifisso e ucciso”.

Il prestabilito disegno e la prescienza non si riferiscono a una determinazione previa di Dio che condiziona la libera volontà, la scelta e l’azione del Figlio, come se Questi dovesse obbligatoriamente e inevitabilmente eseguire quanto stabilito, senza poter scegliere diversamente.

Il “pre” dello stabilito e della scienza di Dio è riferibile solo all’amore trinitario, dal quale emerge la responsabilità riguardo l’opera uscita dalle mani di Dio e la risposta libera delle  tre Persone di aderire o meno al disegno dell’avvento del Regno di Dio. Senza responsabilità e libera adesione non esiste l’amore, è un proposito vuoto.

La causa del Regno di Dio costituisce l’ambito della salvezza personale e sociale del popolo eletto, dell’umanità intera e del creato che il Figlio, con l’incarnazione, assume con piena coscienza e determinazione.

La consegna si riferisce alla volontà, tenace e caparbia di Gesù, di perseverare per la causa del Regno, per l’amore trinitario nel quale è coinvolto. L’amore consiste nel porsi sul livello del destinatario e assumerne la sua condizione di vita. Nel coinvolgimento che ne consegue, il rapporto entra nella dinamica di una spirale che si espande all’infinito nella vita piena che non avrà fine.

È quello che Gesù ha fatto fino alla consegna di sé stesso sulla croce, in virtù della quale “Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere”. L’amore che motiva e sostiene la consegna è lo stesso che risuscita.

“Mi hai fatto conoscere la via della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza”. L’uomo Gesù ha sperimentato in sé stesso la via della vita e qualificherà sé stesso come il cammino, perché verità e vita. Egli è rimasto fedele contro venti e maree, contro tutto quello che si opponeva alla sua opera, fino a soffrire la croce. Perciò è accolto nella gloria di Dio, con l’instaurazione della sovranità di Dio nella sua persona umana, divenendo Gesù Cristo, vero uomo partecipe della pienezza di vita, del mistero dell’amore di Dio.

È evidente che la vita condotta a somiglianza di quella di Cristo è l’unica e autentica legge dell’esistenza, e include anche il sacrificio della stessa per la causa del regno. È l’unica realtà che vince il nemico dell’esistenza, la morte. Non solo quella fisica, ma anche quella che rende l’esistenza disumana, vuota e priva di senso, corrotta e malvagia, edificando barriere di esclusione e divisione.

Gesù "non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione”. Parole che testimoniano la risurrezione di tutta la persona: corpo, anima e spirito. Non si tratta semplicemente della sopravvivenza dell’anima dopo la morte né dell’immortalità della stessa; è la morte della morte che riscatta tutta la persona, il trionfo del corpo, trasformato e rigenerato a nuova vita.

Con la risurrezione il corpo di Gesù Cristo partecipa della vita piena di Dio: “Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire”. Lo stesso amore, che ha motivato e sostenuto l’attività pastorale e la consegna (lo Spirito Santo), è la stessa realtà della risurrezione. Le sue ultime parole sulla croce – “nelle tue mani affido il mio Spirito” – testimoniano un’esistenza vissuta in profonda unione con Lui, perché tutta la sua persona e la sua attività sono state condotte all’insegna dallo Spirito.

Importante è l’inciso che lo Spirito, ricevuto nella risurrezione e in virtù del quale è costituito come Gesù Cristo, Dio lo ha effuso sui discepoli e su tutta la creazione, come testimonia l’evento di Pentecoste.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 2,42-47)

Il brano fa riferimento a “Quelli che erano stati battezzati”, e traccia il profilo della vita comunitaria in virtù della fede nell’evento della morte e risurrezione di Gesù Cristo e del battesimo, sigillo dell’adesione a Cristo.

L’impatto con l'evento, e la trasformazione di essi, declina il cambiamento interiore associato alla volontà di stabilire nuovi rapporti interpersonali, di formare la comunità credente con i valori del regno, nell’orizzonte della responsabilità fraterna, della solidarietà, della testimonianza in ordine alla missione, affidata da Cristo, per un mondo più umano e che integra popoli ed etnie diverse.

A tal fine “erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere”. Fondamentale è la perseveranza nell’insegnamento, motivata dalla necessità di acquisire conoscenza ed elaborare la corretta pratica evangelizzatrice, per trasmettere e testimoniare l’evento Gesù Cristo.

L’insegnamento è indispensabile per comprendere la filosofia di vita, le scelte e la pratica di Gesù, in modo che l’annuncio, la testimonianza e la ragione di essa, in ambienti e culture diverse, siano sostenute dalla corretta audacia, coraggio e creatività praticata da Gesù in circostanze simili.

Ebbene, in sintonia con esso, nell’attualità occorre elaborare l’adeguato processo del dialogo interculturale e interreligioso determinando i punti nodali che, nell’insieme, costituiscono il tracciato dell’unità nella fede, nel rispetto delle culture e delle circostanze personali.

Pertanto è necessario “l’insegnamento degli apostoli” per comprendere, verificare e assumere la posta in gioco, e la conseguente evangelizzazione. Non si tratta di sottoporsi a un dovere, ma di approfondire la conoscenza della grandezza e lo stupore del dono, per la fede nel mistero della vera vita, fonte di gioia per i destinatari e per sé stessi.

