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Archivio di Giugno 2020

 

 

a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Zc 9,9-10)

Il profeta annuncia la venuta del Messia: “Ecco viene il tuo re”. Il re per Israele è il riferimento centrale della vita individuale e sociale della nazione; egli è il salvatore, e la sua missione consiste nel difendere le persone esposte al sopruso, quali principalmente sono il povero, la vedova e lo straniero. È il garante dell’Alleanza che, nel compimento della giustizia e del diritto, stabilisce l’armonia fra tutti e con tutto, in una parola onnicomprensiva, la pace.

Il profeta traccia il profilo del re: “Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino”. La giustizia è riferita alla fedeltà all’Alleanza i cui canoni riguardano l’avvento del regno di Dio che, pur essendo un dono, necessariamente richiede la collaborazione responsabile del re e del popolo.

La vittoria è il risultato del conflitto, della lotta, contro avvenimenti, circostanze, e forze avverse particolarmente violente, nel quale il re “farà sparire il carro della guerra da Éfraim – il popolo – e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato”. L’impegno tenace e costante del re – e di conseguenza del popolo – è condizione previa e indispensabile per instaurare il nuovo ordine sociale, nel quale rilevare l’avvento del Regno quale azione della bontà paterna di Dio.

Sarà un re umile, l'opposto di chi esercita il potere organizzativo e ideologico nell’imporre dall’alto il timore e l’ossequio della sua indiscutibile volontà e progetto. La sua immagine è di chi “cavalca un asino, un puledro figlio d’asina”, il contrario di quella maestosa, esuberante e trionfale del cavalcare il miglior destriero per stupire, e impressionare, per il potere dalla forza ineguagliabile.

Invece l’umiltà è porsi sul livello e nelle condizioni di ciò che è basso – terra – socialmente irrilevante, condizione imprescindibile per stabilire autentici rapporti umani. L’autorità conferita, da chi ha il ruolo e la missione al riguardo, si rivela in chi la detiene con autorevolezza, come la capacità di elaborare risposte adeguate di buon governo, conforme ai canoni dell’Alleanza.

Il timore, il rispetto dovuto al re sono guadagnati sul campo, e precisamente nello svolgere la missione conferitagli. Non è frutto di pre-condizioni sociali e organizzative, motivate e sostenute dalla convenienza, della paura o da interessi individuali o di lobby.

L’autorevolezza del re è riconosciuta, e bene accolta, per i frutti del suo governo, che fa “sparire il carro da guerra (…) l’arco da guerra sarà spezzato”. Si tratta della vittoria sulla guerra, sulla violenza, del giusto sull’ingiustizia e sul male nelle sue diverse espressioni. Positivamente, egli instaura “la pace alle nazioni (…)” e, propriamente, costituisce la finalità dell’Alleanza , ovvero il sogno di Dio per l’umanità intera.

“(…) il suo dominio sarà di mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra”. Il compimento della promessa non rimarrà nel solo ambito di Israele, ma abbraccerà il mondo intero e avrà il carattere di stabilità. L’azione del re sarà universale e motivo di grande gioia.

La gioia del popolo sarà la stessa del Signore. Pertanto, "Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme!”, per l’avvento della Sua sovranità, per l’avvento del Regno di Dio.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (2Re 4,8-11.14-16a)

Eliseo, per la sua condizione di profeta, è ospitato ed invitato a mangiare da un'illustre donna. Dirà lei stessa al marito:“Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi”. Il brano non specifica in che modo, e per quale azione o parola del profeta, è rimasta interiormente colpita da lui o dalla missione che svolge; viene riportato solo che tutte queste cose hanno suscitato in lei la convinzione che si tratti di un autentico “ uomo di Dio”.

In quanto “uomo di Dio” ella, spontaneamente e in accordo con il marito, gli offre un'ospitalità di tutto riguardo: “Facciamo una piccola stanza superiore, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e un candeliere; così venendo da noi, vi si potrà ritirare”. La donna è un chiaro esempio di generosità, determinata unicamente dalla fede nel Dio cui Eliseo si è posto al servizio.

Quale uomo di Dio, Eliseo appare molto distaccato nei confronti delle persone, delle cose che lo circondano e dedica tutto sé stesso al ministero. Egli non conosce nulla della situazione della donna e s'informa con il suo servo, al quale chiede: “Che cosa si può fare per lei?”.

