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Ecumenismo

Campo sportivo "Arena" in Località Salina
Lunedì, 8 luglio 2013

 

Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte. Così il titolo dei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta. Non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà! Grazie! Grazie anche all’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto, il suo lavoro e la sua vicinanza pastorale. Saluto cordialmente il sindaco signora Giusi Nicolini, grazie tanto per quello che lei ha fatto e che fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che oggi, alla sera, stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie. A voi: o’scià!

Questa mattina, alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti.

«Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello!

Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza! Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.

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I primi sette giorni di Papa Francesco

di Eletta Cucuzza

Il consenso degli italiani verso il papato è schizzato in men che non si dica dal 47% (dicembre 2012) al 62%: «Sono bastate poche parole e un nome, Francesco, che di per sé è un programma», osserva Famiglia Cristiana (23/3), che riporta i dati di un’inchiesta affidata a Demopolis in base alla quale, sintetizza il settimanale, «l’83% degli intervistati esprime fiducia nell'attuale papa, (il 95% dei cattolici e il 61% dei non cattolici); il 58% crede nella sua capacità di contribuire a un rinnovamento della Chiesa, toccati per il 72% e il 67% dalla sua semplicità e spontaneità e dal linguaggio vicino alla gente».

Numeri che dimostrano quanto dev’essere forte il desiderio di cambiamento nella Chiesa, a testimonianza della percezione corretta o meno fra i fedeli, stante Benedetto XVI, di un immobilismo improduttivo se non deleterio per la comunità cattolica.

La speranza di novità (o, potremmo dire, la fiducia inossidabile in questa novità) è fondata su gesti e parole di papa Francesco apprezzati da tutti per semplicità, amicizia, familiarità, compresi in un arco di tempo che raggiunge a malapena la settimana; e che non denotano solo uno stile, ma sostanziano un pensiero e una prassi che non potranno rimanere senza conseguenze, pena una schizofrenia di comportamento che sarebbe ingiustificabile e insensata e un’ambiguità, un’ambivalenza che potrebbe richiamarci un ancora non chiarito passato. Fra i gesti, su uno in particolare vogliamo soffermarci: Bergoglio ha voluto accanto a sé, durante la cerimonia di intronizzazione, il 19 marzo, un ospite speciale, il cartonero Sergio Sanchez – un povero che vive appunto raccogliendo cartoni – che ha fatto accomodare vicino ai rappresentanti del governo argentino, fra i suoi familiari. Il commento di Sanchez è stato: «Non potevo credere di essere lì a soli quattro metri di distanza da lui, nei posti dedicati alla sua famiglia. Poi ho capito: la sua famiglia siamo noi, tutte le persone povere che ogni giorno lavorano per strada in Argentina».

Poveri e giornalisti

E se le parole hanno un senso, quelle sulla povertà pronunciate nel discorso ai giornalisti il 16 marzo – «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!» – potrebbero essere foriere di cambiamento a tutti i livelli ecclesiastici, a partire dal Vaticano. Anche per quanto riguarda i poveri, cui la Chiesa egli auspica dedita, si vedrà quale sarà la prassi futura. Leggi il resto di questo articolo »

di Raniero La Valle

Un papa che si fa chiamare Francesco suscita un moto d’incredulità. Infatti nessun papa prima si era fatto chiamare così, e ciò perché a partire da quando era ancora in vita Francesco d’Assisi, Francesco e il papa hanno rappresentato due archetipi, due figure diverse dell’essere cristiano.

Da quando il papa, a partire dalla “rivoluzione papale” dell’XI secolo, è stato costruito dalla tradizione romana come sostituto di Dio e supremo signore terreno, a cui dovesse essere «sottomessa ogni umana creatura», nessun successore di Pietro avrebbe potuto osare chiamarsi Francesco.

Non era solo questione di un Francesco povero e di un papa ricco. Era questione che la povertà di Francesco era teologale, era il Vangelo stesso “sine glossa”, che raccontava di un Dio che da ricco si era fatto povero, di un onnipotente che si era fatto servo, di un eterno che era finito crocefisso. Le insegne imperiali ereditate da Costantino e ancora presenti nella mozzetta rossa fino a ieri indossata dal papa, erano invece il simbolo di un potere terreno sublimato in potere religioso, che non poteva essere affare di un papa per il quale Francesco fosse non solo un nome, ma una scelta e un programma.

