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Commenti alle letture

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 55,10-11)

La metafora della pioggia e della neve trasmette molto bene l’idea dell’efficacia della Parola di Dio diretta a tutta l’umanità. La Parola (da intendere non solo come fonema che esce dalla bocca ma anche come fatto, azione) è il dono di Dio per tutti indistintamente, senza privilegi o differenze di sorta, come suggerisce il riferimento alla pioggia e alla neve.

Per mezzo di essa Dio si auto-rivela per chiamare alla comunione con sé tutta l’umanità e fare in modo che essa, con tutto il creato, manifesti l’avvento del regno di Dio, della sua sovranità, nel quale ogni persona, e l’umanità intera, sperimentino il dono della vita in abbondanza.

Sulla scia della pioggia e della neve anche la Sua Parola “non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata”. Il sogno, il desiderio di Dio è che gli uomini sintonizzino con l’amore (simbolizzato dall’azione feconda della pioggia e della neve) che motiva la sua azione, la sua auto-manifestazione.

Il regno di Dio, che intende impostare con essa, è la risposta su come continuare a vivere e crescere nel dono della libertà, il cui artefice è Dio stesso, quale operatore della liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto – sinonimo del male e del peccato -. La finalità dell’avvento del regno è fare della terra promessa, in cui il popolo si trova, il luogo,  l’ambito del diritto, della giustizia, della fraternità e della solidarietà.

La Parola non è solo espressione del sogno, del desiderio di Dio, ma traccia il cammino e indica i mezzi per realizzarlo. Accoglierla, pertanto, non consiste solo nell’acconsentire ad essa ma nel praticare con audacia, coraggio e creatività tutto ciò che insegna a livello di contenuto e di metodo, giacché essi – il popolo eletto – sono stati liberati per vivere e crescere nella libertà, che sintonizza con l’amore che Dio ha manifestato a loro favore con la liberazione e la promessa di una nuova terra.

La liberazione si manifesta, e la libertà cresce, per la pratica dei valori di cui sopra, quando assunti e vissuti nella gratuità, in attenzione ai bisogni che fanno dei destinatari persone sempre più umane e attente ai meno favoriti, perpetuando, in tal modo, la spirale in continua espansione della dinamica dell’amore quale pratica della libertà.

La missione non è un dovere da compiere ma l’esigenza e la condizione per crescere dal punto di vista umano e nello Spirito. Essa richiede, ovviamente, di farsi carico in modo responsabile e solidale delle condizioni del popolo e delle persone deboli, il che presuppone incomodarsi, sintonizzare e fare proprie le loro sofferenze e difficoltà. Il desiderio è sentimento, la pratica è azione. È noto il detto: fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, per indicare lo iato da superare per sintonizzare con il dono dell’avvento del Regno.

La parola viva – la missione – illumina e sostiene l’argomentazione, per “rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3,15).

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Zc 9,9-10)

Il profeta annuncia la venuta del Messia: “Ecco viene il tuo re”. Il re per Israele è il riferimento centrale della vita individuale e sociale della nazione; egli è il salvatore, e la sua missione consiste nel difendere le persone esposte al sopruso, quali principalmente sono il povero, la vedova e lo straniero. È il garante dell’Alleanza che, nel compimento della giustizia e del diritto, stabilisce l’armonia fra tutti e con tutto, in una parola onnicomprensiva, la pace.

Il profeta traccia il profilo del re: “Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino”. La giustizia è riferita alla fedeltà all’Alleanza i cui canoni riguardano l’avvento del regno di Dio che, pur essendo un dono, necessariamente richiede la collaborazione responsabile del re e del popolo.

La vittoria è il risultato del conflitto, della lotta, contro avvenimenti, circostanze, e forze avverse particolarmente violente, nel quale il re “farà sparire il carro della guerra da Éfraim – il popolo – e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato”. L’impegno tenace e costante del re – e di conseguenza del popolo – è condizione previa e indispensabile per instaurare il nuovo ordine sociale, nel quale rilevare l’avvento del Regno quale azione della bontà paterna di Dio.

