Get Adobe Flash player

Pace per tutti

Categorie Articoli

Benvenuti

Archivi del sito

Calendario

Aprile: 2020
L M M G V S D
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
27282930  

Login

Archivio di Aprile 2020

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 2, 14a.36-41)

Nel giorno di Pentecoste le provocatorie parole di Pietro agli abitanti di Gerusalemme e della Giudea cadono come un fulmine a ciel sereno: “Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”. Alle orecchie della gente cosa giustifica il passaggio di Gesù, da bestemmiatore e maledetto da Dio, a Cristo Signore e Salvatore? Il fatto che gli apostoli testimoniano di averlo visto vivo, risorto dai morti.

Per la forza dello Spirito Santo il corpo di Gesù crocefisso come bestemmiatore è costituito e rivelato da Dio Padre come Unto, come Cristo, come il Messia atteso e Signore. È l’approvazione del Padre per l’opera del Figlio, contrariamente al ripudio violento messo in atto delle autorità e dal popolo che lo ritenevano, in base all’interpretazione della Legge, meritevole di condanna perché ateo e blasfemo.

Sorprende la fermezza, la determinazione e il coraggio di Pietro: “Si alzò in piedi e a voce alta parlò. Sappia con certezza…”. Lui, come gli altri apostoli, durante la passione di Gesù, era pieno di angoscia e paura che anche a loro accadesse quanto successo al Maestro.

Ma l’esperienza del Risorto fu di tale impatto che non solo rovesciò i criteri di comprensione dell’accaduto, ma per Pietro in particolare, in considerazione della sua triplice negazione avvenuta il giovedì della passione, è l’opportunità per rifarsi davanti al popolo e alle autorità, manifestando il suo ravvedimento con forza e coraggio.

Pietro parlò con tale convinzione che “all’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore” per l’errore commesso nei riguardi di Gesù. Si sentirono come persi e sconcertati per aver condannato chi ora è giustificato da Dio.

Il loro grande sconcerto suscita la domanda che rivolgono a Pietro: “che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. È significativo che si rivolgano agli apostoli chiamandoli “fratelli”, segno dell’efficacia della predicazione.

La prima parola di Pietro è: “Convertitevi”, per dare seguito e consistenza al processo di conversione teologica, cominciando dalla comprensione di quanto sia stata ingannevole la loro valutazione dell’agire di Dio nella persona, nelle parole e nei gesti di Gesù.

La conversione richiede lo stravolgimento delle proprie convinzioni nei riguardi di Dio, dell’avvento del Regno, l’attesa speranza d’Israele. È, metaforicamente, simile all'inversione di marcia sull’autostrada, ovvero uscire dalla prima direzione per entrare nella seconda in senso opposto. Di conseguenza la conversione etica sarà in sintonia con la filosofia, l’insegnamento e la pratica di Gesù, nell’orizzonte di fedeltà alla causa del Regno di Dio.

La conversione non riguarda solo il momento iniziale, ma tutta la vita e l’attività pastorale del discepolo. Lo testimonia la stessa vita di Pietro e di altri. Essi dovettero ripetutamente ripensare e ridisegnare le proprie convinzioni per individuare cammini opportuni e fedeli alla missione – alla causa del regno di Dio – che il Signore aveva loro affidato.

Le nuove circostanze, e i fatti inediti non rapportabili al passato, li obbliga a formulare nuove risposte, con riferimento alla portata e al significato dell’evento pasquale, affinché procedano correttamente nel compiersi nel promessa tanto attesa, nel ridisegnare i loro rapporti interpersonali e sociali quale manifestazione della gloria di Dio.

Il processo di conversione porta all’adesione per la quale "ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei peccati (…)”. Il battesimo sigilla l’autenticità del processo di conversione in atto, nell'accogliere e lasciarsi immergere negli effetti della morte e risurrezione di Gesù Cristo.

Allo stesso tempo trasmette la certezza di appartenere a Cristo una volta e per sempre, accogliendo la nuova ed eterna Alleanza in sostituzione dell’antica, sigillata dalla circoncisione.

