Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Febbraio: 2020
L M M G V S D
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
242526272829  

Login

Archivio di Febbraio 2020

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Gen 2,7-9; 3,1-7)

Dio “plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. La polvere è l’ambito in cui abita e di cui si alimenta il serpente, figura metaforica del tentatore che vive e si alimenta dell’astuzia del male. La polvere costituisce la materia con la quale è plasmato l’uomo e, di conseguenza, la tentazione è connaturata alla realtà dell’uomo.

La tentazione porta in sé stessa il “mistero dell’iniquità” – cui fa riferimento S. Paolo – presente nella creazione. Con essa Dio s’imbatte nel suo contrario, opponendosi come “mistero di salvezza”. Ebbene, sulla polvere Dio compie il primo passo della salvezza, soffiando su di essa l’alito di vita: lo Spirito; e da quel che era una realtà inerme prende vita l’essere vivente, l’uomo. È il dramma dell’esistenza, due realtà radicalmente opposte, conflittuali e irriducibili.

Famoso è il libro di Miguel de Unamuno – filosofo spagnolo vissuto a cavallo tra l’800 e il 900 – “L’agonia del Cristianesimo”, ovvero la battaglia fino all’ultimo respiro. In tale prospettiva la vita del credente e dell’uomo di buona volontà sarà impegnata in una lotta costante fino all’ultimo respiro, come lo è stato per Gesù.

Il brano narra che Dio pone l'uomo nel giardino, in Eden, con “ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male”.

L’albero della vita, che mantiene e fa crescere la vita dell’uomo è la metafora della forza e della vita di Dio. Tuttavia, la conoscenza del bene e del male Dio la avoca a sé stesso; il secondo albero indica il modo di procedere dell’uomo per vincere il mistero dell’iniquità a favore della pienezza di vita per la quale è creato. Dio non è solo forza vitale ma, anche, criterio di discernimento fra il bene e il male, fra vita e morte, ed a Lui l’uomo deve riferirsi nel cammino giornaliero.

Dio è l’eterna e permanente vittoria del bene sul male. Più che interrogarsi sull’origine del male – un problema irrisolvibile per la filosofia e la teologia – il brano afferma la sconfitta del male da parte di Dio; in Dio stesso, come testimonia l’esperienza di Dio fatto uomo nella persona di Gesù. Come Dio abbia conosciuto il male, che tipo di esperienza abbia di esso, non è raccontato. È il mistero sconcertante che va oltre a ogni tentativo umano di trovare una risposta soddisfacente.

In ogni caso, mantenere la comunione con Dio attraverso la libera adesione alle sue indicazioni è condizione necessaria, non solo per la vittoria sul male e il trionfo del bene, ma anche per procedere nel cammino per il quale l’immagine – l’uomo – diverrà sempre più somigliante a Dio, fino a diventare “come Dio”, come Lui stesso. Il “giardino in Eden” è il luogo del dialogo, della comunione amorosa, nel quale cresce l’intimità e la familiarità, sempre più solida e soddisfacente, fra i due.

La forza potente del male è presentata come astuzia, capace di trarre in inganno: “Il serpente era il più astuto degli animali”. È impressionante come l’astuzia riesca a trarre dalla sua parte la persona creata da Dio e in rapporto di familiarità e d’intimità con Lui. Il proprio dell’astuzia, nella tentazione, è giocato sulla mezza verità. La tentazione non presenta tutta la verità ma solo parte di essa, per giunta distorcendola, facendo apparire Dio come se fosse geloso della sua condizione.

La tentazione ingannatrice del “sareste come Dio” è sufficiente per attrarre l’attenzione dell’uomo e suscitare il desiderio di assecondarla con la conseguenza di cadere nel tranello, perché costitutivo della persona. Dio lo ha creato a tal fine: divenire “come Lui” meta della sua vocazione (della chiamata di Dio).

L’inganno non è nella meta, ma sul modo di arrivarci. Non riferendosi a Dio, e allontanandosi dalla sua indicazione di privilegiare il criterio umano di cui la donna e l’uomo dispongono, la seduzione prende il sopravvento. Allora”, la donna “vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquisire saggezza”. È sfiduciare Dio, illusoriamente a vantaggio di sé stessi.