Non è insensibile alle attenzioni della donna e le è profondamente riconoscente per la sua condotta ospitale. Venuto a sapere dal servo che non ha figli – “Purtroppo lei non ha un figlio e suo marito è vecchio” – capisce subito che, per lei, la maternità è la cosa più importante. Quasi impulsivamente dice:“Chiamala!” e “La chiamò; ella si fermò sulla porta. Allora disse: «L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu stringerai un figlio fra le tue braccia»” .

Il messaggio che il brano trasmette riguarda la qualità del rapporto interpersonale fra i due, improntato sull’autenticità dei sentimenti, delle azioni e delle scelte. Ognuno assume l’impegno in sintonia con il proprio mondo interiore, con sentimenti nobili, senza cedimenti di convenienza, di opportunismo né di alcuna forma di ipocrisia nel manifestare quello che non è, o nascondere quello che è.

I valori etici di tale condizione portano alla fecondità dell’esistenza su due piani diversi. Per la donna, la futura maternità che è come una risurrezione, per la vittoria sulla sterilità (allora ritenuta quasi come una maledizione).

Per Eliseo, è l’opportunità di dispiegare e manifestare il coinvolgimento con il Signore, che lo ha costituito come profeta. È il farsi della verità dell’esistenza, e con essa la gioia della vita da ambo le parti. Il quadro è un riferimento per la qualità dei rapporti interpersonali ed è inutile dire che è valido per tutti i tempi, e per ogni rapporto interpersonale e sociale.

Un testo del Siracide riassume è sintetizza i valori etici e le indicazioni che Dio ha posto nell’intimo di ogni persona: “Il Signore creò l’uomo dalla terra e ad essa di nuovo lo fece tornare. Egli assegnò loro giorni contati e un tempo definito, dando loro potere su quanto essa contiene. Li rivestì di una forza pari alla sua e a sua immagine li formò.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Ger 20,10-13)

 

È noto il detto “la lingua non ha le ossa, ma rompe le ossa”; tale è la forza della calunnia, della diceria, dell’imputazione coscientemente falsa diretta a distruggere l’integrità morale e la reputazione di una persona. È il caso del profeta Geremia, destinatario di tale atteggiamento “Sentivo la calunnia di molti”, con l'intento di costoro di arrecargli il maggiore danno possibile. “Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo”. Un complotto senza scampo.

La motivazione è l’ingrato compito del profeta, al quale è conferita dal Signore la missione di compiere tale incarico nel trasmettere parole, messaggi e prospettive radicalmente opposte alle attese delle autorità e del popolo.

Da un lato il profeta denuncia il comportamento del popolo e delle autorità, contrario ai termini dell’Alleanza per il mancato rispetto della giustizia e del diritto riguardo ai poveri, gli indifesi, così come il sopruso dei potenti verso i deboli.

Dall’altro lato, il tempio – centro del potere religioso e politico, luogo sacro del legame fra Dio e il suo popolo eletto e segno della presenza di Dio celebrata nel meticoloso e puntuale culto – è ritenuto come garanzia di difesa e di protezione contro ogni avversità.

Geremia osa proprio affermare che tale sicurezza è fallace, poiché non c’è rispetto ai termini dell’Alleanza. Di conseguenza, va formandosi e crescendo l’opposizione, e il rigetto diventa drammatico e determinato: “Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo”.

Addirittura sono coinvolti gli amici, le persone dalle quali si aspetta appoggio, aiuto o, per lo meno, un sostegno. Invece è tutto il contrario, dato che essi ne aspettano la caduta o il suo passo falso: “Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta”.

Sconcertante, drammatica e radicale è la solitudine di Geremia; si sente defraudato e ingiustamente abbandonato dal Signore, nonostante la sua fedeltà alla missione non preveda sconti per nessuno. Il suo lamento è tale da esclamare: “Me infelice, madre mia! Mi hai partorito uomo di litigio e di contesa per tutto il paese! Non ho ricevuto prestiti, non ne ho fatti a nessuno, eppure tutti mi maledicono” (15,10).

Al massimo dello sconforto e della prova, il Signore risponde alle lamentazioni: “Se ritornerai, io ti farò ritornare e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi dovranno tornare a te, non tu a loro” (15,19). Non è che il Signore si è allontanato o dimenticato del profeta, ma il fatto è che, nello svolgimento della missione, Geremia non ha saputo distinguere ciò che è prezioso da quel che non lo è.