Leggi il resto di questo articolo »

Questa intervista è stata inviata a Padre  Luigi Consoni dall'Arcivescovo di Lima, Carlos Gustavo Castillo Mattasoglio. È molto interessante (anche se un po' ostica) e si presta benissimo a una lettura filosofica, sociologica e, perché no, anche teologica per chi è credente.

 

Edgar Morin*: «Questa crisi riconducibile alla pandemia Covid-19 ci spinge ad interrogarci sul nostro modo di vivere,

sui nostri veri bisogni mascherati nelle alienazioni del quotidiano»

 

Intervista a Edgar Morin a cura di Nicolas Truong

Fonte: “Le Monde” del 20 aprile 2020 (traduzione: www.finesettimana.org)

 

In un’intervista a Le Monde, il sociologo e filosofo dichiara di ritenere che la corsa alla redditività, come le carenze del nostro modo di pensare, sono responsabili di innumerevoli disastri umani causati dalla pandemia di Covid-19.

 

Nato nel 1921, ex partigiano, sociologo e filosofo, pensatore transdisciplinare e indisciplinato, dottore honoris causa di trentaquattro università in tutto il mondo, Edgar Morin è, dal 17 marzo, confinato nel suo appartamento a Montpellier in compagnia di sua moglie, la sociologa Sabah Abouessalam.

Dalla via Jean-Jacques Rousseau, dove risiede, l’autore di La Voie (2011) e di Terre-Patrie (1933), e che ha recentemente pubblicato Les souvenirs viennent à ma rencontre (Fayard, 2019), opera di più di 700 pagine nel quale l’intellettuale ricorda nella loro profondità le storie, gli incontri e i “magnetismi” più forti della sua esistenza, ridefinisce un nuovo contratto sociale, si lascia andare a qualche confessione e analizza una crisi globale che lo “stimola enormemente”.

 

La pandemia dovuta a questa forma di coronavirus era prevedibile?

Tutte le futurologie del XX secolo, che predicevano l’avvenire trasportando nel futuro le correnti che attraversavano il presente, sono crollate. Eppure, si continua a predire il 2025 e il 2050 mentre si è incapaci di comprendere il 2020. L’esperienza delle irruzioni dell’imprevisto nella storia non è ancora penetrata nelle coscienze. L’arrivo di qualcosa di imprevedibile era prevedibile, ma non la sua natura. Da cui, la mia massima permanente: “Aspettati l’inatteso”.

Inoltre, io ero parte di quella minoranza che prevedeva catastrofi a catena provocate dallo sbrigliamento incontrollato della globalizzazione tecnico-economica, ad esempio quelle derivanti dalla degradazione della biosfera e della degradazione delle società. Ma non avevo assolutamente previsto la catastrofe virale.

Però ci fu un profeta di questa catastrofe: Bill Gates, in una conferenza dell’aprile 2012, aveva annunciato che il pericolo immediato per l’umanità non era nucleare, ma sanitario. Aveva visto nell’epidemia di Ebola, che aveva potuto essere dominata abbastanza rapidamente per fortuna, l’annuncio di un pericolo mondiale, di un possibile virus a forte potere di contaminazione, ed esponeva le misure di prevenzione necessarie, tra cui un’attrezzatura ospedaliera adeguata.

Ma, nonostante questo avvertimento pubblico, non è stato fatto nulla né negli Stati Uniti né altrove. Perché la pigrizia intellettuale e l’abitudine non sopportano i messaggi che le disturbano.

 

Come spiegare l’impreparazione francese?

In molti paesi, tra cui la Francia, la strategia economica del just-in-time, sostituendo quella dello stoccaggio, ha lasciato il nostro sistema sanitario sprovvisto di mascherine, di strumenti per i test, di apparecchiature respiratorie; questo, unito alla dottrina liberista, che sottomette l’ospedale alla logica aziendale e ne riduce quindi i mezzi, ha contribuito allo sviluppo catastrofico dell’epidemia.

 

Di fronte a quale tipo di imprevisto ci mette questa crisi?