Immediatamente “prese il frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito”, producendo la spaccatura fra Eva e Adamo; infratti “Si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture”. Se prima non avevano vergogna di essere nudi – totalmente trasparenti l’uno con l’altro – adesso devono nascondere parte di sé stessi, indossando la “maschera” per accettarsi vicendevolmente.

Il testo continua descrivendo le conseguenze nefaste, ossia le condizioni nelle quali le persone e l’umanità intera versano nel presente.

La tentazione non ha come obiettivo il distogliere dal fine, ma il creare la convinzione che si arriverà ad esso per un altro cammino, più attraente e in sintonia con i propri criteri e la propria esperienza, senza dover “dipendere” da altri, quant’anche fosse Dio.

È la vittoria della sfiducia nei riguardi di Dio, del sospetto che Dio voglia mantenere l’uomo soggiogato e sottomesso.

Leggi il resto di questo articolo »

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Lv 19,1-2.17-18)

Il brano è parte della legge di santità: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo”. Il termine santo significa “separato” e indica il soggetto separato da tutto ciò che non costituisce la sua essenza e la qualità della sua esistenza. La separazione, l’allontanamento, è necessaria per mantenere e accrescere, senza contaminazione alcuna, la propria identità, senza macchiare o diminuire l’autenticità e la purezza della propria condizione di vita.

Applicata a Dio, si riferisce alla separazione da tutto ciò che non ha nulla a che vedere con la sua realtà più vera e profonda: l’essenza e l’esistenza del puro amore. Come tale è “santo”, separato da tutto quel che non lo è.

In virtù della santità Dio interviene in varie circostanze per la formazione del suo “popolo eletto”. I momenti specifici e culminanti sono la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, l’Alleanza stabilita con Mosè sul Sinai e sigillata in Sichem, con l’entrata nella terra promessa.

La scelta di Dio, di Israele come suo popolo, non è motivata dalle qualità del popolo stesso ma dalla libera volontà e gratuità del suo amore. Con segni e prodigi Dio lo conduce nel deserto per poi introdurlo nella terra promessa. Tuttavia, nonostante l’incapacità di esso di mantenere la fiducia nell’Alleanza per le prove cui era sottoposto – al punto da rimpiangere il luogo da cui era stato liberato (la carne e le cipolle d’Egitto) -, Dio mantiene la sua santità, il suo amore con la promessa a loro favore, risollevandolo dalle ricadute e dalle devastanti conseguenze.

A ragione l’autore riferisce il messaggio: “Siate santi, perché io il Signore, vostro Dio, sono santo”, dato che solo l’Amore può sostenere un rapporto simile, nonostante l’infedeltà del popolo all’Alleanza. Ebbene, l’esortazione impegna a far sì che, con l’entrata nella terra promessa, il popolo comprenda la portata dell’amore di Dio in cui è immerso. Di conseguenza declini lo stesso amore nella vita individuale e sociale, in modo che gli individui diventino persone e la società l’ambito del regno di Dio nel diritto e nella giustizia, suscitando stupore e meraviglia nei popoli stranieri.

Ecco, allora, il comandamento: “Siate santi”. Esso non è finalizzato a sottomettere il popolo né alla sola gratificazione personale, ma lo coinvolge come attore dell’avvento del Regno in Israele e nelle altre nazioni. Con l’avvento del regno nella terra promessa la nuova società si strutturerà, e organizzerà, in modo diametralmente opposto a quello sperimentato in Egitto, espressione del male, dell’ingiustizia e del peccato. La nuova società sarà l’ambito del regno di Dio accogliendo il suo sogno, nella responsabilità, nella giustizia, nel diritto e nella fraternità.

Il testo traccia il cammino di santità indicando ciò che occorre fare o evitare: “Non coverai nel tuo cuore odio contro tuo fratello (…) non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo”. Nei rapporti interpersonali, inevitabilmente segnati da divergenze, ambiguità – a volte da cattive intenzioni per interessi personali di denaro, di dominio o di potere – non deve mai prevalere e annidarsi l’odio, la vendetta e il rancore.