In cosa consista il contenuto dei due fattori contrapposti non è specificato. Tuttavia, l’indicazione è estremamente preziosa per qualsiasi azione profetica di tutti i tempi, per l’inevitabile drammaticità del radicale rigetto. Normalmente si accusa il destinatario di tutto il male, ma occorre anche l’auto-analisi, in ordine alla qualità del discernimento per riappropriarsi della serenità d’animo, della fiducia nel Signore e continuare nel cammino.

“Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso”. Si tratta, come afferma il profeta Michea, di“camminare umilmente con il tuo Dio” (6,8d). È proprio nell’umiltà il corretto discernimento, in virtù del quale i “persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo, sarà una vergogna eterna incancellabile”.

In tale circostanza, dal mondo interiore sorge un nuovo stato d’animo, opposto a quello precedente: “Signore degli eserciti, che provi il giusto (anche se imperfetto nel discernimento o nella sua totalità), che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa!”.

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Dt 8,2-3.14b-16a)

Il testo sprona vigorosamente il popolo a non dimenticare l’opera del Signore e il cammino che l’ha condotto alla terra promessa, di cui ora prenderà possesso: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere”.

“Ricordare” (o fare “memoria”) nella mentalità di allora ha una valenza specifica. Non si tratta solo di ricordare un evento del passato che rimane là, confinato nel passato, ma è un imparare a memoria quale patrimonio interiore in modo che, nella circostanza e nel contesto specifico, la persona e la comunità vivano e attualizzino gli effetti di quell’evento.

Pertanto la memoria (“fate questo in memoria di me”, dirà Gesù riguardo all’Eucaristia) è imprescindibile e fondamentale per mantenere e sviluppare l’identità individuale di persona redenta e l’identità sociale, con l’avvento oggi, nella circostanza specifica, del Regno. Il che dà senso alla vita e la rende già oggi partecipe del destino finale.

Mosè ricorda loro di “Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile”, l’evento fondante e centrale di tutto l’Antico Testamento. Per il popolo l’Egitto è sinonimo di schiavitù; in altre parole, del peccato e causa del male e di ogni tipo di sofferenza.

Quel vissuto, quell’esperienza, è passata; ora il popolo è libero ed è costituito da persone libere e riscattate nella loro dignità. Il popolo è il “popolo che appartiene a Dio” per l’Alleanza, in cammino verso la nuova realtà, terra promessa, per organizzarsi secondo l’insegnamento del Signore.

La promessa è la terra dove scorre “latte e miele”, metafora della pienezza di vita e della gioia, non solo per il popolo d’Israele ma per tutte le nazioni che stabiliranno, nella giustizia e nel diritto, la convivenza fraterna, solidale e responsabile. In tal modo, accogliendo la Sua sovranità, si compie la promessa di Dio ai padri e la manifestazione dell’appartenenza al regno di Dio.

Ebbene, il cammino nel deserto “grande e spaventoso” è caratterizzato da tanti pericoli, quali “serpenti velenosi e scorpioni”, mancanza di acqua e di alimento ai quali Dio provvederà in modo sorprendente. La finalità è fare in modo che il popolo non dimentichi la Sua presenza ed il Suo intervento nelle future prove e difficoltà, accogliendo fiducioso la sua presenza e assumendo scelte e comportamenti fedeli all’Alleanza. Perciò Mosè esorta: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto”.

Fare memoria, per non dimenticare – cosa molto facile una volta raggiunto il benessere nella terra promessa – è sostenere la fiducia e la determinazione nell’elaborare il farsi della giustizia e del diritto nelle nuove circostanze della vita del popolo e riguardo all’apertura alle nazioni, con audacia, coraggio e creatività. Atteggiamento caratterizzato dalla libertà per amare. percependo, in essa, il dono dell’avvento del Regno di Dio.

Si tratta di fare, dell’esperienza del deserto, scuola di sapienza e di saggezza, in considerazione del fatto che nella terra promessa non mancheranno pericoli, prove e tentazioni riguardo alla fedeltà all’alleanza, e la sconfitta sarebbe come ritornare alle condizioni vissute in Egitto.

Mosè mette in risalto il senso e il perché del lungo cammino – quaranta è un numero simbolico che fa riferimento a un periodo lungo – “per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi”. È nella prova e nella difficoltà che si valuta, e si prende coscienza, del grado e della qualità del rapporto interpersonale, della consistenza e della fermezza di ciò in cui si dice di credere e di amare.