Questa epidemia ci offre un festival di incertezze. Non siamo sicuri dell’origine del virus: mercato insalubre di Wuhan o laboratorio vicino, non conosciamo ancora le mutazioni che subisce o potrà subire il virus nel corso della sua propagazione. Non sappiamo quando l’epidemia regredirà, e se il virus resterà endemico. Non sappiamo fino a quando, e fino a che punto il confinamento ci imporrà restrizioni, impedimenti, razionamento. Non sappiamo quali saranno le conseguenze politiche, economiche, nazionali e planetarie delle restrizioni causate dai confinamenti. Non sappiamo se dobbiamo aspettaci di meglio, di peggio o entrambe le cose insieme: andiamo verso nuove incertezze.

 

Questa crisi planetaria è una crisi della complessità?

Le conseguenze si moltiplicano in maniera esponenziale e, pertanto, superano la nostra capacità di appropriarcene, e soprattutto lanciano la sfida della complessità: come paragonare, selezionare, organizzare queste conoscenze in maniera adeguata, collegandole. e per di più aggiungendovi l’incertezza.

Per me questo rivela, una volta di più, la carenza del tipo di conoscenza che ci è stato inculcato, che ci fa disgiungere ciò che è inseparabile e ridurre ad un solo elemento ciò che forma un tutto, che è insieme uno e diverso.

In effetti, la rivelazione folgorante degli sconvolgimenti che subiamo è che tutto ciò che sembrava separato è collegato, poiché una catastrofe sanitaria catastrofizza a catena la totalità di tutto ciò che è umano.

È tragico che il pensiero disgiutivo e riduttivo regni da padrone nella nostra civiltà e abbia la massima influenza sulla politica e l'economia.

Leggi il resto di questo articolo »

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 2, 14.22-33)

Dopo la discesa dello Spirito Santo, il giorno di Pentecoste, le parole di Pietro testimoniano il significato degli eventi pasquali: "Gesù (…) consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano dei pagani, l’avete crocifisso e ucciso”.

Il prestabilito disegno e la prescienza non si riferiscono a una determinazione previa di Dio che condiziona la libera volontà, la scelta e l’azione del Figlio, come se Questi dovesse obbligatoriamente e inevitabilmente eseguire quanto stabilito, senza poter scegliere diversamente.

Il “pre” dello stabilito e della scienza di Dio è riferibile solo all’amore trinitario, dal quale emerge la responsabilità riguardo l’opera uscita dalle mani di Dio e la risposta libera delle  tre Persone di aderire o meno al disegno dell’avvento del Regno di Dio. Senza responsabilità e libera adesione non esiste l’amore, è un proposito vuoto.

La causa del Regno di Dio costituisce l’ambito della salvezza personale e sociale del popolo eletto, dell’umanità intera e del creato che il Figlio, con l’incarnazione, assume con piena coscienza e determinazione.

La consegna si riferisce alla volontà, tenace e caparbia di Gesù, di perseverare per la causa del Regno, per l’amore trinitario nel quale è coinvolto. L’amore consiste nel porsi sul livello del destinatario e assumerne la sua condizione di vita. Nel coinvolgimento che ne consegue, il rapporto entra nella dinamica di una spirale che si espande all’infinito nella vita piena che non avrà fine.

È quello che Gesù ha fatto fino alla consegna di sé stesso sulla croce, in virtù della quale “Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere”. L’amore che motiva e sostiene la consegna è lo stesso che risuscita.

“Mi hai fatto conoscere la via della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza”. L’uomo Gesù ha sperimentato in sé stesso la via della vita e qualificherà sé stesso come il cammino, perché verità e vita. Egli è rimasto fedele contro venti e maree, contro tutto quello che si opponeva alla sua opera, fino a soffrire la croce. Perciò è accolto nella gloria di Dio, con l’instaurazione della sovranità di Dio nella sua persona umana, divenendo Gesù Cristo, vero uomo partecipe della pienezza di vita, del mistero dell’amore di Dio.