Sarà un re umile, l'opposto di chi esercita il potere organizzativo e ideologico nell’imporre dall’alto il timore e l’ossequio della sua indiscutibile volontà e progetto. La sua immagine è di chi “cavalca un asino, un puledro figlio d’asina”, il contrario di quella maestosa, esuberante e trionfale del cavalcare il miglior destriero per stupire, e impressionare, per il potere dalla forza ineguagliabile.

Invece l’umiltà è porsi sul livello e nelle condizioni di ciò che è basso – terra – socialmente irrilevante, condizione imprescindibile per stabilire autentici rapporti umani. L’autorità conferita, da chi ha il ruolo e la missione al riguardo, si rivela in chi la detiene con autorevolezza, come la capacità di elaborare risposte adeguate di buon governo, conforme ai canoni dell’Alleanza.

Il timore, il rispetto dovuto al re sono guadagnati sul campo, e precisamente nello svolgere la missione conferitagli. Non è frutto di pre-condizioni sociali e organizzative, motivate e sostenute dalla convenienza, della paura o da interessi individuali o di lobby.

L’autorevolezza del re è riconosciuta, e bene accolta, per i frutti del suo governo, che fa “sparire il carro da guerra (…) l’arco da guerra sarà spezzato”. Si tratta della vittoria sulla guerra, sulla violenza, del giusto sull’ingiustizia e sul male nelle sue diverse espressioni. Positivamente, egli instaura “la pace alle nazioni (…)” e, propriamente, costituisce la finalità dell’Alleanza , ovvero il sogno di Dio per l’umanità intera.

“(…) il suo dominio sarà di mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra”. Il compimento della promessa non rimarrà nel solo ambito di Israele, ma abbraccerà il mondo intero e avrà il carattere di stabilità. L’azione del re sarà universale e motivo di grande gioia.

La gioia del popolo sarà la stessa del Signore. Pertanto, "Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme!”, per l’avvento della Sua sovranità, per l’avvento del Regno di Dio.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Re 4,8-11.14-16a)

Eliseo, per la sua condizione di profeta, è ospitato ed invitato a mangiare da un'illustre donna. Dirà lei stessa al marito:“Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi”. Il brano non specifica in che modo, e per quale azione o parola del profeta, è rimasta interiormente colpita da lui o dalla missione che svolge; viene riportato solo che tutte queste cose hanno suscitato in lei la convinzione che si tratti di un autentico “ uomo di Dio”.

In quanto “uomo di Dio” ella, spontaneamente e in accordo con il marito, gli offre un'ospitalità di tutto riguardo: “Facciamo una piccola stanza superiore, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e un candeliere; così venendo da noi, vi si potrà ritirare”. La donna è un chiaro esempio di generosità, determinata unicamente dalla fede nel Dio cui Eliseo si è posto al servizio.

Quale uomo di Dio, Eliseo appare molto distaccato nei confronti delle persone, delle cose che lo circondano e dedica tutto sé stesso al ministero. Egli non conosce nulla della situazione della donna e s'informa con il suo servo, al quale chiede: “Che cosa si può fare per lei?”.

Non è insensibile alle attenzioni della donna e le è profondamente riconoscente per la sua condotta ospitale. Venuto a sapere dal servo che non ha figli – “Purtroppo lei non ha un figlio e suo marito è vecchio” – capisce subito che, per lei, la maternità è la cosa più importante. Quasi impulsivamente dice:“Chiamala!” e “La chiamò; ella si fermò sulla porta. Allora disse: «L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu stringerai un figlio fra le tue braccia»” .

Il messaggio che il brano trasmette riguarda la qualità del rapporto interpersonale fra i due, improntato sull’autenticità dei sentimenti, delle azioni e delle scelte. Ognuno assume l’impegno in sintonia con il proprio mondo interiore, con sentimenti nobili, senza cedimenti di convenienza, di opportunismo né di alcuna forma di ipocrisia nel manifestare quello che non è, o nascondere quello che è.

I valori etici di tale condizione portano alla fecondità dell’esistenza su due piani diversi. Per la donna, la futura maternità che è come una risurrezione, per la vittoria sulla sterilità (allora ritenuta quasi come una maledizione).