Questi sentimenti, molto comuni, sorgono nel cuore e diventano realtà in circostanze e avvenimenti specifici. È doveroso fare attenzione a che non dominino il pensiero, la riflessione, il proposito e l’azione – in una parola, il cuore -, e non impregnino il mondo interiore della persona e il conseguente declino in pratiche di rancore, ingiustizia, vendetta o altro ancora peggio.

La liberazione da tali sentimenti è possibile solo fissando la mente e il cuore sulla magnanimità di Dio nei confronti della persona e del popolo. La testardaggine e l’ottusità della persona, e del popolo, nel non sintonizzare con la griglia di discernimento dei valori da Lui proposti, con le conseguenti azioni distruttive per sé stesso e per altri, fanno sì che Dio si senta defraudato, deluso e amareggiato.

La conseguenza naturale è l’ira, propria di chi pensa di buttare tutto al macero e ricominciare, di nuovo, con altre persone. Ma prevale in Dio la compassione e la misericordia per risollevare dal baratro e offrire nuove opportunità, un nuovo inizio, con il correttivo della magnanimità del Suo amore e l’esperienza drammatica dell’abisso procurato da sé stessi.

Nella persona e nel popolo, memori di tale amore e facendo tesoro dell’esperienza, si va consolidando la santità del Signore, al punto che “Non coverai nel tuo cuore odio contro tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui”. 

Leggi il resto di questo articolo »

 -A2

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Sir 15,16-21)

 

Il brano è del secondo secolo avanti Cristo e chi scrive è “Gesù, figlio di Sira, figlio di Eleàzaro, di Gerusalemme” (50,27). Il filo conduttore del libro è il concetto di sapienza. L’uomo che vi aderisce – il saggio – è riconosciuto tale perché osserva i precetti della Legge, affermandosi come timorato di Dio.

Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai”. Il timore di Dio si fonda sull’adesione responsabile, libera e cosciente all’Alleanza e, specificamente, alle esigenze della Legge, con attenzione alle prescrizioni, in modo da evitare atteggiamenti e comportamenti sgraditi a Dio.

Il saggio, il timorato di Dio, è chiamato ad attualizzarla nelle circostanze e nelle vicende individuali e sociali. La corretta comprensione, declinata nell’adeguate scelte e nell’impegno corrispondente, porta l’autore ad affermare: “I suoi occhi – di Dio – sono su coloro che lo temono”. Perciò il libro del Proverbi riporta “il timore del Signore è principio della scienza; gli stolti disprezzano la sapienza e l’istruzione” (Pr 1,7) e il libro della Sapienza incalza “Suo principio più autentico (della Sapienza) è il desiderio di istruzione, l’anelito per l’istruzione è amore” (Sap 6,17).

L’osservanza della legge è un atto della volontà sostenuta e motivata dalla fiducia – “Se vuoi osservare i suoi comandamenti (…) se hai fiducia in lui” – alle quali si aggiunge un terzo elemento, la libertà di adesione o meno: “Egli ti ha posto davanti" – due opposti – “fuoco e acqua (…) la vita e la morte, il bene e il male. A ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà". I tre atteggiamenti, la volontà, la fiducia e la libertà qualificano la grandezza dell’uomo fatto a immagine e somiglianza del Creatore.

La libertà rimanda all’albero del bene e del male del paradiso terrestre. Il testo della Genesi rivela l’inganno del quale furono vittime Adamo ed Eva, sedotti dalla mezza verità: "sareste come Dio” (Gen 3,5). Vittime dell’inganno essi tralasciano l’ordine del Signore riguardo l’albero “della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire” (Gen2,17), sedotti dalla mezza verità.

La volontà di Dio è che ogni persona divenga come Lui perché tale è la vocazione alla quale è chiamata. L’inganno sta nel modo di arrivarci. Quando la persona procede di testa propria, sedotta dal proprio piacere, dal proprio criterio e dalla propria valutazione – come è accaduto ai progenitori: “La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza” (Gen 3,6) – la volontà dimentica o tralascia il mandato del Signore e cade nell’astuta tentazione. L’insegnamento è che la tentazione non é mai una bugia al cento per cento, ma una mezza verità, una poderosa forza ingannatrice.