Che ora arrivi un papa che si fa chiamare Francesco, è una scommessa e una sfida. Le durezze teologiche del pontificato precedente, gli scontri nella Curia, i sussurri e le grida dal Vaticano che hanno riempito le cronache prima del Conclave, sembrano già appartenere a una stagione passata. È bastata la discontinuità di un papa senza mozzetta, che cominciasse il suo rapporto col mondo dicendo “buona sera”, per far pensare che anche il papato si potesse riformare. E’ bastato un papa venuto dal fondo del mondo, che ha chiamato “fratelli e sorelle” e non figli il gregge di cui è pastore, che si è fatto benedire dal popolo prima di benedirlo e si è inchinato davanti a lui quasi a ricevere anche da lui l’investitura già ricevuta da Dio, per far pensare a un’ecclesiologia nuova; è bastato un eletto che si è detto vescovo della comunità diocesana di Roma, la quale presiede nella carità alle altre Chiese, indicando come suo più prossimo collaboratore il cardinale vicario e non il segretario di Stato, è bastato che facesse appello a rapporti di “fiducia tra noi” e alla preghiera dell’uno per l’altro, per dare l’impressione che davvero la Chiesa può cambiare. È da cinquant’anni che ci prova, dall’inizio del concilio Vaticano II. All’inizio il cambiamento fu avviato da un papa, poi fu continuato da un concilio, adesso di nuovo potrebbe essere promosso da un papa. Vedremo. Certo, non dovrà essere lasciato solo. Leggi il resto di questo articolo »

intervista di Eleonora Martini

Ha incontrato personalmente il cardinale Jorge Maria Bergoglio solo una volta negli anni ’70, durante un ritiro spirituale. Ma il brasiliano Leonardo Boff, tra i fondatori della Teologia della liberazione, ripone nel nuovo Papa molte speranze. Vede in lui il vento della «primavera» che scioglie il «freddo inverno della Chiesa». E la traghetta nel terzo millennio. «È sempre stato dalla parte dei poveri e degli oppressi, come noi teologi della liberazione». E questo gli basta. Del brand non si preoccupa, e non crede alla complicità con la dittatura militare.

Che uomo è Jorge Maria Bergoglio, e che Papa sarà Francesco I? Per me l’importante adesso non è l’uomo ma la figura di una Papa che ha scelto di chiamarsi Francesco, che non è solo un nome ma un progetto di Chiesa. Un Chiesa povera, popolare, che chiama tutti gli esseri della natura con le dolci parole «fratello» e «sorella». Una Chiesa del Vangelo distante dal potere e vicina al popolo.

Secondo lei il cardinale Bergoglio ha le carte giuste per portare questo rinnovamento nella Chiesa? Francesco ricevette da San Damiano questo messaggio: ricostruire la Chiesa che è in rovina. Oggi siamo dentro un rigoroso inverno e lo stesso castello che gli ultimi due papi hanno creato è in rovina. E adesso un nuovo Papa arriva da fuori le mura di Roma, quasi dai confini del mondo, come dice egli stesso, esterno a quei circoli di potere. E credo che prima di tutto lavorerà internamente alla curia per riscattare la credibilità della Chiesa, macchiata dagli imbrogli, dagli scandali dei pedofili e della banca vaticana… E dopo farà un’apertura al mondo moderno, perché sia Benedetto XVI che Giovanni Paolo II hanno interrotto il dialogo con la modernità. Un errore rinunciare a capire e a dialogare con la cultura moderna. Diffamarla e considerarla puro relativismo e secolarismo, non riconoscerne i valori, è una blasfemia contro lo Spirito Santo. Gli uomini cercano una verità più ricca e più ampia di quella di cui la Chiesa crede di essere l’esclusiva portatrice. Ma, piuttosto, invece la sua è un’istanza di potere. Mentre il senso evangelico del papato è unire i fedeli cristiani nella fede, nel corso della storia invece si è creata una monarchia assolutista che pensa alle cose in una prospettiva giuridica. Questo Papa ha detto subito di voler presiedere la Chiesa nella carità. Questo è il senso della più vecchia tradizione, della funzione di Pietro. Penso che questo Papa sia il volto nuovo della Chiesa, umile e aperta, che può portare l’esperienza del "Grande Sud", dove vive il 70% dei cattolici.