Per Eliseo, è l’opportunità di dispiegare e manifestare il coinvolgimento con il Signore, che lo ha costituito come profeta. È il farsi della verità dell’esistenza, e con essa la gioia della vita da ambo le parti. Il quadro è un riferimento per la qualità dei rapporti interpersonali ed è inutile dire che è valido per tutti i tempi, e per ogni rapporto interpersonale e sociale.

Un testo del Siracide riassume è sintetizza i valori etici e le indicazioni che Dio ha posto nell’intimo di ogni persona: “Il Signore creò l’uomo dalla terra e ad essa di nuovo lo fece tornare. Egli assegnò loro giorni contati e un tempo definito, dando loro potere su quanto essa contiene. Li rivestì di una forza pari alla sua e a sua immagine li formò.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 20,10-13)

 

È noto il detto “la lingua non ha le ossa, ma rompe le ossa”; tale è la forza della calunnia, della diceria, dell’imputazione coscientemente falsa diretta a distruggere l’integrità morale e la reputazione di una persona. È il caso del profeta Geremia, destinatario di tale atteggiamento “Sentivo la calunnia di molti”, con l'intento di costoro di arrecargli il maggiore danno possibile. “Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo”. Un complotto senza scampo.

La motivazione è l’ingrato compito del profeta, al quale è conferita dal Signore la missione di compiere tale incarico nel trasmettere parole, messaggi e prospettive radicalmente opposte alle attese delle autorità e del popolo.

Da un lato il profeta denuncia il comportamento del popolo e delle autorità, contrario ai termini dell’Alleanza per il mancato rispetto della giustizia e del diritto riguardo ai poveri, gli indifesi, così come il sopruso dei potenti verso i deboli.

Dall’altro lato, il tempio – centro del potere religioso e politico, luogo sacro del legame fra Dio e il suo popolo eletto e segno della presenza di Dio celebrata nel meticoloso e puntuale culto – è ritenuto come garanzia di difesa e di protezione contro ogni avversità.

Geremia osa proprio affermare che tale sicurezza è fallace, poiché non c’è rispetto ai termini dell’Alleanza. Di conseguenza, va formandosi e crescendo l’opposizione, e il rigetto diventa drammatico e determinato: “Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo”.

Addirittura sono coinvolti gli amici, le persone dalle quali si aspetta appoggio, aiuto o, per lo meno, un sostegno. Invece è tutto il contrario, dato che essi ne aspettano la caduta o il suo passo falso: “Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta”.

Sconcertante, drammatica e radicale è la solitudine di Geremia; si sente defraudato e ingiustamente abbandonato dal Signore, nonostante la sua fedeltà alla missione non preveda sconti per nessuno. Il suo lamento è tale da esclamare: “Me infelice, madre mia! Mi hai partorito uomo di litigio e di contesa per tutto il paese! Non ho ricevuto prestiti, non ne ho fatti a nessuno, eppure tutti mi maledicono” (15,10).

Al massimo dello sconforto e della prova, il Signore risponde alle lamentazioni: “Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi dovranno tornare a te, non tu a loro” (15,19). Non è che il Signore si è allontanato o dimenticato del profeta, ma il fatto è che, nello svolgimento della missione, Geremia non ha saputo distinguere ciò che è prezioso da quel che non lo è.

In cosa consista il contenuto dei due fattori contrapposti non è specificato. Tuttavia, l’indicazione è estremamente preziosa per qualsiasi azione profetica di tutti i tempi, per l’inevitabile drammaticità del radicale rigetto. Normalmente si accusa il destinatario di tutto il male, ma occorre anche l’auto-analisi, in ordine alla qualità del discernimento per riappropriarsi della serenità d’animo, della fiducia nel Signore e continuare nel cammino.

“Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso”. Si tratta, come afferma il profeta Michea, di“camminare umilmente con il tuo Dio” (6,8d). È proprio nell’umiltà il corretto discernimento, in virtù del quale i “persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo, sarà una vergogna eterna incancellabile”.

In tale circostanza, dal mondo interiore sorge un nuovo stato d’animo, opposto a quello precedente: “Signore degli eserciti, che provi il giusto (anche se imperfetto nel discernimento o nella sua totalità), che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa!”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dt 8,2-3.14b-16a)

Il testo sprona vigorosamente il popolo a non dimenticare l’opera del Signore e il cammino che l’ha condotto alla terra promessa, di cui ora prenderà possesso: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere”.