È evidente che la vita condotta a somiglianza di quella di Cristo è l’unica e autentica legge dell’esistenza, e include anche il sacrificio della stessa per la causa del regno. È l’unica realtà che vince il nemico dell’esistenza, la morte. Non solo quella fisica, ma anche quella che rende l’esistenza disumana, vuota e priva di senso, corrotta e malvagia, edificando barriere di esclusione e divisione.

Gesù "non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione”. Parole che testimoniano la risurrezione di tutta la persona: corpo, anima e spirito. Non si tratta semplicemente della sopravvivenza dell’anima dopo la morte né dell’immortalità della stessa; è la morte della morte che riscatta tutta la persona, il trionfo del corpo, trasformato e rigenerato a nuova vita.

Con la risurrezione il corpo di Gesù Cristo partecipa della vita piena di Dio: “Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire”. Lo stesso amore, che ha motivato e sostenuto l’attività pastorale e la consegna (lo Spirito Santo), è la stessa realtà della risurrezione. Le sue ultime parole sulla croce – “nelle tue mani affido il mio Spirito” – testimoniano un’esistenza vissuta in profonda unione con Lui, perché tutta la sua persona e la sua attività sono state condotte all’insegna dallo Spirito.

Importante è l’inciso che lo Spirito, ricevuto nella risurrezione e in virtù del quale è costituito come Gesù Cristo, Dio lo ha effuso sui discepoli e su tutta la creazione, come testimonia l’evento di Pentecoste.

Leggi il resto di questo articolo »

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 2,42-47)

Il brano fa riferimento a “Quelli che erano stati battezzati”, e traccia il profilo della vita comunitaria in virtù della fede nell’evento della morte e risurrezione di Gesù Cristo e del battesimo, sigillo dell’adesione a Cristo.

L’impatto con l'evento, e la trasformazione di essi, declina il cambiamento interiore associato alla volontà di stabilire nuovi rapporti interpersonali, di formare la comunità credente con i valori del regno, nell’orizzonte della responsabilità fraterna, della solidarietà, della testimonianza in ordine alla missione, affidata da Cristo, per un mondo più umano e che integra popoli ed etnie diverse.

A tal fine “erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere”. Fondamentale è la perseveranza nell’insegnamento, motivata dalla necessità di acquisire conoscenza ed elaborare la corretta pratica evangelizzatrice, per trasmettere e testimoniare l’evento Gesù Cristo.

L’insegnamento è indispensabile per comprendere la filosofia di vita, le scelte e la pratica di Gesù, in modo che l’annuncio, la testimonianza e la ragione di essa, in ambienti e culture diverse, siano sostenute dalla corretta audacia, coraggio e creatività praticata da Gesù in circostanze simili.

Ebbene, in sintonia con esso, nell’attualità occorre elaborare l’adeguato processo del dialogo interculturale e interreligioso determinando i punti nodali che, nell’insieme, costituiscono il tracciato dell’unità nella fede, nel rispetto delle culture e delle circostanze personali.

Pertanto è necessario “l’insegnamento degli apostoli” per comprendere, verificare e assumere la posta in gioco, e la conseguente evangelizzazione. Non si tratta di sottoporsi a un dovere, ma di approfondire la conoscenza della grandezza e lo stupore del dono, per la fede nel mistero della vera vita, fonte di gioia per i destinatari e per sé stessi.

Ad esso è associata la comunione di vita, la fraternità, la solidarietà e la responsabilità. È lo specifico dell’esperienza di comunione, di affetti, di sentimenti, di fiducia nella causa del Regno, per la quale si edifica la comunità attorno allo “spezzare il pane” – la celebrazione dell’eucaristia – e “nelle preghiere”. Con il consolidamento del Regno cresce la fede nel condividere l’istruzione, l’esortazione vicendevole, l’appoggio morale e spirituale nei momenti di gioia o di difficoltà.

Non solo, la comunione estende la condivisione dei beni necessari per la vita degna e umana, quali l’alimento, l’abitazione e altro: “Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno”.

Stupisce il riferimento alla vendita delle “loro proprietà e sostanze”. Esso rimanda all’invito di Gesù al giovane ricco di vendere tutto, distribuire il ricavato ai poveri e seguirlo, e richiama alla mente una radicalità che lascia perplessi e a volte sgomenti.