L’esperienza latinoamericana, in particolare? La nostra non è più lo specchio della Chiesa europea. È una Chiesa fonte, che ha sviluppato un volto e una teologia proprie, una pastorale con radici nelle culture locali. Francesco I porterà questa vitalità nella Chiesa universale, per far finire l’inverno rigoroso ed entrare in una prospettiva di primavera. Leggi il resto di questo articolo »

di Gianfranco Brunelli – Direttore della rivista Il Regno

Con la rinuncia al mistero petrino, Benedetto XVI recepisce appieno il magistero del Concilio, particolarmente della Lumen gentium. Poiché incidere sul simbolo del papato significa incidere sulla forma della Chiesa, Benedetto ridefinisce il significato e il simbolo del papato. Potremmo dire: lo aggiorna. Si tratta di una figura che diviene a un tempo più spirituale (e meno secolare), più collegiale (e meno assoluta), più funzionale (e meno carismatica). Tutto ora è consegnato alla Chiesa e al suo successore.
La rinuncia avviene  al culmine di una crisi della Chiesa che – come Benedetto XVI ha detto – è anche una crisi della fede.

Il punto fondamentale di un possibile rinnovamento passa attraverso la sfida di come ricomprendere il Vangelo in questo tempo. Il rapporto Vangelo e culture va posto in primo piano. Siamo carenti di stile e linguaggi. Lo stile non allude solo all’estetica dei comportamenti, ma alla loro verità, cioè all’intima coerenza tra la parola e il suo contenuto, tra la forma dell’annuncio e la forma della testimonianza.

Il cristianesimo non sopporta la separatezza tra la teoria di sé e la propria realizzazione storica. L’una cosa è l’altra. O non è. Di qui il linguaggio della nostra testimonianza. La Chiesa è portatrice di un dono gratuito che si offre fino al limite: e quell’avvento è l’avvento di Dio fin nelle pieghe più recondite dell’umano e dell’umanità. Noi annunciamo un Dio coinvolgente in ciascuna vita, non i resti occidentali del platonismo. Il linguaggio della Chiesa deve riprendere le frontiere dell’umano nelle sue contraddizioni attuali. E questo vale culturalmente anche nel confronto con le diverse discipline scientifiche. Leggi il resto di questo articolo »

di Marco Galloni*

Alcune tra le più belle pagine sul dialogo interreligioso sono state scritte – può sembrare paradossale – da un monaco appartenente a uno degli ordini più severamente claustrali del cattolicesimo: quello dei cistercensi della stretta osservanza, o trappisti. Il monaco in questione è Thomas Merton (1915 – 1968), autore di centinaia tra saggi, opere di poesia e articoli sui temi più vari, dalla spiritualità monastica ai diritti civili, dalla nonviolenza alla critica agli armamenti nucleari.
In realtà il paradosso cui si accennava è solo apparente. Non solo la clausura vissuta da Merton non ostacolò mai il dialogo con le altre religioni e culture, ma fu un elemento essenziale del suo cammino di apertura e conversione. Un cammino che culminò in un decennio, l’ultimo della vita del monaco scrittore, caratterizzato da un’attività spirituale e intellettuale così intensa che Donald Allchin arrivò a definirla «cattolicità esplosiva», prova convincente che la vita monastica non è isolamento, chiusura, atonia vitale, ma – al contrario – ricerca di relazioni sempre più autentiche e profonde con Dio, con se stessi e con gli altri. Scrive Merton al riguardo: «La vita è fatta di incontri. Un vero incontro stimola domande e risposte. Un incontro personale, vero, non porta solo a una conoscenza dell’altro, ma anche a una più profonda comprensione del proprio Io».
Un esploratore per gli altri

Thomas Merton entra nel monastero di Nostra Signora di Gethsemani, nel Kentucky, a 26 anni di età, il 10 dicembre 1941. Qui, ormai in salvo da una vita tumultuosa ed errabonda, comprende che il monaco non è un solitario ritirato dal mondo ma, piuttosto, «un ricercatore in zone che altri non hanno la possibilità di visitare. Un esploratore per gli altri, chiamato a esplorare un’area deserta del cuore dell’uomo in cui le spiegazioni non bastano più e nella quale si impara che solo l’esperienza conta». Scrive Merton nella prefazione all’edizione giapponese de La montagna dalle sette balze: «Il mio monastero non è la mia casa. […] Non è un ambiente dove io possa prendere coscienza di me stesso come individuo, ma piuttosto un luogo dove io mi ritiro dal mondo, che pure rimane per me oggetto di interesse, per poter essere presente ovunque mediante il nascondimento e la compassione».
Attraverso questo nascondimento, e grazie anche a una non comune intelligenza, all’amore per lo studio e alla predisposizione per la scrittura, Merton sviluppò un dialogo intenso con credenti e studiosi di altre tradizioni religiose. Ben prima che il Vaticano II orientasse le menti dei cattolici verso il dialogo interreligioso, Merton raggiungeva, attraverso quello che è stato definito «dialogo dell’amicizia», i praticanti dell’induismo, del buddismo, dell’islam, dell’ebraismo. Non si trattò mai di fugaci incursioni in territori altrui, ma di avventure della mente e dello spirito che lo impegnarono profondamente in questioni ardite quali la metafisica, l’epistemologia, la contemplazione.