“Ricordare” (o fare “memoria”) nella mentalità di allora ha una valenza specifica. Non si tratta solo di ricordare un evento del passato che rimane là, confinato nel passato, ma è un imparare a memoria quale patrimonio interiore in modo che, nella circostanza e nel contesto specifico, la persona e la comunità vivano e attualizzino gli effetti di quell’evento.

Pertanto la memoria (“fate questo in memoria di me”, dirà Gesù riguardo all’Eucaristia) è imprescindibile e fondamentale per mantenere e sviluppare l’identità individuale di persona redenta e l’identità sociale, con l’avvento oggi, nella circostanza specifica, del Regno. Il che dà senso alla vita e la rende già oggi partecipe del destino finale.

Mosè ricorda loro di “Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile”, l’evento fondante e centrale di tutto l’Antico Testamento. Per il popolo l’Egitto è sinonimo di schiavitù; in altre parole, del peccato e causa del male e di ogni tipo di sofferenza.

Quel vissuto, quell’esperienza, è passata; ora il popolo è libero ed è costituito da persone libere e riscattate nella loro dignità. Il popolo è il “popolo che appartiene a Dio” per l’Alleanza, in cammino verso la nuova realtà, terra promessa, per organizzarsi secondo l’insegnamento del Signore.

La promessa è la terra dove scorre “latte e miele”, metafora della pienezza di vita e della gioia, non solo per il popolo d’Israele ma per tutte le nazioni che stabiliranno, nella giustizia e nel diritto, la convivenza fraterna, solidale e responsabile. In tal modo, accogliendo la Sua sovranità, si compie la promessa di Dio ai padri e la manifestazione dell’appartenenza al regno di Dio.

Ebbene, il cammino nel deserto “grande e spaventoso” è caratterizzato da tanti pericoli, quali “serpenti velenosi e scorpioni”, mancanza di acqua e di alimento ai quali Dio provvederà in modo sorprendente. La finalità è fare in modo che il popolo non dimentichi la Sua presenza ed il Suo intervento nelle future prove e difficoltà, accogliendo fiducioso la sua presenza e assumendo scelte e comportamenti fedeli all’Alleanza. Perciò Mosè esorta: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto”.

Fare memoria, per non dimenticare – cosa molto facile una volta raggiunto il benessere nella terra promessa – è sostenere la fiducia e la determinazione nell’elaborare il farsi della giustizia e del diritto nelle nuove circostanze della vita del popolo e riguardo all’apertura alle nazioni, con audacia, coraggio e creatività. Atteggiamento caratterizzato dalla libertà per amare. percependo, in essa, il dono dell’avvento del Regno di Dio.

Si tratta di fare, dell’esperienza del deserto, scuola di sapienza e di saggezza, in considerazione del fatto che nella terra promessa non mancheranno pericoli, prove e tentazioni riguardo alla fedeltà all’alleanza, e la sconfitta sarebbe come ritornare alle condizioni vissute in Egitto.

Mosè mette in risalto il senso e il perché del lungo cammino – quaranta è un numero simbolico che fa riferimento a un periodo lungo – “per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi”. È nella prova e nella difficoltà che si valuta, e si prende coscienza, del grado e della qualità del rapporto interpersonale, della consistenza e della fermezza di ciò in cui si dice di credere e di amare.

L’umiliazione ferisce l’intimo della persona per la coscienza della distanza del cuore da Dio. Il cuore – sede del pensiero, della riflessione, del progetto di vita e delle scelte conseguenti -, allontanato dalla volontà di Dio, prende strade diverse da quella dell’Alleanza. Cosicché il cuore deviato dalla seduzione di altri cammini, manifesta la debolezza, la fragilità e l’inconsistenza nel rispondere, adeguatamente, all’immenso e gratuito dono della liberazione dal peccato, come la schiavitù, e dal male corrispondente.

“i suoi comandi” sono le indicazioni per rispondere, in modo appropriato, alla nuova condizione di libertà e garanzia, in modo che il popolo perpetui e consolidi il dono del Regno.