L’osservanza dei comandamenti nell’orizzonte del timore del Signore richiede attenzione e adeguata interpretazione. In tal modo essi “ti custodiranno” nella fedeltà all’Alleanza e non prevarrà la caduta nella tentazione ma, al contrario, rafforzerà la fiducia e la comunione nel Signore, in virtù delle quali “anche tu vivrai”.

Anteriormente alla libertà emerge, nel profondo della persona, la responsabilità che coinvolge immediatamente chi attende alla chiamata del Signore: farsi carico della missione a favore delle persone e della società, contando sulla sua presenza e il suo sostegno.

Accogliendo liberamente la responsabilità con i tre atteggiamenti sopra indicati il saggio accoglie il dono della sapienza: “Grande è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini”.

L’amore, la sapienza, la presenza e il potere del Signore sono aspetti che motivano determinazione e fermezza nell’aderire alla legge.

Leggi il resto di questo articolo »

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 58,7-10)

 

Ai tempi del profeta Isaia era consolidata la convinzione sull’importanza della pratica del digiuno. La legge comandava il digiuno nel giorno del perdono dei peccati e gli osservanti scrupolosi, i rigorosi farisei al tempo di Gesù, lo praticavano due volte alla settimana, nella certezza di acquisire meriti che sarebbero stati ricompensati dal Messia facendo loro occupare i primi posti con l’avvento del regno.

Ma, di fatto, il digiuno non accompagnato da opere di giustizia era denunciato dai profeti come una vuota osservanza legale. Il profeta Isaia interviene al riguardo: “Non consiste forse il digiuno che voglio nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?”.

Il digiuno è funzionale alla giustizia, al diritto di ogni persona a disporre del necessario per vivere una vita degna; ed è correttamente finalizzato a rivolgere l’attenzione ai poveri, ai bisognosi che versano in condizioni disumane. È sostenuto dalla misericordia attiva delle necessità individuali e dall’impegno politico nell’applicare leggi del lavoro dignitoso e responsabile, fonte del guadagno necessario per sé e la famiglia senza dover mendicare; in altre parole si parla della giustizia sociale.

“Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto”. Le tenebre avvolgono la persona incentrata su  se stessa, sui propri interessi familiari o di lobby e disattenta, o addirittura indifferente, al bisogno di chi manca del necessario, pur praticando la preghiera e il culto nella convinzione di stare bene con Dio.

Il digiuno praticato con l'intento di acuire l’attenzione e la sollecitudine verso il necessitato è come la luce, come l’aurora che squarcia le tenebre dell’ingiustizia, della malvagità, dell’oppressione, della violenza verbale e fisica e di tutto ciò che ferisce la dignità della persona priva del necessario. Con esso sorge, e si consolida nell’animo, la gioiosa luce dell’aurora, del nuovo radioso giorno dell’amore, dell’avvento della sovranità di Dio nel cuore di chi dona e di chi riceve.

Non solo, ma chi digiuna constata l’attualizzazione delle parole del profeta: “la tua ferita si rimarginerà presto”. Il profeta si riferisce al disagio, al non stare bene con se stesso per l’indifferenza dell’altro, al vuoto interiore, alla mediocrità delle scelte di vita, alla schiavitù da dipendenze di vario tipo.

Ebbene, questa ferita si chiude mentre, ovviamente, la cicatrice rimane, perché non si può cancellare quello che si è fatto, ma non duole, non incomoda più. E si ricompone l’armonia, la serenità e la soddisfazione con  se stesso, nel dono gratuito e disinteressato,  per far sì che altri si riapproprino della loro dignità, di un futuro pieno di speranza: “Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – oracolo del Signore -, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza” (Ger 29,11).

Allora, “Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà". La pratica di giustizia è quella di Dio, coinvolta e sostenuta dallo stesso amore che caratterizza l’essere e l’agire di Dio. Di conseguenza, nella persona si manifesta la gloria del Signore. Un grande teologo del secondo secolo, S. Ireneo, afferma che la gloria è la vita degli uomini e la vita degli uomini è la lode a Dio, glorificato dallo stesso amore al prossimo con cui sono da Lui amati.

Questa singolare circolarità fa sì che “invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà ‘Eccomi!’”. 

Leggi il resto di questo articolo »