Fare di me stesso un monaco migliore
Dalle seguenti parole, scritte da Merton nel ‘64, emerge in modo evidente questo approccio monastico al dialogo interreligioso: «L’Asia, lo zen, l’islam, eccetera: tutte queste cose stanno insieme nella mia vita. Sarebbe una follia, per me, tentare di creare una vita monastica per me stesso escludendole. Sarei meno monaco». Nel ‘68 il trappista di Gethsemani intraprende un lungo viaggio in Asia, che sarà anche il suo ultimo viaggio: Merton muore il 10 dicembre di quell’anno, a Bangkok, folgorato da un ventilatore. Leggi il resto di questo articolo »

di Comunità cristiana del Villaggio Artigiano – Modena

A 50 anni dalla fine del Concilio Vaticano II, abbiamo riletto i documenti conciliari; abbiamo partecipato agli incontri diocesani; abbiamo riflettuto insieme.

I padri conciliari si erano rivolti a tutti gli uomini, volevano riprendere il dialogo con il mondo. Il Concilio si era proposto di “aggiornare la chiesa”, aveva fatto affermazioni nuove che scaldarono il cuore degli uomini e delle donne di fede. Era nato un dialogo ricco di proposte e uno scambio di nuove esperienze.

In 50 anni quel mondo e quella chiesa sono in parte cambiati.

Un progressivo abbandono della pratica religiosa (causata anche dalla forte secolarizzazione) preoccupa giustamente la chiesa anche della nostra città: dopo il catechismo la grande maggioranza dei ragazzi lascia la parrocchia; alla messa domenicale partecipa circa il 10% dei cittadini; i matrimoni civili hanno superato quelli religiosi; i cattolici scelgono autonomamente i loro comportamenti.

Conosciamo bene la grande vivacità di gruppi, comunità e parrocchie della chiesa modenese e italiana: molti cristiani si spendono con un volontariato gratuito, nella catechesi ai fanciulli, nell'accoglienza (poveri, disabili, anziani, stranieri), nell'organizzazione delle parrocchie come preziosi centri di aggregazione sul territorio. Ma ci sembra che sia indispensabile riprendere oggi alcune parole importanti che il Concilio aveva detto: sulla Chiesa, sulla Bibbia, sulla Liturgia e sul rapporto con il Mondo. Solo così possiamo ritrovare coraggio e speranza per una presenza nuova della parola di Gesù nel mondo di oggi.

Il Concilio ha affermato che la Chiesa non è l'insieme di preti, vescovi, cardinali e papa, ma tutto il “Popolo di Dio”: cioè i credenti (preti e laici) che in modi diversi sono responsabili della missione della chiesa cioè della trasmissione integra e della testimonianza del 'Vangelo'. La “Parola di Dio” è stata ridata in mano ai credenti. I cristiani non sono più passivi ascoltatori, ma soggetti attivi che partecipano alla “liturgia”. Il “mondo”, cioè gli “altri”, non è un pianeta a parte da guardare come nemico da convertire, ma tutti insieme ci dobbiamo impegnare a costruire un mondo di pace e di giustizia.

Ecco dunque alcune riflessioni che proponiamo al Vescovo, ai preti, ai consigli pastorali, ai credenti e a tutti i cittadini interessati ai problemi della chiesa per il suo rinnovamento. Noi ci sentiamo appartenenti al popolo di Dio e alla chiesa di Modena; il Concilio chiede ai battezzati di aiutare i vescovi nella loro missione pastorale.

