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Archivio di Dicembre 2019

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 3,3-7.14-7a)

Nel brano il rilievo del padre è di gran lunga superiore a quello della madre. In effetti la donna era semplicemente ritenuta un contenitore per mettere al mondo dei figli; questo era il suo compito fondamentale e la sterilità un’umiliazione. L’idea che presiede l’istituzione della coppia è quella della fecondità, che garantisce la sopravvivenza e lo sviluppo del popolo di Dio.

La benedizione di Dio è la famiglia numerosa e felice. Nella disparità il marito poteva divorziare dalla propria moglie, se così decideva, ma la moglie non poteva divorziare dal marito senza il suo consenso. Tuttavia, l’autore onora il padre e la madre anche se non allo stesso livello.

La famiglia è il mezzo che trasmette le tradizioni religiose. E il rapporto coniugale è segnalato, dai profeti e dal Cantico dei Cantici, come realtà di grande portata umana e spirituale nell’orizzonte dell’amore di Dio per il suo popolo.

Gesù ricondurrà il rapporto coniugale alla realtà originale, quale volontà di Dio riguardante la tenacia e la consistenza della fedeltà nell’amore vicendevole, a immagine del Suo amore. La verifica della qualità e bontà del rapporto consiste nel non chiudere il rapporto in sé stesso ma declinarlo nel rapporto con ogni persona e con l’umanità, bisognosi di fraternità, responsabilità e giustizia interpersonale e sociale.

In tal modo emerge la testimonianza di accoglienza della sovranità di Dio, l’avvento del Suo regno, e con esso l’esperienza di armonia e di pace, estensiva a tutti i livelli del vivere profondamente umano, incluso il rapporto con il creato, il giardino che Dio ha posto nelle mani dell’uomo.

Il brano indica comportamenti di grande umanità: “Chi onora il padre espia i peccati”. Non solo, ma acquisisce anche le condizioni per evitali, il che fa della persona un soggetto libero per amare. Con esso “otterrà il perdono dei peccati”, nel saper gestire correttamente la fragilità del padre, “anche se perde il senno”,

Gli effetti faranno di lui un soggetto la cui intelligenza lo rende capace di “rinnovare la casa”, la propria famiglia, riguardo alla qualità dei comportamenti interpersonali e sociali, praticando il soccorso, il rispetto e l’indulgenza cui fa riferimento il brano.

Sono rilievi che hanno la loro importanza anche nella società attuale. È nota la crisi del rapporto coniugale, dell’unità e dell’armonia familiare nel presente. Nel mondo occidentale la famiglia e la Chiesa non reggono; le cause sono molteplici e interconnesse, in gran parte dovute alle costanti trasformazioni in atto suscitate dalle ricerche nei diversi settori della vita sociale a livello locale e globale, quali la tecnologia, la robotica, l’intelligenza artificiale, la comunicazione in tempo reale e altro…

Questo insieme di fattori genera una complessità sconcertante, causa di incertezza, timore e insicurezza, con il conseguente ripiegarsi sul passato. Tuttavia, la corretta gestione della complessità, assunta come opportunità di crescita in attenzione al Dio della Vita, richiede la capacità di elaborare tali fattori con l’audacia, il coraggio e la creatività che la Chiesa non possiede o che stenta ad assumere, imparando dalla scienza che, a diversi livelli, offre indicazioni molto pertinenti.

La conseguenza è l’autoreferenzialità ancorata al passato, con l’imbarazzo del presente e lo sconcerto del futuro prossimo.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 52,7-10)

Con il ritorno dall’esilio di Babilonia gli esuli trovano Gerusalemme in condizioni pietose. Le sentinelle vegliano sulle mura diroccate e il cuore del popolo è avvilito. Ed ecco irrompere l’annuncio del profeta “Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme”.

Il riscatto è liberazione dalla prigionia, dalla schiavitù e da ogni sofferenza e malvagità insite in tale condizione. Si apre un futuro di libertà, di realizzazione piena, di soddisfazione per ogni persona, e per il popolo, la gioia della vita, la felicità di vivere.

“Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce”. Sentinelle poste dal Signore non solo per difendere quello che esiste, anche se in condizioni pietose, ma soprattutto per vedere da lontano che l’annuncio dell’evento è prossimo, imminente.