 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 34,4b-6.8-9)

Mosè ritorna sul monte Sinai alla presenza del Signore, per ricevere di nuovo le tavole della Legge che aveva infranto contro il vitello d’oro costruito dal popolo, ai piedi del monte, stanco e sfiduciato per la lunga attesa del suo ritorno. Egli ammette la colpa del suo popolo e intercede presso il Signore: “Sì è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa di noi la tua eredità”. La colpa del popolo consiste nell'essersi consegnato a un Dio fatto a “propria immagine”, ossia secondo criteri propri.

L’idolo non è tanto la statua di metallo, ritenuta depositaria di poteri soprannaturali, ma ciò di cui essa è frutto: l’attribuzione di forza e di potere divino che risponda alle richieste, alle attese del richiedente quando invocato. L’idolo è il Dio che la persona, o la comunità, costruisce dentro di sé, invece di percepire la Sua presenza nell’ascoltare e riflettere sulla sua parole e insegnamento; invece di vivere, creativamente e con coraggio, la pratica della giustizia, del diritto e dell’amore nelle diverse circostanze e con le persone con cui si entra in relazione nel quotidiano, gli si chiede che compia quanto richiesto.

Mosè è cosciente che l’idolatria comporta la rottura dell’Alleanza, con conseguenze drammatiche. Perdendo la condizione di popolo di Dio – erede della promessa fatta ad Abramo – questi e lui stesso si trovano completamente allo sbando. Ecco, allora, la richiesta di perdono, nonostante la difficoltà del popolo nell’aprirsi, con fiducia, all’ascolto, alla promessa e alle premure del Signore nel condurlo verso la terra promessa.

Nella supplica Mosè impegna tutto sé stesso, sinceramente fiducioso nel Signore, nella certezza che lo esaudirà: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi”. Su comando del Signore, Mosè ritorna sul monte Sinai: “salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato con due tavole di pietra in mano”, giacché le prime due furono sfracellate nell’impeto d’ira per l’idolatria del popolo.

“Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui”. La nube è segno della presenza dello Spirito, per mezzo del quale Mosè percepisce la vicinanza del Signore. E, “Il Signore passò davanti a lui, proclamando: ‘Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà”. 

Ognuno di questi attributi merita attenzione e riflessione ma, tuttavia, sono motivo di profonde considerazioni che vanno oltre i limiti di questo breve commento; è sufficiente sottolineare come, nel loro insieme, offrono un’immagine del profilo di Dio Padre e del suo immenso amore per il popolo.

Mosè, pieno di meraviglia e di stupore, "si curvò in fretta fino a terra e si prostrò” in gesto di adorazione, dal quale procede e fluisce la supplica. Egli percepisce, nel profondo dell’animo, la verità, la misericordia e la magnanimità di Dio, dono di comunione e di grazia che, egli stesso, mette in risalto rivolgendosi a Dio: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi”.

È l’opportunità per chiedergli di ristabilire e sostenere l’alleanza, di continuare l’accompagnamento del suo popolo nel cammino pieno di prove e difficoltà, verso la terra promessa, e così introdurlo nell’eredità del Regno di Dio.

Questo Regno non è un luogo geografico, anche se ad esso sono diretti, ma il far sì che,  nella nuova terra, si stabiliscano e consolidino il corretto rapporto interpersonale di rispetto e fraternità, e il convivio sociale nel diritto e nella giustizia. Non solo, ma il termine ultimo è integrare nella convivenza tutti i popoli della terra, nel rispetto delle diversità.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 2,1-11)

La Pentecoste (che significa cinquanta giorni dopo la Pasqua) è l’evento decisivo per l’umanità di tutti i tempi, che si estende sino al “ritorno” del Risorto, da lui stesso promesso il giorno dell’Ascensione. Ogni manifestazione di Dio accade in modo imprevisto, di sorpresa, senza alcun avviso previo; essa irrompe nella vita delle persone, lasciandole sconcertate e confuse, senza sapere, in un primo momento, cosa pensare, dire e fare.

Nella circostanza i discepoli “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo” e, per paura dei giudei, stavano a porte chiuse, giacché la condanna a morte del maestro era valida anche per loro. Ed ecco, all’improvviso, la discesa dello Spirito su di loro: "Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso (…) Apparvero lingue come di fuoco”.