Il “Popolo di Dio” nella chiesa attuale non riesce ad esprimersi. Il papa o un cardinale parla da Roma a nome di tutti i cristiani; così nelle parrocchie, anche se c'è grande volontà di partecipazione, chi decide a nome di tutti è il parroco rischiando così un nuovo tipo di clericalismo. Leggi il resto di questo articolo »

Pubblichiamo un contributo dell’associazione “Viandanti” al quinto incontro de “Il Vangelo che abbiamo ricevuto”. “Il Regno di Dio è vicino” –  Brescia 27-28.10.2012.


Nel confrontarci sul tema di questo appuntamento, è emersa la necessità di distinguere tra chiesa e regno di Dio. Un equivoco ricorrente, che finisce con l’anteporre l’istituzione alle persone e al vangelo stesso, con tutte le conseguenze che si possono immaginare in termini di connubio e compromesso con Cesare.

Uno degli obiettivi della nostra associazione è il “fare memoria”, inteso non in senso archeologico, ma come riportare all’attualità momenti e figure della tradizione conciliare che continuano a parlarci oggi. Non sempre è indispensabile inseguire il nuovo, quanto piuttosto ritornare alle radici, all’essenziale.

La Chiesa è in funzione del Regno
A proposito del regno, risuona ancora valido quanto scriveva Luigi Rosadoni, sottolineando che esso non è affatto la chiesa. Nel Nuovo Testamento, l’uno non è uguale all’altro; è anzi molto più ampio.

In Atti 1,8 (Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra), lo Spirito santo è donato per dare la forza di essere testimoni del Signore fino alle estremità della terra. E’ lo spazio del regno, lo spazio della salvezza, di cui gli apostoli sono i portatori, non i destinatari.

«Il regno di Dio – ha scritto Rosadoni – è dunque la totalità di ciò che esiste, la Chiesa invece solo la piccola assemblea dei discepoli di Gesù; tutt’al più l’inizio e l’anticipazione del regno come nel suo evangelo sottolinea Luca: “Non temere, piccolo gregge, perché è piaciuto al Padre vostro di dare a voi il regno” (Lc 12,32). E’ il gruppo di seguaci che si è venuto a costituire attorno a Gesù di coloro che ne hanno ascoltato la chiamata che gli veniva esplicitamente rivolta».

La Chiesa, una comunità alternativa
La chiesa è in funzione del regno, e non viceversa. Rendersene conto è un antidoto alla tentazione di emergere e di contare, di porsi come setta o gruppo autoreferenziale. Annunciare il regno significa affermare il primato della fede, non di se stessi. Vuol dire, proprio a partire dalla chiesa degli apostoli, annunciare il dono di una comunione nuova, al proprio interno e con gli altri, che è resa possibile per grazia di Dio dal dono dello Spirito. La chiesa si riscopre così come “comunità alternativa” nel senso dell’evangelo, alternativa alle organizzazioni votate al profitto, alle lobby, ai partiti che finiscono con il cercare la propria affermazione.

La chiesa come comunità alternativa instaura una rete di relazioni evangeliche, ponendosi come “città sul monte, “sale della terra”, “lucerna sul lucerniere” (cfr. Mt 5,13-16). Leggi il resto di questo articolo »

di Raniero La Valle – Giornalista e saggista

Alla fine del Vangelo di Giovanni si parla di uno sconosciuto, di cui non si dice mai il nome, ma che è identificato come il discepolo che Gesù amava e del quale disse che sarebbe rimasto, fino al suo ritorno. (…) Noi non siamo gli apostoli, non siamo gli evangelisti, non siamo i dottori, non siamo dei reduci, noi siamo i discepoli. E come discepoli, anche noi siamo dentro una successione; non c’è solo la successione apostolica, che da Pietro e dagli altri apostoli arriva fino ai nostri vescovi e al papa: c’è anche una successione laicale che dai discepoli anonimi che Gesù amava, dal discepolo che è rimasto, è giunta fino a noi; e questa successione discepolare non è meno importante dell’altra, perché anch’essa fa parte della Tradizione che viene da Gesù e che insieme alla Scrittura porta con sé la divina rivelazione e rende attuale per ogni generazione la parola di Dio. (…).

Dunque c’è un ruolo dei discepoli nella formazione e nell’incremento della tradizione apostolica. E siccome il Vaticano II è stato un momento privilegiato nella storia di questa Tradizione ecclesiale, la domanda è quale parte noi discepoli abbiamo avuto nel Concilio e quale ruolo abbiamo adesso nella sua ricezione e trasmissione.