È il profeta che annunzia loro l’arrivo del messaggero di buone notizie che “annuncia la pace (…) la salvezza che dice a Sion: ‘regna il tuo Dio’”, con l’intento di dare le dritte per ricostruire nelle persone e nel popolo le condizioni per accogliere la sovranità di Dio, l’avvento del suo regno, in attenzione alla fedeltà di Dio all’Alleanza stabilita nel Sinai.

A tal fine “il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutte le nazioni”. In altre parole, impegna tutto se stesso, in modo tale che la grandezza e la magnanimità dell’evento coinvolga non solo Israele, ma tutte le nazioni nel percepire la portata dell’evento, con frutti di salvezza e di pace.

Con esso il messaggero manifesta la potenza e la forza del suo amore, la tenacia e la fermezza di agire, in modo da consolidare quello che fino allora non è stato correttamente compreso da Israele e, quindi, è causa della sua fragilità e debolezza riguardo alla fiducia ai termini dell’Alleanza, che lo hanno portato alla tragedia dell’esilio da cui è ritornato.

E la nuova opportunità che fa “belli i piedi del messaggero”, nel senso di ritenere benedizione l’arrivo che porta con sé l’opportunità di nuova vita. Opportunità della quale prenderanno coscienza tutte le nazioni, come una benedizione, dal momento che “tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio”. L’evento è a favore dell’umanità intera.

Tuttavia, lungo i secoli, non si realizzerà per la durezza di comprensione, per la mancanza di fede, per la seduzione di alti cammini e progetti.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 7,10-14)

La dinastia del re Davide, alla quale è legato il compimento della promessa di Dio, è in pericolo perché i re di Aram e di Israele vogliono eliminarla. Il re d’Israele, Acaz, nelle circostanze in cui si trova, invece di chiedere l’aiuto a Dio fa immolare il suo unico figlio (2Re 16,3) e cerca l’alleanza con l’Assiria.

Il profeta tenta di dissuaderlo da tale proposito e, in nome del Signore, parla ad Acaz: “Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto”. Questi occulta le sue vere intenzioni e si cela dietro una falsa motivazione: “non lo chiederò, non voglio tentare il Signore”. Il suo cuore è preso da un altro interesse e il pensiero determinato per un’altra strategia.

Nella sua persona si concretizza il peccato di sfiducia nel Signore, il disinteresse e l'infedeltà all’Alleanza stabilita dai padri, della quale dovrebbe garantire il compimento. Dalla trasgressione derivano i pensieri e le azioni peccaminose, quali la sottovalutazione del rapporto e l’allontanamento, o addirittura, il disprezzo dei valori etici che sostengono la vita personale e sociale.

È quello che succede anche oggi. L’allontanamento dal Signore, che pone se stesso, i propri criteri e progetti come riferimento principale, se non esclusivo, stabilisce nel migliore dei casi uno pseudo rapporto con il Signore secondo i propri canoni, il più delle volte strumentali ai propri fini egocentrici, particolarmente in circostanze di rilievo.

In tal modo si va formando un’abitudine al peccato di indifferenza e insensibilità verso il Signore Dio, le persone sofferenti e bisognose. Di conseguenza cresce la difficoltà di percepire la portata e il danno arrecato a se stesso e alle persone, alla società, soprattutto da parte di chi ha responsabilità di governo. Per usare una metafora è come affondare sempre più nelle sabbie mobili, al punto che è difficile uscirne se non con un radicale ma improbabile processo di conversione. Al riguardo afferma il libro della Sapienza: “La sapienza non entra in un’anima che compie il male né abita in un corpo oppresso dal peccato” (1,4).

Il profeta percepisce l’ambiguità di Acaz e la evidenzia apertamente a tutto il popolo: “Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio?”. Tuttavia, nonostante l’irritante risposta del re, Dio non desiste dal compiere la sua volontà e prende l’iniziativa di inviargli un segno: “Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele”.