L’evento è difficile da descrivere esattamente perché non ci sono parole adeguate; è possibile solo fare comparazioni con accadimenti di vario genere, giacché l’evento va molto oltre la loro capacità di comprensione. Pertanto è doveroso sottolineare che non si tratta né di vento né di lingue di fuoco, ma di qualcosa che potrebbe assomigliare a ciò.

Gesù promise l’invio dello Spirito Santo ed è quello che avviene. I discepoli sono ben lontani dal pensare che avvenisse in quel modo e in quella circostanza. Di fatto, “tutti furono colmati di Spirito Santo (…)”.

(…) cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi”. Lo fecero riguardo “alle grandi opere di Dio”, nel prendere coscienza della portata e del significato della morte e risurrezione di Gesù che, sino ad allora, era in parte incomprensibile e indecifrabile, soprattutto per quanto riguarda la ricaduta sulle persone e sull’umanità intera.

La Pentecoste suscita la nuova comprensione di sé stessi, in virtù degli effetti dell’evento pasquale, e motiva l’atteggiamento con le autorità, il popolo e le persone di altre origini e culture. Con essa i discepoli prendono coscienza che la discesa dello Spirito non è solamente per loro e per il popolo giudeo, ma per l’umanità di tutti i tempi. La lista dei popoli indica, appunto, le nazioni del mondo intero allora conosciuto.

La presenza dello Spirito in tutti i popoli della terra fa sì che essi comprendano, nella loro lingua, le "grandi opere di Dio” a loro favore, senza rinnegare la propria cultura o il modo di vivere. Le “grandi opere di Dio” permeano il loro vissuto e rendono comprensibile, in esso, la dinamica dell’amore, discernendo ciò da preservare da quello da lasciare, in virtù dell’insegnamento e della pratica di Gesù, avallata dalla morte e risurrezione per la causa del Regno di Dio.

Con la missione di Gesù non è nata una nuova religione, in conflitto con le altre esistenti, per imporsi come unica su tutta la faccia della terra. Egli ha svelato il modo di rapportarsi con sé stessi, con gli altri e con l’ambiente, la dinamica, il metodo e la strategia accessibile a tutte le religioni nella misura in cui esse fanno riferimento alla trascendenza del mistero della vita, il cui culmine è la legge dell’amore.

Gesù invia i discepoli per il mondo intero a insegnare e testimoniare alle genti la legge dell’amore a favore di tutti, come Lui l’ha vissuta. Essa costituisce il dono della salvezza nella comunione con Dio, Padre di tutte le religioni. In un certo senso, Egli ha purificato, rinnovato e rigenerato tutti i comportamenti – anche quelli dell’agnostico e dell’ateo pratico – nel rispetto delle specifiche caratteristiche culturali, organizzative e sociali.

Gesù ha fatto lo stesso nel suo rapporto con i pagani, colpito dalla loro fede in virtù della quale operò il miracolo di guarigione al servo del centurione (Mt 8,5-13). Egli non ha chiesto al centurione la conversione alla religione giudaica né, in seguito, ad un’altra forma religiosa che prenderà, successivamente, il nome di “cristianesimo” che, a sua volta, nell’espandersi per il mondo intero avrebbe soppiantato, o peggio ancora, sarebbe divenuta motivo di conflitto con le altre religioni.

Paradossalmente, proprio la religione scaturita dall’auto-intervento di Dio sul popolo d’Israele diventa omicida nei confronti di Dio stesso, nella persona di Gesù.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 1,1-11)

Il libro degli Atti degli Apostoli è la continuazione del Vangelo di Luca – “Nel primo racconto” – e testimonia l’azione dello Spirito Santo nella diffusione del vangelo in Israele e nel resto del mondo allora conosciuto e, con esso, la conseguente nascita e crescita delle comunità cristiane.

L’introduzione del libro presenta Gesù nel periodo che va dalla risurrezione all’ascensione – simbolicamente quaranta giorni, un periodo esteso -, durante i quali parlava "… delle cose riguardanti il regno di Dio”. Non parla di  sé stesso, della grande ingiustizia e violenza di cui fu vittima, del tradimento e abbandono degli apostoli, ma solo della finalità della missione: l’avvento del regno di Dio.