L’umiliazione ferisce l’intimo della persona per la coscienza della distanza del cuore da Dio. Il cuore – sede del pensiero, della riflessione, del progetto di vita e delle scelte conseguenti -, allontanato dalla volontà di Dio, prende strade diverse da quella dell’Alleanza. Cosicché il cuore deviato dalla seduzione di altri cammini, manifesta la debolezza, la fragilità e l’inconsistenza nel rispondere, adeguatamente, all’immenso e gratuito dono della liberazione dal peccato, come la schiavitù, e dal male corrispondente.

“i suoi comandi” sono le indicazioni per rispondere, in modo appropriato, alla nuova condizione di libertà e garanzia, in modo che il popolo perpetui e consolidi il dono del Regno.

 

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a cura di P. Luigi Consonni

 

1a lettura (Es 34,4b-6.8-9)

Mosè ritorna sul monte Sinai alla presenza del Signore, per ricevere di nuovo le tavole della Legge che aveva infranto contro il vitello d’oro costruito dal popolo, ai piedi del monte, stanco e sfiduciato per la lunga attesa del suo ritorno. Egli ammette la colpa del suo popolo e intercede presso il Signore: “Sì è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa di noi la tua eredità”. La colpa del popolo consiste nell'essersi consegnato a un Dio fatto a “propria immagine”, ossia secondo criteri propri.

L’idolo non è tanto la statua di metallo, ritenuta depositaria di poteri soprannaturali, ma ciò di cui essa è frutto: l’attribuzione di forza e di potere divino che risponda alle richieste, alle attese del richiedente quando invocato. L’idolo è il Dio che la persona, o la comunità, costruisce dentro di sé, invece di percepire la Sua presenza nell’ascoltare e riflettere sulla sua parole e insegnamento; invece di vivere, creativamente e con coraggio, la pratica della giustizia, del diritto e dell’amore nelle diverse circostanze e con le persone con cui si entra in relazione nel quotidiano, gli si chiede che compia quanto richiesto.

Mosè è cosciente che l’idolatria comporta la rottura dell’Alleanza, con conseguenze drammatiche. Perdendo la condizione di popolo di Dio – erede della promessa fatta ad Abramo – questi e lui stesso si trovano completamente allo sbando. Ecco, allora, la richiesta di perdono, nonostante la difficoltà del popolo nell’aprirsi, con fiducia, all’ascolto, alla promessa e alle premure del Signore nel condurlo verso la terra promessa.

Nella supplica Mosè impegna tutto sé stesso, sinceramente fiducioso nel Signore, nella certezza che lo esaudirà: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi”. Su comando del Signore, Mosè ritorna sul monte Sinai: “salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato con due tavole di pietra in mano”, giacché le prime due furono sfracellate nell’impeto d’ira per l’idolatria del popolo.

“Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui”. La nube è segno della presenza dello Spirito, per mezzo del quale Mosè percepisce la vicinanza del Signore. E, “Il Signore passò davanti a lui, proclamando: ‘Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà”. 

Ognuno di questi attributi merita attenzione e riflessione ma, tuttavia, sono motivo di profonde considerazioni che vanno oltre i limiti di questo breve commento; è sufficiente sottolineare come, nel loro insieme, offrono un’immagine del profilo di Dio Padre e del suo immenso amore per il popolo.

Mosè, pieno di meraviglia e di stupore, "si curvò in fretta fino a terra e si prostrò” in gesto di adorazione, dal quale procede e fluisce la supplica. Egli percepisce, nel profondo dell’animo, la verità, la misericordia e la magnanimità di Dio, dono di comunione e di grazia che, egli stesso, mette in risalto rivolgendosi a Dio: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi”.

È l’opportunità per chiedergli di ristabilire e sostenere l’alleanza, di continuare l’accompagnamento del suo popolo nel cammino pieno di prove e difficoltà, verso la terra promessa, e così introdurlo nell’eredità del Regno di Dio.

Questo Regno non è un luogo geografico, anche se ad esso sono diretti, ma il far sì che,  nella nuova terra, si stabiliscano e consolidino il corretto rapporto interpersonale di rispetto e fraternità, e il convivio sociale nel diritto e nella giustizia. Non solo, ma il termine ultimo è integrare nella convivenza tutti i popoli della terra, nel rispetto delle diversità.

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