Dio sa che senza il suo aiuto, e allontanandosi da Lui, il popolo si perderà e ritornerà alle condizioni di schiavitù dalle quali fu liberato. Di fatto, la terra promessa ha perso la condizione che Dio si aspettava e ha assunto quella di un nuovo Egitto, non per il dominio di una potenza straniera ma per causa propria, per non aver osservato i termini dell’Alleanza. La conseguenza è riprodurre i meccanismi di oppressione e di schiavitù di allora, questa volta per opera delle stesse autorità politiche e religiose.

Il significato del nome del figlio che nascerà – Emmanuele, Dio con noi – manifesta il proposito di Dio di non abbandonare il popolo alla deriva. Un concepimento così singolare rafforza la convinzione riguardo la ferma volontà del Signore d’impegnarsi nel compiere la Promessa con l’avvento della sua sovranità, l’avvento del suo Regno, quale specifica organizzazione sociale e religiosa. Impegno motivato dal Suo sincero e profondo amore per il popolo e la salvezza del genere umano.

È Impressionante la tenacia e la consistenza del Suo amore per un popolo che, seppure eletto, continuamente gli volta le spalle.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 35,1-6a.8a.10)

La profezia non specifica a chi è indirizzata; essa è la predizione di un destino paurosamente oscuro, il che caratterizza l’insieme apocalittico del testo. Tuttavia, diversamente da quello che si intende comunemente con il termine apocalittico – lo sconvolgente stravolgimento sociale e cosmico – indica lo svelamento dell’azione di Dio nella crisi.

La profezia è portatrice del messaggio di salvezza di Dio, che motiva e sostiene i destinatari alla resistenza, a non cedere allo sconforto, alla depressione o alla sfiducia. Allo stesso tempo suscita la speranza di un futuro radioso, frutto della fedeltà di Dio alla promessa. Il destinatario, nell’accoglierlo, sintonizza e declina lo stile di vita, le scelte personali e sociali con le indicazioni ivi contenute.

La crisi è segnata dall’aridità di vita, dalle carenze e dalle sofferenze della persona e del popolo, come lo è camminare nel deserto, nella steppa. Ecco, allora, l’annuncio della trasformazione del deserto inospitale in una sorgente di acqua e, riguardo alla steppa,  il sorgere di fiori inaspettati: “Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. (…) Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio”. È il passaggio dall’aridità alla magnificenza della terra fertile che manifesta la gloria di Dio, la vita in abbondanza e la gioia.

La trasformazione coinvolgerà le persone e il popolo. Il dono di Dio vince e sconfigge lo stato di insicurezza e di smarrimento generalizzato: “mani fiacche (…) ginocchia vacillanti (…) smarriti di cuore”) generati dalla certezza che Dio non avrebbe mai permesso che sprofondassero in tale situazione.

Ma di fatto il rapporto con Dio è andato perdendo consistenza, e con esso anche la fiducia in Lui, nonostante la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e le indicazioni dell’Alleanza, sul come procedere nel coinvolgere anche altri popoli nella libertà donata con l’uscita dall’Egitto. Invece sono prevalsi altri riferimenti nell’affrontare gli eventi politici, sociali e individuali.

Il dono è accompagnato dall’esortazione: “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio (…) la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi”. Si tratta di accogliere la pienezza della felicità e la salvezza, con la sconfitta e l’annientamento del male. Cesseranno le infermità attribuite alle conseguenze del peccato, e “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto”.

Nella condizione odierna è lo schiudersi di orizzonti di senso, del cammino e di vita piena inaspettato. È quello che assicura l’affermazione: “Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa”; Gesù dirà: “Io sono il cammino” (Gv 14,6) la via santa nella quale procedere – coinvolgendosi sempre più profondamente nella dinamica, creativa e audace, dell’Avvento del Regno di Dio. Tutto il popolo determinato in tal senso riacquisirà la santità – nel senso di separato da ogni proposito e cammino contrario – ponendosi al servizio di Dio e percorrendo la strada sicura.

È la strada dei redenti, di coloro che Dio ha liberato, memori delle meraviglie operate da Lui, quando ha salvato il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto. Rispetto al passato c’è di più. L’attuale ritorno è il nuovo ingresso nell’amata terra: i riscattati dal Signore “verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto”. È il senso della metafora riguardo la trasformazione del deserto e della steppa.