Che cosa può aver spinto a compiere un gesto così audace? La certezza dell’imminente parusia? Sarebbe comprensibile. Vivere il presente nell’orizzonte del fine escatologico della storia e del mondo? Affascinante! Ma sorge un forte freno: come si sarebbero sostenuti una volta esauriti i beni, frutto delle vendite?

Non c’è una risposta esauriente a questi interrogativi. Essa dipende molto dalla circostanza, dalla filosofia di vita, dalla percezione del mistero dell’amore di Dio, del coraggio e della fede. D’altro canto, lo stesso libro degli Atti e le lettere di san Paolo riportano tensioni, difficoltà e comportamenti in netto contrasto con tale quadro. Viene da chiedersi se la descrizione sia dettata dell'entusiasmo del primo momento o la presentazione di un quadro di riferimento, cui tendere e avvicinarsi. Probabilmente contiene entrambe le motivazioni.

In ogni caso è evidenziato l’impulso trasformatore dell’evento della morte e risurrezione di Gesù: “Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore”.

Leggi il resto di questo articolo »

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (At 10,34a. 37-43)

Con l’irrompere dello Spirito Santo, il giorno di Pentecoste, Pietro e gli apostoli comprendono il significato e l’importanza della risurrezione di Gesù. In quello stesso giorno lo stesso Pietro si rivolge al popolo con un breve riepilogo degli eventi che riguardano Gesù, dei quali lui e gli altri apostoli garantiscono l’autenticità, e afferma: "Noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme”.

Pietro riassume la vita e la missione di Gesù, in modo che i presenti abbiano facile riscontro dell’oggettività delle sue affermazioni: “Voi sapete (…) come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui (…), essi – le autorità – lo uccisero appendendolo a una croce”.

Per mezzo dello Spirito, gli apostoli sono coinvolti pienamente nell’evento della risurrezione cinquanta giorni dopo la prima apparizione del Risorto, rendendosi conto che, definitivamente, il Gesù storico è entrato nell’ambito del divino.

L’azione dello Spirito evidenzia in loro il legame che si stabilisce tra l’evento della risurrezione e la missione, come le due facce della stessa moneta, del mistero dell’amore di Dio nel quale sono coinvolti gli apostoli quali testimoni non solo dell’evento, ma di un futuro pieno di speranza, del quale il profeta Geremia afferma: ”conosco i progetti che ho al vostro riguardo – oracolo del Signore – progetti di pace non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza” (Ger 29,11).

Ecco, allora, la testimonianza di Pietro: “Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione dai morti”. 

La comprensione dell’evento Gesù Cristo, il Risorto, non è semplicemente riconducibile alla descrizione di un fatto di cronaca (la risurrezione) registrato dalle persone coinvolte, ma si allarga alla testimonianza che “hanno mangiato e bevuto con lui”, come accadeva prima della crocifissione, rimarcando la concretezza corporea dell’evento.

Certamente il Risorto “si fa vedere” ( ) alle persone coinvolte nel cammino, nell’insegnamento, nella storia e vicenda del Gesù storico. Esse non sono testimoni neutri, come un osservatore esterno e non di parte. Anzi, al contrario, sono proprio di parte! Perciò è impossibile discernere nella loro testimonianza ciò che è oggettivo dall’esperienza soggettiva di coinvolgimento.

Si tratta della testimonianza, simultaneamente, storica e teologica. Storica, dato che lo stesso Gesù che videro crocefisso e morto ora è vivo nella realtà sconcertante, non riconducibile alla semplice rianimazione di un cadavere. Teologica poiché la risurrezione è recepita quale manifestazione della gloria di Dio in Gesù e quale conferma della sua messianicità e della condizione di Figlio di Dio.

Ciò suggerisce l’intimo legame tra il camminare con Gesù nella vita giornaliera e l’esperienza del Risorto, accessibile a ogni persona che oggi – come gli apostoli di allora – segue Gesù nel percorso da Lui tracciato per la causa del Regno, senza soccombere alla seduzione di altre proposte né desistere dalla causa per le prove e difficoltà che incontra in essa.