Gesù testimonia un distacco da sé stesso sorprendente, dagli eventi tragici della crocifissione. È come se parlasse senza che nulla di particolare lo avesse coinvolto. La sua tensione e le sue preoccupazioni riguardano la missione, il raggiungimento del fine per il quale è entrato nel mondo e nella storia. Non ritiene conclusa la sua missione, anche se l’evento pasquale costituisce l’evento determinante e decisivo al riguardo.

Come ha potuto mantenere il distacco dalle sue dolorosissime vicende? Il brano non riferisce alcuna parola di critica o di lamento riguardo all’ingratitudine del popolo, alla debolezza degli apostoli e non c’è rivalsa verso chi l’ha esplicitamente condannato, ma porta l'attenzione, nella conversazione con i discepoli, sull’avvento del Regno di Dio.

In quei momenti, l’evento pasquale non è adeguatamente compreso dagli apostoli che domandano: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostruirai il regno d’Israele?”.Essi , infatti, aspettano la realizzazione del regno, in sintonia con le attese del popolo e di Giovanni Battista, con l’espulsione degli invasori romani e la purificazione del popolo che non osserva la Legge mosaica. Non hanno capito la portata e l’importanza dell’evento, nonostante la presenza del Risorto.

Gesù non si sorprende, né riprende la spiegazione perché sa che non sono ancora in grado di capire, ma segnala quel che avverrà, affinché non perdano il senso e la finalità della missione. Avranno piena comprensione solo con l’invio dello Spirito Santo e, pertanto, afferma: “Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere”, e motiva la successiva azione del Padre, che avverrà sicuramente.

Aggiunge ancora: “riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra”. Lo Spirito li farà coscienti della portata e del valore della Sua morte e risurrezione, per loro stessi e per l’umanità intera. Di conseguenza sono coinvolti negli effetti di questi avvenimenti continuando, in suo nome, la missione riguardo l’avvento del Regno di Dio.

Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato e una nube lo sottrasse ai loro occhi”. La nube raffigura la presenza dello Spirito Santo. Con l’ultima apparizione, la persona di Gesù Cristo entra definitivamente con il suo corpo nell’ambito trinitario, nell’ambito del divino, dopo aver universalizzato la missione e conferito la responsabilità agli apostoli.

Attraverso i due messaggeri –“due uomini in bianche vesti” – Dio esorta gli apostoli a non rimanere semplicemente stupefatti dell’evento, paralizzati a guardare il cielo.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 8,5-8.14-17)

Al tempo di Gesù la divisione fra giudei e samaritani era molto profonda e non si prospettava alcuna possibilità di riconciliazione. Se un giudeo avesse voluto insultare un connazionale, il solo apostrofarlo come "samaritano" avrebbe scatenato una violenta lite. Pertanto è particolarmente significativa l’iniziativa di Filippo di evangelizzare in una città della Samaria. All’apostolo non è mancato il coraggio, l’audacia e la determinazione attribuibili, probabilmente, all’esperienza del Risorto e alla Pentecoste.

L’annuncio è puntuale e preciso: “predicava loro il Cristo”. L’iniziativa abbatte barriere che sembravano insuperabili per l’odio consolidato: “Le folle, unanimi, prestavano attenzione (…) da molti indemoniati uscivano spiriti impuri (…) molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città”. Sono gli stessi segnali dell’azione pastorale di Gesù.

Il testo non dice come fu presentata la persona di Gesù, quali i fatti e le parole messe in evidenza, gli argomenti più persuasivi, le resistenze e le difficoltà sorte negli uditori, e altro che sarebbe interessante conoscere. Rileva solo che le “folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo”.

Filippo conosceva già l’ambiente e la vita della gente? Ebbe l’appoggio di conoscenti? C’è stata qualche preparazione previa al suo arrivo? A queste domande non vi è risposta. L’efficacia delle sue parole è confermata “dai segni che egli compiva ” e dai miracoli, evidenti manifestazioni della presenza del Regno. Tutto fa riferimento alla predicazione, allo stile di vita e all’agire di Gesù.

Il successo dell’azione pastorale non poteva passare inosservato alla chiesa madre di Gerusalemme; infatti gli apostoli “seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni”.