Ad esso è associata la comunione di vita, la fraternità, la solidarietà e la responsabilità. È lo specifico dell’esperienza di comunione, di affetti, di sentimenti, di fiducia nella causa del Regno, per la quale si edifica la comunità attorno allo “spezzare il pane” – la celebrazione dell’eucaristia – e “nelle preghiere”. Con il consolidamento del Regno cresce la fede nel condividere l’istruzione, l’esortazione vicendevole, l’appoggio morale e spirituale nei momenti di gioia o di difficoltà.

Non solo, la comunione estende la condivisione dei beni necessari per la vita degna e umana, quali l’alimento, l’abitazione e altro: “Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno”.

Stupisce il riferimento alla vendita delle “loro proprietà e sostanze”. Esso rimanda all’invito di Gesù al giovane ricco di vendere tutto, distribuire il ricavato ai poveri e seguirlo, e richiama alla mente una radicalità che lascia perplessi e a volte sgomenti.

Che cosa può aver spinto a compiere un gesto così audace? La certezza dell’imminente parusia? Sarebbe comprensibile. Vivere il presente nell’orizzonte del fine escatologico della storia e del mondo? Affascinante! Ma sorge un forte freno: come si sarebbero sostenuti una volta esauriti i beni, frutto delle vendite?

Non c’è una risposta esauriente a questi interrogativi. Essa dipende molto dalla circostanza, dalla filosofia di vita, dalla percezione del mistero dell’amore di Dio, del coraggio e della fede. D’altro canto, lo stesso libro degli Atti e le lettere di san Paolo riportano tensioni, difficoltà e comportamenti in netto contrasto con tale quadro. Viene da chiedersi se la descrizione sia dettata dell'entusiasmo del primo momento o la presentazione di un quadro di riferimento, cui tendere e avvicinarsi. Probabilmente contiene entrambe le motivazioni.

In ogni caso è evidenziato l’impulso trasformatore dell’evento della morte e risurrezione di Gesù: “Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 10,34a. 37-43)

Con l’irrompere dello Spirito Santo, il giorno di Pentecoste, Pietro e gli apostoli comprendono il significato e l’importanza della risurrezione di Gesù. In quello stesso giorno lo stesso Pietro si rivolge al popolo con un breve riepilogo degli eventi che riguardano Gesù, dei quali lui e gli altri apostoli garantiscono l’autenticità, e afferma: "Noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme”.

Pietro riassume la vita e la missione di Gesù, in modo che i presenti abbiano facile riscontro dell’oggettività delle sue affermazioni: “Voi sapete (…) come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui (…), essi – le autorità – lo uccisero appendendolo a una croce”.

Per mezzo dello Spirito, gli apostoli sono coinvolti pienamente nell’evento della risurrezione cinquanta giorni dopo la prima apparizione del Risorto, rendendosi conto che, definitivamente, il Gesù storico è entrato nell’ambito del divino.

L’azione dello Spirito evidenzia in loro il legame che si stabilisce tra l’evento della risurrezione e la missione, come le due facce della stessa moneta, del mistero dell’amore di Dio nel quale sono coinvolti gli apostoli quali testimoni non solo dell’evento, ma di un futuro pieno di speranza, del quale il profeta Geremia afferma: ”conosco i progetti che ho al vostro riguardo – oracolo del Signore – progetti di pace non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza” (Ger 29,11).

Ecco, allora, la testimonianza di Pietro: “Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione dai morti”. 

La comprensione dell’evento Gesù Cristo, il Risorto, non è semplicemente riconducibile alla descrizione di un fatto di cronaca (la risurrezione) registrato dalle persone coinvolte, ma si allarga alla testimonianza che “hanno mangiato e bevuto con lui”, come accadeva prima della crocifissione, rimarcando la concretezza corporea dell’evento.

Certamente il Risorto “si fa vedere” ( ) alle persone coinvolte nel cammino, nell’insegnamento, nella storia e vicenda del Gesù storico. Esse non sono testimoni neutri, come un osservatore esterno e non di parte. Anzi, al contrario, sono proprio di parte! Perciò è impossibile discernere nella loro testimonianza ciò che è oggettivo dall’esperienza soggettiva di coinvolgimento.

Si tratta della testimonianza, simultaneamente, storica e teologica. Storica, dato che lo stesso Gesù che videro crocefisso e morto ora è vivo nella realtà sconcertante, non riconducibile alla semplice rianimazione di un cadavere. Teologica poiché la risurrezione è recepita quale manifestazione della gloria di Dio in Gesù e quale conferma della sua messianicità e della condizione di Figlio di Dio.

Ciò suggerisce l’intimo legame tra il camminare con Gesù nella vita giornaliera e l’esperienza del Risorto, accessibile a ogni persona che oggi – come gli apostoli di allora – segue Gesù nel percorso da Lui tracciato per la causa del Regno, senza soccombere alla seduzione di altre proposte né desistere dalla causa per le prove e difficoltà che incontra in essa.

Camminare fedelmente, pur fra alti e bassi dovuti alla condizione umana, è imprescindibile per cogliere la presenza del Risorto, nel senso di percepirlo coinvolto nella propria vita perché coinvolti nella sua. Tale dinamica è autentica e affidabile se suscita l’impegno, cosciente e determinato, di trasmettere e testimoniare ad altri la stessa esperienza, conforme al comando del Risorto: "E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio”.

Nella condizione di Risorto, Gesù Cristo è costituito da Dio giudice, al quale tutti, vivi e morti, saranno sottomessi.

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