Allora sarà manifesto il dono di Dio e il compimento della promessa. L’esilio sarà bandito per sempre, e la “felicità perenne” riempirà la terra senza afflizione e gemito. Dal punto di vista odierno è anticipazione della condizione escatologica, ultima e definitiva, che Dio realizzerà alla fine dei tempi, tracciata nei due ultimi capitoli dell’Apocalisse. 

La felicità perenne consiste nel vivere e crescere nella libertà, con la pratica del diritto, della giustizia e con particolare attenzione alle condizioni degli ultimi, i più deboli, l’orfano, la vedova e lo straniero, i più esposti al sopruso e allo sfruttamento.

Oggi non è difficile specchiarsi nell’esperienza personale e sociale del popolo d’Israele. Il peccato – il mistero dell’iniquità – è molto presente nella vita di tutti i giorni e a tutti i livelli, caratterizzato e sostenuto dall’atteggiamento di sfiducia, superficialità, indifferenza e disinteresse per l’avvento del regno di Dio, quale accoglienza della sua sovranità a livello personale e sociale per la pratica dell’amore declinato nella giustizia e nel diritto.

Oggi la celebrazione della Messa attualizza la redenzione nella persona e nella comunità, nel senso che coinvolge tutti nella dinamica dell’amore trinitario.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 3,9-15.20)

Questo famoso testo descrive le conseguenze del peccato originale, ovvero “Dopo che l’uomo ebbe mangiato dell’albero”. Occorre da specificare che ogni persona è creata da Dio e ha in essa la vocazione di somigliare sempre più a Lui, al punto da diventare come Lui (3,5). Il serpente ha sfruttato abilmente tale desiderio e tensione per spingere Adamo ed Eva sul cammino sbagliato. Invece di lasciarsi guidare da Dio, essi hanno preferito la loro percezione e il loro criterio, sfiduciando quello che Dio aveva preparato per loro. Una volta sbagliato il cammino, la meta è irraggiungibile e subentra la frustrazione e la delusione verso se stessi.

Con il peccato, Adamo esce dall’orizzonte di Dio. Egli stesso è cosciente dell’accaduto e, di conseguenza, di essersi perso e di aver perduto Dio, al punto che lo stesso Dio “lo chiamò e disse:’Dove sei?’”. Rispondendo, si giustifica per essersi nascosto, giacché “ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”. Alla fine del capitolo due, prima dell’inizio del racconto del peccato, si legge “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna” (Gen 2,25).

La prima conseguenza del peccato è il percepire un rapporto mutato tra se stesso e Dio, nel senso di provare “paura” verso Lui, poiché la cui sintonia e amicizia è venuta meno per aver rotto il legame di fiducia e l’alleanza. Ma cambia anche il rapporto con se stesso: subentra la “vergogna”, che impedisce ad Adamo di presentarsi per quello che realmente è, ossia, una persona non affidabile, vittima della seduzione del potere e dell’auto determinazione.

Un secondo aspetto riguarda l’incapacità di assumere le proprie responsabilità, quando Dio lo pone davanti al suo stesso comportamento chiedendo: “hai forse mangiato dell’albero che ti avevo comandato di non mangiare?”. La vergogna di ammettere il proprio sbaglio lo porta a scaricarlo su Eva; infatti, risponde: “La donna che tu mi hai messo accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”, come se egli fosse vittima dell’azione di lei, con l’aggravante di insinuare una certa colpevolezza in Dio, per aver messo al suo fianco un soggetto non all’altezza del compito. Cosicché, quella che prima del peccato aveva accolto con entusiasmo, – “osso elle mie ossa, carne della mia carne” (Gen 2,23) -, ora è quasi come un’estranea: “La donna”.

Ma anche la donna entra nella stessa dinamica rispetto alla domanda di Dio; “Che hai fatto?” e scarica la sua responsabilità: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”. È un palleggio di responsabilità che evidenzia la frattura nei rapporti con se stessi, con Dio, e con il prossimo. Si è spezzata l’armonia, il senso profondo del vivere e della gioia.

È interessante notare che il serpente cammina nella polvere; “e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita”, e che “Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita”(Gen 2,7).

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