Camminare fedelmente, pur fra alti e bassi dovuti alla condizione umana, è imprescindibile per cogliere la presenza del Risorto, nel senso di percepirlo coinvolto nella propria vita perché coinvolti nella sua. Tale dinamica è autentica e affidabile se suscita l’impegno, cosciente e determinato, di trasmettere e testimoniare ad altri la stessa esperienza, conforme al comando del Risorto: "E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio”.

Nella condizione di Risorto, Gesù Cristo è costituito da Dio giudice, al quale tutti, vivi e morti, saranno sottomessi.

Leggi il resto di questo articolo »

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Is 50,4-7)

Con il terzo dei quattro cantici del Servo inizia la Settimana Santa. Il brano presenta la figura di una persona (alcuni studiosi ritengono che possa trattarsi anche di un soggetto collettivo, il “resto” del popolo d’Israele fedele al Signore) chiamata e unta dallo Spirito per dedicarsi alla causa del regno di Dio e per riscattare e salvare la singola persona, il popolo e l’umanità intera.

Il popolo, tornato dal lungo esilio in Babilonia, è abbattuto, sfiduciato e deluso riguardo all’avvento del regno di Dio. La responsabilità ricade sul popolo stesso, particolarmente sulle autorità e le guide spirituali che non praticano l’Alleanza, deviando dalle esigenze e dalle prescrizioni della stessa.

Del servo il profeta afferma: “Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato”. Egli è inviato a rianimare la speranza, comunicando parole che riaprano il cuore e la mente del destinatario all'avvento del Regno, nel farsi della promessa e, con essa, recuperare la fiducia nella fedeltà del Signore.

Il servo si avvale della particolare attenzione del Signore nei suoi riguardi, per la quale “Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli”, in modo da sintonizzare la mente e il cuore con il progetto del Signore, la causa del Regno.

Il servo è cosciente e determinato nell’assumere la missione: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. Tali parole fanno capire che incontrerà prove e difficoltà al punto che dovrà disporsi e prepararsi a non lasciarsi imbrigliare da esse, in modo che, con audacia e coraggio, non desista dall’obiettivo, dalla finalità della missione.

È il caso di Gesù, che trova nei quattro cantici del Servo il senso, la finalità della missione e quello che gli accadrà. Con le tentazioni del deserto, nella solitudine, nella preghiera e nello svolgimento della missione, comprenderà come le parole e l’insegnamento che trasmette, per coinvolgere positivamente nella speranza persone abbattute, sfiduciate ed escluse da ogni possibilità di riscatto, saranno la causa della reazione avversa da parte dei detentori della teologia e pratica religiosa del tempo, e ciò lo porterà alla consegna di sé stesso.

Come il Servo, anche Gesù percepisce la prospettiva del ripudio e della morte violenta, alla quale si appresta con audacia e singolare coraggio: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a chi mi strappava la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. Soffrirà il massimo disprezzo e affronterà la morte come maledetto da Dio.

Una persona può donare la vita ed essere ricordata con onore, come nel caso di chi, per salvare un bambino, sacrifica sé stesso e muore. Può suscitare ammirazione anche chi, con pazienza e serenità, affronta un lungo periodo di malattia. Ma per la persona disprezzata non c’è pietà né commiserazione, ma solo rifiuto e abbandono, essendo ritenuto il giusto ed esemplare castigo. È il caso della morte e crocifissione di Gesù.

Sorprendente è l’esperienza del servo: “Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia come pietra, sapendo di non restare confuso”. Il non sentirsi svergognato né confuso si deve all’assistenza del Signore.

Viene da chiedersi: che tipo di assistenza si tratta? Il testo non lo specifica, ma due aspetti, ricavati dal patrimonio esperienziale e spirituale di Dio, e attestati dalla vicenda dell’esilio e dal motivo della consegna, aiutano a comprendere.

In primo luogo, Dio stesso – il Padre e lo Spirito – soffrono nel-e-con il Servo, con Gesù. Il Servo, nel martirio, non è abbandonato o, meglio, isolato dai Due.

Leggi il resto di questo articolo »