La prima cosa da dire è che il Concilio è stato fatto per noi. Significa questo la decisione di papa Giovanni di farne un Concilio pastorale, cioè tale per cui i discepoli e tutti gli altri potessero capire e crescere nella fede. Se si fosse trattato di riprendere le dispute e ripetere le dottrine espresse dai precedenti Concilii, non ci sarebbe stato bisogno di un nuovo Concilio, disse Giovanni XXIII nel suo discorso inaugurale, «Gaudet Mater Ecclesia». Occorreva invece che i contenuti della fede venissero esplorati ed espressi nelle forme e secondo la cultura del nostro tempo, «nel modo che i nostri tempi richiedono», come dice il testo pronunciato dal papa in latino. La Chiesa doveva farsi raggiungere, come se venisse fatto oggi, dall’invito di Gesù ad ammaestrare e trarre discepoli da tutte le genti, e farlo in modo per loro comprensibile e amico. Cioè, si doveva tornare a raccontare la fede che era stata narrata nei secoli e che si era andata formando di Concilio in Concilio, da Nicea al Vaticano I; non a caso Giovanni XXIII all’inizio del suo discorso richiamava i venti Concilii celebrati «in Oriente e in Occidente, dal quarto secolo al Medioevo, e di là all’epoca moderna». Quella tradizione conciliare, che si era interrotta con la brusca chiusura del Vaticano I provocata dai bersaglieri entrati a Porta Pia, si trattava ora di riprendere, per ripresentare ai discepoli e a tutti la fede della Chiesa accumulatasi nel tempo, la fede di tutti i Concilii. Quindi un Concilio che fosse, ai fini pastorali, l’ermeneutica di tutti i Concilii. (…).

Questo intendeva Giovanni XXIII nel suo discorso dell’11 ottobre quando esplicitamente faceva riferimento a Trento e al Vaticano I, non perché il nuovo Concilio ne ripetesse i precetti, ma perché ne facesse l’esegesi, e insieme facesse l’esegesi dell’intero annuncio cristiano, come Gesù aveva fatto la “esegesi” del Padre. (…)

Letti così i più alti documenti del Concilio svelano insospettate ricchezze. La Dei Verbum sulla divina rivelazione ad esempio può essere letta come interpretazione autentica di Trento, volta a superare la controversia fuorviante sulla sola Scriptura, e a restituire la Bibbia alla Chiesa mettendo la Parola di Dio nelle mani di tutti i fedeli, come parola viva, non più chiusa nella morsa della sola alternativa tra senso letterale e senso allegorico; vi sono altri sensi della Scrittura, noti al Concilio, con cui essa può essere letta e assunta nella vita cristiana. Leggi il resto di questo articolo »

Qualche giorno fa è ritornato al Padre il Cardinale Carlo Maria Martini.

Pensiamo di fare cosa gradita ai nostri lettori riportando, in ordine cronologico, un ampio estratto di scritti, lectio magistralis ed interviste. La lettura di questi documenti costituisce un piccolo aiuto per comprendere l’importanza della sua figura ed il suo coraggio nel cercare “vie nuove” per proporre al mondo moderno il Vangelo di salvezza, restando ben saldo nel rispetto dei valori della tradizione.


Nota per la consultazione: Cliccare sul testo che si desidera leggere per accedere al documento.


CarloMariaMartini


Scritti:


  1. La missione della giustizia: speranza dietro le sbarre – 1999
  2. In viaggio verso Dio: Se l'uomo guarda il volto di Dio. Il paradiso di Dante letto dal cardinale di Milano – 2000
  3. L'importanza dei valori per il confronto tra gli uomini – 2002


Lectio:


  1. Se Dio ci guarisce – 2006
  2. Il luogo segreto dove è possibile il dialogo tra le religioni – 2006

 

Dialoghi:


  1. Le ragioni del cuore (con Massimo Cacciari) – 1995
  2. Il laico, il cardinale e il Paese senza etica (con Eugenio Scalfari) – 1996
  3. Il bene comune (con Eugenio Scalfari) – 2009
  4. Viaggio nel mistero della resurrezione (con Eugenio Scalfari) – 2010
  5. Eros e Amore: Il senso della vita secondo Gesù (con Eugenio Scalfari) – 2011


Interviste:


L’ultima intervista: «Chiesa indietro di 200 anni. Perché non si scuote, perché abbiamo paura?» – 8 Agosto 2012