La visita è tesa a confermare il legame con la comunità di Gerusalemme. L’ordine di Gesù, di annunciare il Vangelo a tutti i popoli, incontra in Pietro e Giovanni la dovuta attenzione affinché gli effetti della predicazione e le adesioni di nuovi credenti rispecchino la fede e la comunione fraterna, necessaria per la loro integrazione nel nuovo popolo di Dio che stava formandosi e crescendo.

Pietro e Giovanni “scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo (…) imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo”. Il motivo è che “non era ancora disceso su nessuno di loro, ma erano soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù”. Sul contenuto di queste brano (e altri) la Chiesa ha riconosciuto il sacramento della cresima.

Di fatto lo Spirito, nel battesimo, agisce come agente che sigilla nel credente gli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo, stabilisce la nuova alleanza e la condizione di figlio di Dio adottivo, con tutte le conseguenze che ne derivano.

La predicazione e la testimonianza di Filippo hanno aperto la mente e il cuore in ordine alla determinazione di aderire al dono offerto, come conseguenza alla trasformazione interiore e al cambio di vita.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 6,1-7)

Nessun gruppo sociale, compresa la comunità dei credenti – la Chiesa -, è scevro da lacune o difetti che generano malessere, scontento e critiche da parte dei componenti e, di conseguenza, formulano richieste ai responsabili affinché provvedano a risolverle in modo adeguato. È quello che evidenzia il brano: i convertiti “di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove”.

Il brano non riferisce la causa o il motivo della trascuratezza, ma registra solo il malcontento. Le autorità – i Dodici – quali responsabili della comunità si fanno carico del disagio e convocano il gruppo dei discepoli per risolvere il problema. Punto di partenza è che “Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense”. Con buon senso gli apostoli, quali testimoni dell’evento Gesù Cristo, provvedono a distribuire i compiti, riservandosi l’aspetto specifico del loro servizio.

Lo svolgersi della salvezza lungo la storia "comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia, finalizzate al riscatto, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto. La profonda verità (…) risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta l’intera Rivelazione” (Conc. Vat.II, Costituzione sulla divina Rivelazione n.2). La citazione è centrata su Gesù che disse: "chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste” (Gv 14,12), coinvolgendo i discepoli nelle opere.

Non si tratta di divisione di compiti quanto del buon senso di complementarietà, perché il servizio alla mensa, con giustizia e carità fraterna, non è meno importante di quello della parola comunemente intesa. Tuttavia, è necessario dedicarsi al servizio della parola per la specifica competenza al riguardo al corretto orientamento della comunità, in sintonia con l'organizzazione delle attività dell’avvento del regno di Dio, nella pratica del diritto, delle pari opportunità, della giustizia e della fraternità.

Gli effetti dell’evento Gesù Cristo sono individuali e sociali. Essi generano la rigenerazione individuale, associata allo stile di vita fraterno e corresponsabile, nell’affermare e consolidare i valori etici e spirituali del regno di Dio, avvicinandosi sempre più al sogno di Dio, coincidente con la finalità della missione di Gesù.

La risposta al disagio, dunque, è: “cercate fra di voi sette uomini di buona reputazione pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico”. Gli apostoli danno incarico alla comunità di scegliere e presentare le persone adeguate. Essi, semplicemente, confermano la scelta e conferiscono il mandato in nome del Signore: “Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani”.

Gli apostoli si riservano lo svolgimento di aspetti di propria competenza per la vita e il mantenimento della comunità e affermano: “Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola”. Dalla qualità del servizio della Parola – da intendere non solo come istruzione, insegnamento, ma anche stile di vita, discernimento e pratica corrispondente nello stabilire il corretto rapporto interpersonale e sociale.

La formazione intellettuale, la pratica della carità, la qualità dell’organizzazione comunitaria e sociale, il processo di evangelizzazione organicamente strutturato nell’insieme delle esigenze formano la qualità, o meno, della testimonianza.

L’annuncio e la testimonianza delle persone e della comunità sono sconvolgenti per la novità e la qualità della proposta, mediata dal discepolo attento al discernimento. A tale riguardo per quest’ultimo è imprescindibile la formazione di base e il costante approfondimento per elaborare la necessaria, creativa e coraggiosa sintesi, in attenzione alla singolarità del contesto e alla specificità della circostanza.

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